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<title>perchè non si dimentichi... </title>
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<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 08:38:37 +0100</pubDate>
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<title>perchè non si dimentichi... </title>
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	<title>Ricucci patteggia: tre anni ma la pena è coperta dall'indulto</title>
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		<description><![CDATA[<h3>L'immobiliarista non andrà in carcere perché i reati sono stati commessi prima<br /> del maggio 2006. E' colpevole di corruzione, aggiotaggio, falso e appropriazione indebita</h3>
<p><strong>ROMA</strong> - L'immobiliarista Stefano Ricucci è stato condannato, previo patteggiamento, a tre anni di reclusione nell'ambito del processo in cui era imputato per la fallita scalata a Rcs, la vicenda legata alla compravendita fittizia dell'immobile in via Lima, a Roma, la gestione dei fondi previdenziali e quella dell'assegnazione della gara d'appalto del patrimonio immobiliare Enasarco. Tuttavia non sconterà la pena, per via dell'indulto, dal momento che tutti i reati sono stati commessi prima del maggio 2006. La sentenza è stata emessa dai giudici della quinta sezione del tribunale di Roma, presieduta da Maria Luisa Ianniello.</p>
<p> Ricucci è stato riconosciuto colpevole dei reati di corruzione, aggiotaggio, falso e appropriazione indebita. Gli sono state concesse le attenuanti generiche, equivalenti alle aggravanti. Nel computo dei tre anni sono compresi anche i dodici mesi già 'patteggiati' con il tribunale di Milano per un'altra vicenda: il tentativo di scalata alla Banca Antonveneta. Il tribunale non ha accolto invece la richiesta di patteggiamento del commercialista Luigi Gargiulo, in quanto la pena sollecitata, un anno e dieci mesi, non è stata ritenuta congrua.</p>
<p> Nel processo sono imputate altre sei persone. Per il rito alternativo scelto, Ricucci ha ottenuto un terzo di sconto della pena. Dovrà pagare le spese processuali e sanzioni amministrative. Nel primo caso dovrà risarcire le parti civili: Confcommercio (30 mila euro), Enasarco (20 mila), Consob (8.800) e Immobiliare Confcommercio (30 mila).</p>
<p> Quanto alle sanzioni amministrative per le società del gruppo Ricucci, i giudici hanno disposto 103 mila euro per Magiste Real Estate, 250 mila per Magiste International S.A. e 250 mila per la Garlsson. E' stata disposta la confisca di un milione di euro della società Magiste International. All'imprenditore sono state inoltre inflitte, come sanzioni accessorie, l'interdizione dagli uffici direttivi (tre anni), rappresentanza tributaria (tre anni), contrattazione con la pubblica amministrazione (tre anni).</p>
<p> Essendosi già pronunciati su Ricucci, i giudici hanno rimesso gli atti al presidente del tribunale affinché nomini un nuovo collegio per il prosieguo del processo, che riguarderà l'ex presidente di Confcommercio Sergio Billè, il figlio Andrea, Giuseppe Colavita, Francesco Bucci Casari, Fulvio Gismondi, Donato Porreca e Gargiulo.<br /> <!-- fine TESTO -->       (<em><!-- inizio DATA -->10 dicembre 2008<!-- fine DATA --></em>) </p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/12/11/ricucci-patteggia-tre-anni-ma-la-pena-e-coperta-dallindulto#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Thu, 11 Dec 2008 19:37:58 +0100</pubDate>	</item>
	<item>
	<title>per la cassazione non è reato dire che Rete 4 è abusiva</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/10/30/per-la-cassazione-non-e-reato-dire-che-rete-4-e-abusiva</link>
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		<description><![CDATA[<p>Antonio Di Pietro, qualche anno fa, aveva dichiarato, come molti di noi fanno visto che conosciamo le carte, che Rete4 è abusiva.<br /> Preciso: <strong>Rete4, secondo la Corte Costituzionale, da esattamente 14 anni non dovrebbe appartenere a Berlusconi o, nel caso in cui dovesse ancora appartenergli, non dovrebbe più trasmettere sull'analogico terrestre</strong>, sui canali che noi vediamo schiacciando il nostro telecomando al numero 4.<br /> Perché nessun privato può possedere più di due reti televisive e Berlusconi ne possiede tre.<br /> Dopodiché, <strong>trasmette in virtù di leggi fatte apposta che le consentono di farlo</strong>.<br /> Quindi, Dal punto di vista delle leggi è strettamente legale quello che avviene, in realtà è incostituzionale e da qualche mese, da gennaio di quest'anno, è anche illegittimo in quanto incompatibile con le normative europee che, come voi sapete, prevalgono: il diritto comunitario prevale sul diritto nazionale, quindi lo dovrebbe scalzare.<br /> Dico questo perché ogni volta che qualcuno dice che Rete4 è abusiva, anche se legalizzata ex-post a fare quello che non si può fare, Mediaset querela.<br /> Io ho avuto molte cause, molti hanno avuto cause per avere detto questa semplice ed elementare verità.<br /> Bene, di solito queste cause vanno a finire bene nel senso che portiamo le sentenze della Corte Costituzionale, adesso anche la sentenza della Corte Europea del Lussemburgo, e i giudici danno ragione.<br /> Questa volta è successa una cosa in più:<strong> Di Pietro si è visto dare ragione con <a href="http://www.beppegrillo.it/immagini/ORDINANZA_ARCHIVIAZIONE_rete4.pdf" target="_blank"><u>l'archiviazione della querela</u></a> che gli aveva fatto Mediaset per avere detto "Rete4 è abusiva"</strong>, il giudice ha voluto aggiungere un qualcosa in più.<br /> Vediamo.<br /> La sentenza è del 15 ottobre, sono quattro pagine.<br /> Il giudice per le indagini preliminari di Milano, Vincenzo Tutinelli, preso atto della richiesta di archiviazione della procura di Milano, del fatto che Mediaset si è opposta alla richiesta di archiviazione, ha tenuto l'udienza e ha deciso di archiviare.<br /> Perché ha deciso di archiviare? Perché <strong>non c'è diffamazione nel dire che Rete4 è abusiva.<br /> Perché non c'è diffamazione? Perché Rete4 è abusiva, quindi dirlo non è diffamazione ma è la verità.</strong><br /> Il giudice, che deve essere anche spiritoso, parte dal vocabolario e va a cercare il significato dell'aggettivo "abusivo".<br /> E scrive: "Secondo il vocabolario della lingua italiana, il termine "abusivo" qualifica un'attività fatta senza averne il diritto o l'autorizzazione.<br /> E' noto l'uso del termine con riferimento all'abusivismo edilizio, in cui l'attività così qualificata è quella di avere costruito senza idonea licenza o concessione.<br /> Proprio in riferimento al fenomeno dell'abusivismo edilizio, può essere in qualche modo interessante perché, così come per le trasmissioni televisive in tale ambito - le case costruite abusivamente - sono intervenute delle legislazioni che prevedevano interventi di sanatoria legittimando a posteriori l'abusiva attività svolta in precedenza."<br /> Quante volte, dopo avere costruito una casa senza la licenza, la concessione o i permessi ambientali arriva la sanatoria, il condono e quindi uno dice "io sono in regola".<br /> No, non sei in regola: sei un abusivista legalizzato dai tuoi amici in Parlamento.<br /> "...legittimando a posteriori l'abusiva attività svolta in precedenza".<br /> Quando l'hai fatto non potevi, dopo ti sei fatto mettere in regola.<br /> "Il riferimento all'abusivismo edilizio è, inoltre, interessante perché in tale contesto si è enucleata un'altra categoria di attività abusive, quelle svolte in forza di un provvedimento dichiarato illegittimo".<br /> Ecco l'altro passaggio: quelle leggi che dopo che hai fatto la casa abusiva l'hanno sanata ex-post, sono poi state dichiarate addirittura illegittime, nel caso delle TV naturalmente, dalla Corte Europea di Lussemburgo.<br /> E allora, si passa dalle case abusive alla televisione abusiva.<br /> E qui il giudice - ripeto, si chiama Vincenzo Tutinelli - fa una breve storia, un bignamino, di Rete4.<br /> Dice: "Da tempo le trasmissioni radiotelevisive sono regolate con legge che prevede la necessità tra gli operatori, stante la limitatezza delle frequenze, di un'idoneo provvedimento concessorio da parte dell'autorità statale competente".<br /> La concessione dello Stato a trasmettere, su scala locale o nazionale come nel nostro caso.<br /> Negli atti è richiamato il decreto ministeriale del 1999 che da una parte rigetta la domanda della querelante - Mediaset, per Rete4 - di assegnazione delle frequenze.<br /> Nel 1999 c'era stata, ricordate, la gara per l'assegnazione delle concessioni: Rete4 l'aveva persa, Europa7 di Di Stefano l'aveva vinta e quindi quando Mediaset ha chiesto di nuovo le frequenze per Rete4 gli hanno detto no.<br /> Da un lato il decreto ministeriale del 1999 rigetta la richiesta di frequenze da parte di Rete4, dall'altra la autorizza in via transitoria, dicendo "Continuate pure a usare quelle che già avete, fino a quando l'autorità di garanzia delle comunicazioni - AGCOM - fisserà un termine ai sensi della legge".<br /> Naturalmente l'AGCOM che cos'ha fatto? Non ha fissato nessun termine quindi Mediaset ha continuato a trasmettere in base a questa proroga, illegittima, per anni e anni fino ad oggi.<br /> L'autorità, com'è noto, non è indipendente ma nominata dai partiti.<br /> A quel punto, fino al 2003 non arriva nessun termine dall'AGCOM e allora interviene di nuovo la Corte Costituzionale che come già nel 1994 dice: "guardate che Rete4 deve andare su satellite o essere venduta" e fissa lei il termine: 31 dicembre del 2003.<br /> Terrorizzato, Berlusconi approva la legge Gasparri 1. Ciampi la rimanda indietro, all'epoca avevamo un Presidente della Repubblica che ogni tanto rimandava indietro qualche legge incostituzionale - e a Natale 2003, a pochi giorni dalla scadenza, Berlusconi vara il decreto salva Rete4, poi mette a posto tutto per legge con la Gasparri 2, nell'aprile 2004.<br /> A questo punto ecco che nel 2008 anche la Corte di Giustizia delle Comunità Europee di Lussemburgo si accorge che l'Italia è fuorilegge.<br /> "Ha affermato la illegittimità della normativa che permetteva il differimento degli effetti del provvedimento, autorizzando occupanti di fatto delle frequenze".<br /> Li tratta proprio come degli squatter, come quelli che occupano gli edifici pubblici e ci si installano dentro.<br /> Questi occupano abusivamente frequenze pubbliche.<br /> Sancisce l'illegittimità della norma che consente agli occupanti di continuare a occupare le frequenze, sia pure sempre in via transitoria che è una transitoria definitiva perché non finisce mai!<br /> Qui cita tutta la sentenza della Corte di Giustizia Europea e spiega che conseguenze ha, visto che il diritto comunitario prevale sul diritto nazionale.<br /> "Tale sentenza evidenzia la sussistenza di un contrasto con il diritto comunitario dell'intero sistema italiano televisivo e della prosecuzione delle occupazioni delle frequenze da parte dell'odierna querelante" cioè di Mediaset.<br /> Quello che sta facendo Mediaset è in contrasto con la normativa europea, anche se è legittimato dalle leggi ad hoc italiane che decadono di fronte all'orientamento europeo.<br /> "Afferma il contrasto fra la normativa europea e l'autorizzazione temporanea a trasmettere del soggetto che in precedenza occupava le frequenze."<br /> Questa è la frase fondamentale: "Il giudice nazionale non ha la possibilità di discostarsi dall'orientamento in quella sede europea espresso".<br /> Cosa vuol dire? Il Consiglio di Stato che aveva interpellato la Corte Europea di Lussemburgo per sapere se quello che succede in Italia è o non è in linea con l'Europa, ora che ha saputo dalla Corte Europea che siamo completamente fuori legge, non può fregarsene e fare finta di niente, anzi non può discostarsi da quell'orientamento, deve farlo proprio.<br /> Perché? Perché "ubi maior, minor cessat", la legge italiana conta niente rispetto alla sentenza della Corte Europea, quindi quando a dicembre il Consiglio di Stato dovrà decidere il da farsi sui ricorsi presentati da Di Stefano per Europa7, dovrà fare propria questa roba qua!<br /> Anzi, sarebbe addirittura autorizzato lui stesso a togliere le frequenze a Rete4 per darle a Europa7, perché la legge soccombe rispetto alla sentenza della Corte Europea.<br /> E non c'è niente da fare.<br /> "In ragione di ciò, il carattere della abusività richiamato nelle dichiarazioni incriminate - quelle di Di Pietro - verrebbe a derivare dalla patente di illegittimità conferita dalla sentenza della Corte di Giustizia delle Comunità Europee all'intero sistema normativo italiano dal 1997 ad oggi, e ai provvedimenti attuativi di tale sistema".<br /> Insomma: "E' ben difficile ritenere diffamatoria un'affermazione fatta da un soggetto" - Di Pietro - quando la medesima affermazione viene di fatto riproposta dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee pochi anni dopo.<br /> Di Pietro ha semplicemente detto ciò che poi ha ribadito addirittura la Corte Europea di Lussemburgo.<br /> Allora due sono le conclusioni.<br /> Primo: a dicembre il Consiglio di Stato dovrebbe, secondo questo giudice - un giurista, quindi capisce di queste cose - farla finita con questo abuso non edilizio ma televisivo, ai danni dei cittadini e ai danni di un concorrente come Europa7 di Francesco Di Stefano.<br /> E questo vi spiega per quale motivo, visto che anche gli avvocati di Mediaset lo sanno, ques'estate il governo ha tentato di fare l'ennesima salva Rete4 per sistemare un'altra volta le sue faccende e l'ha messa da parte perché tanto l'Europa, nella procedura di infrazione che potrebbe nascere, si pronuncerà fra qualche mese.<br /> E adesso, nel tentativo disperato di fare in modo che il Consiglio di Stato non tolga le frequenze a Rete4 cosa ha fatto il governo insieme all'AGCOM, quella rimasta inadempiente per tutti questi anni?<br /> Ha stabilito che le frequenze a Europa7 non gliele dia Rete4, che le occupa abusivamente sia pure autorizzata per legge illegittima.<br /> No, le frequenze si tolgono a Rai1!<br /> Pensate, abbiamo una televisione abusiva e invece di levare le frequenze a lei le si leva a Rai1 che è assolutamente legittimata!<br /> Rai1 dovrà sacrificare una parte delle sue frequenze di trasmissione per darle a Europa7 in modo che Rete4 continui a occupare abusivamente le frequenze che non le spetterebbero in quanto è senza concessione.<br /> Vi rendete conto di quello che sta avvenendo nel silenzio assoluto?<br /> Non c'è nessuno, nemmeno nelle opposizioni cosiddette, che abbia parlato di questo ne abbiamo sentito riferimenti ai conflitti di interessi e alla faccenda televisiva nel meraviglioso discorso di Uòlter Veltroni al Circo Massimo.<br /> Infine, c'è un bellissimo richiamo all'articolo 21 della Costituzione, a dimostrazione del fatto che per fortuna ancora qualche giudice in materia di diritto di critica fa riferimento alla Costituzione.<br /> Dice: "Appare il caso di ricordare che l'articolo 21 non protegge unicamente le idee favorevoli o inoffensive o indifferenti, essendo al contrario principalmente rivolto a garantire la libertà proprio delle opinioni che urtano, scuotono, inquietano con la conseguenza che di esse non può predicarsi un controllo se non nei limiti della continenza espositiva".<br /> Certo, se uno si mette a insultare... ma se uno usa dei termini appropriati, può fare anche le critiche più dure.<br /> Perché? Perché la libertà di espressione tutelata dall'articolo 21 della Costituzione non tutela il diritto di applauso ma il diritto di critica, innanzitutto.</p>
<p>Marco Travaglio </p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/10/30/per-la-cassazione-non-e-reato-dire-che-rete-4-e-abusiva#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Thu, 30 Oct 2008 22:44:31 +0100</pubDate>	</item>
	<item>
	<title>la sentenza su Calogero Mannino</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/10/30/la-sentenza-su-calogero-mannino</link>
	<guid>http://memento.nireblog.com/post/2008/10/30/la-sentenza-su-calogero-mannino</guid>
		<description><![CDATA[<p>L'altro giorno Calogero Mannino è stato assolto nel secondo processo d'appello dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.<br /> La formuletta è la solita che mettono quando assolvono un politico coperto di prove: dicono che le prove sono insufficienti.<br /> E' il solito comma 2 dell'articolo 530 del codice di procedura penale, lo stesso che avevano inserito nella sentenza di primo grado che assolveva Andreotti, anche lì per insufficienza di prove.<br /> La stessa che hanno messo quando hanno assolto il presidente della Provincia di Palermo, Francesco Musotto.<br /> La stessa che hanno messo per tanti processi, per accuse diverse ovviamente, a Berlusconi, a cominciare dalla sentenza della Cassazione sulle tangenti alla Guardia di Finanza.<br /> Bene, le sentenze, come è noto, si rispettano, se ne prende atto, si aspettano le motivazioni, se non le si condivide si impugnano nella sede successiva.<br /> Probabilmente la procura generale di Palermo ricorrerà un'altra volta in Cassazione, all'incontrario di quello che era avvenuto la volta scorsa quando Mannino, assolto in primo grado per insufficienza di prove, in appello era stato condannato a 5 anni e 4 mesi, e aveva impugnato la sentenza in Cassazione che gli aveva dato ragione dicendo che la motivazione era scritta male, bisognava riformularla.<br /> Aveva rimandato indietro il processo alla Corte d'Appello per difetto di motivazione perché si rifacesse il processo di secondo grado, lo si è rifatto, i giudici questa volta lo hanno assolto per insufficienza di prove, cioè hanno ritenuto insufficienti le stesse prove che i loro colleghi della stessa Corte d'Appello avevano ritenuto sufficienti.<br /> Stavolta, probabilmente, sarà l'accusa a impugnare davanti alla Cassazione e se così forse potrebbe anche darsi che la Cassazione rimandi il processo indietro per fare un terzo processo di Appello.<br /> Uno dirà "siamo dei pazzi a fare così". Sono i pro e i contro del sistema che abbiamo in Italia, che consente molte impugnazioni e che, consentendo vari gradi di giudizio, prevede la possibilità che ogni volta i giudici valutino il materiale probatorio in maniera diversa da quello dei loro colleghi precedenti.<br /> C'è chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi mezzo vuoto, è sempre così.<br /> E' una valutazione discrezionale.<br /> Che cosa interessa a noi cittadini, a me giornalista?<br /> Interessa soprattutto sapere se ci sono degli elementi dei quali parlare, emersi in questo processo.<br /> Se ci sono dei fatti gravi per il fatto che questo signore fa politica in Parlamento, dei quali possiamo prendere atto a prescindere da che cosa decidono i giudici sulla configurabilità del reato in base a quegli elementi.<br /> Abbiamo dei fatti dai quali partire? C'erano dei fatti che giustificavano quel processo?<br /> Poi l'abbiamo detto: il giudice è liberissimo soprattutto in un ambito così aleatorio come il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, di stabilire che secondo lui è provato lo scambio fra il politico e il mafioso o di stabilire che non è sufficientemente provato lo scambio.<br /> Perché lo dico? Perché questa sentenza è utilissima per capire la differenza che c'è fra una assoluzione - una volta si sarebbe detto - per insufficienza di prove o un'assoluzione per una diversa valutazione delle prove da parte di giudici di vario grado, e invece l'errore giudiziario.<br /> Ogni volta che assolvono qualcuno che era stato arrestato, come in questo caso, oppure indagato oppure addirittura già condannato una volta, scatta subito lo strillo generale: "ecco, era un errore giudiziario!".<br /> Non è mica detto, può darsi benissimo che uno venga arrestato, rinviato a giudizio e poi assolto senza che nessuno abbia commesso nessun errore giudiziario.<br /> Anche perché gli elementi necessari per arrestare qualcuno prima del processo o per rinviare a giudizio qualcuno sono diversi da quelli che sono necessari per condannarlo.<br /> Basta molto meno per arrestare una persona che non per condannarla.<br /> Di solito li si arresta quando ci sono gravi indizi e quando si rischia che quello inquini le prove o intimidisca i testimoni, o commetta altri reati o scappi, rendendo comunque vano il processo.<br /> Per questo che spesso si arresta qualcuno prima del processo: per fare in modo che il processo si possa fare genuinamente.<br /> Se poi al processo non emergono altre cose rispetto a quelle emerse al momento dell'arresto, quello può essere assolto e non c'è stato nessun errore giudiziario.<br /> Gli elementi per arrestarlo c'erano e quelli per condannarlo no.<br /> Bisogna conoscerle le cose per parlare. Qua parla invece sempre chi non sa niente. E allora hanno detto: "visto? Era un errore giudiziario!".<br /> Non c'è stato nessun errore giudiziario nel caso di Mannino.<br /> Mannino è stato arrestato all'inizio degli anni Novanta ed è rimasto in carcere per due anni.<br /> L'arresto non l'ha fatto la procura di Caselli, l'ha chiesto la procura di Caselli.<br /> Due pubblici ministeri, Teresa Principato e Vittorio Teresi, e quell'arresto è stato confermato.<br /> E' stato disposto dal GIP, ovviamente, confermato da tre giudici del riesame. Due PM, un GIP e tre giudici del riesame: siamo già a sei.<br /> Ha fatto ricorso la sua difesa alla Cassazione, la Cassazione si è pronunciata a sezioni unite. Sono in nove nelle sezioni unite: i nove delle sezioni unite hanno confermato l'esigenza di tenerlo dentro, e siamo a nove più sei: quindici.<br /> Dopodiché hanno chiesto la scarcerazione per motivi di salute; il tribunale del riesame di Palermo, altri tre giudici, hanno detto di no.<br /> Diciotto giudici di diverse città, sedi e funzioni hanno deciso che Mannino doveva stare in galera.<br /> E' evidente che non possono essere tutti visionari o avercela tutti con lui.<br /> E allora com'è che è stato arrestato e ora è stato assolto?<br /> Semplice: c'erano gli elementi per arrestarlo e secondo i giudici non c'erano sufficienti elementi per condannarlo.<br /> Secondo i giudici del secondo appello, mentre secondo i giudici del primo appello gli elementi c'erano e gli hanno dato 5 anni e 4 mesi.<br /> Qual è il problema? E' che noi viviamo in un sistema dove ci sono troppi gradi di giudizio, dove troppi giudici mettono il becco.<br /> Naturalmente questa è una garanzia, perché molti occhi vedono meglio di pochi, ma dall'altra parte c'è sempre la possibilità che ogni occhio veda alla maniera sua e che quindi ci siano ribaltamenti di giudizio e di valutazione.<br /> E' tutto fisiologico, anche se sembra strano, sta nel nostro sistema questa conseguenza paradossale.<br /> C'è poi una convenzione, che noi accettiamo altrimenti non staremmo insieme e non affideremmo la giustizia ai Tribunali, per cui ha ragione l'ultimo arrivato.<br /> Alla fine dei ricorsi, l'ultima sentenza, quella che diventa definitiva, è quella buona.<br /> Ma chi ci dice che l'ultima sia quella buona e non fosse meglio la penultima?<br /> E' una convenzione, in questo caso alcuni hanno detto che ci sono elementi altri hanno detto che non sono sufficienti, e intanto vogliamo conoscere questi elementi, in modo che possiamo giudicare almeno la persona?<br /> Dopodiché il reato fa il suo corso, vedremo come finirà, ma a noi devono interessare i fatti che riguardano la persona.<br /> E allora quali sono i fatti?<br /> I fatti sono, per esempio, che Mannino già dal Tribunale che lo assolveva in primo grado era stato giudicato malissimo, dal punto di vista politico ed etico.<br /> "E' acquisita la prova che nel 1980-1981 Mannino aveva stipulato un accordo elettorale con un esponente della famiglia agrigentina di Cosa Nostra Antonio Vella - c'era stato addirittura un incontro in casa con questo farabutto - e in seguito con altri boss della mafia Agrigentina".<br /> Il Tribunale parlava, assolvendolo - il Tribunale che 'gli voleva bene' - di "patto elettorale ferreo, avallato dall'intervento di un mafioso come Vella. Un patto che costituisce una chiave per interpretare la personalità e consente di invalidare buona parte della linea difensiva di Mannino, volta a rappresentarlo come un politico immune da contaminazioni coscienti con ambienti mafiosi" o addirittura vittima di chissà quali complotti.<br /> Nessun complotto, altro che immune da contatti mafiosi: questo sapeva che erano mafiosi, andava lì e faceva un patto elettorale ferreo con i capi mafia di Agrigento.<br /> E poi aveva proseguito negli anni successivi.<br /> Perché allora l'avevano assolto e perché adesso l'hanno di nuovo assolto?<br /> Probabilmente, la motivazione oggi non c'è, abbiamo quella del primo grado, perché "non c'è la prova che l'accordo elettorale abbia avuto a oggetto una promessa di svolgere un'attività anche lecita, anche sporadica, per il raggiungimento degli scopi di Cosa Nostra".<br /> Traduzione in italiano: E' provato che abbia fatto un patto elettorale con la mafia, è provato che ha incontrato i capi mafia, è provato che gli abbia chiesto i voti, è provato che quelli l'hanno votato... ma poi Mannino li ha fregati.<br /> Cioè Mannino ha truffato la mafia e non ha dato in cambio quello che loro si aspettavano, o almeno non è provato che lui abbia dato qualcosa in cambio.<br /> In appello, nel primo appello, il procuratore generale Teresi, invece, aveva dimostrato che cosa aveva dato in cambio Mannino, e aveva portato una sentenza fantastica, che è quella sul tavolino degli appalti in Sicilia.<br /> Voi sapete che nelle zone "normali" la corruzione riguarda l'imprenditore che paga e il politico che prende.<br /> In Sicilia e nelle zone di criminalità organizzata il tavolino ha tre gambe: c'è l'imprenditore che paga e dall'altra parte ci sono il politico e il mafioso che prendono.<br /> Nella sentenza su questo tavolino a tre gambe, quello gestito da Salamone, il fratello del magistrato di Brescia. Filippo Salamone l'imprenditore agrigentino che gestiva il tavolino insieme ai mafiosi e ai politici.<br /> C'è scritto che negli anni Ottanta, quando Mannino era segretario regionale, poi diventò ministro della DC, funzionava perfettamente il triangolo con i politici che prendevano i voti dai mafiosi, gli imprenditori che pagavano i mafiosi e i politici in cambio di appalti e i mafiosi che ricevevano appalti in cambio dei voti ai politici e della protezione agli imprenditori.<br /> Sapete com'è andato quel processo? C'erano tre nomi di politici che facevano parte di questo patto, del tavolino: uno si chiamava Sciangula, uno Nicolosi ed era il presidente della Regione, democristiano, e l'altro si chiamava Mannino.<br /> Sono nominati tutti e tre nella sentenza. Quale? Quella che condanna per il tavolino degli affari politico-mafiosi-imprenditoriali gli imprenditori e i mafiosi.<br /> I mafiosi sono stati condannati, gli imprenditori sono stati condannati.<br /> E i politici? Sono stati assolti. Voi capite la differenza che c'è fra un errore giudiziario e una diversa valutazione degli elementi.<br /> Evidentemente quello che fanno i politici è meno grave di quello che fanno i mafiosi e gli imprenditori insieme ai politici.<br /> Qualcuno potrebbe persino pensare che l'errore giudiziario non è soltanto quando viene condannato un innocente ma anche quando viene assolto un colpevole. Giusto?<br /> In linea generale è così: l'errore giudiziario è quando il colpevole la fa franca o l'innocente viene condannato al posto del colpevole.<br /> Ecco, spero che sia chiaro che cosa ho voluto dire: non è tanto importante, agli occhi del cittadino, se un politico ha commesso un reato oppure no, perché anche se si ritiene che non l'abbia commesso, che non ci sia la prova sufficiente che l'abbia commesso, importa se ci sono dei fatti che lo riguardano.<br /> E voi vedrete che se leggerete la sentenza, la pubblicheremo appena ci sarà, le altre le abbiamo messe nel libro "Intoccabili" che abbiamo scritto Saverio Lodato ed io, vi renderete conto che di fatti ce ne sono a carico di Mannino.<br /> Penalmente rilevanti? Non lo so, non spetta a me deciderlo.<br /> Politicamente gravi? Quello si spetta a noi deciderlo!<br /> Andare ai matrimoni dei mafiosi e poi dire "ero lì per la sposa" facendo finta di non conoscere lo sposo Gerlando Caruana?<br /> Strano.<br /> Assegnare le esattorie della provincia di Agrigento ai cugini Salvo, noti mafiosi?<br /> Questo ha fatto Mannino.<br /> Assumere al ministero un certo Mortillaro che era un uomo della mafia, che cosa è? Un fatto.<br /> Andare a casa o ricevere a casa dei mafiosi per fare "patti elettorali ferrei" con la mafia, anche se poi secondo alcuni non è dimostrato il contraccambio, è un fatto grave o no?<br /> E' un fatto grave.<br /> E avanti di questo passo. Far parte del tavolino, ed essere garantiti per i voti, con i mafiosi e gli imprenditori è grave o non è grave?<br /> Bene, di queste cose naturalmente non si è parlato e si è preferito parlare di errore giudiziario come se avessero processato Mannino al posto di qualcun altro.<br /> Non è stato un abbaglio, non è stato un caso di omonimia o un sosia.<br /> Volevano processare proprio Mannino e dovevano processare proprio Mannino perché questi fatti andavano esaminati.<br /> Dopodiché, non basta non essere condannati per poter essere puliti, per poter fare politica a testa alta se si hanno sulla coscienza fatti come questi.<br /> Naturalmente, sono cose che purtroppo non avete sentito e non avete letto, quindi cosa volete che vi dica?
</p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/10/30/la-sentenza-su-calogero-mannino#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Thu, 30 Oct 2008 22:12:07 +0100</pubDate>	</item>
	<item>
	<title>Aldo Moro e Gheddafi</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/08/09/aldo-moro-e-gheddafi</link>
	<guid>http://memento.nireblog.com/post/2008/08/09/aldo-moro-e-gheddafi</guid>
		<description><![CDATA[<h2>Dall'archivio privato del politico ucciso trenta anni fa dalle Brigate Rosse<br /> spuntano carte segrete con particolari inediti della sua attività di ministro degli Esteri<!-- fine OCCHIELLO --></h2>
<h1><!-- inizio TITOLO --><strong>Aldo Moro e quella mano tesa<br /> verso la Libia di Gheddafi</strong><!-- fine TITOLO --></h1>
<h3><!-- inizio SOMMARIO -->Quando era alla Farnesina mise in atto una politica filoaraba, favorendo la vendita di armi<br /> <!-- inizio FIRMA --><span class="txt12"><em>di ALBERTO CUSTODERO</em></span><!-- fine FIRMA --><!-- fine SOMMARIO --></h3>
<p> <br />
<div class="fotosxb"><!-- foto in /2008/05/sezioni/politica/moro-anniversario/moro-libia/ -->                     <!-- inizio FOTO1 --><img src="http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/politica/moro-anniversario/moro-libia/stor_13582230_52570.jpg" alt="Aldo Moro e quella mano tesa verso la Libia di Gheddafi" width="230" /><!-- fine FOTO1 -->
<p><!-- inizio DIDA -->Aldo Moro<!-- fine DIDA --></p>
</div>
<p><!-- inizio TESTO -->                                                                                                             <strong>ROMA - </strong>Aldo Moro era favorevole a vendere armi ai Paesi arabi amici non solo a quelli più moderati, ma anche aerei e elicotteri da addestramento alla Libia di Gheddafi. A trent'anni dal sequestro da parte delle Brigate Rosse, spuntano dall'archivio privato di Moro alcune carte segrete che svelano particolari inediti della sua attività di ministro degli Esteri nel periodo a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta.</p>
<p> Nelle pagine ancora sconosciute della sua lunga attività di ministro degli Esteri durata dal 1969 al 1974 durante la quale avviò la nuova fase "mediterranea" della politica estera italiana, emerge, a sorpresa, un Moro "consapevole - come ha osservato lo storico Agostino Giovagnoli - che il mercato degli armamenti giocava in quegli anni un ruolo importante in politica estera".</p>
<p> <a href="http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/politica/archivi-segreti-moro/1.html"><strong><font color="#990000">GUARDA LE IMMAGINI</font></strong></a></p>
<p> Dietro quella sua aria "imperturbabile - così Gaetano Scardocchia lo descriveva ai quei tempi - e quella espressione intensamente enigmatica che aveva sempre uguale in tutti i suoi viaggi", il ministro degli Esteri Moro era favorevole che l'Italia (che stava vivendo un periodo di crisi), fornisse armamenti, seppur con "discrezione", soprattutto ai Paesi arabi produttori di petrolio, compresa la Libia del colonnello Gheddafi. Nel tentativo di ingraziarsi quei Paesi del mediterraneo, la ricerca di nuovi canali diplomatici si fece intensa ed avventurosa.</p>
<p> La sintesi della politica estera di Aldo Moro a proposito della questione araba è riassunta in un telegramma classificato segreto a firma Moro del 26 settembre 1969, spedito da Tunisi, alle ore 22, per il presidente del consiglio Emilio Colombo e quello della Repubblica Giuseppe Saragat intitolato "posizone Tunisia". Con estrema chiarezza, da quel documento inedito redatto durante la sua visita a Bourghiba, emerge la svolta rispetto all'azione di Amintore Fanfani agli Esteri durante gli anni del centro-sinistra, dal 1965 al 1968. Moro, da poco insediato alla Farnesina, traccia le linee fondamentali della sua politica estera che seguirà fino al '74, mantenendo l'Italia in equilibrio fra arabi e Europa continentale da una parte, e inglesi e americani dall'altra.</p>
<p>"La nostra politica - enuncia Moro - proprio in quanto solo Paese che sia stato sin qui in grado di conservare rapporti diplomatici con tutti i Paesi arabi, è stata sempre quella di facilitare il ritorno degli occidentali negli Stati da cui erano stati estromessi, e quindi auspichiamo una politica che rafforzi la presenza dei nostri alleati". La politica, però, non basta. "Oggi più che mai - prosegue Moro - si tratta di agire con discrezione puntando ogni sforzo su metodi politici, economici, e comunque di apertura verso quelle ragionevoli richieste di forniture anche militari, purché eseguite con discrezione". Dalle armi, all'insofferenza verso la politica anglo-americana. Ancora Moro: "Noi abbiamo regolarmente, e di recente anche i francesi, fatto toccare i porti tunisini da nostre unità navali, ma se vedremmo con favore visite da parte di unità della Marina Turca, non potremmo non avere riserve di fronte ad affacciarsi di unità britanniche e americane che, mentre sul momento potrebbero dare soddisfazione a Bourghiba, non tarderebbero a rivelarsi un'arma controproducente sostanziando i sospetti che Tripoli nutre nei confronti dei due predetti Paesi".</p>
<p> Moro non esita, un anno dopo, il 6 settembre del 1970 (all'indomani della presa del potere dei colonnelli in Libia del primo settembre del 1969), a ricevere discretamente dal ministro della giustizia tunisino Bourghiba jr "interessanti indicazioni" sulla situazione libica (fornendo una curiosa interpretazione sulla cacciata della comunità italiana da parte di Gheddafi). Ecco cosa annota Moro in un telegramma segreto diretto al capo dello Stato e al premier: "L'esproprio e la cacciata della comunità italiana servono in parte anche a coprire la ritirata ideologica di Gheddafi sul fronte della lotta a Israele, oltre che a ribadire il carattere rivoluzionario del regime. I Colonnelli han bisogno di gesti del genere (anche nel settore del petrolio, ove si contenteranno per ora dell'aumento del prezzo), così come continueranno ad avere bisogno di complotti, veri o falsi. A organizzare questi ultimi pensano i servizi speciali egiziani".</p>
<p> È solo nel 1971, però, che Aldo Moro incontra per la prima volta il presidente Gheddafi. Era il 5 maggio, un momento di particolare tensione fra i due Paesi: a partire dall'annuncio del Colonnello libico del 21 luglio 1970, furono espulsi 12 mila italiani in tre mesi: la reazione del governo di Roma fu improntata ad un dialogo da cui, per motivi economici, politici e strategici, non sembrava poter prescindere. Il faccia a faccia Moro-Gheddafi è riassunto in un telex segreto spedito in Italia 5 giorni dopo, a firma Roberto Gaja, segretario generale del ministero degli Affari esteri.</p>
<p> Alla domanda del Colonnello se, a parere degli italiani, "gli americani possano esercitare pressione determinante", il ministro degli Esteri rispose che "possono svolgere un'azione importante entro certi limiti, dovendo fronteggiare nel Mediterraneo la presenza Sovietica". "Ad accenno libico a possibili forniture italiane di armamenti", è stato risposto da Moro che "l'Italia è sempre contraria per un principio generale della sua politica a simili iniziative". "Non si è esclusa, però, fornitura mezzi di trasporto navale ed aerei, in particolare elicotteri o aerei da addestramento".</p>
<p> Dal Nord Africa al Medio Oriente, Moro continua a tessere la sua strategia diplomatica, mantenendosi sempre informato sul mercato internazionale delle armi. Nel 1970 incontra lo Scià di Persia che gli confida di acquistare armi dall'Unione Sovietica. Il curioso e inedito particolare è contenuto in un telegramma riservato spedito alle due massime autorità italiane il 17 settembre. In quel momento di grave crisi in Medio Oriente, "lo Scià - riferisce Moro - non ha mancato muovere qualche critica agli Stati Uniti, per le passate incertezze, e per il subitaneo accostamento all'Urss, la cui influenza vorrebbe contraddittoriamente contenere ed estromettere. L'Iran (mi ha detto lo Scià), pur restando fedele alle sue alleanze ed amicizie, è riuscito a migliorare e equilibrare i suoi rapporti con l'Urss con cui ormai intrattiene relazioni seguite nel campo economico e industriale e finanche in quello delle forniture di armamenti".</p>
<p> <!-- do nothing --> Lo Scià - prosegue Moro - a proposito della necessità di una più stretta cooperazione fra Europa e Iran - "ha rilevato che i progressisti arabi intendono fare del petrolio, di cui hanno le più grandi riserve, la loro arma per ricattare l'Occidente. Di fronte a questi dichiarati propositi, gli riuscivano incomprensibili le esitazioni occidentali nel far leva sull'Iran sia aumentando le importazioni di grezzo, sia rafforzandone l'economia".<br /> <!-- do nothing -->                    <!-- fine TESTO --><br /> (<em><!-- inizio DATA -->9 agosto 2008<!-- fine DATA --></em>) </p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/08/09/aldo-moro-e-gheddafi#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Sat, 09 Aug 2008 13:35:15 +0100</pubDate>	</item>
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	<title>tagli alle tasse</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/07/13/tagli-alle-tasse</link>
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<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/07/13/tagli-alle-tasse#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Sun, 13 Jul 2008 20:05:05 +0100</pubDate>	</item>
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	<title>l'energia fai-da-te ci salverà dal nucleare</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/06/07/lenergia-fai-da-te-ci-salvera-dal-nucleare</link>
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		<description><![CDATA[<h2>Le centrali sono una "soluzione di retroguardia" e non risolveranno il problema<br /> Dopo l'incidente di Krsko il guru dell'economia all'idrogeno spiega perché l'Italia sbaglia<!-- fine OCCHIELLO --></h2>
<h1><!-- inizio TITOLO --><strong>Rifkin, l'energia fai-da-te<br /> così ci salveremo dal nucleare</strong><!-- fine TITOLO --></h1>
<h3><!-- inizio SOMMARIO --><!-- inizio FIRMA --><span class="txt12"><em>di RICCARDO STAGLIANÒ</em></span><!-- fine FIRMA --><!-- fine SOMMARIO --></h3>
<p> <br />
<div class="fotosxb"><!-- inizio FOTO1 --><img src="http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/ambiente/rifkin-idorgeno-italia/rifkin-energia/dire_13129216_04520.jpg" alt="<b>Rifkin, l'energia fai-da-te<br /> così ci salveremo dal nucleare</b>" width="230" /><!-- fine FOTO1 -->
<p><!-- inizio DIDA -->Jeremy Rifkin<!-- fine DIDA --></p>
</div>
<p> <!-- inizio TESTO --> UNA fatica inutile. Perché se anche rimpiazzassimo nei prossimi anni tutte le centrali nucleari esistenti nel mondo, il risparmio di emissioni sarebbe comunque un'inezia. Un quarto di quel che serve per cominciare a rimettere le briglie a un clima impazzito. Jeremy Rifkin non ha dubbi: quella atomica è una strada sbagliata, di retroguardia. Come curare malattie nuovissime con la penicillina. E non c'è neppure bisogno dei campanelli di allarme tipo Krsko per capirlo.</p>
<p> Basta guardare i numeri senza le lenti dell'ideologia. Proprio l'attitudine che, in Italia, scarseggia di più per il guru dell'economia all'idrogeno. Si vedrebbe così che l'uranio, come il petrolio, presto imboccherà la sua parabola discendente: ce ne sarà di meno e costerà di più. E che il problema dello smaltimento delle scorie è drammaticamente aperto anche negli Stati Uniti dove lo studiano da anni. "Vi immaginate uno scenario tipo Napoli, ma dove i rifiuti fossero radioattivi?" è il suo inquietante memento. Meglio puntare su quella che lui chiama la "terza rivoluzione industriale".</p>
<p> <strong>L'incidente all'impianto sloveno arroventa il dibattito italiano, a pochi giorni dall'annuncio del ritorno al nucleare. Cosa ne pensa? </strong><br /> "Ho parlato con persone che hanno conoscenza di prima mano dell'incidente, e mi hanno tranquillizzato. Non ci sono state fughe radioattive e il governo ha gestito bene tutta la vicenda. Ho lavorato con l'amministrazione Jan%u0161a e posso dire che hanno sempre dimostrato una leadership illuminata nel traghettare la Slovenia verso le energie rinnovabili. Non posso dire lo stesso di tutti i paesi europei, ma posso lodare le politiche energetiche di Ljubljana".<br /> <!--inserto--><br />
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<p><!--/inserto--><br /> <strong>Superata questa crisi, in generale possiamo sentirci sicuri?</strong><br /> "Il problema col nucleare è che si tratta di un'energia con basse probabilità di incidente, ma ad alto rischio. Ovvero: non succede quasi mai niente di brutto, ma se qualcosa va storto può essere una catastrofe. Come Chernobyl".</p>
<p><strong>Il governo italiano ha confermato l'inizio della costruzione delle nuove centrali entro il 2013. Coerenza o azzardo?</strong><br /> "Non capisco i termini della discussione in corso in Italia. Amo il vostro paese, lo seguo da anni ma questa volta mi sento davvero perso. I sostenitori dicono: il nucleare è pulito, non produce diossido di carbonio, quindi contribuirà a risolvere il cambiamento climatico. Un ragionamento che non torna se solo si guarda allo scenario globale. Oggi sono in funzione nel mondo 439 centrali nucleari e producono circa il 5% dell'energia totale. Nei prossimi 20 anni molte di queste centrali andranno rimpiazzate. E nessuno dei top manager del settore energetico crede che lo saranno in una misura maggiore della metà. Ma anche se lo fossero tutte si tratterebbe di un risparmio del 5%. Ora, per avere un qualche impatto nel ridurre il riscaldamento del pianeta, si dovrebbe ridurre del 20% il Co2, un risultato che certo non può venire da qui".</p>
<p> <strong>Un finto argomento quindi quello del nucleare "verde"?</strong><br /> "Non in assoluto, ma relativamente alla realtà, sì. Perché il passaggio al nucleare avesse un impatto sull'ambiente bisognerebbe costruire 3 centrali ogni 30 giorni per i prossimi 60 anni. Così facendo fornirebbe il 20% di energia totale, la soglia critica che comincia a fare una differenza. C'è qualcuno sano di mente che pensa che si potrebbe procedere a questo ritmo? La Cina ha ordinato 44 nuove centrali nei prossimi 40 anni per raddoppiare la sua potenza produttiva. Ma si avvia ad essere il principale consumatore di energia...".</p>
<p> <strong>Ci sono altri ostacoli lungo questa strada?</strong><br /> "Io ne conto cinque, e adesso vi dico il secondo. Non sappiamo ancora come trasportare e stoccare le scorie. Gli Stati Uniti hanno straordinari scienziati e hanno investito 8 miliardi di dollari in 18 anni per stoccare i residui all'interno delle montagne Yucca dove avrebbero dovuto restare al sicuro per quasi 10 mila anni. Bene, hanno già cominciato a contaminare l'area nonostante i calcoli, i fondi e i super-ingegneri. Davvero l'Italia crede di poter far meglio di noi? L'esperienza di Napoli non autorizza troppo ottimismo. E questa volta i rifiuti sarebbero nucleari, con conseguenze inimmaginabili".</p>
<p> <strong>Ecoballe all'uranio, un pensiero da brividi. E il terzo ostacolo?</strong><br /> "Stando agli studi dell'agenzia internazionale per l'energia atomica l'uranio comincerà a scarseggiare dal 2025-2035. Come il petrolio sta per raggiungere il suo peak. I prezzi, quindi, andranno presto su. Ciò si ripercuoterà sui costi per produrre energia togliendo ulteriori argomenti a questo malpensato progetto. Aggiungo il quarto punto. Si potrebbe puntare sul plutonio. Ma con quello è più facile costruire bombe. La Casa Bianca e molti altri governi fanno un gran parlare dei rischi dell'atomica in mani nemiche. Ma i governi buoni di oggi diventano le canaglie di domani".</p>
<p> <strong>Siamo arrivati così all'ultima considerazione. Qual è?</strong><br /> "Che non c'è abbastanza acqua nel mondo per gestire impianti nucleari. Temo che non sia noto a tutti che circa il 40% dell'acqua potabile francese serve a raffreddare i reattori. L'estate di cinque anni fa, quando molti anziani morirono per il caldo, uno dei danni collaterali che passarono sotto silenzio fu che scarseggiò l'acqua per raffreddare gli impianti. Come conseguenza fu ridotta l'erogazione di energia elettrica. E morirono ancora più anziani per mancanza di aria condizionata".</p>
<p> <strong>Se questi sono i dati che uso ne fa la politica?</strong><br /> "Posso sostenere un dibattito con qualsiasi statista sulla base di questi numeri e dimostrargli che sono giusti, inoppugnabili. Ma la politica a volte segue altre strade rispetto alla razionalità. E questo discorso, anche in Italia, è inquinato da considerazioni ideologiche".</p>
<p> <strong>In che senso? C'è un'energia di destra e una di sinistra?</strong><br /> "Direi modelli energetici élitari e altri democratici. Il nucleare è centralizzato, dall'alto in basso, appartiene al XX secolo, all'epoca del carbone. Servono grossi investimenti iniziali e altrettanti di tipo geopolitico per difenderlo".</p>
<p> <strong>E il modello democratico, invece?</strong><br /> "È quello che io chiamo la "terza rivoluzione industriale". Un sistema distribuito, dal basso verso l'alto, in cui ognuno si produce la propria energia rinnovabile e la scambia con gli altri attraverso "reti intelligenti" come oggi produce e condivide l'informazione, tramite internet".</p>
<p> <strong>Immagina che sia possibile applicarlo anche in Italia?</strong><br /> "Sta scherzando? Voi siete messi meglio di tutti: avete il sole dappertutto, il vento in molte località, in Toscana c'è anche il geotermico, in Trentino si possono sfruttare le biomasse. Eppure, con tutto questo ben di dio, siete indietro rispetto a Germania, Scandinavia e Spagna per quel che riguarda le rinnovabili".</p>
<p> <strong>Ci dica come si affronta questa transizione.</strong><br /> "Bisogna cominciare a costruire abitazioni che abbiano al loro interno le tecnologie per produrre energie rinnovabili, come il fotovoltaico. Non è un'opzione, ma un obbligo comunitario quello di arrivare al 20%: voi da dove avete cominciato? Oggi il settore delle costruzioni è il primo fattore di riscaldamento del pianeta, domani potrebbe diventare parte della soluzione. Poi serviranno batterie a idrogeno per immagazzinare questa energia. E una rete intelligente per distribuirla".</p>
<p> <strong>Oltre che motivi etici, sembrano essercene anche di economici molto convincenti. È così?</strong><br /> "In Spagna, che sta procedendo molto rapidamente verso le rinnovabili, alcune nuove compagnie hanno fatto un sacco di soldi proprio realizzando soluzioni "verdi". Il nucleare, invece, è una tecnologia matura e non creerà nessun posto di lavoro. Le energie alternative potrebbero produrne migliaia".</p>
<p> <strong>A questo punto solo un pazzo potrebbe scegliere un'altra strada. Eppure non è solo Roma ad aver riconsiderato il nucleare. Perché?</strong><br /> <!-- do nothing --> "Credo che abbia molto a che fare con un gap generazionale. E ve lo dice uno che ha 63 anni. I vecchi politici, cresciuti con la sindrome del controllo, si sentono più a loro agio in un mondo in cui anche l'energia è somministrata da un'entità superiore".<br /> <!-- do nothing -->                  				<!-- fine TESTO --><br /> (<em><!-- inizio DATA -->7 giugno 2008<!-- fine DATA --></em>) </p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/06/07/lenergia-fai-da-te-ci-salvera-dal-nucleare#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Sat, 07 Jun 2008 18:33:14 +0100</pubDate>	</item>
	<item>
	<title>ex vescovo indagato per aver coperto un prete pedofilo</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/05/13/ex-vescovo-indagato-per-aver-coperto-un-prete-pedofilo</link>
	<guid>http://memento.nireblog.com/post/2008/05/13/ex-vescovo-indagato-per-aver-coperto-un-prete-pedofilo</guid>
		<description><![CDATA[<h2>Maggiolini iscritto sul registro degli indagati nel processo dell'ex parroco di Laglio<br /> Nel 2004 convocò in Curia don Stefanoni riferendogli dell'indagine a suo carico<!-- fine OCCHIELLO --></h2>
<h1><!-- inizio TITOLO --><strong>Pedofilia, l'ex vescovo di Como<br /> indagato per favoreggiamento</strong><!-- fine TITOLO --></h1>
<p> <br />
<div class="fotosxb"><!-- inizio FOTO1 --><img src="http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/indagato-maggiolini/indagato-maggiolini/foto_12928194_48500.jpg" alt="<B>Pedofilia, l'ex vescovo di Como<br /> indagato per favoreggiamento</B>" width="230" /><!-- fine FOTO1 -->
<p><!-- inizio DIDA -->Monsignor Maggiolini<!-- fine DIDA --></p>
</div>
<p><!-- inizio TESTO -->                      															                    <strong>COMO</strong> - Sul registro degli indagati della procura di Como è stato iscritto il nome di Alessandro Maggiolini, vescovo emerito della città lariana, con l'accusa di reato di favoreggiamento personale nei confronti di don Mauro Stefanoni, ex parroco di Laglio, attualmente a processo per violenza sessuale. Secondo l'ipotesi accusatoria, Maggiolini il 16 novembre del 2004 avrebbe convocato in Curia don Stefanoni per riferirgli dell'indagine penale a suo carico.</p>
<p> Proprio ieri, a conclusione della requisitoria durata oltre quattro ore, il pm Vittoria Isella ha chiesto che il sacerdote sia condannato a otto anni di reclusione. La notizia dell'iscrizione sul registro degli indagati nei confronti dell'ex vescovo - non ancora confermata dalla procura - è giunta a margine del processo che vede sul banco degli imputati don Stefanoni.</p>
<p> Il religioso è accusato di violenza sessuale nei confronti di un ex parrocchiano minorenne, affetto da un lieve ritardo mentale, che nel 2004 lo denunciò prima ai suoi compagni di scuola e ai familiari e in un secondo momento all'autorità giudiziaria. Stefanoni ha sempre respinto tutte le accuse, ma secondo quanto ha ricostruito in aula il pm "la videocassetta omopornografica trovata nella casa parrocchiale, la tipologia dei film acquistati sulla tv via satellite, i siti internet navigati, le chat frequentate, i soprannomi utilizzati e i rapporti intrattenuti con un suo ex parrocchiano di Ponte Tresa costituiscono una cornice perfetta per il quadro dipinto dalla vittima".</p>
<p> L'iscrizione del vescovo è indirettamente emersa nel corso della requisitoria del viceprocuratore della Repubblica di Como Maria Vittoria Isella. Il magistrato ha ripercorso la vicenda, sostenendo che l'inchiesta è nata sostanzialmente zoppa, dato che durante la fase delle indagini preliminari l'imputato era stato avvisato dell'esistenza delle stesse e di conseguenza furono impediti alcuni accertamenti. Che l'avviso fosse partito dal vescovo era emerso dalle indagini della polizia, dalle intercettazioni telefoniche e infine dallo stesso parroco di Laglio, che in aula aveva ammesso di essere stato convocato in Curia e poi avvisato da Maggiolini dell'esistenza di una denuncia a suo carico.</p>
<p>Nel pomeriggio sono intervenuti gli avvocati Bomparola e Martinelli, che difendono don Mauro. "Le accuse nei confronti del nostro assistito sono frutto di una macchinazione che ha preso spunto dalle devianze e dalle fantasie mentali di quel ragazzino" hanno detto i difensori, che puntano molto su una perizia medica.</p>
<p> Riguardo alla vicenda la Curia comasca ha sempre difeso l'indagato e lo stesso Maggiolini diffuse un comunicato per criticare gli organi stampa che si occuparono del caso:"Non si riesce a capire - scrisse - il perché di questa insistenza nell'accusare un prete che non è ancora stato condannato e c'è da augurarsi che non lo sia. Un cittadino è da considerare innocente finchè non sia giudicato con sentenza definitiva". Maggiolini chiarì anche perché, fino a quel momento, non avesse assunto una posizione ufficiale: "La Curia ha taciuto perché è meglio il silenzio che il cicaleccio, quando le vicende non sono ancora chiarite". Infine sottolineò che "la gente semplice e pacata guarda a don Mauro nella speranza di vederlo reintegrato pienamente nell'attività del ministero sacerdotale. Il resto è chiacchiera non sempre del tutto benevola. Per don Mauro prego. A lui sono vicino con affetto".</p>
<p> La sua opinione fu molto criticata: non solo don Mauro non fu mai sospeso in attesa di chiarire la sua posizione, ma, dopo un periodo di arresti domiciliari e l'autosospensione "per ragioni di salute", fu trasferito a Colico (Lecco) come coadiutore a contatto con bambini.<br /> <!-- fine TESTO --><br /> (<em><!-- inizio DATA -->13 maggio 2008<!-- fine DATA --></em>) </p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/05/13/ex-vescovo-indagato-per-aver-coperto-un-prete-pedofilo#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Tue, 13 May 2008 18:10:30 +0100</pubDate>	</item>
	<item>
	<title>suora schiava scappa</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/04/12/suora-schiava-scappa</link>
	<guid>http://memento.nireblog.com/post/2008/04/12/suora-schiava-scappa</guid>
		<description><![CDATA[<h2>Roma, religiosa di origini filippine scappa dal convento<br /> La madre superiora sotto accusa nega e parla di una vendetta<!-- fine OCCHIELLO --></h2>
<h1><!-- inizio TITOLO --><strong>Confessione choc di una suora<br /> "Io, trattata come una schiava"</strong><!-- fine TITOLO --></h1>
<div class="fotosxb"><!-- inizio FOTO1 --><img src="http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/cronaca/suora-schiava/suora-schiava/fran_12693323_13510.jpg" alt="<B>Confessione choc di una suora<br /> " /><!-- fine FOTO1 -->
<p><!-- inizio DIDA -->Il convento albergo delle suore dello Spirito Santo<!-- fine DIDA --></p>
</div>
<p><!-- inizio TESTO -->                      															                    <!-- inizio FIRMA --><span class="txt12"><em>di MARINO BISSO e CARLO PICOZZA</em></span><!-- fine FIRMA --><br /> <strong>ROMA</strong> - Scappa dal convento e si rifugia in un centro contro la violenza alle donne. È la storia di una suora trattata come schiava. Vittima di ricatti psicologici, si sottopone a visita ginecologica per far certificare la sua verginità. Angherie e vessazioni: cure mediche negate, mortificazioni e punizioni come "il bacio al pavimento". Le accuse sono finite ora al centro di un'inchiesta della procura di Roma che ha iscritto la madre superiora nel registro degli indagati contestandole il reato di maltrattamenti.</p>
<p>Il racconto choc della suora è stato confermato da due consorelle sentite ieri a palazzo di giustizia a Roma. L'inchiesta è coordinata dal sostituto procuratore Nicola Maiorano che ha affidato le indagini alla polizia giudiziaria diretta dal vicequestore Orlando Parrella.</p>
<p>Scenario dei presunti maltrattamenti è un convento, vicino all'ospedale Gemelli, della Congregazione dello Spirito Santo, che funziona da "albergo a una stella". Vittima, suor Maria (chiamiamola così), nata 48 anni fa nelle Filippine e sbarcata a Roma nel giugno del '97. Un anno fa, l'otto marzo giorno dedicato alle donne, la religiosa lo ricorda così: "Sono stata costretta ad allontanarmi dal convento perché gravemente ammalata e vittima di maltrattamenti da parte delle mie superiore". "Ora", continua, "ho trovato rifugio in un centro antiviolenza". Le sue sofferenze sono condensate in una denuncia presentata dall'avvocato Teresa Manente, dell'ufficio legale di "Differenza donna".</p>
<p>Al centro antiviolenza era stata accompagnata da due connazionali dell'associazione "Donne filippine". Una ventina di giorni dopo, "colpita da una grave emorragia", era stata costretta a lasciare il centro alla volta dell'ospedale San Camillo per essere operata. "Nonostante fossi gravemente malata da tempo", racconta, "la madre superiora mi privava di qualsiasi cura e assistenza medica, delle medicine e mi ordinava di continuare a lavorare". Già, i lavori: "Quando sono arrivata a Roma con altre consorelle", ricorda suor Maria, "mi era stato detto che avrei dovuto imparare l'italiano e dedicarmi all'apostolato con periodi di formazione e meditazione". "Ma - continua - ho sempre e solo lavorato nel <strong>convento che, in realtà, è una pensione a una stella</strong>, "Albergo suore dello Spirito Santo", con oltre 50 stanze". All'inizio, "da sola, dovevo preparare ogni giorno colazione, pranzo e cena per almeno 15 persone: al lavoro alle 6 per far mangiare le consorelle; alle 6.30 preghiera e messa e alle 8.30 servivo le colazioni in refettorio. Poi di nuovo ai fornelli per il pranzo delle 12.30. Quindi rassettavo la cucina per tornarvi alle 17 a preparare la cena". "Tre giorni a settimana, tra le 15 e le 17, pulizie in chiesa".</p>
<p>Cinque mesi e, "nel dicembre 1997, mi comparvero spaccature della pelle sulle mani: "Dermatite grave", diagnosticò il dermatologo", invitandola a tenere al riparo le mani. Ma la superiora minimizza e prescrive un'altra terapia: "Crema e guanti di gomma". "Le ferite facevano molto male ma non avevo il coraggio di chiedere di cambiare mansioni per paura che la superiora si arrabbiasse e mi accusasse di non aver voglia di lavorare". Ma le piaghe si infettano. Arriva la febbre. "Allora mi accompagnò in ospedale: il dermatologo avvertì che l'infezione metteva a rischio le dita". A suor Maria viene assegnato un altro lavoro: "Lavare e stirare biancheria di consorelle e ospiti". Tra le mura della Congregazione, suor Maria viene "sottoposta a continue aggressioni e umiliazioni". "Mi venivano consegnati 20 euro al mese", racconta, "e di ogni acquisto dovevo mostrare alla superiora gli scontrini". Quest'ultima, alcune settimane fa, è stata interrogata. Assistita dall'avvocato Stefano Merlini ha negato gli addebiti dicendo di essere vittima di una vendetta e di accuse inventate dalle tre suore.<br /> <!-- fine TESTO --><br /> (<em><!-- inizio DATA -->11 aprile 2008<!-- fine DATA --></em>)</p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/04/12/suora-schiava-scappa#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Sat, 12 Apr 2008 00:40:46 +0100</pubDate>	</item>
	<item>
	<title>prego, ammazzateci pure, tanto siamo solo italiani...</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/04/01/prego-ammazzateci-pure-tanto-siamo-solo-italiani</link>
	<guid>http://memento.nireblog.com/post/2008/04/01/prego-ammazzateci-pure-tanto-siamo-solo-italiani</guid>
		<description><![CDATA[<h2>Dieci anni dopo il pilota chiede clemenza e rivela: ci fu un accordo sulla condanna<br /> I due militari Usa non vogliono essere radiati con disonore <!-- fine OCCHIELLO --></h2>
<h1><!-- inizio TITOLO --><strong>"Cermis, patto segreto<br /> dietro il processo"  </strong><!-- fine TITOLO --></h1>
<h3><!-- inizio SOMMARIO --><!-- inizio FIRMA --><span class="txt12"><em>di ANDREA VISCONTI  </em></span><!-- fine FIRMA --><!-- fine SOMMARIO --></h3>
<p> <br />
<div class="fotosxb"><!-- inizio FOTO1 --><img src="http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/cronaca/cermis-patto/cermis-patto/stor_12159263_58130.jpg" alt="<B>"Cermis, patto segreto<br /> dietro il processo"  </B>" width="230" /><!-- fine FOTO1 --></div>
<p><!-- inizio TESTO -->                       															                    <strong>NEW YORK</strong> - A dieci anni dalla tragedia del Cermis il pilota e il co-pilota del Prowler che il 3 febbraio 1998 tranciò i cavi della funivia di Cavalese non sono ancora convinti di meritare di essere radiati dai Marines con disonore. È in corso infatti una procedura in appello per Richard Ashby e Joseph Schweitzer che quel giorno erano ai comandi di un aereo decollato da Aviano che aveva sorvolato Cavalese in maniera spericolata.</p>
<p> Velocità eccessiva e violazione dei limiti minimi di altitudine di volo furono i fattori esaminati dalla Corte marziale che scagionò i due Marines dall'accusa di omicidio colposo. Furono però radiati con disonore dalle forze militari per avere interferito con la giustizia. Avevano nascosto un videotape che riprendeva le manovre spericolate di quel giorno e lo avevano distrutto gettandolo il un falò. Una punizione all'acqua di rose: Ashby fu condannato a sei mesi di reclusione, di cui ne scontò solo quattro per buona condotta, e Schweitzer non passò neppure un giorno in carcere.</p>
<p> Andando in appello i due Marines hanno dimostrato di non accettare neppure questo verdetto così benevolo. Vorrebbero vedere rovesciata la radiazione con disonore per ottenere la pensione e altri vantaggi amministrativi. Richard Ashby ha chiesto che il giudice conceda la clemenza: bisognerà aspettare il 15 febbraio per vedere se l'autorità giudiziaria militare è intenzionata a concederla. Ashby basa la sua richiesta su quello che secondo lui fu un vizio nelle procedure giuridiche.</p>
<p> Sostiene infatti che ai tempi del processo che si tenne a Camp Lejeune, in North Carolina e durò quasi un anno - ci fu un patto riservato fra accusa e difesa per scagionare lui e il co-pilota delle accuse più gravi riservando però loro una bacchettata sulle mani, forse per soddisfare le pressioni che venivano dall'Italia. Ashby e Schweitzer ritengono che dieci anni fa i due team legali si erano messi d'accordo per mettere sotto il tappeto l'accusa di omicidio colposo multiplo. Ma l'accordo prevedeva di tenere duro per quanto riguarda l'accusa di avere occultato e distrutto le prove.</p>
<p>La loro colpevolezza significava perdere tutti i benefici di una carriera militare. Non soltanto la pensione ma anche condizioni favorevoli come il diritto a mutui a tassi agevolati, assicurazioni mediche e sulla vita basso costo e l'accesso a banche che offrono prodotti finanziari attraenti esclusivamente per militari sia attivi che in pensione. Ad Ashby, che oggi ha 42 anni, non andava giù di perdere tutti questi privilegi ed è andato in appello. A prendere in mano la situazione è stato il generale Joseph Weber, comandante del Marine Corps Forces Command, che ha messo in moto un procedimento per rivisitare il caso di Ashby e Schweitzer.</p>
<p> Nel caso di quest'ultimo la decisione è arrivata il 28 novembre scorso. Il generale Weber ha deciso che la procedura giuridica fu corretta e non c'era motivo di cambiare il verdetto. Era stato questo giovane di Long Island a distruggere le prove qualche giorno dopo la tragedia. Schweitzer il 1 novembre scorso aveva testimoniato davanti al tribunale di Camp Lejeune facendosi perfino venire le lacrime agli occhi. Aveva dichiarato di non aver mai visionato le immagini del videotape girate quel lontano 3 febbraio. "Accetto la responsabilità per le mie azioni e rispetto la decisione che fu presa dalla giuria", aveva detto Schweitzer.</p>
<p> Per Ashby invece la questione è ancora aperta e non è detto che Weber debba pronunciarsi in modo analogo. Una cosa il generale non ha il potere di fare: non può aumentare la sentenza che fu imposta allora. Potrebbe eventualmente ridurla eliminando le conseguenze amministrative negative. Si saprà solo dopo il 15 di febbraio se la clemenza è una strada percorribile.</p>
<p> Quel giorno di dieci anni fa c'erano altri due piloti dei Marines a bordo del Prowler. Anche loro furono sottoposti a Corte marziale ma sia William Rainey che Chandler Seagraves furono giudicati non colpevoli in quanto non solo non erano ai comandi ma, seduti dietro, avevano anche scarsa visibilità delle manovre. Nonostante questo sorprende perfino coloro che seguono da vicino il sistema di giustizia militare Usa il fatto che Seagraves abbia continuato a volare.</p>
<p> Anzi nel settembre 2002 gli fu data addirittura l'opportunità di distinguersi diventando pilota d'élite con i cosiddetti "Angeli Azzurri". Da allora ha accumulato oltre 1900 ore di volo ottenendo tre medaglie e vari riconoscimenti. Una volta ha perfino partecipato al noto David Letterman Show in tarda serata facendo battute sui privilegi riservati a questi piloti.<br /> <!-- do nothing --><br /> <!-- do nothing -->                  				<!-- fine TESTO --><br /> (<em><!-- inizio DATA -->2 febbraio 2008<!-- fine DATA --></em>) </p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/04/01/prego-ammazzateci-pure-tanto-siamo-solo-italiani#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Tue, 01 Apr 2008 13:22:11 +0100</pubDate>	</item>
	<item>
	<title>altri due giornalisti uccisi in Russia</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/03/22/altri-due-giornalisti-uccisi-in-russia</link>
	<guid>http://memento.nireblog.com/post/2008/03/22/altri-due-giornalisti-uccisi-in-russia</guid>
		<description><![CDATA[<h2>Ilia Shurpaiev, inviato tv per il Caucaso russo, trovato morto in casa a Mosca<br /> Gadji Abachilov ucciso mentre guidava l'auto a Makhatchkala, nel Daghestan<!-- fine OCCHIELLO --></h2>
<h1><!-- inizio TITOLO --><strong>Russia, due giornalisti uccisi<br /> Entrambi esperti di Caucaso</strong><!-- fine TITOLO --></h1>
<h3><!-- inizio SOMMARIO -->Gli investigatori negano collegamenti tra i delitti. Allarme nella comunità dei reporter<br /> Lunga la lista delle morti sospette. La Politkovskaia il caso più clamoroso<!-- fine SOMMARIO --></h3>
<p> <!-- inizio TESTO -->                                                                                                            <strong>MOSCA</strong> - Due giornalisti uccisi nello stesso giorno. Uno è stato trovato cadavere nel suo appartamento a Mosca. L'altro a Makhatchkala, capitale della repubblica del Daghestan (Caucaso russo). Il primo strangolato, al secondo hanno sparato in auto mentre guidava. Luoghi, modalità e dinamiche diverse ma i due delitti hanno un legame molto forte: entrambi i reporter erano esperti di affari caucasici per i rispettivi media. La polizia è cauta nello stabilire nessi e causalità tra i due delitti. Ma ce ne è quanto basta per mettere in allarme la comunità internazionale e russa dei reporter.</p>
<p> <strong>Il giornalista di Mosca</strong>. Il cadavere di Ilia Shurpaiev, 33 anni, originario del Daghestan e inviato del primo canale televisivo per il Caucaso russo, è stato trovato nella camera da letto con ferite da taglio e una cintura attorno al collo. Morto per strangolamento, dicono i primi esami. Shurpaiev non si considerava affatto un dissidente: ma il suo nome era apparso su un quotidiano daghestano, <em>Il tempo attuale</em>, come uno dei cronisti che discreditavano la piccola repubblica autonoma del Caucaso del nord. Gli investigatori non escludono la pista dell'attività professionale. Il giornalista aveva lavorato molto nei teatri più caldi del paese e del Caucaso ex sovietico, dalla Cecenia al Daghestan, dall'Inguscezia alle repubbliche georgiane secessioniste di Ossezia del sud e Abkhazia. Teneva un blog su internet dove poche ore prima della morte aveva commentato la decisione di 'Il tempo attuale' di includerlo in una lista nera: "Così ora sarei un dissidente? Che stupidaggine! Non ho mai fatto politica in Daghestan, neanche a livello di piccoli enti locali, perché sono troppo pigro e non ho mai tempo".</p>
<p><strong>La seconda vittima</strong>. Si chiama Gadji Abachilov ed è stato trovato cadavere nell'auto a Makhatchkala, capitale della repubblica del Daghestan (Caucaso russo). "E' stato ucciso da alcuni sconosciuti che gli hanno sparato mentre era a bordo della sua automobile a Makhatchkala. Il suo autista, gravemente ferito, è stato ricoverato in ospedale", ha dichiarato per telefono all'agenzia <em>France Presse</em> Mark Tolchinski, portavoce del ministero dell'interno russo nel Daghestan. Abachilov dirigeva l'emittente televisiva Daghestan, antenna locale de la catena pubblica Russia.</p>
<p> <strong>La lunga lista dei reporter uccis</strong>i. Nonostante investigatori e politici non stabiliscano collegamenti, i due delitti potrebbero inserirsi nella lunga lista di giornalisti uccisi nella Russia post-sovietica col sistema degli omicidi su commissione. Fra i casi più eclatanti, va ricordato negli anni '90 il molto noto opinionista televisivo Vladislav Listiev, ucciso nel 1995 a colpi di pistola davanti alla sua abitazione: una morte che ai tempi di Boris Ieltsin aveva fatto un enorme scandalo e che la stampa riteneva legata alle guerre fra oligarchi per il controllo del promettente settore della pubblicità in tv. L'anno prima, era stato ucciso con un pacco esplosivo Dmitri Kholodov, un giovane cronista che stava svolgendo una inchiesta su un traffico di armi che coinvolgeva pezzi grossi del ministero della difesa. Nell'era di Vladimir Putin, lo stillicidio è continuato: Paul Khlebnikov, direttore dell'edizione russa della rivista <em>Forbes</em>, è stato ucciso nel luglio del 2004 mentre usciva dalla sua redazione. Era un reporter scomodo per molti: per l'ex oligarca Boris Berezovski, da lui denunciato in un libro, per il potere del Cremlino e la sua deriva autoritaria, per la guerriglia cecena, messa alla berlina con un altro testo, <em>Conversazioni con un barbaro</em>.</p>
<p> <!-- do nothing --> Poi l'uccisione che più ha fatto scalpore in Occidente, quella di Anna Politkovskaia, ottobre del 2006: le sue denunce degli abusi russi in Cecenia e i suoi legami con le organizzazioni per i diritti umani ne avevano fatta una cronista simbolo della lotta al potere costituito. Infine, nel marzo 2007, il misterioso 'suicidio' colpì Ivan Safronov, esperto militare del quotidiano <em>Kommersant</em> e colonnello in congedo. Stava indagando su un presunto traffico di armi con la Siria, secondo alcune fonti. Si sarebbe gettato dal pianerottolo della sua abitazione con in mano una busta di mandarini che aveva appena acquistato al mercato.<br /> <!-- do nothing -->                    <!-- fine TESTO --><br /> (<em><!-- inizio DATA -->21 marzo 2008<!-- fine DATA --></em>) </p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/03/22/altri-due-giornalisti-uccisi-in-russia#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Sat, 22 Mar 2008 20:25:55 +0100</pubDate>	</item>
	<item>
	<title>infame chi denuncia i poliziotti che delinquono</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/03/18/infame-chi-denuncia-i-poliziotti-che-delinquono</link>
	<guid>http://memento.nireblog.com/post/2008/03/18/infame-chi-denuncia-i-poliziotti-che-delinquono</guid>
		<description><![CDATA[<h2>Marco Poggi, infermiere penitenziario, era in servizio in quei tre giorni<br /> Il racconto al pm e un libro sulla vicenda: "Quegli uomini dovevano essere sospesi" <!-- fine OCCHIELLO --></h2>
<h1><!-- inizio TITOLO --><strong>"Io, l'infame della caserma<br /> che ha denunciato quelle torture"</strong><!-- fine TITOLO --></h1>
<h3><!-- inizio SOMMARIO --><!-- inizio FIRMA --><span class="txt12"><em>di GIUSEPPE D'AVANZO</em></span><!-- fine FIRMA --><!-- fine SOMMARIO --></h3>
<p> <br />
<div class="fotosxb"><!-- inizio FOTO1 --><img src="http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/g8-genova-2/infame-bolzaneto/stor_12521950_24490.jpg" alt="<B>"Io, l'infame della caserma<br /> che ha denunciato quelle torture"</B>" width="230" /><!-- fine FOTO1 -->
<p><!-- inizio DIDA -->Marco Poggi<!-- fine DIDA --></p>
</div>
<p><!-- inizio TESTO --> MARCO Poggi, infermiere penitenziario, entrò in servizio a Bolzaneto alle 20 di venerdì 20 luglio 2001 e ci rimase fino alle 15, 15.30 di domenica 22 luglio. "Ho visto picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti con schiaffi, pugni, calci, testate contro il muro". "Picchiava la polizia di stato ma soprattutto il "gruppo operativo mobile" e il "nucleo traduzioni" della polizia penitenziaria. Ho visto trascinare un detenuto in bagno, da tre o quattro agenti della "penitenziaria". Gli dicevano: "Devi pisciare, vero?". Una volta arrivati nell'androne del bagno, ho sentito che lo sottoponevano a un vero e proprio linciaggio...".</p>
<p> Marco Poggi dice che sa che cos'è la violenza. "Ci sono cresciuto dentro. Ho "rubato" la terza elementare ai corsi serali delle 150 ore e sono andato infermiere in carcere per buscarmi il mio pezzo di pane. Per anni ho lavorato al carcere della Dozza a Bologna. Un posto mica da ridere. Tossici, ladri di galline, mafiosi, trans, stupratori. La violenza la respiravi come aria, ma quel che ho visto a Bolzaneto in quei giorni non l'avrei mai ritenuto possibile, prima. Alcuni detenuti non capivano come fare le flessioni di routine previste dalla perquisizione di primo ingresso in carcere. Meno capivano e più venivano picchiati a pugni e calci dagli agenti della polizia penitenziaria. Gli ufficiali, i sottufficiali guardavano, ridevano e non intervenivano. Ho visto il medico, vestito con tuta mimetica, anfibi, maglietta blu con stampato sopra il distintivo degli agenti della polizia penitenziaria, togliere un piercing dal naso di una ragazza che era in quel momento sottoposta a visita medica e intanto le diceva: "Sei una brigatista?"".</p>
<p> Marco Poggi è "l'infame di Bolzaneto". Così lo chiamavano alcuni agenti della "penitenziaria" e lui, in risposta, per provocazione, per orgoglio, per sfida, proprio in quel modo - Io, l'infame di Bolzaneto - ha voluto titolare il libro che raccoglie la sua testimonianza. Poggi è stato il primo - tra chi era dall'altra parte - a sentire il dovere di rompere il cerchio del silenzio. "Delle violenze nelle strade di Genova - dice - c'erano le immagini, le foto, i filmati. Tutto è avvenuto alla luce del sole. A Bolzaneto, no. Le violenze, le torture si sono consumate dietro le mura di una caserma, in uno spazio chiuso e protetto, in un ambiente che prometteva impunità. Solo chi l'ha visto, poteva raccontarlo. Solo chi c'era poteva confermare che il racconto di quei ragazzi vittime delle violenze era autentico. Io ero tra quelli. Che dovevo fare, allora? Dopo che sono tornato a casa da Genova, per giorni me ne sono stato zitto, anche con i miei. Io sono un pavido, dico sempre. Ma in quei giorni avevo come un dolore al petto, un sapore di amaro nella bocca quando ascoltavo il bla bla bla dei ministri, le menzogne, la noncuranza e infine le accuse contro quei ragazzi. Non ho studiato - l'ho detto - ma la mia famiglia mi ha insegnato il senso della giustizia. Non ho la fortuna di credere in Dio, ho la fortuna di credere in questa cosa - nella giustizia - e allora mi sono ripetuto che non potevo fare anch'io scena muta come stavano facendo tutti gli altri che erano con me, accanto a me e avevano visto che quel che io avevo visto. Ne ho parlato con i miei e loro mi hanno detto che dovevo fare ciò che credevo giusto perché mi sarebbero stati sempre accanto. E l'ho fatta, la cosa giusta. Interrogato dal magistrato, ho detto quel che avevo visto e non ci ho messo coraggio, come mi dicono ora esagerando. Non sono matto. Ci ho messo, credo, soltanto l'ossequio per lo stato, il rispetto per il mio lavoro e per gli agenti della polizia carceraria - e sono la stragrande maggioranza - che non menano le mani".</p>
<p> Marco Poggi ha pagato il prezzo della sua testimonianza. "Beh! - dice - un po' sì, devo dirlo. Dopo la testimonianza, in carcere mi hanno consigliato - vivamente, per dire così - di lasciare il lavoro. Dicevano che quel posto per me non era più sicuro. Qualcuno si è divertito con la mia auto, rovinandomela. Qualche altro mi ha spedito la mia foto con su scritto: "Te la faremo pagare". Il medico con la mimetica e gli anfibi mi ha denunciato per calunnia. Ma il giudice ha archiviato la mia posizione e con il lavoro mi sono arrangiato con contratti part-time in case di riposo per anziani. Oggi, anche se molti continuano a preoccuparsi della mia integrità più di quanto faccia solitamente la mia famiglia, sono tornato a lavorare in carcere, allo psichiatrico di Castelfranco Emilia. Mi faccio 160 chilometri al giorno, ma va bene così. Sono tutti gentili con me, l'infame di Bolzaneto".</p>
<p> Dice Marco Poggi che "se i reati non ci sono - se la tortura non è ancora un reato - non è che te li puoi inventare". Dice che lui "lo sapeva fin dall'inizio che poi le condanne sarebbero state miti e magari cancellate con la prescrizione". Dice Poggi che però "quel che conta non è la vendetta. La vendetta è sempre oscena. Il direttore del carcere di Bologna Chirolli - una gran brava persona che mi ha insegnato molte cose sul mio lavoro - ci ripeteva sempre che lo Stato ha il dovere di punire e mai il diritto di vendicarsi. Mi sembra che sia una frase da tenere sempre a mente. Voglio dire che importanza ha che quelli di Bolzaneto, i picchiatori, non andranno in carcere? Non è che uno voglia vederli per forza in gabbia. La loro detenzione potrebbe apparire oggi soltanto una vendetta, mi pare. Quel che conta è che siano puniti e che la loro punizione sia monito per altri che, come loro, hanno la tentazione di abusare dell'autorità che hanno in quel luogo nascosto e chiuso che è il carcere, la questura, la caserma. Per come la penso io, la debolezza di questa storia non è nel carcere che quelli non faranno, ma nella sanzione amministrativa che non hanno ancora avuto e che non avranno mai. Che ci vuole a sospenderli da servizio? Non dico per molto. Per una settimana. Per segnare con un buco nero la loro carriera professionale. È questa la mia amarezza: vedere i De Gennaro, i Canterini, i Toccafondi al loro posto, spesso più prestigioso del passato, come se a Genova non fosse accaduto nulla. Io credo che bisogna espellere dal corpo sano i virus della malattia e ricordarsi che qualsiasi corpo si può ammalare se non è assistito con attenzione. Quella piccola minoranza di poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, medici che è si abbandonata alle torture di Bolzaneto è il virus che minaccia il corpo sano. Sono i loro comportamenti che hanno creato e possono creare, se impuniti, sfiducia nelle istituzioni, diffidenza per lo Stato. Possono trasformare gli uomini in divisa - tutti, i moltissimi buoni e i pochissimi cattivi - in nemici del cittadino. Non ci vuole molto a comprendere - lo capisco anch'io e non ho studiato - che soltanto se si fa giustizia si potrà restituire alle vittime di Genova, ai giovani che vanno in strada per manifestare le loro idee, fiducia nella democrazia e non rancore e frustrazione. I giudici fanno il loro lavoro, ma devono fare i conti con quel che c'è scritto nei codici, con quel che viene fuori dai processi. Non parlo soltanto dei processi, è chiaro. Parlo della responsabilità della politica. Che cosa ha fatto la politica per sanare le ferite di Genova? Gianfranco Fini, che era al governo in quei giorni, disse che, se fossero emerse delle responsabilità, sarebbero state severamente punite. Perché non ne parla più, ora che quelle responsabilità sono alla luce del sole? Perché Luciano Violante si oppose alla commissione parlamentare d'inchiesta? Dopo sette anni questa pagina nera rischia di chiudersi con una notizia di cronaca che dà conto di una sentenza di condanna, peraltro inefficace, senza che la politica abbia fatto alcuno sforzo per riconciliare lo Stato e le istituzioni con i suoi giovani. Ecco quel che penso, e temo". </p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/03/18/infame-chi-denuncia-i-poliziotti-che-delinquono#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Tue, 18 Mar 2008 22:07:53 +0100</pubDate>	</item>
	<item>
	<title>Cesare Geronzi indagato anche a Perugia</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/03/18/cesare-geronzi-indagato-anche-a-perugia</link>
	<guid>http://memento.nireblog.com/post/2008/03/18/cesare-geronzi-indagato-anche-a-perugia</guid>
		<description><![CDATA[<h2>Il processo per calunnia intentato dal banchiere contro Gaucci<br /> Il presidente di Mediobanca in difficoltà sui rapporti con l'ex paron del Perugia Calcio<!-- fine OCCHIELLO --></h2>
<h1><!-- inizio TITOLO --><strong>Geronzi indagato anche a Perugia<br /> 'Disse il falso sulla vendita di Nakata'</strong><!-- fine TITOLO --></h1>
<h3><!-- inizio SOMMARIO --><!-- inizio FIRMA --><span class="txt12"><em>di CORRADO ZUNINO</em></span><!-- fine FIRMA --><!-- fine SOMMARIO --></h3>
<p> <br />
<div class="fotosxb"><!-- inizio FOTO1 --><img src="http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/cronaca/geronzi-indagato/geronzi-indagato/lapr_12519194_35070.jpg" alt="<B>Geronzi indagato anche a Perugia<br /> 'Disse il falso sulla vendita di Nakata'</B>" width="230" /><!-- fine FOTO1 -->
<p><!-- inizio DIDA -->Cesare Geronzi<!-- fine DIDA --></p>
</div>
<p> <!-- inizio TESTO -->                       															                    <strong>ROMA</strong> - E ora Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca, è indagato anche a Perugia. Il sostituto procuratore Antonella Duchini lo ha messo sotto inchiesta perché avrebbe detto il falso a proposito della vendita del giapponese Hidetoshi Nakata alla Roma di Franco Sensi, all'inizio del Duemila. Il fatto è emerso questa mattina a Roma, nell'aula 6 del Tribunale dove si sta celebrando un processo per calunnia. L'avrebbe subita lo stesso Geronzi da parte di Luciano Gaucci.</p>
<p> L'interrogatorio del banchiere è stato sospeso per consentire al giudice romano Giuseppina Guglielmi di farsi spedire l'atto dell'iscrizione nel registro degli indagati di Geronzi. "False informazioni al pm", era l'accusa. Confermata a metà mattina.</p>
<p> Si è scoperto che il sostituto procuratore di Perugia ha indagato Geronzi dopo aver confrontato la memoria spedita da Santo Domingo da Gaucci, latitante ai Caraibi con l'accusa di bancarotta fraudolenta, con un dossier realizzato dall'ex allenatore del Perugia Arcadio Spinozzi, numero due di Vujadin Boskov nella stagione '98-'99, realizzato e spedito in procura nel tentativo di recuperare un credito di 65 milioni di lire nei confronti del club fallito. Con le nuove carte ora vengono messe in discussione alcune ragioni di quell'affare: ovvero, il prezzo di vendita di Nakata, che secondo le nuove fonti potrebbe salire a 42 miliardi di lire, il reale valore del giocatore e l'intervento sull'affare di Cesare Geronzi, presidente della banca Capitalia che all'epoca aveva in pegno il 99 per cento delle azioni del Perugia di Gaucci. Nell'atto di Arcadio Spinozzi si parla anche, marginalmente, dell'ex presidente della Federcalcio, Franco Carraro. "Sono accuse prive di riscontri", ha detto il difensore di Geronzi, l'avvocato Emilio Ricci, "chiederemo presto l'archiviazione".</p>
<p> Tutta la questione ruota intorno a un punto decisivo per l'intera vicenda calcio: quali sono stati gli interessi di Cesare Geronzi nel campionato e nei suoi club? Quale il rapporto professionale con la figlia Chiara, fondatrice della società di procuratori Gea World, e con la figlia Benedetta, prima dipendente della Lega calcio e poi consulente della Federcalcio di Franco Carraro. Carraro, va ricordato, oltre a presiedere la Figc in quegli anni è stato il numero uno della merchant bank di Capitalia, il Mediocredito centrale (lo è tuttora).<br /> <!--inserto--><br />
<div id="adv180x150m"><!-- OAS_RICH('Middle'); //--></div>
<p> <!--/inserto--><br /> Nel corso del processo romano, alzando spesso i toni, il banchiere Geronzi ha respinto i tentativi dei difensori di Gaucci, l'avvocato Catullo e il professor Sammarco, di accostarlo alla finanza del calcio utilizzando carte del processo Gea. Tra queste, un interrogatorio di Callisto Tanzi in cui l'ex presidente Parmalat ha confessato che la genesi della Gea World era da cercare in un accordo tra Cesare Geronzi e Luciano Moggi. Il motivo del processo in corso - il reato di calunnia - non ha consentito di allargare il tiro sulla parabola processual-finanziaria del calcio contemporaneo.</p>
<p> Geronzi ha invece zoppicato nel tentativo di smentire il dossier realizzato da Gaucci sul suo conto. Il finanziere prima ha negato ogni rapporto personale e familiare tra la sua famiglia e quella dell'ex patron del Perugia, poi, però, ha dovuto ammettere di aver invitato al matrimonio di sua figlia Chiara l'ex autista Luciano Gaucci: "Chiara fu praticamente costretta a farlo dopo aver ricevuto in regalo un quadro di Pino Maggio". Geronzi ha anche spiegato che le pratiche sui fidi a Gaucci - arrivato a un'esposizione con Capitalia di 22 milioni di euro, poi transati con un accordo per 5 milioni - venivano affidati automaticamente alle filiali e agli uffici della banca, ma ha dovuto ammettere di aver incontrato Gaucci "due o tre volte". Ha ricordato, ancora, come il presidente del Perugia gli fosse stato presentato nella seconda metà degli anni '80 da Giulio Andreotti con una telefonata: "Gaucci venne alla Banca di Roma e per mezz'ora mi parlò della sue imprese".</p>
<p> Il presidente di Mediobanca ha confermato in aula di essere sotto processo per bancarotta in due procedimenti a Roma e a Parma (Cirio e Parmalat) e, sulla questione "regalie di Gaucci", di aver ricevuto a più riprese, "per Natale, per Pasqua e i miei compleanni", pesce in abbondanza, pane casareccio, bottiglie di champagne, cesti "che poi davamo in beneficenza a Don Picchi". Ha parlato di insistenza fastidiosa del presidente del Perugia, ma poi ha dovuto ammettere di aver montato nel giardino della sua villa a Marino, ai Castelli romani, una vasca costituita da cinque blocchi di pietra "che mi aveva portato l'autista di Gaucci, il signor Macellari, un signore molto invadente a cui non ho voluto fare una scortesia rifiutando quelli che erano pezzi dismessi da una villa di Gaucci".</p>
<p> <!-- do nothing --> Di fronte alle perplessità del giudice - "ma non sarebbe stato più opportuno rifiutare gli avanzi della villa di Gaucci?" - , Geronzi si è scomposto: "Ho fatto un errore, ci sono motivi di opportunità...". E ha poi ha inciampato alla successiva domanda sulle tre "statue di valore" ricevute in dono: "Ora non ricordo... Forse sì... ma non sono antiche, non sono di valore...". Infine, ha negato con decisione di aver preso tangenti da Gaucci: l'ex patron ha messo per iscritto di avergli dato 200 milioni lire per ognuno dei 18 finanziamenti concessi dalla sua banca tra l'89 e il '92.<br /> <!-- do nothing --><!-- fine TESTO --><br /> (<em><!-- inizio DATA -->17 marzo 2008<!-- fine DATA --></em>)
</p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/03/18/cesare-geronzi-indagato-anche-a-perugia#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Tue, 18 Mar 2008 19:42:47 +0100</pubDate>	</item>
	<item>
	<title>&quot;Aborti nella clinica delle suore&quot;</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/03/15/aborti-nella-clinica-delle-suore</link>
	<guid>http://memento.nireblog.com/post/2008/03/15/aborti-nella-clinica-delle-suore</guid>
		<description><![CDATA[<h2>I sospetti su Villa Serena dopo le intercettazioni telefoniche agli atti dell'inchiesta<br /> Indagata anche un'assistente del ginecologo suicida e alcuni suoi colleghi<!-- fine OCCHIELLO --></h2>
<h1><!-- inizio TITOLO --><strong>Genova, lo scandalo si allarga<br /> "Aborti nella clinica delle suore"</strong><!-- fine TITOLO --></h1>
<h3><!-- inizio SOMMARIO --><!-- inizio FIRMA --><span class="txt12"><em>di GIUSEPPE FILETTO</em></span><!-- fine FIRMA --><!-- fine SOMMARIO --></h3>
<p> <br />
<div class="fotosxb"><!-- inizio FOTO1 --><img src="http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/cronaca/ginecologo-suicida/aborti-clinica/ansa_12497199_46090.jpg" alt="<B>Genova, lo scandalo si allarga<br /> "Aborti nella clinica delle suore"</B>" width="230" /><!-- fine FOTO1 -->
<p><!-- inizio DIDA -->L'ingresso di Villa Serena<!-- fine DIDA --></p>
</div>
<p><!-- inizio TESTO -->                       															                    <strong>GENOVA - </strong>Le suore di Villa Serena, la clinica gestita dalle religiose, dove il ginecologo Ermanno Rossi avrebbe praticato l'aborto clandestino, ripetono che "nella casa di cura si sono effettuati semplici raschiamenti". Ma a contraddirle sarebbe un'intercettazione telefonica: "Dottor Rossi, ho deciso di interrompere la gravidanza", dice la donna al telefono. "Va bene, ci vediamo al più presto - risponde il medico, indagato e suicida lunedì scorso - prendo l'agenda e le cerco un appuntamento".</p>
<p> La telefonata è di una delle due pazienti che si sono sottoposte all'aborto clandestino a "Villa Serena", clinica elegante nel quartiere residenziale di Albaro. A Genova, nella città del cardinale Angelo Bagnasco, il presidente della Cei, che guida anche l'ospedale Galliera, dove anche la procreazione assistita è un "imbarazzo".</p>
<p> Altre simili intercettazioni, raccolte dai Nas, sarebbero contestate alle 8 donne indagate, ieri interrogate dal pm Sabrina Monteverde. Gli atti dell'inchiesta sono secretati, ma da Palazzo di Giustizia trapela che potrebbero esserci nuovi avvisi di garanzia. Infatti, la donna sotto interrogatorio avrebbe ammesso al pm l'aborto e non il raschiamento. Giura, però, che era all'oscuro di violare la legge 194 ed avrebbe raccontato che in sala operatoria, oltre al ginecologo, erano presenti un anestesista e un'infermiera ferrista.<br /> E forse anche un altro ginecologo.</p>
<p> Così nell'inchiesta oltre alle otto donne indagate potrebbero essere coinvolti anche anestesisti e ferristi che avrebbero aiutato il medico. Stando a quanto dicono i ginecologi, sarebbe impossibile che uno specialista possa praticare l'aborto senza il sostegno di altro personale qualificato. Non solo nella clinica Villa Serena, ma anche negli studi di Genova e di Rapallo.</p>
<p> Ieri, seconda giornata di interrogatori, è stata anche un'assistente del ginecologo, una quarantenne con due figli, che saputo di essere incinta per la terza volta, ha chiesto di abortire. Nello stesso studio medico in cui lavorava. Una funzionaria di 35 anni avrebbe interrotto la gravidanza a Villa Serena, con la prognosi ufficiale di "raschiamento". Le indagini avrebbero accertato che si trattava di un aborto. "Non ci risulta dalla documentazione clinica", ripete Pierpaolo Bottino, legale della casa di cura.</p>
<p>Comunque, nei giorni scorsi i carabinieri hanno sequestrato alcune cartelle cliniche e ieri il consiglio di amministrazione di Villa Serena ha comunicato che "non sono mai state praticate interruzioni volontarie di gravidanza in quanto casa di cura retta, fin dalla sua fondazione, da personale religioso ovviamente contrario sia dal punto di vista del diritto naturale sia per morale cristiana all'aborto volontario".</p>
<p> In ogni modo, la scelta della clinica privata sarebbe stata motivata dalla riservatezza e dai tempi rapidi, cose che stando alle dichiarazioni delle donne indagate, "non sarebbero garantite dalle strutture pubbliche". In proposito l'assessore regionale alla Sanità, Claudio Montaldo, assicura che la Regione anticiperà le linee guida redatte dal ministro Livia Turco sull'applicazione della "194".<br /> <!-- fine TESTO --><br /> (<em><!-- inizio DATA -->15 marzo 2008<!-- fine DATA --></em>) </p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/03/15/aborti-nella-clinica-delle-suore#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Sat, 15 Mar 2008 19:05:08 +0100</pubDate>	</item>
	<item>
	<title>Se un voto si compra con cinquanta euro...</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/03/15/se-un-voto-si-compra-con-cinquanta-euro</link>
	<guid>http://memento.nireblog.com/post/2008/03/15/se-un-voto-si-compra-con-cinquanta-euro</guid>
		<description><![CDATA[<h2>L'autore di "Gomorra" e le elezioni: nessuno vincerà se si ignora la criminalità organizzata<br /> "Le mafie dominano un terzo del Paese e condizionano interi settori dell'economia legale"<!-- fine OCCHIELLO --></h2>
<h1><!-- inizio TITOLO --><strong>Se un voto si compra<br /> con cinquanta euro</strong><!-- fine TITOLO --></h1>
<h3><!-- inizio SOMMARIO --><!-- inizio FIRMA --><span class="txt12"><em>di ROBERTO SAVIANO</em></span><!-- fine FIRMA --><!-- fine SOMMARIO --></h3>
<p> <br />
<div class="fotosxb"><!-- inizio FOTO1 --><img src="http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/cronaca/saviano-minacce/voti-venduti/stor_12496718_11270.jpg" alt="<B>Se un voto si compra<br /> con cinquanta euro</B>" width="230" /><!-- fine FOTO1 -->
<p><!-- inizio DIDA -->Roberto Saviano<!-- fine DIDA --></p>
</div>
<p><!-- inizio TESTO --> NESSUNO vincerà le elezioni in Italia. Nessuno. Perché finora tutti sembrano ignorare una questione fondamentale che si chiama "organizzazioni criminali" e ancor più "economia criminale". Non molto tempo fa il rapporto di Confesercenti valutò il fatturato delle mafie intorno a 90 miliardi di euro, pari al 7 per cento del Pil, l'equivalente di cinque manovre finanziarie. Il titolo "La mafia s. p. a. è la più grande impresa italiana" fece il giro di tutti i giornali del mondo, eppure in campagna elettorale nessuno ne ha parlato ancora.</p>
<p> E nessuna parte politica sino a oggi è riuscita a prescindere dalla relazione con il potere economico dei clan. Mettersi contro di loro significa non solo perdere consenso e voti, ma anche avere difficoltà a realizzare opere pubbliche.</p>
<p> Non le vincerà nessuno, queste elezioni. Perché se non si affronta subito la questione delle mafie le vinceranno sempre loro. Indipendentemente da quale schieramento governerà il paese. Sono già pronte, hanno già individuato con quali politici accordarsi, in entrambi i schieramenti. Non c'è elezione in Italia che non si vinca attraverso il voto di scambio, un'arma formidabile al sud dove la disoccupazione è alta e dopo decenni ricompare persino l'emigrazione verso l'estero. E' cosa risaputa ma che nessuno osa affrontare.</p>
<p> Quando ero ragazzino il voto di scambio era più redditizio. Un voto: un posto di lavoro. Alle poste, ai ministeri, ma anche a scuola, negli ospedali, negli uffici comunali. Mentre crescevo il voto è stato venduto per molto meno. Bollette del telefono e della luce pagate per i due mesi precedenti alle elezioni e per il mese successivo. Nelle penultime la novità era il cellulare. Ti regalavano un telefonino modificato per fotografare la scheda in cabina senza far sentire il click. Solo i più fortunati ottenevano un lavoro a tempo determinato.</p>
<p> Alle ultime elezioni il valore del voto era sceso a 50 euro. Quasi come al tempo di Achille Lauro, l'imprenditore sindaco di Napoli che negli anni cinquanta regalava pacchi di pasta e la scarpa sinistra di un paio nuovo di zecca, mentre la destra veniva recapitata dopo la vittoria. Oggi si ottengono voti per poco, per pochissimo. La disperazione del meridione che arriva a svendere il proprio voto per 50 euro sembra inversamente proporzionale alla potenza della più grande impresa italiana che lo domina.</p>
<p>Mai come in questi anni la politica in Italia viene unanimemente disprezzata. Dagli italiani è percepita come prosecuzione di affari privati nella sfera pubblica. Ha perso la sua vocazione primaria: creare progetti, stabilire obiettivi, mettere mano con determinazione alla risoluzione dei problemi. Nessuno pretende che possa rigenerarsi nell'arco di una campagna elettorale.</p>
<p> Ma nel vuoto di potere in cui si è fatta serva di maneggi e interessate miopie prevalgono poteri incompatibili con una democrazia avanzata. E' una democrazia avanzata quella in cui 172 amministrazioni comunali negli ultimi anni sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa? O dove dal '92 a oggi, le organizzazioni hanno ucciso più di 3.100 persone? Più che a Beirut? Se vuole essere davvero nuovo, il Partito Democratico di Walter Veltroni non abbia paura di cambiare. Non scenda a compromessi per paura di perdere.</p>
<p> Il governo Prodi è caduto in terra di camorra. Ha forse sottovalutato non tanto Clemente Mastella, il leader del piccolo partito Udeur, ma i rischi che comportava l'inserimento nelle liste di una parte dei suoi uomini. Personaggi sconosciuti all'opinione pubblica, ma che negli atti di alcuni magistrati vengono descritti come cerniera tra pubblica amministrazione e criminalità organizzata. Nel frattempo il governo ha permesso al governatore della Campania Bassolino di galleggiare nonostante il suo fallimento nella gestione dell'emergenza rifiuti. E non ha capito che quella situazione rappresenta solo l'esempio più clamoroso di quel che può accadere quando il cedimento anche solo passivo della politica ad interessi criminali porta allo scacco.</p>
<p> Tutto questo mentre il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi assisteva muto o giustificatorio ai festeggiamenti del governatore della Sicilia Cuffaro per una condanna che confermava i suoi favori a vantaggio di un boss, limitandosi a scagionarlo dall'accusa di essere lui stesso un mafioso vero e proprio.</p>
<p> La questione della trasparenza tocca tutti i partiti e il paese intero. Inoltre molta militanza antimafiosa si forma nei gruppi di giovani cattolici i cui voti non sempre vanno al centrosinistra. Anche questi elettori dovrebbero pretendere che non siano candidate soubrette o personaggi capaci solo di difendere il proprio interesse. Pretendano gli elettori di centrodestra che non ci siano solo soubrette e a sud esponenti di consorterie imprenditoriali. E mi vengono in mente le parole che Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993 rivolse dalla collina di Agrigento alla Sicilia e all'Italia ferita dalle stragi di mafia: "Questo popolo... talmente attaccato alla vita, che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte... Mi rivolgo ai responsabili... Un giorno verrà il giudizio di Dio". Parole che avrebbero dovuto crescere nelle coscienze.</p>
<p> È tempo di rendersi conto che la richiesta di candidati non compromessi va ben oltre la questione morale. Strappare la politica al suo connubio con la criminalità organizzata non è una scelta etica, ma una necessità di vitale autodifesa.</p>
<p> Io non entrerò in politica. Il mio mestiere è quello di scrittore. E fin quando riuscirò a scrivere, continuerò a considerare questo lo strumento di impegno più forte che possiedo. Racconto il potere, ma non riuscirei a gestirlo. Non si tratta di rinunciare ad assumersi la propria responsabilità, ma considerarla parte del proprio lavoro. Tentare di impedire che il chiasso delle polemiche distolga l'attenzione verso problemi che meno fanno rumore, più fanno danno. O che le disquisizioni morali coprano le scelte concrete a cui sono chiamati tutti i partiti. È questo il compito che a mio avviso resta nelle mani di un intellettuale. Credo sia giunto il momento di non permettere più che un voto sia comprabile con pochi spiccioli. Che futuri ministri, assessori, sindaci, consiglieri comunali possano ottenere consenso promettendo qualche misero favore. Forse è arrivato il momento di non accontentarci.</p>
<p> Nel 1793 la Costituzione francese aveva previsto il diritto all'insurrezione: forse è il momento di far valere in Italia il diritto alla non sopportazione. A non svendere il proprio voto. A dare ancora un senso alla scelta democratica, scegliendo di non barattare il proprio destino con un cellulare o la luce pagata per qualche mese.</p>
<p> <em>© 2008 by Roberto Saviano<br /> Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency                                          </em> </p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/03/15/se-un-voto-si-compra-con-cinquanta-euro#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Sat, 15 Mar 2008 16:19:43 +0100</pubDate>	</item>
	<item>
	<title>abbiamo liberato o schiavizzato il popolo iracheno?</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/03/11/abbiamo-liberato-o-schiavizzato-il-popolo-iracheno</link>
	<guid>http://memento.nireblog.com/post/2008/03/11/abbiamo-liberato-o-schiavizzato-il-popolo-iracheno</guid>
		<description><![CDATA[<p><img src="http://idata.over-blog.com/1/07/22/91/Nouvelles-photos/monsanto2-1.gif" alt="" height="220" align="left" />DI JOELLE PENOCHET<br /> <em>Mondialisation.ca</em></p>
<p> <strong>L’agricultura millenaria irachena distrutta dalle multinazionali agro-alimentari statunitensi</strong></p>
<p> "<em>Controllate il petrolio e controllerete nazioni intere; controllate il sistema alimentare e controllerete le popolazioni.</em>" <strong>Henry Kissinger</strong></p>
<p> E’ nel cuore della Mesopotamia che è stata inventata l’agricoltura – con un sofisticato sistema d’irrigazione – più di dieci mila anni orsono. La pianura alluvionale eccezionalmente fertile situata tra il Tigri e l’Eufrate offre condizioni ideali per la coltura dei cereali. E’ là che nell’antichità è apparso il grano selvatico. Vi sono state fatte crescere quasi tutte le varietà conosciute attualmente nel mondo (più di 200.000). Le palme da datteri, che forniscono l’altra risorsa vitale del paese, proteggevano le più varie piante da frutto.</p>
<p> <strong>I "semi della democrazia"</strong> *</p>
<p> Dopo essere stato invaso nel 2003, l’Iraq non è stato spogliato dai suoi aggressori solamente della sua sovranità politica, del suo patrimonio archeologico, delle sue risorse petrolifere, ma anche della sua sovranità alimentare.</p>
<p> In violazione della Costituzione Irachena e delle convenzioni dell’Aia e di Ginevra, che stabiliscono che l’occupante debba rispettare la giurisdizione del paese occupato, l’amministrazione provvisoria di Paul Bremer (ex collaboratore di Kissinger) ha deliberato, prima dell’installazione del governo fantoccio, cento ordinanze scellerate che hanno lo statuto di leggi e che non possono essere abolite né modificate da alcun governo iracheno (articolo 26 della nuova Costituzione). Il paese è così caduto sotto il giogo economico totale dell’Occupante, che aveva deciso di riformare drasticamente la sua economia sul modello economico neo-liberista americano.</p>
<p> L’ordinanza 81 del 26 aprile 2004 ha dato il paese in pasto alle gigantesche necro-imprese che controllano il commercio mondiale dei semi, come la Monsanto (produttrice dell’agente Orange), Syngenta e Dow Chemicals. Essa conduce alla irreversibile distruzione dell’agricoltura irachena. L’Afghanistan aveva subito la stessa sorte nel 2002.</p>
<div align="center"><img src="http://www.geocities.com/ocvcdelegation/map.gif" alt="" /></div>
<p> <strong>Biopirateria nel giardino del’Eden</strong></p>
<p> Questa ordinanza, redatta in maniera assai perversa, ha di fatto istituito l’obbligo per i coltivatori iracheni di comprare ogni anno una licenza e le sementi transgeniche dalle multinazionali americane – quando la legislazione irachena proibiva ogni privatizzazione delle risorse biologiche.</p>
<p> La regola della "Protezione delle varietà di piante" (PVP), al centro di questa legge, non tratta della conservazione della biodiversità, ma la protezione degli interessi delle multinazionali delle sementi americane (le quali, in virtù delle ordinanze Bremer, sono esonerate dal pagamento delle imposte, non sono obbligate a reinvestire nel paese ed hanno il diritto di esportare in patria tutti i loro profitti). Per essere qualificate, le piante devono essere "nuove, distinte, uniformi e stabili", criteri che le piante tradizionali non possono soddisfare.</p>
<p> Queste società straniere detengono un diritto di proprietà intellettuale (simile a quello che Washington ha introdotto nel WTO, di cui l’Iraq non fa parte) che concede loro, per vent’anni, il monopolio su produzione, riproduzione, vendita, esportazione, importazione e stoccaggio di tutte le sementi geneticamente modificate e sulle varietà di piante "similari".</p>
<p> Monsanto ha compiuto una rapina delle sementi millenarie dell’Iraq per modificarle geneticamente e brevettarle. E gli agricoltori sono adesso obbligati a pagare per poterle coltivare [1].</p>
<p> In un primo tempo, per facilitare l’introduzione dell’agricoltura transgenica, il "ministero" iracheno dell’Agricoltura, alla maniera di uno spacciatore di droga, ha distribuito quasi gratuitamente i "nuovi semi" ai contadini iracheni. Senza dire loro che stavano entrando in un sistema infernale da cui non sarebbero più potuti uscire.</p>
<div align="center"><img src="http://www.wateryear2003.org/fr/file_download.php/7da9e36713c7dc602afa9dc52895c16cUO_D.Roger2.jpg" alt="" /><br /> [Contadini nella regione di Kufa, Iraq.]</div>
<p> <strong>I contadini iracheni ricattati dai giganti delle sementi</strong></p>
<p> L’ordinanza 81 ha reso illegali le antiche tradizioni degli agricoltori di selezionare i semi migliori per riutilizzarli da un anno all’altro e gli scambi tra vicini. (Secondo la FAO, nel 2002, il 97% dei coltivatori iracheni riutilizzavano i loro semi o li acquistavano sul mercato locale). Attraverso gli incroci, lungo le generazioni, avevano creato varietà ibride adatte al duro clima della regione.</p>
<p> Gli agricoltori "colpevoli" di aver seminato semi non acquistati, o il cui campo è stato accidentalmente contaminato, incorrono in pesanti sanzioni, fino a pene detentive, alla distruzione del raccolto, dei loro attrezzi e installazioni!</p>
<p> Il terrorismo alimentare praticato da multinazionali come Monsanto nei paesi che colonizzano ha portato al suicidio decine di migliaia di contadini del Terzo Mondo – rovinati dall’acquisto annuale dei semi transgenici e dei pesticidi, erbicidi e fungicidi estremamente tossici che vi sono necessariamente associati. Così, nel solo anno 2003, 17.000 agricoltori indiani, ai quali le banche avevano rifiutato prestiti per l’acquisto dei semi Monsanto, si sono suicidati.</p>
<p> <strong>Verso il controllo totale della catena alimentare da parte delle multinazionali americane</strong></p>
<p> Gli incessanti bombardamenti, a partire dal 1991, con armi all’uranio impoverito – che hanno trasformato il paese in una vasta discarica radioattiva – e i tredici anni d’embargo, avevano già iniziato a distruggere l’agricoltura irachena: annientamento del sistema d’irrigazione, del materiale agricolo e delle palme da datteri [2]. Dal 1990 (data dell’inizio delle sanzioni) al 2003, il volume della produzione dei cereali era diminuito della metà. Gli animali d’allevamento erano stati decimati.</p>
<p> Oltre a subire i tributi quotidiani agli occupanti, i coltivatori iracheni, diventati servi, sono ormai condannati a produrre piante artificiali, destinate per metà all’esportazione nel mondo (o alle truppe d’occupazione, come le varietà di grano riservato alla fabbricazione di pasta, estranea al regime alimentare iracheno), a solo beneficio della Monsanto e simili. Questo anche quando la popolazione irachena muore di fame [3]. E’ per questo che, analogamente ai loro omologhi afgani, sempre più contadini abbandonano la coltivazione dei cereali in favore di quella dell’oppio.</p>
<p> Le chimere provenienti dalle necro-tecnologie rappresentano un grave pericolo sul piano ambientale, sanitario, economico e etico. Esse portano un inquinamento ambientale irreversibile come quello provocato dall’uranio impoverito. Peraltro, possono essere utilizzate nel quadro di guerre biologiche o batteriologice silenziose [4].</p>
<p> Gli OGM costituiscono una delle principali armi dei propugnatori del Nuovo Ordine Mondiale per asservire uno dopo l’altro i popoli del mondo intero. L’Iraq è diventato un nuovo laboratorio in dimensione reale di questo diabolico strumento di dominazione e gli iracheni le cavie.</p>
<p> *<em>Allusione alla frase di Bush dopo l’invasione: "Siamo in Iraq per spargervi i semi della democrazia in modo che essi vi possano prosperare e propagarsi in tutta la regione dove regna l’autoritarismo".</em></p>
<p> <strong>Note</strong></p>
<p> [1] Dei campioni di ogni loro varietà erano conservati nella Banca nazionale delle sementi a …Abu Ghraib, distrutta dagli Occupanti.</p>
<p> [2] Cfr  http://www.planetenonviolence.org/<br /> <a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/Non-violence-ecologie-Une-catastrophe-ecologique-passee-sous-silence-la-destruction-des-palmeraies-en-Iraq_a225.html">Link</a></p>
<p> [3] Nel 2004, la polizia militare americana ha chiuso il giornale Al Hawza che aveva pubblicato un articolo dove si affermava che Bremer "conduceva una politica finalizzata ad affamare la popolazione irachena affinché, interamente occupata a procurarsi il pane quotidiano, non abbia alcuna possibilità di reclamare le libertà politiche e individuali"</p>
<p> [4] Cfr gli articoli di Mae Wang Ho e Joe Cumming dall’Intitute of Science in Society (ISIS)</p>
<p> <strong>Fonti</strong></p>
<p> Michel Chossudosvky:<br /> <a> </a><a href="http://www.comedonchisciotte.org/site/www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=366">Sowing the Seeds of Famine in Ethiopia</a> 10 settembre 2001.</p>
<p> William Engdhal:<br /> <a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=2202">WTO, GMO and Total Spectrum Dominance</a>, 29 marzo 2006.<br /> <a href="http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&amp;aid=1241">Le pillage «libéral» de l'Irak</a>, 14 novembre 2005.</p>
<p> Ghali Hassan:<br /> <a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=837">Iraq’s New Constitution</a>, 17agosto 2005.<br /> <a href="http://globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=1447">Biopiracy and GMOs: The Fate of Iraq's Agriculture</a>,  12 dicembre 2005.</p>
<p> Stephen Lendman:<br /> <a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=7849">Unleashing GMO Seeds: "Food is Power"</a>  Reviewing F. William Engdahl's Seeds of Destruction, Part 3. 19 gennaio 2008.<br /> <a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=7735">Agribusiness Giants seek to gain Worldwide Control over our Food Supply</a>, 7 gennaio 2008.</p>
<p> Arun Shrivastava:<br /> <a href="http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&amp;aid=3852">Suicides en masse de fermiers indiens : ce qui se profile à l’horizon</a> , 14 novembre 2006.</p>
<p> Jeffrey Smith:<br /> <a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=7277">Genetically Modified Foods Unsafe? Evidence that Links GM Foods to Allergic Responses Mounts</a>, 8 novembre 2007.</p>
<p> <a href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=870">ORDER 81: Re-engineering Iraqi agriculture</a>, 27 agosto 2005.</p>
<p> <strong>Altri documenti e articoli consultati:</strong></p>
<p> L'<a href="http://www.mindfully.org/Farm/2004/Iraq-Plant-Variety-Law26apr04.htm">ordinanza n° 81</a></p>
<p> William Engdahl, <a href="http://www.engdahl.oilgeopolitics.net/GMO/Iraq_and_seeds_of_democracy/iraq_and_seeds_of_democracy.HTM">Iraq and Washington’s ‘seeds of democracy</a>,</p>
<p> Christopher D. Cook, <a href="http://www.mindfully.org/GE/2005/Iraq-US-Agribusiness-Profit15mar05.html">Plowing for Profits U.S. Agribusiness Eyes Iraq’s Fledgling Markets</a>, In These Times, 15mar2005</p>
<p> <a href="http://www.mindfully.org/Farm/2004/Iraq-Patent-Law-CPA15oct04.htm">Iraq's New Patent Law: A Declaration of War Against Farmers Focus on the Global South and GRAIN</a> 15oct04 :</p>
<p> <a href="http://www.countercurrents.org/iraq-cymru030305.htm">Iraq's Crop Patent Law A Threat To Food Security By GM Free Cymru</a>, 3 marzo 2005</p>
<p> Patrick Cockburn, <a href="http://www.counterpunch.org/patrick01242008.html">Desesperate Iraqi Farmers Turn to Opium</a>, 24 gennaio 2008</p>
<p> Vedere anche l’ultimo libro di William Enghdal: <a href="http://globalresearch.ca/books/SoD.html">Seeds of Destruction</a></p>
<p> <em>Titolo originale: "Monsanto à Babylone"</em></p>
<p> Fonte: http://www.mondialisation.ca<br /> <a href="http://www.mondialisation.ca/index.php?context=va&amp;aid=8062">Link</a><br /> 13.02.2008</p>
<p> Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da MATTEO BOVIS
</p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/03/11/abbiamo-liberato-o-schiavizzato-il-popolo-iracheno#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Tue, 11 Mar 2008 21:30:01 +0100</pubDate>	</item>
	<item>
	<title>una tangente da 97 milioni per avere gratis Wind</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/02/29/una-tangente-da-97-milioni-per-avere-gratis-wind</link>
	<guid>http://memento.nireblog.com/post/2008/02/29/una-tangente-da-97-milioni-per-avere-gratis-wind</guid>
		<description><![CDATA[<h2>Il retroscena: l'ipotesi dei pm è che sia servita<br /> a convincere Enel ad accordarsi con il gruppo egiziano<!-- fine OCCHIELLO --></h2>
<h1><!-- inizio TITOLO --><strong>Una tangente da 97 milioni di euro<br /> per eliminare gli americani</strong><!-- fine TITOLO --></h1>
<h3><!-- inizio SOMMARIO --><!-- inizio FIRMA --><span class="txt12"><em>di CARLO BONINI</em></span><!-- fine FIRMA --><!-- fine SOMMARIO --></h3>
<p> <br />
<div class="fotosxb"><!-- inizio FOTO1 --><img src="http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/cronaca/corruzione-wind/tangente-americani/ansa_12378332_10490.jpg" alt="<B>Una tangente da 97 milioni di euro<br /> per eliminare gli americani</B>" width="230" /><!-- fine FOTO1 --></div>
<p><!-- inizio TESTO -->                       															                    <strong>ROMA</strong> - La storia che muove le perquisizioni di Roma, Milano, Londra, che scuote il secondo gruppo industriale italiano, è, al momento, una storia di corruzione. In cui, se la ricostruzione proposta dall'istruttoria dei pubblici ministeri Giuseppe Cascini e Rodolfo Sabelli è corretta, balla una tangente di 97 milioni di euro che, nella primavera del 2005, consegna l'azienda telefonica Wind, allora controllata da Enel, al finanziere egiziano Naguib Sawiris e alla sua "Orascom" per un prezzo nominale di 12,5 miliardi di euro (5 in meno di quanti, nel 1997, era costato ad Enel la start-up di Wind). Quei 97 milioni di euro - è l'ipotesi - servono infatti a convincere il management Enel a eliminare dalla trattativa gli americani di "Blackstone", oggettivamente più competitivi sia nell'offerta economica che nelle garanzie tecniche, e a oliare le ruote della politica.</p>
<p> A dispetto di un incipit apparentemente trasparente, l'affare è complesso e quantomeno controversi appaiono le mosse e il profilo dei suoi protagonisti. Nel maggio del 2005, l'allora amministratore delegato di Enel (oggi numero uno di Eni), Paolo Scaroni, annuncia che la trattativa per la cessione di Wind è chiusa con reciproca soddisfazione di compratore e venditore (il contratto sarà firmato in agosto). Sawiris rilancia infatti di 300 milioni l'offerta di "Blackstone" e chiude l'acquisto del gestore telefonico a 12,2 miliardi di euro. L'operazione ha due registi finanziari: le banche e un signore che si chiama Alessandro Benedetti, uomo che si muove all'ombra di Forza Italia, che ha conosciuto la galera nel '96, inquisito dalla Procura di Milano per bancarotta (sfugge alla condanna nel 2007 per prescrizione), casa e portafoglio a Londra, uffici, un tempo, a Palazzo Odescalchi, in piazza santi Apostoli, nel cuore di Roma (la società "Managest"). Benedetti mette a disposizione il veicolo societario sotto il cui controllo passerà Wind: la "Weather Investment", società lussemburghese di cui è presidente e che ha come socio lo stesso Sawiris.</p>
<p>Ma, soprattutto, definisce (attraverso la "Managest") l'architettura di un contratto in cui l'acquisto del gestore telefonico ha una peculiarità. Enel incassa dalla cessione 2,9 miliardi di euro cash, acquisendo contestualmente una partecipazione del 5 per cento nel capitale della stessa "Weather".</p>
<p> Sembra non se ne debba parlare più. Fino a quando, il 17 maggio dello scorso anno, Paolo Mondani firma per "Report" di Milena Gabanelli un'inchiesta televisiva ("Il mistero del Faraone") in cui un testimone, che chiede l'anonimato, denuncia una conduzione opaca dell'Enel della trattativa con Sawiris. Wind ed Enel protestano vivacemente per una rappresentazione dei fatti che dicono essere imprecisa e suggestiva. La Procura di Roma apre un'inchiesta contro ignoti.</p>
<p> I pubblici ministeri acquisiscono la documentazione finanziaria dell'operazione e ne colgono quelle che gli appaiono due significative anomalie. La prima è l'ingresso di Enel nel capitale della "Weather Investment". Perché - chiedono - Enel anziché scegliere la via più semplice di conservare una partecipazione azionaria di minoranza in Wind, decide di sottoscrivere un aumento di capitale della società del compratore, acquisendone una partecipazione? La risposta che si danno è una pessima notizia per Enel e per Sawiris. Perché così come congegnato, il contratto di compravendita - osservano - consente al finanziere egiziano di non spendere un solo centesimo di euro di tasca propria. Enel riconosce infatti un costo di transazione (transaction fee) per l'operazione pari a 414 milioni di euro. Vale a dire la somma matematica dei 317 milioni di euro di spese per la linea di credito bancaria accesa da Sawiris per entrare personalmente nella partita e dei 97 milioni di euro riconosciuti a Benedetti - che di "Weather" è presidente - a titolo di consulenze.</p>
<p> La seconda anomalia è il destino di quei 97 milioni di euro. Benedetti - per quello che le indagini della Procura avrebbero accertato documentalmente - fa rimbalzare più volte quel denaro attraverso una catena di società e conti esteri, frazionandolo a beneficio di destinatari finali della cui identità, allo stato, ancora non si sarebbe venuti a capo con certezza. Ma che fanno concludere alla Procura che quella somma tutto sia meno che una consulenza e, al contrario, somigli molto a una tangente.</p>
<p> Incassata da chi? In attesa che gli esiti delle perquisizioni diano o meno una risposta documentale, i due pubblici ministeri di Roma hanno in mano una qualche testimonianza non ancora decisiva che accusa l'ex direttore finanziario e oggi amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, e un testimone improvvisamente reticente, ora iscritto al registro degli indagati per il reato di false informazioni al pubblico ministero. L'uomo si chiama Tommaso Pompei. E' stato amministratore delegato di "Tiscali", ma è stato soprattutto, al momento della vendita a Sawiris, amministratore delegato di "Wind". La Procura accerta che è Pompei il misterioso testimone di "Report".</p>
<p> Ascolta la registrazione audio completa (anche quella dunque non andata in onda) del suo colloquio con Mondani in cui denuncia l'opacità del management Enel ed allude a tangenti alla politica, indicando in Benedetti (il consulente da 97 milioni di euro) l'uomo che le avrebbe distribuite. Eppure, al momento dell'interrogatorio, Pompei fa marcia indietro. Anche di fronte all'evidenza della registrazione, sostiene di essere stato "male interpretato".</p>
<p> <!-- do nothing --> Ne guadagna, come detto, un'iscrizione al registro degli indagati, e convince definitivamente i pubblici ministeri di Roma di essere sulla strada giusta. E dunque che sia necessario bussare, tanto per cominciare, anche alla porta di Salvatore Cirafici, ex ufficiale dei carabinieri, capo della sicurezza Wind (i suoi uffici sono stati perquisiti ieri), già apparso nella vicenda Telecom e ora ritenuto il custode di informazioni in grado di spiegare alcuni passaggi cruciali di questa vicenda. A cominciare dalle mosse curiosamente ondivaghe di Pompei nelle more della trattativa per la cessione di Wind, quando, dopo aver sostenuto con convinzione "Blackstone", sposerà la causa Sawiris, appoggiandosi proprio a Benedetti e alla sua "Managest". Per finire al ruolo e alla figura di Luigi Gubitosi, ex manager Fiat messo alla porta da Marchionne, chiamato nella nuova "Wind" al ruolo di direttore finanziario e ora, appunto, indagato per corruzione insieme a Benedetti, Sawiris e Conti. </p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/02/29/una-tangente-da-97-milioni-per-avere-gratis-wind#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Fri, 29 Feb 2008 13:25:35 +0100</pubDate>	</item>
	<item>
	<title>Wikileaks.org censurato perchè svela le illegalità di una banca svizzera</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/02/28/wikileaksorg-censurato-perche-svela-le-illegalita-di-una-banca-svizzera</link>
	<guid>http://memento.nireblog.com/post/2008/02/28/wikileaksorg-censurato-perche-svela-le-illegalita-di-una-banca-svizzera</guid>
		<description><![CDATA[<p>Roma - Da alcune ore la rete è stata privata dell'accesso più semplice ed ovvio a <strong>1,2 milioni di documenti incandescenti</strong>. Tanto era il "bottino" accumulato dal 2006 ad oggi dal sito meno politically correct della rete, quel <em>Wikileaks.org</em> divenuto celebre <strong>per aver dato voce agli anonimi</strong> e svelato misteri talvolta particolarmente imbarazzanti per questo o quel soggetto. Un materiale ora inaccessibile ai più: il motivo è una ordinanza di un giudice californiano che <a href="http://news.bbc.co.uk/1/hi/technology/7250916.stm" target="_blank">sta indagando</a> su quanto pubblicato sul sito.</p>
<p><img src="http://www.punto-informatico.it/punto/20080219/wikki.jpg" alt="il logo del sito" align="right" />Chi si recasse in queste ore alla <a href="http://wikileaks.org/" target="_blank">URL</a> del celebre spazio web si troverebbe dinanzi ad una pagina di errore, <strong>come se quel sito non fosse mai esistito</strong>. Secondo la decisione di un tribunale della California il provvedimento si è reso necessario per approfondire un caso imbastito da una banca svizzera, del gruppo Julius Baer, che si sarebbe sentita diffamata da documenti che l'accuserebbero di pratiche illegali, riciclaggio di denaro, evasione fiscale e via dicendo. Tutti documenti pubblicati in modo anonimo, com'è nella filosofia e nella struttura di Wikileaks, studiato per <strong>proteggere gli autori delle rivelazioni</strong> e per consentire a chiunque di raccontare la propria verità pubblicando documenti a propria discrezione.</p>
<p>Una scelta, quella californiana, che potrebbe portare alla fine di un <strong>esperimento globale</strong> che molti già avevano promosso come un essenziale strumento di trasparenza. In tema di cose di rete, è grazie a Wikileaks se sono emersi certi <a href="http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2144367" target="_blank">giochini</a> della Difesa statunitense su Wikipedia o venute alla luce le <a href="http://www.pitelefonia.it/p.aspx?i=2171919" target="_blank">tentazioni</a> di ordine e controllo che maturano in Baviera. Ma questi sono solo alcuni esempi: sul sito veniva pubblicato materiale proveniente da tutto il mondo. Contenuti accessibili per paese, con segnalazioni di fatti di attualità ma anche analisi, biografie e, appunto, <em>leaks</em>, le "spiate" degli anonimi frequentatori del sito.</p>
<p>Stando ai legali della società svizzera, su Wikileaks sarebbero apparsi centinaia di documenti considerati diffamanti. Documenti che sarebbero stati pubblicati da un dirigente che aveva lavorato alle Isole Cayman per conto dell'istituto svizzero. Commenti ufficiali da Julius Baer non sono però giunti perché, han spiegato i portavoce, l'azienda non commenta su "contenziosi aperti".</p>
<p>Il giudice ha ordinato al provider che ospita il sito, Dynadot, di <strong>rimuovere i record DNS di Wikileaks dai propri server</strong>. Non solo: l'operatore dovrà "impedire che il nome a dominio che porta alla pagina web di wikileaks.org porti a qualsiasi altro sito o server diverso da una pagina bianca, fino a quando non riceverà nuovi ordini da questo tribunale". Il nome a dominio è stato <strong>lucchettato</strong> per evitare che venga trasferito altrove per far ripartire il sito. Questo però non toglie che quello spazio web <strong>continui ad essere accessibile</strong>: non alla massa degli utenti che conoscono la URL ora indisponibile, ma a coloro che digitano direttamente l'indirizzo IP <a href="http://88.80.13.160/" target="_blank">88.80.13.160</a>. Il fatto che i documenti siano accessibili in questo modo sta naturalmente spingendo blog e sostenitori a <a href="http://www.boingboing.net/2008/02/18/california-judge-shu.html" target="_blank">diffondere</a> il verbo anticensura e i numerini magici a più non posso.</p>
<div align="center"><img src="http://www.punto-informatico.it/punto/20080219/wikki2.jpg" alt="la home page del sito" /></div>
<p>Di censura brutta e cattiva parlano peraltro proprio gli amministratori di Wikileaks: operativo dal 2006, i suoi gestori avevano diramato un <a href="http://punto-informatico.it/p.aspx?i=1844847" target="_blank">annuncio ufficiale</a> della sua esistenza e dei suoi scopi a gennaio 2007, spiegando che per chi postava materiali l'anonimato veniva garantito attraverso l'impiego di <a href="http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1811559" target="_blank">Privacy Enhancing Technologies</a>, crittografia e via dicendo. I promotori di Wikileaks hanno criticato le modalità con cui si è deciso di procedere, dichiarando di non essere potuti intervenire all'udienza in cui è scattata la censura solo perché la notifica dell'udienza stessa è arrivata loro "poche ore prima" del suo inizio, perdipiù via email.</p>
<p>Proprio Wikileaks, come ovvio, ha già pubblicato sul "sito clandestino" una <a href="http://88.80.13.160/wiki/Wikileaks.org_under_injunction" target="_blank">pagina</a> in cui racconta le vicissitudini in cui si sta imbattendo, e spiega: "Per affrontare la censura cinese, Wikileaks ha attivato molti siti di backup come wikileaks.be (Belgio) e wikileaks.de (Germania), che rimangono attivi. Wikileaks non si sarebbe mai aspettato di utilizzare questi server alternativi per gestire gli attacchi della censura che provengono proprio dagli Stati Uniti". "L'ordinanza - insistono i gestori del sito - è chiaramente incostituzionale e viola i limiti della giurisdizione. Wikileaks continuerà a pubblicare e anzi (...) pubblicherà sempre più documenti legati a pratiche bancarie illegali o non etiche".</p>
<p>Ma per i gestori, quanto avvenuto in queste ore <strong>potrebbe essere solo l'avvio</strong> di un lungo procedimento legale. Il tribunale ha già chiesto a Dynadot di fornire tutti i record ed account amministrativi e qualsiasi altra informazione su wikileaks.org, compresi i contatti, i dati di pagamento e ogni dato, come ad esempio l'indirizzo IP, relativo alle persone "che hanno avuto accesso all'account di quel nome a dominio".</p>
<p>Come ben <a href="http://punto-informatico.it/p.aspx?i=1844847" target="_blank">sanno</a> i lettori di <em>Punto Informatico</em>, i gestori di Wikileaks hanno sempre considerato la propria creatura per quello che è: una "bacheca" su cui chiunque può postare propri materiali. Alle critiche di chi ha accusato il sito di permettere qualsiasi diffamazione, hanno sempre opposto <strong>la luce dell'intelligenza collettiva</strong>, capace di discernere e trarre conclusioni non affrettate su quanto viene reso pubblico. Credono in una società civile elettronica in cui il controllo e la revisione si possano esercitare dal basso, fra pari, mediante un dibattito democratico e aperto. Un esperimento, evidentemente, reso possibile dalla rete.</p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/02/28/wikileaksorg-censurato-perche-svela-le-illegalita-di-una-banca-svizzera#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Thu, 28 Feb 2008 20:03:28 +0100</pubDate>	</item>
	<item>
	<title>SOLDATI INGLESI HANNO TORTURATO E UCCISO 22 IRACHENI</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/02/28/soldati-inglesi-hanno-torturato-e-ucciso-22-iracheni</link>
	<guid>http://memento.nireblog.com/post/2008/02/28/soldati-inglesi-hanno-torturato-e-ucciso-22-iracheni</guid>
		<description><![CDATA[<p><img src="http://www.skthew.com/upload/image/newsoftheworld_british_army_abuse.jpg" alt="" height="240" align="left" />A CURA DI <em>THE DAILY SNACK</em></p>
<p> Soldati britannici sono stati accusati di avere torturato sino alla morte 22 cittadini iracheni.</p>
<p> Si afferma anche che avrebbero abusato di nove altre persone da loro tenute in custodia.</p>
<p> Le accuse di brutalità, che risalgono al 2004, possono ora essere rese pubbliche dopo che un giudice della corte suprema ha, ieri, tolto l'ordine del silenzio sulla questione.</p>
<p> L'ordine aveva impedito che dettagli delle presunte torture fossero riportati dalla stampa o trasmessi dai media.</p>
<p> Le violenze sarebbero avvenute dopo che le truppe britanniche ebbero subito un'imboscata nella strada che porta da Amara a Bassora.</p>
<p> Dopo uno scontro a fuoco una banda di 31 iracheni sarebbe stata catturata dai soldati e presa in custodia. Furono detenuti nei quartieri generali britannici di Abu-Naji nel sud-est del Iraq.</p>
<p> Delle 31 persone detenute solo nove sopravvissero, ed essi affermano che furono sottoposti a tortura. Pare che i certificati di morte iracheni affermino che i cadaveri degli iracheni che erano stati arrestati mostravano segni di “mutilazioni” e “torture”.</p>
<p> Le famiglie irachene delle vittime e i sopravvissuti stanno ora combattendo per un risarcimento. Cercheranno di ottenere una sentenza della corte suprema che indichi che il governo è legalmente obbligato ad iniziare un'inchiesta sui presunti abusi.</p>
<p> L'ordine del silenzio fu imposto lo scorso dicembre dal Lord Justice Thomas, in una seduta con Mr Justice Silber. Lord Justice Thomas affermò che la “pubblicità negativa” proveniente dal caso sarebbe stata “fortemente indesiderabile”. Ieri però, un altro giudice anziano, il Lord Justice Moses --sempre in seduta con Mr Justice Silber--ha rovesciato il divieto.</p>
<p> Egli ha sentenziato che i procedimenti sarebbero dovuti essere “di dominio pubblico”.</p>
<p> Gli avvocati che rappresentano gli iracheni affermano che le dichiarazioni provenienti dalle presunte vittime sono tra le più sconvolgenti che hanno sentito in 30 anni.</p>
<p> <em>N.d.r.: L'immagine accanto al titolo si riferisce a un precedente caso di violenze su prigionieri commesse da soldati inglesi in Iraq</em></p>
<p> <em>Titolo originale: " British Soldiers ‘Tortured and Killed’ 22 Iraqis "</em></p>
<p> Fonte: http://www.dailysnack.com/<br /> <a href="http://www.dailysnack.com/news_article.html?fSKU=8971">Link</a><br /> 01.02.2008</p>
<p> Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO
</p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/02/28/soldati-inglesi-hanno-torturato-e-ucciso-22-iracheni#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Thu, 28 Feb 2008 19:46:28 +0100</pubDate>	</item>
	<item>
	<title>CONFESSIONI SU AL QAEDA: PERCHE' I VIDEO SONO STATI DISTRUTTI?</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/02/22/confessioni-su-al-qaeda-perche-i-video-sono-stati-distrutti</link>
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		<description><![CDATA[<p><img src="http://planetquo.net/KSM/7.bmp" alt="" height="220" align="left" />DI PAUL CRAIG ROBERTS<br /> <em>Counterpunch</em></p>
<p> Molti americani si accontentano del rapporto redatto dalla Commissione istituita per indagare sull’11 settembre, ma due presidenti della stessa commissione, Thomas Kean e Lee Hamilton non si accontentano. Non è soddisfatto neanche Max Cleland, membro della commissione, nonché senatore americano che si è dimesso dalla Commissione sull’11 settembre dichiarando al Boston Globe (13 nov. 2003): “queste indagini sono compromesse”. Anche l’ex direttore dell’FBI Louis Freeh ha dichiarato al Wall Streeet Journal (17 nov. 2005) che c’erano delle inesattezze nel rapporto della Commissione e che “rimangono domande che necessitano risposte”.</p>
<p> Entrambi, sia Kean che Hamilton, hanno dichiarato in due occasioni, una nel loro libro del 2006 “Senza precedenti: la vera storia della Commissione dell’11 settembre”, e di nuovo il 2 gennaio 2008 al N.Y. Times che ci sono delle inesattezze nel rapporto della Commissione con domande che restano senza una risposta o che hanno avuto una risposta errata.</p>
<p> Il 2 gennaio infatti Kean ed Hamilton hanno accusato la CIA di ostacolare le loro indagini: “Ciò che di sicuro sappiamo è che funzionari di governo hanno deciso di non mettere a conoscenza dei fatti un organo legalmente costituito e creato dal Congresso e dal Presidente per investigare su una delle più grandi tragedie che questo paese ha vissuto. Questo noi lo chiamiamo intralciare”.</p>
<p> Nel loro libro Kean ed Hamilton hanno scritto che non erano in grado di ottenere contatti con i più importanti testimoni che erano in custodia e che erano l’unica possibile fonte di informazioni sul complotto dell’11 settembre.</p>
<p> Le sole informazioni che la Commissione era autorizzata ad ottenere erano quelle che derivavano dagli interrogatori dei presunti capi del complotto, come ad esempio Khalid Sheikh Mohammed, provenienti da fonti terze. Alla Commissione non era consentito interrogare i presunti colpevoli presi in custodia, né tanto meno incontrare coloro che li avevano interrogati. Di conseguenza, scrivono Kean ed Hamilton, “era impossibile valutare l’attendibilità delle informazioni ottenute” poiché ricevute da una terza parte. “Come potevamo dire che qualcuno come Khalid Sheikh Mohammed ci stesse dicendo la verità?”</p>
<p> L’esistenza dei documenti video degli interrogatori fu tenuta segreta alla Commissione sull’11 settembre.</p>
<p> Tali registrazioni sono state distrutte. La distruzione è divenuta un problema poiché la decisione ad essa relativa coinvolge la Casa Bianca e perché potrebbero rivelare dei metodi di tortura che l’amministrazione Bush ha sempre negato di usare.</p>
<p> Quella delle torture è un depistaggio? La Commissione non era incaricata di investigare sui metodi di interrogazione o di trattamento dei detenuti. Alla Commissione era richiesto di investigare la partecipazione di al Qaeda all’attacco dell’11 settembre ed individuare i colpevoli dell’attentato terroristico. Non c’erano valide ragioni per sottrarre al vaglio della Commissione i video delle confessioni che implicano al Qaeda e Osama Bin Laden.</p>
<p> I video furono sottratti all’investigazione della Commissione perché i presunti partecipanti al complotto non hanno mai confessato, non implicano al Qaeda, né tanto meno Bin Laden?</p>
<p> Non ci sono motivi per cui l’amministrazione Bush debba temere la questione delle torture. Il Dipartimento di Giustizia ha infatti legalizzato tale pratica, ed il Congresso ha approvato la relativa normativa, firmata dal presidente Bush, dando retroattiva protezione a coloro che hanno eseguito gli interrogatori e le torture. Il “Military Commission act” che è stato approvato nel settembre 2006 e firmato da Bush nell’ottobre 2006 priva i detenuti delle protezioni previste dalla Convenzione di Ginevra. “Un nemico straniero che combatte illegalmente ed è soggetto a processo da parte della Commissione Militare con tali capi d’accusa non può invocare la Convezione di Ginevra come fonte di diritti”. Altre clausole dell’atto privano i detenuti del diritto a processi rapidi e legittima nei loro confronti la tortura e l’autoincriminazione. La legge ha una postilla che retroattivamente protegge i torturatori da eventuali incriminazioni future contro di loro per crimini di guerra.</p>
<p> È stata forse l’amministrazione Bush a trarre astutamente vantaggio dalla questione sulle torture al fine di esercitare pressioni sulla CIA per la distruzione dei nastri “con le torture”. Ciò che sembra più plausibile è che i nastri con le registrazioni furono distrutti perché non contenevano alcun tipo di confessione dell’attentato da parte dei detenuti. Ciò che Kean ed Hamilton si chiedono è: come facciamo a conoscere la verità sull’accaduto senza alcuna prova?</p>
<p> Ciò che abbiamo è solo la parola che ha dato l’amministrazione Bush, la stessa che disse che Saddam Hussein era in possesso di armi di distruzione di massa, e mentre aveva già un rapporto NIE che diceva che l’Iran aveva concluso il suo programma di armamenti nel 2003, ci diceva che tale paese aveva in corso un programma di armamento nucleare ed era vicino a possedere armi nucleari.</p>
<p> <em><strong>Paul Craig Robert</strong> è stato assistente di segreteria al Tesoro sotto l’amministrazione Reagan. Era editore associato del Wall Street Journal e coeditore di National Review. E’ anche coautore di “<a href="http://www.amazon.com/exec/obidos/ASIN/076152553X/counterpunchmaga">La tirannia delle buone intenzioni</a>”. Può essere contattato all’indirizzo e-mail: <a href="mailto:PaulCraigRoberts@yahoo.com">PaulCraigRoberts@yahoo.com</a></em></p>
<p> <em>Titolo originale: "Why Were the 9/11 Tapes Destroyed?"</em></p>
<p> Fonte: http://www.counterpunch.org/<br /> <a href="http://www.counterpunch.org/roberts02042008.html">Link</a><br /> 04.02.2008</p>
<p> Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANTO SARNO
</p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/02/22/confessioni-su-al-qaeda-perche-i-video-sono-stati-distrutti#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Fri, 22 Feb 2008 14:10:27 +0100</pubDate>	</item>
	<item>
	<title>Istituto Opere Religiose</title>
	<link>http://memento.nireblog.com/post/2008/02/17/istituto-opere-religiose</link>
	<guid>http://memento.nireblog.com/post/2008/02/17/istituto-opere-religiose</guid>
		<description><![CDATA[<h2>L'Istituto Opere Religiose è la banca del Vaticano. In deposito 5 miliardi di euro<br /> Ai correntisti offre rendimenti record, impermeabilità ai controlli e segretezza totale<!-- fine OCCHIELLO --></h2>
<h1><!-- inizio TITOLO --><a href="http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/cronaca/chiesa-commento-mauro/segreti-ior/segreti-ior.html"><strong>Scandali, affari e misteri<br /> tutti i segreti dello Ior</strong></a><!-- fine TITOLO --></h1>
<h3><!-- inizio SOMMARIO --><!-- inizio FIRMA --><span class="txt12"><em>di CURZIO MALTESE</em></span><!-- fine FIRMA --><!-- fine SOMMARIO --></h3>
<div class="fotosxb"><!-- inizio FOTO1 --><img src="http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/cronaca/chiesa-commento-mauro/segreti-ior/stor_12104190_17560.jpg" alt="<B>Scandali, affari e misteri<br /> tutti i segreti dello Ior</B>" width="230" /><!-- fine FOTO1 --></div>
<p><!-- inizio TESTO --> LA CHIESA cattolica è l'unica religione a disporre di una dottrina sociale, fondata sulla lotta alla povertà e la demonizzazione del danaro, "sterco del diavolo". Vangelo secondo Matteo: "E' più facile che un cammello passi nella cruna dell'ago, che un ricco entri nel regno dei cieli". Ma è anche l'unica religione ad avere una propria banca per maneggiare affari e investimenti, l'Istituto Opere Religiose.</p>
<p>La sede dello Ior è uno scrigno di pietra all'interno delle mura vaticane. Una suggestiva torre del Quattrocento, fatta costruire da Niccolò V, con mura spesse nove metri alla base. Si entra attraverso una porta discreta, senza una scritta, una sigla o un simbolo. Soltanto il presidio delle guardie svizzere notte e giorno ne segnala l'importanza. All'interno si trovano una grande sala di computer, un solo sportello e un unico bancomat. Attraverso questa cruna dell'ago passano immense e spesso oscure fortune. Le stime più prudenti calcolano 5 miliardi di euro di depositi. La banca vaticana offre ai correntisti, fra i quali come ha ammesso una volta il presidente Angelo Caloia "qualcuno ha avuto problemi con la giustizia", rendimenti superiori ai migliori hedge fund e un vantaggio inestimabile: la totale segretezza. Più impermeabile ai controlli delle isole Cayman, più riservato delle banche svizzere, l'istituto vaticano è un vero paradiso (fiscale) in terra. Un libretto d'assegni con la sigla Ior non esiste. Tutti i depositi e i passaggi di danaro avvengono con bonifici, in contanti o in lingotti d'oro. Nessuna traccia.</p>
<p>Da vent'anni, quando si chiuse il processo per lo scandalo del Banco Ambrosiano, lo Ior è un buco nero in cui nessuno osa guardare. Per uscire dal crac che aveva rovinato decine di migliaia di famiglie, la banca vaticana versò 406 milioni di dollari ai liquidatori. Meno di un quarto rispetto ai 1.159 milioni di dollari dovuti secondo l'allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta. Lo scandalo fu accompagnato da infinite leggende e da una scia di cadaveri eccellenti. Michele Sindona avvelenato nel carcere di Voghera, Roberto Calvi impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, il giudice istruttore Emilio Alessandrini ucciso dai colpi di Prima Linea, l'avvocato Giorgio Ambrosoli freddato da un killer della mafia venuto dall'America al portone di casa.</p>
<p>Senza contare il mistero più inquietante, la morte di papa Luciani, dopo soli 33 giorni di pontificato, alla vigilia della decisione di rimuovere Paul Marcinkus e i vertici dello Ior. Sull'improvvisa fine di Giovanni Paolo I si sono alimentate macabre dicerie, aiutate dalla reticenza vaticana. Non vi sarà autopsia per accertare il presunto e fulminante infarto e non sarà mai trovato il taccuino con gli appunti sullo Ior che secondo molti testimoni il papa portò a letto l'ultima notte.<br /> Era lo Ior di Paul Marcinkus, il figlio di un lavavetri lituano, nato a Cicero (Chicago) a due strade dal quartier generale di Al Capone, protagonista di una delle più clamorose quanto inspiegabili carriere nella storia recente della chiesa. Alto e atletico, buon giocatore di baseball e golf, era stato l'uomo che aveva salvato Paolo VI dall'attentato nelle Filippine. Ma forse non basta a spiegare la simpatia di un intellettuale come Montini, autore della più avanzata enciclica della storia, la Populorum Progressio, per questo prete americano perennemente atteggiato da avventuriero di Wall Street, con le mazze da golf nella fuoriserie, l'Avana incollato alle labbra, le stupende segreterie bionde e gli amici di poker della P2.</p>
<p>Con il successore di papa Luciani, Marcinkus trova subito un'intesa. A Karol Wojtyla piace molto quel figlio di immigrati dell'Est che parla bene il polacco, odia i comunisti e sembra così sensibile alle lotte di Solidarnosc. Quando i magistrati di Milano spiccano mandato d'arresto nei confronti di Marcinkus, il Vaticano si chiude come una roccaforte per proteggerlo, rifiuta ogni collaborazione con la giustizia italiana, sbandiera i passaporti esteri e l'extraterritorialità. Ci vorranno altri dieci anni a Woytjla per decidersi a rimuovere uno dei principali responsabili del crac Ambrosiano dalla presidenza dello Ior. Ma senza mai spendere una parola di condanna e neppure di velata critica: Marcinkus era e rimane per le gerarchie cattoliche "una vittima", anzi "un'ingenua vittima".</p>
<p>Dal 1989, con l'arrivo alla presidenza di Angelo Caloia, un galantuomo della finanza bianca, amico e collaboratore di Gianni Bazoli, molte cose dentro lo Ior cambiano. Altre no. Il ruolo di bonificatore dello Ior affidato al laico Caloia è molto vantato dalle gerarchie vaticane all'esterno quanto ostacolato all'interno, soprattutto nei primi anni. Come confida lo stesso Caloia al suo diarista, il giornalista cattolico Giancarlo Galli, autore di un libro fondamentale ma introvabile, Finanza bianca (Mondadori, 2003). "Il vero dominus dello Ior - scrive Galli - rimaneva monsignor Donato De Bonis, in rapporti con tutta la Roma che contava, politica e mondana. Francesco Cossiga lo chiamava Donatino, Giulio Andreotti lo teneva in massima considerazione. E poi aristocratici, finanzieri, artisti come Sofia Loren. Questo spiegherebbe perché fra i conti si trovassero anche quelli di personaggi che poi dovevano confrontarsi con la giustizia. Bastava un cenno del monsignore per aprire un conto segreto".</p>
<p>A volte monsignor De Bonis accompagnava di persona i correntisti con i contanti o l'oro nel caveau, attraverso una scala, in cima alla torre, "più vicino al cielo". I contrasti fra il presidente Caloia e De Bonis, in teoria sottoposto, saranno frequenti e duri. Commenta Giancarlo Galli: "Un'aurea legge manageriale vuole che, in caso di conflitto fra un superiore e un inferiore, sia quest'ultimo a soccombere. Ma essendo lo Ior istituzione particolarissima, quando un laico entra in rotta di collisione con una tonaca non è più questione di gradi".</p>
<p>La glasnost finanziaria di Caloia procede in ogni caso a ritmi serrati, ma non impedisce che l'ombra dello Ior venga evocata in quasi tutti gli scandali degli ultimi vent'anni. Da Tangentopoli alle stragi del '93 alla scalata dei "furbetti" e perfino a Calciopoli. Ma come appare, così l'ombra si dilegua. Nessuno sa o vuole guardare oltre le mura impenetrabili della banca vaticana.</p>
<p>L'autunno del 1993 è la stagione più crudele di Tangentopoli. Subito dopo i suicidi veri o presunti di Gabriele Cagliari e di Raul Gardini, la mattina del 4 ottobre arriva al presidente dello Ior una telefonata del procuratore capo del pool di Mani Pulite, Francesco Saverio Borrelli: "Caro professore, ci sono dei problemi, riguardanti lo Ior, i contatti con Enimont...". Il fatto è che una parte considerevole della "madre di tutte le tangenti", per la precisione 108 miliardi di lire in certificati del Tesoro, è transitata dallo Ior. Sul conto di un vecchio cliente, Luigi Bisignani, piduista, giornalista, collaboratore del gruppo Ferruzzi e faccendiere in proprio, in seguito condannato a 3 anni e 4 mesi per lo scandalo Enimont e di recente rispuntato nell'inchiesta "Why Not" di Luigi De Magistris. Dopo la telefonata di Borrelli, il presidente Caloia si precipita a consulto in Vaticano da monsignor Renato Dardozzi, fiduciario del segretario di Stato Agostino Casaroli. "Monsignor Dardozzi - racconterà a Galli lo stesso Caloia - col suo fiorito linguaggio disse che ero nella merda e, per farmelo capire, ordinò una brandina da sistemare in Vaticano. Mi opposi, rispondendogli che avrei continuato ad alloggiare all'Hassler. Tuttavia accettai il suggerimento di consultare d'urgenza dei luminari di diritto. Una risposta a Borrelli bisognava pur darla!". La risposta sarà di poche ma definitive righe: "Ogni eventuale testimonianza è sottoposta a una richiesta di rogatoria internazionale".</p>
<p>I magistrati del pool valutano l'ipotesi della rogatoria. Lo Ior non ha sportelli in terra italiana, non emette assegni e, in quanto "ente fondante della Città del Vaticano", è protetto dal Concordato: qualsiasi richiesta deve partire dal ministero degli Esteri. Le probabilità di ottenere la rogatoria in queste condizioni sono lo zero virgola. In compenso l'effetto di una richiesta da parte dei giudici milanesi sarebbe devastante sull'opinione pubblica. Il pool si ritira in buon ordine e si accontenta della spiegazione ufficiale: "Lo Ior non poteva conoscere la destinazione del danaro".</p>
<p>Il secondo episodio, ancora più cupo, risale alla metà degli anni Novanta, durante il processo per mafia a Marcello Dell'Utri. In video conferenza dagli Stati Uniti il pentito Francesco Marino Mannoia rivela che "Licio Gelli investiva i danari dei corleonesi di Totò Riina nella banca del Vaticano". "Lo Ior garantiva ai corleonesi investimenti e discrezione". Fin qui Mannoia fornisce informazioni di prima mano. Da capo delle raffinerie di eroina di tutta la Sicilia occidentale, principale fonte di profitto delle cosche. Non può non sapere dove finiscono i capitali mafiosi. Quindi va oltre, con un'ipotesi. "Quando il Papa (Giovanni Paolo II, ndr) venne in Sicilia e scomunicò i mafiosi, i boss si risentirono soprattutto perché portavano i loro soldi in Vaticano. Da qui nacque la decisione di far esplodere due bombe davanti a due chiese di Roma". Mannoia non è uno qualsiasi.</p>
<p>E' secondo Giovanni Falcone "il più attendibile dei collaboratori di giustizia", per alcuni versi più prezioso dello stesso Buscetta. Ogni sua affermazione ha trovato riscontri oggettivi. Soltanto su una non si è proceduto ad accertare i fatti, quella sullo Ior. I magistrati del caso Dell'Utri non indagano sulla pista Ior perché non riguarda Dell'Utri e il gruppo Berlusconi, ma passano le carte ai colleghi del processo Andreotti. Scarpinato e gli altri sono a conoscenza del precedente di Borrelli e non firmano la richiesta di rogatoria. Al palazzo di giustizia di Palermo qualcuno in alto osserva: "Non ci siamo fatti abbastanza nemici per metterci contro anche il Vaticano?".</p>
<p>Sulle trame dello Ior cala un altro sipario di dieci anni, fino alla scalata dei "furbetti del quartierino". Il 10 luglio dell'anno scorso il capo dei "furbetti", Giampiero Fiorani, racconta in carcere ai magistrati: "Alla Bsi svizzera ci sono tre conti della Santa Sede che saranno, non esagero, due o tre miliardi di euro". Al pm milanese Francesco Greco, Fiorani fa l'elenco dei versamenti in nero fatti alle casse vaticane: "I primi soldi neri li ho dati al cardinale Castillo Lara (presidente dell'Apsa, l'amministrazione del patrimonio immobiliare della chiesa, ndr), quando ho comprato la Cassa Lombarda. M'ha chiesto trenta miliardi di lire, possibilmente su un conto estero".</p>
<p>Altri seguiranno, molti a giudicare dalle lamentele dello stesso Fiorani nell'incontro con il cardinale Giovanni Battista Re, potente prefetto della congregazione dei vescovi e braccio destro di Ruini: "Uno che vi ha sempre dato i soldi, come io ve li ho sempre dati in contanti, e andava tutto bene, ma poi quando è in disgrazia non fate neanche una telefonata a sua moglie per sapere se sta bene o male".<br /> Il Vaticano molla presto Fiorani, ma in compenso difende Antonio Fazio fino al giorno prima delle dimissioni, quando ormai lo hanno abbandonato tutti. Avvenire e Osservatore Romano ripetono fino all'ultimo giorno di Fazio in Bankitalia la teoria del "complotto politico" contro il governatore. Del resto, la carriera di questo strano banchiere che alle riunioni dei governatori centrali non ha mai citato una volta Keynes ma almeno un centinaio di volte le encicliche, si spiega in buona parte con l'appoggio vaticano. In prima persona di Camillo Ruini, presidente della Cei, e poi di Giovanni Battista Re, amico intimo di Fazio, tanto da aver celebrato nel 2003 la messa per il venticinquesimo anniversario di matrimonio dell'ex governatore con Maria Cristina Rosati.</p>
<p>Naturalmente neppure i racconti di Fiorani aprono lo scrigno dei segreti dello Ior e dell'Apsa, i cui rapporti con le banche svizzere e i paradisi fiscali in giro per il mondo sono quantomeno singolari. E' difficile per esempio spiegare con esigenze pastorali la decisione del Vaticano di scorporare le Isole Cayman dalla naturale diocesi giamaicana di Kingston, per proclamarle "missio sui iuris" alle dirette dipendenze della Santa Sede e affidarle al cardinale Adam Joseph Maida, membro del collegio dello Ior.</p>
<p>Il quarto e ultimo episodio di coinvolgimento dello Ior negli scandali italiani è quasi comico rispetto ai precedenti e riguarda Calciopoli. Secondo i magistrati romani Palamara e Palaia, i fondi neri della Gea, la società di mediazione presieduta dal figlio di Moggi, sarebbero custoditi nella banca vaticana. Attraverso i buoni uffici di un altro dei banchieri di fiducia della Santa Sede dalla fedina penale non immacolata, Cesare Geronzi, padre dell'azionista di maggioranza della Gea. Nel caveau dello Ior sarebbe custodito anche il "tesoretto" personale di Luciano Moggi, stimato in 150 milioni di euro. Al solito, rogatorie e verifiche sono impossibili. Ma è certo che Moggi gode di grande considerazione in Vaticano. Difeso dalla stampa cattolica sempre, accolto nei pellegrinaggi a Lourdes dalla corte di Ruini, Moggi è da poco diventato titolare di una rubrica di "etica e sport" su Petrus, il quotidiano on-line vicino a papa Benedetto XVI, da dove l'ex dirigente juventino rinviato a giudizio ha subito cominciato a scagliare le prime pietre contro la corruzione (altrui).</p>
<p>Con l'immagine di Luciano Moggi maestro di morale cattolica si chiude l'ultima puntata dell'inchiesta sui soldi della Chiesa. I segreti dello Ior rimarranno custoditi forse per sempre nella torre-scrigno. L'epoca Marcinkus è archiviata ma l'opacità che circonda la banca della Santa Sede è ben lontana dallo sciogliersi in acque trasparenti. Si sa soltanto che le casse e il caveau dello Ior non sono mai state tanto pingui e i depositi continuano ad affluire, incoraggiati da interessi del 12 per cento annuo e perfino superiori. Fornire cifre precise è, come detto, impossibile. Le poche accertate sono queste. Con oltre 407 mila dollari di prodotto interno lordo pro capite, la Città del Vaticano è di gran lunga lo "stato più ricco del mondo", come si leggeva nella bella inchiesta di Marina Marinetti su Panorama Economy. Secondo le stime della Fed del 2002, frutto dell'unica inchiesta di un'autorità internazionale sulla finanza vaticana e riferita soltanto agli interessi su suolo americano, la chiesa cattolica possedeva negli Stati Uniti 298 milioni di dollari in titoli, 195 milioni in azioni, 102 in obbligazioni a lungo termine, più joint venture con partner Usa per 273 milioni.</p>
<p>Nessuna autorità italiana ha mai avviato un'inchiesta per stabilire il peso economico del Vaticano nel paese che lo ospita. Un potere enorme, diretto e indiretto. Negli ultimi decenni il mondo cattolico ha espugnato la roccaforte tradizionale delle minoranze laiche e liberali italiane, la finanza. Dal tramonto di Enrico Cuccia, il vecchio azionista gran nemico di Sindona, di Calvi e dello Ior, la "finanza bianca" ha conquistato posizioni su posizioni. La definizione è certo generica e comprende personaggi assai distanti tra loro. Ma tutti in relazione stretta con le gerarchie ecclesiastiche, con le associazioni cattoliche e con la prelatura dell'Opus Dei. In un'Italia dove la politica conta ormai meno della finanza, la chiesa cattolica ha più potere e influenza sulle banche di quanta ne avesse ai tempi della Democrazia Cristiana.<br /> <!-- do nothing -->                  															                    <em>(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)</em></p>
<p><a href="http://memento.nireblog.com/post/2008/02/17/istituto-opere-religiose#comments">Comments</a></p>]]></description>
	<pubDate>Sun, 17 Feb 2008 15:03:53 +0100</pubDate>	</item>
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