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cosa rischi andando negli USA

La storia di Erla Ósk Arnardóttir


Fonti:

LOST - Blog by Erla Ósk Arnardóttir Lillendahl

A young blonde Icelandic woman's recent experience visiting the US - Sott.net

Attenzione a quando si viaggia negli USA: la polizia non dimentica - Travelblog

Durante le ultime ventiquattro ore ho probabilmente subito la più grande umiliazione a cui sia stata mai sottoposta. Nel corso di queste ultime ventiquattro ore, sono stata ammanettata e incatenata, mi è stata negata la possibilità di dormire, sono rimasta senza cibo e bevande e sono stata confinata in un luogo senza che nessuno sapesse dove mi trovavo, imprigionata. Adesso sto cominciando a cercare di capire tutto questo, riposandomi e rivedendo il susseguirsi degli eventi che hanno avuto inizio nel modo più innocente possibile.

Domenica scorsa io e poche altre ragazze cominciavamo il nostro viaggio per New York. Andavamo a fare shopping e ha goderci lo spirito del Natale. Avevamo scelto la comodità della prima classe, bevevamo vino bianco e ci aspettavamo di fare shopping, mangiare del buon cibo e goderci la vita. Quando siamo atterrate al JFK ebbe inizio il tradizionale processo di disembargo.

Ci vagliarono e procedemmo per il controllo passaporti. Mentre stavo aspettando che si concludesse l'esaminazione del mio passaporto, sentii un funzionario dire che c'era qualcosa che doveva essere esaminato più da vicino e mi indirizzò alla stazione di lavoro della Homeland Security. Lì mi fu detto che, in base alla loro registrazione, nel 1995 avevo allugato il periodo consentito dal visto di oltre 3 settimane. Per questo motivo io non potevo essere ammessa nel paese e sarei stata rispedita a casa sul prossimo volo. A quel punto ho guardato il funzionario con incredulità e gli ho detto che avevo visitato New York dopo il viaggio del 1995 senza incontrare alcuna difficoltà. Seguì un dettagliato interrogatorio.

Sono stato fotografata e mi hanno preso le impronte digitali. Mi sono state fatte domande che non avevano nulla a che vedere con la questione a portata di mano. Mi è stato vietato di contattare chiunque per informare sulla mia condizione e anche se mi invitarono fin dall'inizio a contattare il console islandese o l'ambasciata, quell'invito fu successivamente revocato. Non ne so il perché.

Mi hanno fatto quindi attendere mentre cercavano ulteriori informazioni, e mi fecero sedere su una sedia di fronte alle autorità per 5 ore. [Nel mentre] ho visto i funzionari di questa sezione gestire altri casi ed era chiaro che questi uomini erano ansiosi di dimostrare il loro potere. Piccoli re affetti da megalomania. Ho fatto attenzione a rimanere completamente cooperativa, visto che non ero ancora convinta che avevano previsto di deportarmi a causa del mio "crimine".

Quando furono passate le 5 ore ero rimasta sveglia per 24 ore, mi è stato detto che erano in attesa degli ufficiali che mi condussero poi in una sorta di sala d'attesa. Qui mi avrebbero dato un letto su cui riposare e del cibo, e sarei stata perquisita. Cosa pensavano mai di poter trovare questo posso immaginarlo. Infine apparvero delle guardie che mi trasportarono al nuovo posto. Vidi il letto, come in un miraggio, ero assolutamente sfinita.

Ma quello che venne fuori era un'altra cosa. Mi portarono in un altro ufficio identico a quello in cui ero stato prima e ancora una volta un lungo attendere. In tutto, altre 5 ore. In questo ufficio mi presero tutti gli oggetti personali. Sono riuscita a inviare un solo sms ai preoccupati parenti e amici, quando mi è stato concesso un pausa al bagno. Dopo di che mi venne sottratto anche il cellulare. Dopo esser stata seduta per 5 ore mi è stato detto che erano in attesa delle guardie che mi avrebbero portato in un luogo dove avrei potuto riposare e mangiare. Poi mi hanno collocato in un cubicolo che somigliava ad una sala operatoria. Attaccati alle pareti c'erano 4 piastre d'acciaio, probabilmente destinate a servire da letto e bagno.

Ero sfinita, stanca ed affamata. Non capivo la condotta dei funzionari, visto che mi stavano trattando come un criminale molto pericoloso. Subito dopo sono stata rimossa dal cubicolo e due guardie armate mi misero contro al muro. Una catena è stata fissata intorno alla mia vita e poi sono stata ammanettata alla catena stessa. Poi anche alle mie gambe erano state messe in catene. Ho chiesto il permesso di fare una telefonata, ma fu rifiutato. Icatenata a quel modo, sono stato portata al terminale dell'aeroporto, in piena vista di tutti i presenti. Raramente mi sono sentita tanto male, così umiliata perché mi ero presa una vacanza non consentita dalla legge.

Non volevano dirmi dove mi stavano portando. Il tragitto durò quasi un'ora e anche se non ho potuto vedere chiaramente al di fuori del veicolo sapevo che avevamo attraversato il New Jersey. Siamo finiti di fronte ad una prigione. Non credevo che quello che stava accadendo. Ero sul punto di essere imprigionata? Sono stata portata dentro in catene e seguire mi sottoposero ancora ad un altro interrogatorio. Ancora una volta impronte digitali e fotografie. Mi hanno sottoposto ad un controllo medico, mi hanno perquisita e poi sono stata collocata in una cella della prigione. Mi sono state fatte domande assurde come: Quando hai avuto il tuo ultimo periodo? I cosa credi? Hai mai provato a commettere suicidio?

Ero completamente esausta, stanca e infreddolita. Quattordici ore dopo lo sbarco ho avuto qualcosa da mangiare e da bere, per la prima volta. Mi è stato dato del porridge e del pane. Ma non aiutano molto. Avevo paura e l'atteggiamento di tutti quelli che mi esaminavano era stato abissale, per usare un eufemismo. Loro non mi parlavano se non con tono brusco. Ancora una volta ho chiesto di fare una telefonata e questa volta la risposta è stata positiva. Mi sentii risollevata, ma il sollievo fu di breve durata. Il telefono era impostato solo per ricevere le chiamate e non era possibile effettuare chiamate all'estero. La guardia carceraria si era tenuta il mio cellulare in mano. Gli spiegai che non avevo potuto effettuare una chiamata dal telefono del carcere e chiesi di poter fare una telefonata dal mio cellulare. Era fuori questione. Trascorsi le successive 9 ore in una piccola cella sporca. L'unica cosa presente era una stretta sbarra d'acciaio che si estendeva dal muro, un lavandino e un bagno. Spero di non dover provare mai più nel corso della mia vita la sensazione di confinamento e impotenza che ho vissuto lì dentro.

Mi è stato di grande sollievo quando, finalmente, mi è stato detto che sarei stata portata all'aeroporto, vale a dire non prima di essere stata di nuovo ammanettata e incatenata. A quel punto non ne potevo più e mi sono messa a piangere. Li implorai di lasciare almeno le gambe libere dalle catene, ma la mia richiesta fu ignorata. Quando siamo arrivati all'aeroporto, un altro carceriere ha pietà di me e rimuove le catene dalle gambe. Anche così mi portarono nel bel mezzo del terminale dell'aeroporto ammanettata e scortata da uomini armati. Provavo una grande vergogna. Vedendo questo, la gente deve pensare che si tratti di un criminale molto pericoloso. In questa condizione mi hanno portato fino alla sala d'attesa di Icelandair, e le manette sono state mantenute fino a quando non ho preso il corridoio d'imbarco. Ero completamente sfinita da tutto questo sia nel corpo e che nello spirito. Fortunatamente ho potuto contare su persone buone, sia Einar (il capitano) che il personale di bordo hanno fatto tutto il possibile per cercare di aiutarmi. Auður, un mio amico, è stato in stretto contatto con mia sorella, e il console dell'ambasciata era stato contattato. Tuttavia, aveva ricevuto tutte informazioni fuorvianti e a tutti era stato detto che ero stata detenuta presso il terminale aeroportuale, e che non ero stata messa in prigione. Ora il Ministero degli Esteri sta studiando la questione e spero di ricevere qualche spiegazione sul perchè mi abbiano trattato in questo modo.

gatosan — 2007-12-26 GTM 1 @ 01:05 Tags:

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IL CASO DI ILARIA ALPI E IL MOBY PRINCE: UNA CURIOSA COINCIDENZA

DI SOLANGE MANFREDI
paolofranceschetti.blogspot

Pubblicato l’articolo sul Moby Prince in molti mi hanno scritto chiedendo chiarimenti circa l’accenno fatto, all’interno dell’articolo, ad Ilaria Alpi. Ecco dunque la risposta.

L’accenno è stato fatto perché queste morti (quelle del Moby Prince e di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin) hanno molto in comune: Il traffico internazionale di armi e la flotta di pescherecci Shifco.

Il 20 marzo 1994 a Mogadiscio vengono uccisi la giornalista Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin. Ad 800 metri di distanza dal luogo dell’agguato ci sono due navi militari italiane, la San Giorgio e la Garibaldi. Su una di esse è in corso una gara di pesca. I nostri soldati stanno aspettando di finire le procedure di imbarco per tornare a casa. Vengono avvisati dell’agguato teso ai nostri connazionali, ma nessuno si muove, nemmeno per andare a recuperare i corpi.

Rientrate le salme in Italia la Procura di Roma non viene neanche avvisata. Sarà il responsabile del cimitero ad accorgersi che, sulla persona da tumulare morta per colpo da arma da fuoco (Ilaria Alpi), non è stata fatta alcuna autopsia. Su cosa stavano lavorando Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia? Stavano indagando sul traffico di armi e rifiuti tossici che dall’Italia giungono nel paese africano.

La loro attenzione si era incentrata sulla flotta Shifco, una flotta di pescherecci donata dalla Coooperazione italiana alla Somalia e che invece di trasportare pesce, da diverse testimonianze, pare trasporti armi. Una informativa della Digos di Udine del 1994 riferisce quanto segue: che al porto di Livorno ha fatto scalo “per lunghi periodi un peschereccio battente bandiera somala di colore bianco con scritta nera chiamato 'Shifco' [...] che sarebbe in realtà stato utilizzato per traffico internazionale di armi”.


[Ilaria Alpi e Miran Hrovatin]

Veniamo allora al Moby Prince.

La sera del 10 aprile 1991 al porto di Livorno è presente il peschereccio “21 Oktobar II”, la nave numero uno della flotta di pescherecci Shifco. Ufficialmente si trova lì per riparazioni (dovrebbe quindi trovarsi a secco in officina) eppure - la notte della strage del Moby Prince - chiede di essere rifornita di carburante e si mette in navigazione. Tornerà al porto di Livorno il giorno dopo.

Perché una imbarcazione ricoverata in banchina per lunghi interventi di riparazione effettua un pieno di carburante? Doveva effettuare delle manovre portuali? E quali? Perché non vi è traccia dei suoi movimenti? Eppure la nave non è piccola, è lunga 70 metri. La notte del rogo del Moby Prince alcuni ufficiali della Marina testimoniano che, nel Porto di Livorno, è in corso movimentazione di materiale bellico. Dove venivano caricate queste armi? Sulla “21 Oktobar II”?

Il timoniere somalo della 21 Oktobar II parla apertamente d traffici d’armi svolti dal peschereccio. Era questo che aveva scoperto Ilaria Alpi? Non si sa. Quello che però è certo è che anche nella morte di Ilaria Alpi ritroviamo attivati tutti i meccanismi, operati con successo per il Moby Prince, quei meccanismi che non permettono di giungere alla verità. Vediamoli:

- testimoni non ascoltati;

- fascicoli spariti;

- block notes e videocassette di Ilaria Alpi scomparse;

- macchina fotografica di Ilaria Alpi scomparsa;

- l’elenco degli effetti personali della giornalista compilato sulla nave "Garibaldi" scomparsa

- il riscontro esterno dei corpi e le foto scattate sulla nave "Garibaldi" scomparsi;

- il "Body Anatomy Sketching Report" redatto da signor Victor Baiza della compagnia mortuaria privata americana Brown-Root di Houston, scomparso;

- informazioni false date per depistare le indagini;

- registri di bordo incompleti;

- informative trasmesse e mai arrivate;

- inchiesta sottratta (avocata immotivatamente come accerterà l’ispettore ministeriale) al PM Pititto due giorni prima di ascoltare due testimoni oculari dell’esecuzione. Il dott. Pititto ha dichiarato in una intervista: “…perché accertare le vere ragioni per cui l'inchiesta mi è stata sottratta è, secondo me, un passaggio fondamentale per accertare la verità…Se la ragione per cui l'inchiesta mi è stata sottratta non è il contrasto tra me e De Gasperis, allora dev'essere un'altra: una ragione occulta. E ciò che è segreto, e incide su un'inchiesta giudiziaria per un duplice omicidio pregiudicando l'accertamento delle responsabilità, non può che allarmare... Coiro mi affida l'inchiesta il 22 marzo 1996. Pochi mesi dopo, nell'estate '96, viene destituito senza alcuna valida ragione. Arriva Salvatore Vecchione che, a due mesi e undici giorni dal suo insediamento, me la sottrae con una motivazione falsa, su cui le istituzioni paiono determinate a mantenere il silenzio. Neppure l'appello dei coniugi Alpi al capo dello Stato ha sortito il minimo effetto. Per converso, da quando l'inchiesta mi è stata tolta, contro di me è iniziata un'opera di persecuzione senza limiti, né legali, né morali, né di decenza”;

- morti sospette: maresciallo Li Causi, un ufficiale del servizio segreto Sismi, capo struttura Gladio di Trapani, in contatto con Ilaria Alpi, ucciso quattro mesi prima di Ilaria e di Miran;

- di monsignor Colombo, vescovo di Mogadiscio, assassinato perché nelle omelie denunciava chi avvelenava con i rifiuti tossici donne e bambini, ecc. tutti morti attribuiti a piccoli banditi di strada. Facile in un paese straniero. Troppo facile!

- I sostituti procuratori che confermano, dinanzi alla commissione bicamerale di inchiesta, che i servizi segreti stagliano la loro ombra su alcuni traffici della Cooperazione italiana in Somalia, in particolare sull’attività della navi della Shifco e su alcuni atti inerenti l’omicidio Alpi-Hrovatin: ”… mi viene riferita la notizia che la Camera di commercio Italo-somala, e in particolare Bettino Craxi e Paolo Pillitteri, facessero scambio di armi come contropartita della forniture di opere, servizi e costruzioni o quant’altro ancora in quel territorio [Somalia, ndr]. Dette persone riferivano altresì che si trattava di un fatto generalmente noto e che nei mercatini di Mogadiscio bastava sollevare il leggero tessutino che copriva la bancarella per trovare [pistole] Beretta di fabbricazione italiana[1]”.

Sono state numerose le Procure che hanno indagato sul traffico internazionale di armi, rifiuti tossici e radioattivi in partenza ed in transito dall'Italia, ma nessuna delle indagini risulta essere mai arrivata a dibattimento. Perché? Forse perché il traffico internazionale di rifiuti è uno snodo di più attività illecite: ripulitura di denaro sporco, metodo di pagamento per forniture di materiale bellico e forma illegale di realizzazione di ingenti guadagni per ulteriori investimenti leciti ed illeciti?

E il terribile gioco continua con la Commissione bicamerale che nella relazione finale scriverà che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, in vacanza in Somalia, sono stati vittime di banditi da strada alla ricerca di un magro bottino e la procura di Roma che, sul duplice omicidio, chiede l’archiviazione.

E la mancata autopsia su Ilaria Alpi? Una distrazione.

Il mancato intervento? Un'altra fatalità.

Il fatto che Ilaria Alpi stesse indagando su traffici di quella portata? Una coincidenza.

E il peschereccio che la Digos segnala come nave per il traffico di armi, presente in entrambe le tragedie? Un'altra coincidenza.

[1] Audizione del 13 giugno 1995 del sostituto procuratore di Milano Gemma Gualdi dinnanzi alla Commissione bicamerale di inchiesta sulla Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo (Legge 46, del 17 gennaio 1994).

Fonte: http://paolofranceschetti.blogspot.com
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gatosan — 2007-12-26 GTM 1 @ 00:31

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Sei gay? La chiesa cattolica fa i corsi clandestini di riabilitazione

Dall'inchiesta di Davide Varì del quotidiano "Liberazione":

L'appuntamento è con Don Giacomo nella sede delle edizioni Paoline poco lontano dalla Garbatella, ex quartiere popolare di Roma. Un incontro per definire tempi e modi del mio ingresso in un gruppo terapeutico per guarire dall'omosessualità. Un appuntamento sudato: i sedicenti guaritori di gay, almeno in Italia, non vogliono troppa pubblicità. Per rintracciare quello italiano ho dovuto chiamare un gruppo omologo svizzero che mi ha girato la sede milanese di "Obiettivo Chaire", un'associazione ultracattolica che organizza, sì, incontri terapeutici, ma soltanto a Milano. Alla fine mi indicano Don Giacomo qui a Roma, un giovane prelato che, dicono loro, può aiutarmi. E ora, dopo quel lungo peregrinare, ci sono: finalmente sono di fronte allo studio di Don Giacomo. La prima tappa del mio percorso di "guarigione". Un percorso durato circa sei mesi nei quali mi sono ritrovato immerso in un mondo parallelo fatto di reticenze, mezze verità, ambiguità e strane alleanze tra ambienti del Vaticano e alcuni gruppi di psicologi guidati dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all'Università Gregoriana.
Ma prima c'è don Giacomo, il primo livello di valutazione della "gravità del paziente" spetta infatti a lui, a un rappresentante della Chiesa cattolica. Don Giacomo è gentile. Dopo vari colloqui telefonici nei quali, con molta discrezione e molto tatto, mi chiede i motivi che mi spingono verso questa terapia, arriva il momento dell'incontro. Dopo una breve presentazione, inizia il colloquio vero e proprio.

Le domande fondamentali sono due o tre: quanti rapporti omosessuali ho consumato, con quale frequenza e le sensazioni che ho provato. Gli racconto quasi tutta la verità, tutta tranne il fatto che sono un giornalista e che non sono omosessuale. Gli dico che sono sposato, che ho un bambina e butto lì un paio di esperienze omosessuali legate alla mia adolescenza e la preoccupazione che quelle esperienze possano tornare a galla e rovinare il mio matrimonio. Don Giacomo ascolta con partecipazione. Poi inizia il lavoro d'indagine per capire le ragioni della mia omosessualità. Mi chiede dei miei genitori, del rapporto con mia madre - rispetto alla quale tiro fuori un bel conflitto. Fa sempre bene, penso: ai preti e agli psicologi piace - gli racconto del ruolo marginale di mio padre, dei rapporti sessuali con mia moglie, le relazioni interpersonali e così via. Una scannerizzazione superficiale ma completa del mio vissuto.
Poi la domanda: «Quando è stata la prima volta, Davide», mi chiede Don Giacomo. Gli racconto di un mio compagno di liceo, di tale Luca, col quale ero molto amico e di come quell'amicizia, col tempo e in modo del tutto inaspettato, si fosse trasformata in relazione sessuale. Don Giacomo ascolta con attenzione e partecipazione. Mi vede provato e cambia discorso: «Credi in Dio?» mi chiede. Io rispondo che provengo da una famiglia molto religiosa ma che no, non ho mai praticato. Ma ultimamente, aggiungo, sento rinascere in me qualcosa di diverso. È il momento più delicato, il momento in cui bisogna scegliere se andare fino in fondo passando sopra le sincere convinzioni religiose di Don Giacomo, oppure finirla lì e andarsene. 
E' come se mi prendessi gioco della sua fede, e forse nessuno mi da il diritto di arrivare fino a quel punto. Poi mi convinco che nella realtà quotidiana questi "guaritori di omosessuali" fanno solo danni: prendono una persona, nella gran parte dei casi spinta dalla famiglia, gli raccontano che la propria omosessualità è una deviazione dalla norma e la invitano a intraprendere, con loro, un percorso di guarigione, anzi, di "riparazione". Ed allora decido di andare avanti e raccolgo l'appello di Don Giacomo: «Preghiamo».

Mi forzo, e da ateo convinto prego con lui. Finito il momento di raccoglimento Don Giacomo, con la stessa delicatezza, mi invita a continuare il mio racconto. «La tua relazione con Luca - mi dice - è stata passiva o solo attiva?». Don Giacomo vuol sapere se ho «subito» oppure no una penetrazione. Deve essere solo quello il discrimine fondamentale per capire se davanti a sé c'è un vero omosessuale. «Attivo e passivo», dico di botto. «E mi è anche piaciuto», rispondo quasi in senso di sfida, di fronte a quella domanda così volgare. Volgare non per la cosa in sé, quanto, piuttosto perchè per la prima volta inizio a intravedere, o almeno così mi sembra, i veri pensieri di quel prete così giovane e cordiale. Uno squarcio che smaschera il giudizio che ha di me, anzi, di "quelli come me".

Don Giacomo annuisce in modo austero e poi mi chiede di parlargli degli altri rapporti. A quel punto tiro fuori una relazione fugace con un altro ragazzo "consumata" dopo il matrimonio. Don Giacomo mi invita a raccontare le sensazioni che avevo provato. Io mi invento un «senso di sporcizia morale» che vivo e mi porto dentro tuttora. Il giovane prete è silenzioso. Mi benedice e mi tranquillizza. «La tua omosessualità - dice - è molto superficiale. Io credo che tu sia pronto per iniziare il percorso di guarigione».

A quel punto sono io che faccio qualche domanda e chiedo lumi su quello che lui chiama "percorso". Don Giacomo, grosso modo, mi spiega che quasi tutti gli omosessuali hanno subito un trauma o qualcosa del genere che ha interrotto la "naturale" costruzione della vera identità sessuale. «Per questo - dice - servono terapie riparative. Per riprendere in mano quel vissuto, trovare la frattura e ridefinire la propria identità di genere. Tu sei in uno stato di confusione sessuale, devi farti aiutare per ridefinire la tua sessualità in modo corretto». Perfetto, sono pronto per iniziare il "percorso". Don Giacomo prende un pezzo di carta e scrive telefono e indirizzo del Professor Tonino Cantelmi, «chiamalo tra una settimana, digli che ti mando io, lui saprà già tutto». Mi benedice e mi congeda.

***

Il primo incontro con il professor Cantelmi

Lo studio del professor Tonino Cantelmi - Presidente dell'Istituto di Terapia Cognitivo interpersonale, c'è scritto nella targhetta - è un porto di mare nel quale transitano e approdano le preoccupazioni e le angosce di varia umanità: ragazzini, adolescenti, mamme, nonne. C'è di tutto in quello studio. Io mi accomodo e attendo di essere chiamato. Lui, il professore, ogni tanto esce e saluta il paziente di turno. Con tutti ha un rapporto molto confidenziale, tutti lo chiamano Tonino. Finalmente arriva il mio momento. Raccolgo le idee per evitare di contraddirmi rispetto alla storia che ho raccontato a Don Giacomo qualche settimana prima. Ripasso lo schema, i nomi inventati dei miei falsi amanti e mi infilo nello studio del Professore. Lui mi squadra, mi sorride e mi fa accomodare. «Sono Davide, gli dico, mi manda Don Giacomo». Lui annuisce - «con quel nome mi ha inserito nella categoria omosessuale pentito», penso tra me - e mi invita a raccontare la mia storia. A quel punto riparto con la vicenda del Liceo, della mia relazione col mio compagno di banco e dei timori rispetto al mio matrimonio dopo un'altra relazione avuta con un ragazzo un paio d'anni fa.

«Che tipo di rapporti hai avuto?», mi chiede Cantelmi.

Io faccio finta di non capire.

«Voglio dire - continua il Professore - hai avuto rapporti completi?».

Annuisco, ma aspetto che il professore esca dalla sua tana e mi ponga la domanda, la domanda con la D maiuscola, in modo diretto. E lui non mi delude: «Insomma Davide - mi dice schietto - sei stato anche passivo nei tuoi rapporti?».

Ci risiamo, penso tra me. «Sì», rispondo. Decido di fare la parte del laconico. Da un lato perchè ho paura di contraddirmi, dall'altro perchè voglio vedere le abilità del professore in azione. Son curioso di capire in che modo si muove. Come lavora. Ma lui mi sorprende e dopo quell'unica risposta, pronto a sbarazzarsi di me, prende carta e penna e scrive il nome di una collega: «Lei è la dottoressa Cacace - mi dice mentre mi porge il bigliettino - è una mia assistente, contattala a mio nome. Lei saprà già tutto». Mi sembra di rivedere un film già visto. Comunque io non voglio perdere l'occasione di ritrovarmi di fronte al "guru" italiano dei guaritori di gay e allora rilancio prima che lui mi liquidi. «Senta dottore - gli dico con il massimo di gentilezza - io vorrei capire di preciso cosa mi aspetta». «Nulla di particolare - fa lui - la dottoressa ti farà un test..»

«Un test?», faccio eco io

«Sì, un test»

«Un test per misurare il mio grado di omosessualità?», incalzo.

«Beh! In un certo senso sì», fa lui.

«Scusi - gli chiedo - ma cos'è di preciso l'omosessualità?»

A quel punto Cantelmi si accomoda, allunga le braccia sul tavolo e comincia: «Io - esordisce - parlerei della tua omosessualità, non di omosessualità in genere. Diciamo che noi siamo un gruppo di psicologi che cercano di aiutare persone in difficoltà. La nostra è una terapia riparativa»

***

La terapia riparativa: l'omosessualità come il comunismo

Si sentiva parlare da tempo di questi taumaturghi del sesso deviato. Una moda che spopola nel Nord America grazie al lavoro di molti gruppi legati alla Chiesa, e che segue l'insegnamento e la pratica di Joseph Nicolosi, presidente della Narth, National Association for Research and Therapy of Homosexuality. Uno psicologo clinico, questo Joseph Nicolosi, un "santone" che vanta ben 500 casi di «gay trattati» e curati - proprio così, «gay trattati» - e che ha tirato fuori dal cilindro della propria stregoneria psichiatrica la cosiddetta "terapia riparativa" il cui scopo dichiarato è quello di «ricondurre all'orientamento eterosessuale le persone omosessuali». Un messaggio che in Italia è stato ripreso e rilanciato dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all'Università Gregoriana. Insomma, il guru italiano della terapia riparativa, una persona legata a doppio nodo al Vaticano e intorno al quale è nato un gruppo di lavoro formato da cinque, sei giovani psicologi che seguono le terapie individuali dei futuri e "riparati" eterosessuali.

Questa della terapia riparativa è storia antica. Già nel 2005, la rivista Gay Pride pubblicò un lungo articolo nel quale ne metteva in dubbio ogni validità e attendibilità scientifica. Franco Grillini, presidente onorario dell'Arcigay, presentò anche un'interrogazione parlamentare per bloccare, tramite gli ordini professionali, la terapia riparativa. Anche per questo uno come J.M. van den Aardweg, lo psicoterapeuta americano che ha scritto "Omosessualità & speranza", parla di lobby gay all'assalto della scientificità. Tanto per capire cosa si muove dietro questa presunta terapia riparativa, lo stesso van den Aardweg sostiene - lo ha fatto in una recente intervista per "Acquaviva2000, cultura cattolica in rete" - che molti omosessuali «presentano seri disturbi mentali, o hanno sviluppato un comportamento omosessuale di proporzioni tali che non sarebbe tanto sbagliato chiamarli "malati"». Non solo, van den Aardweg è convinto che per colpa del movimento gay, «le masse non assimileranno mai completamente la concezione antinaturale che viene loro imposta. Andrà come con il comunismo. Molti, probabilmente i più, presteranno all'innaturale "religione" omosessuale un culto formale, dettatogli dalla paura, ma si finirà col crederci sempre di meno».

Questi sono gli illustri scienziati che sponsorizzano la terapia riparativa. Ancora più esplicite le parole d'ordine del già citato gruppo ultracattolico "Obiettivo Chaire": «Accompagnamento spirituale, psicologico e medico; attenzione rivolta a genitori, insegnanti ed educatori al fine di prevenire l'insorgere di tendenze omosessuali nei ragazzi, negli adolescenti e nei giovani; ricerca delle cause(spirituali, psicologiche, culturali, storiche) che contribuiscono alla diffusione di atteggiamenti contrari alla legge naturale, riconoscibile dalla ragione rettamente formata».

Poi l'immancabile Joseph Nicolosi, lo psicologo-clinico americano che ha inventato la terapia riparativa. A giorni sarà in Italia per aggiornare i suoi seguaci e illustrare loro, verosimilmente, le ultime novità della sua terapia. Queste le idee di fondo: primo, alla luce delle scienze sociali la forma di famiglia ideale per favorire un sano sviluppo del bambino è il modello tradizionale di matrimonio eterosessuale; secondo, l'identità sessuale si forma in un'età precoce sulla base di " fattori biologici, psicologici e sociali"; terzo, esistono numerosi esempi di persone che sono riuscite a cambiare il loro comportamento, identità, stimoli o fantasie sessuali.

A sostegno di queste tesi sono nati i movimenti "ex-gay", persone "riparate" e spesso convertite al cattolicesimo che hanno lo scopo dichiarato di dimostrare che dall'omosessualità è possibile "guarire". Il bello della faccenda è che sempre più gruppi di "ex gay" vengono sciolti per il fatto che molti associati hanno ri-trovato un partner dello stesso sesso proprio in quell'organizzazione.

***

La terapia riparativa di Cantelmi

Cantelmi cerca di adattare su di me, sul mio caso, le ragioni di quella terapia. Parla di traumi infantili che generano confusione in un mondo già pieno di contraddizioni e di liquidità nei rapporti interpersonali. Il tutto per spiegare che in un certo senso i comportamenti della persona omosessualità sono indotti da questa schizofrenia esterna. Non solo omosessuali però. Il professor Cantelmi è infatti convinto, e me lo spiega, che la nostra epoca è caratterizzata da una grossa compulsività sessuale: una dipendenza che colpisce migliaia di persone e tra questi tanti, tantissimi giovani. Mi parla di «relazioni malate con il sesso», di «perdita di controllo» e così via.

«E in tutto questo, l'omosessualità?», chiedo io.

«Beh, il mio studio è pieno. Abbiamo la fila. Ci sono centinaia di ragazzi che chiedono aiuto».

«Vede - dico cercando di stanarlo - io non so bene se sono omosessuale. Non capisco se sono vittima di una sorta di disagio psichico o se devo assecondare queste mie pulsioni».

«Non preoccuparti Davide - mi dice sereno e sorridente - dal tuo profilo mi sembra di poter parlare di una ansia generalizzata e di una leggera nevrosi che in qualche modo condiziona e devia le tue scelte sessuali. Ora faremo il test e avremo più elementi per poter scegliere la terapia migliore».

***

Il Test ed i discepoli del professore e la cura

La dottoressa Cristina Cacace dell'Istituto di terapia cognitivo interpersonale diretto da Cantelmi mi accoglie sorridente nel suo studio. Mi osserva, anzi mi scruta con insistenza. «Ora mi becca - penso io - scopre che sono un infiltrato e mi caccia». E invece no. Evidentemente la diagnosi del Professor Cantelmi deve avermi suggestionato. Un po' nevrotico, perseguitato, mi ci sento davvero. Fatto sta che lei mi invita con gentilezza nel suo studio targato Ikea, mi fa accomodare e mi interroga: nome, cognome, età, indirizzo, telefono e stato civile. Io rispondo senza esitare e attendo, anche qui, "la" domanda . Ma la dottoressa Cacace già sa e non c'è bisogno di alcuna premessa.

Saltiamo direttamente ai particolari più intimi: quante volte, e fino a che punto. «Fino a che punto in che senso?», chiedo io. Lei sorride. Mi chiedo se lei, giovane psicologa, crede davvero alle follie e alla violenza di questa benedetta "terapia riparativa" oppure se è li, in quel piccolo studio solo perchè non trova nulla di meglio. Ma i miei pensieri vengono interrotti dalla domanda della dottoressa:

«Davide, i tuoi rapporti omosessuali sono stati solo attivi o anche passivi»? Sento un forte disagio di fronte a quella domanda ricorrente, ossessiva. Mi viene in mente il lato pruriginoso e voyeuristico di chi la pone. Alla fine rispondo come ho già risposto a Don Giacomo e al professor Cantelmi: «Sì, attivo e passivo». Poi racconto anche a lei del mio rapporto conflittuale con mia madre, delle assenze di mio padre e aggiungo che ogni tanto, da piccolo,venivo scambiato per bambina. La giovane assistente di Cantelmi annuisce gravemente e mi fissa l'appuntamento per il test di personalità. «Dopo il test - mi dice prima di accompagnarmi alla porta - sapremo meglio come trattare la tua situazione».

Pochi giorni dopo sono di nuovo lì e scopro che il Test dura circa quattro ore ed è nient'altro che il cosiddetto "Test Minnesota" quello che utilizzano le forze armate di mezzo mondo per selezionare il proprio personale. Seicento domande circa che dovrebbero dare risposte su eventuali deviazioni del candidato: ipocondria, depressione, isteria, deviazione psicopatica, mascolinità o femminilità, paranoia, psicastenia, schizofrenia, ipomania e introversione sociale. Un pout-pourri che, tra le altre cose, dovrebbe mettere in luce le mie tendenze omosessuali. Comunque la dottoressa mi dà i fogli, un penna e mi piazza in corridoio. Inizio a scorrere le domande: «Hai avuto esperienze molto strane?»; oppure, «Ti piacerebbe essere un fioraio?». A quest'ultima rispondo di sì spinto dalla banalità della considerazione; Forse chi sceglie di fare il fioraio, secondo loro, ha una predisposizione ha diventare un po'checca.

D'un tratto vengo colpito e distratto dalla presenza silenziosa di una signora e di un giovane adolescente. Sono madre e figlio. Lui mi sembra particolarmente timido, a disagio. Non posso saperlo, ma potrebbe benissimo trattarsi di un ragazzino forzato dalla madre per arginare, almeno finché è in tempo, la «propria devianza omosessuale». Di nuovo penso a quanto sia angusta questa pratica e a quanta violenza abbia in sé. Penso alla pressione che può subire un ragazzino di 15-16 anni che sta scoprendo la propria sessualità. La preoccupazione, spesso in buona fede, dei genitori e la scelta di far qualcosa per fermare quella "scoperta" piuttosto che accoglierla e sostenerla. Poi la signora e il ragazzino si infilano in una delle tante stanze dello studio degli allievi di Cantelmi e io torno al mio test infinito: «Hai mai compiuto pratiche sessuali insolite?»; «Ti piaceva giocare con le bambole?»; «Qualcuno controlla la tua mente?»; «Hai spesso il desiderio di essere di sesso opposto al tuo?»; «L'uomo dovrebbe essere il capo famiglia?»...

Finite le domande, torno in stanza dalla dottoressa.

Lei ripone le mie scartoffie che già contengono il risultato del mio "grado di omosessualità" e tira fuori una decina di cartoncini colorati da figure bizzarre. Sono le macchie del test di Rorschach. Spruzzi indefiniti di colore, che agiscono in modo inconscio attivando reazioni proiettive. Insomma, di fronte a quelle macchie sono invitato a rintracciare e comunicare figure sensate. Io mi lancio sforzandomi di vedere peni, vagine, ani e così via. Individuo anche un paio di feti appesi per il cordone ombelicale. Dò il peggio di me, cercando di convincere la dottoressa Cacace che la mia sessualità è particolarmente deviata, talmente corrotta e omosessuale da meritare le sue cure. Ma lei, di fronte al mio sproloquio genitale non fa una piega: sfila uno dopo l'altro i cartoncini del test e prende diligentemente appunti.

Nel frattempo si accosta a me ed io non trattengo un'occhiata fugace alla scollatura. Lei, sorpresa, si ritrae, si copre e mi guarda con imbarazzo. Insomma, dopo tutto quel parlare della mia omosessualità probabilmente sono caduto nella banalità di voler riaffermare la mia "mascolinità" di fronte a una donna. Per la prima volta, in un certo senso, vivo sulla mia pelle la forza e la violenza del condizionamento sociale e culturale che vivono i gay. Poi, riprendo con le mie figure...

***

I risultati del test, quanto sono omosessuale?

«Non molto, la tua omosessualità è davvero sfumata», mi dice la dottoressa Cacace mostrandomi una ventina di pagine che contengono la mia "diagnosi". «Omosessualità sfumata», proprio così. A quel punto chiedo maggiori spiegazioni. «Allora, io direi che siamo di fronte ad una nevrosi che ha indotto una deviazione sessuale - continua lei - sarà il professor Cantelmi a spiegarti meglio.

Dopo qualche giorno sono di nuovo nella sala d'attesa del professore. La sensazione è la stessa: un porto di mare aperto a tutti i "casi umani". Cantelmi, cortese e accogliente come sempre, sfoglia i risultati del mio test e mi parla di "leggera nevrosi e depressione" che avrebbe indotto la mia deviazione sessuale, l'uscita dai binari di una sessualità sana e consapevole. «Tu non sei propriamente un omosessuale», mi dice. «La tua mi sembra più una preoccupazione determinata da alcuni episodi legati all'infanzia». Poi attacca con il conflitto con mia madre e l'assenza di mio padre, da me del tutto inventata, che mi avrebbe privato di una figura maschile forte, una figura di riferimento su cui avrei dovuto modellare la mia sessualità e definire il mio genere. Dunque non sono del tutto omosessuale.

Forse la terapia è già iniziata. Negare la mia omosessualità è il primo passo verso la "guarigione". Probabilmente è una modalità per iniziare a smontare la convinzione del "paziente". Sentirsi dire, «non sei propriamente omosessuale», forse, significa iniziare a destrutturare la personalità dell'individuo, le sue convinzioni e metterlo di fronte al fatto - un fatto certificato da uno psicologo - che la sua omosessualità non è mai esistita. Anzi, che l'omosessualità in sé non esiste se non nei termini di una deviazione dalla norma, dall'unica norma reale: l'eterosessualità.

«A questo punto - continua poi il professore - si tratta di andare a ripescare quelle fratture e superarle attraverso una terapia adeguata».

«Che tipo di terapia?» chiedo io. «Una terapia individuale. Ti seguirà un mio assistente, ma io - mi tranquillizza - sarò costantemente informato dei tuoi progressi». «Ma io sapevo di gruppi di mutuo-aiuto, pensavo che mi inserisse lì». «I gruppi ci sono - mi dice lui - ma sono gruppi con persone che hanno una forte devianza sessuale. Non credo che sia la terapia migliore per il tuo stato. Non so, vedremo».

Io non mollo la presa e cerco di scoprire cosa accade dentro quei gruppi. «Sono gruppi di persone guidate da psicoterapeuti che condividono le propria esperienza verso un percorso riparativo», aggiunge frettolosamente Cantelmi. Poi si alza, mi dà il numero di telefono dell'ennesimo psicologo, ovviamente un altro assistente, e mi regala un libro: "Oltre l'omosessualità" di Joseph Nicolosi.

Nicolosi, proprio lui, il guru dei guaritori, il creatore della terapia riparativa, quello che vanta ben 500 casi di «gay trattati», anzi, riparati. «Leggilo - mi dice - troverai situazioni simili alla tua. Persone come te che ce l'hanno fatta».

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Il libro di Nicolosi

Oltre l'omosessualità" di Joseph Nicolosi è una raccolta di storie di vita. Otto storie di omosessuali corretti, riparati, e un'appendice finale sulle modalità della terapia. Tra loro Albert, un trentenne che «parla con tono leggermente effeminato e la nostalgia - sottolinea Nicolosi - di un bambino perduto». E in effetti il problema di Albert, racconta Nicolosi nel suo libro, è proprio il suo attaccamento al mondo perduto dell'infanzia. Di qui un'illustrazione delle caratteristiche ricorrenti nelle persone omosessuali: attrazione distaccata per il proprio corpo, prime esperienze sessuali con altri bambini, ipermasturbazione, - «gli omosessuali - spiega Nicolosi - si masturbano più spesso degli eterosessuali: è un tentativo di stabilire un contatto rituale con il pene» - e una figura materna opprimente. A quel punto l'obiettivo del dottor Nicolosi è quello di «sviluppare un senso più solido della mascolinità» di Albert. Come? Innanzi tutto affrancandosi dall'opprimente legame materno, coltivando amicizie maschili non sessuali e facendo lunghi giri in bicicletta. Lunghi giri in bicicletta, proprio così. Finalmente arrivano i primi progressi: Albert riesce a controllare la masturbazione, si distacca dalla madre, non salta addosso al suo amico e continua a girare in bici per il quartiere. «Le stanno succedendo proprio delle belle cose», confida il dottore ad Albert. Tre anni dopo Albert ha una voce sicura, ogni inflessione femminile è sparita, si è «staccato emotivamente dagli altri maschi e dalla mascolinità», e si è affrancato dal controllo materno: la colpa originaria, la causa della sua omosessualità; Albert si è anche fidanzato con una ragazza. Insomma è riparato. Ed è riparato perchè «ha afferrato - commenta Nicolosi - il concetto del falso sé»: la falsa identità gay che l'esterno ti impone. «No, non sono gay», è l'ultimo commento di Albert prima di iniziare la sua nuova vita da eterosessuale.

Altra vicenda interessante raccontata da Nicolosi è quella di Tom: «Un uomo straordinariamente bello, alto circa 1m e 80, occhi azzurri e ben vestito». (chissà che anche Nicolosi non tradisca una tendenza omosessuale: il guaritore dei gay che scopre di essere gay, un grande classico già visto mille volte). Tom è sposato, ma separato a causa di una relazione con un altro ragazzo: «Andy, un ventiquattrenne irresistibile». Nicolosi è chiaro con Tom: «Se lei vuole divorziare da sua moglie e iniziare la sua nuova vita con il suo amante gay io non la seguo». Il fatto è che Tom si sente vuoto senza la moglie e i figli e non sa come presentarsi in società, come tirare fuori la sua omosessualità. Un paio di buone ragioni per iniziare la terapia riparativa. Il fatto è che, almeno per Nicolosi, Tom è un omosessuale anomalo: «Non ha problemi di affermazione nei confronti degli altri uomini, in affari è deciso e risoluto ed è estroverso. Ma sotto sotto - svela Nicolosi - ha la fragilità emotiva tipica degli omosessuali». A farla breve, Tom ha una paura nera di perdere la moglie e i figli e ritrovarsi solo perché «le relazioni omosessuali sono senza futuro». A quel punto Nicolosi incontra la moglie di Tom che ha tutta l'intenzione di collaborare per riportare il marito sulla retta via. Un lavoro che riesce, ma i segni dell'omosessualità hanno lasciato la loro traccia indelebile: Tom è Hiv positivo e di lì a poco muore. Il messaggio, meglio, l'avvertimento di Nicolosi è fin troppo chiaro: attenzione, di omosessualità si può guarire ma anche morire.

***

Prove di guarigione

Quando torno nello studio del professor Cantelmi scopro che la mia guarigione è nelle mani di un suo giovanissimo assistente. Anche lui sfoglia i risultati del mio test, e inizia a parlare del percorso che abbiamo davanti. «Ripercorreremo il conflitto con tua madre, l'assenza di tuo padre, cercando di ricomporre le fratture che hanno generato la confusione».

«Confusione?»

«Si, certo, confusione di genere. Ma prima Davide - continua il giovane dottore - parlami della tue esperienze omosessuali». Per la quarta volta mi ritrovo a parlare del mio compagno di Liceo e racconto delle paure del mio matrimonio. Ma la Domanda arriva: «Davide, i tuoi rapporti sono stati completi?». «Vuol sapere se l'ho preso nel di dietro dottore? Sì, due volte», rispondo seccato. Lui sorride imbarazzato. Ma in effetti è proprio quello che voleva sapere. Poi si riprende e attacca. «Vorrei anche sapere le sensazioni che hai provato». Sull'orlo dell'esaurimento per quelle domande così ripetitive e di basso livello, attacco un pilotto infinito. Gli racconto, invento, ogni particolare. Gli parlo dell'eccitazione del rapporto omosessuale maschile, del senso di trasgressione e richiamo alla mente alcuni passaggi particolarmente suggestivi e "scabrosi" descritti da uno dei pazienti del libro di Nicolosi. Lui si beve tutto e prende diligentemente appunti. Finalmente gli ho offerto il "malato" che è in me e mi sembra visibilmente soddisfatto.

Io inizio a provare un senso di nausea. Nausea per Don Giacomo, per il professor Cantelmi e per i suoi giovani assistenti. Sono passati sei mesi dal mio primo incontro e a questo punto mi sembra di non riuscire a sopportare oltre. Mi rendo conto che in questo lungo periodo abbiamo solo parlato del mio didietro. Per la prima volta realizzo che nessuno di loro mi ha mai chiesto se mi era capitato di innamorarmi di qualche uomo. Nessuno ha mai voluto sapere le mie emozioni di fronte ai rapporti omosessuali. Possibile che non gli interessi altro che il numero di penetrazioni "subite"? Il giovane psicologo mi fissa un nuovo appuntamento. Io lo saluto e sparisco. Non metterò mai più piede in quello studio. Ormai ne so abbastanza.

gatosan — 2007-12-25 GTM 1 @ 23:56 Tags:

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