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Imprese, politici e camorra Imprese, politici e camorra: ecco i colpevoli della peste

J'accuse dell'autore di Gomorra: la tragedia è che Napoli si sta rassegnando all'avvelenamento

Imprese, politici e camorra
ecco i colpevoli della peste

Gli ultimi dati dell'Oms parlano di un aumento vertiginoso, oltre la media nazionale, dei casi di tumore a pancreas e polmoni
di ROBERTO SAVIANO


<B>Imprese, politici e camorra<br /> ecco i colpevoli della peste</B>

Roberto Saviano è l'autore di Gomorra, il best-seller che racconta un viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra

È un territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l'ossessione di emigrare o di arruolarsi.

E' una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all'opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi.

Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%.

Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all'opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un'impresa - l'Ecocampania - che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia.


Eppure non avviene in un altro paese che i rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo. Le imprese di rifiuti napoletane infatti sono le uniche italiane a far parte della EMAS, francese, un Sistema di Gestione Ambientale, con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti ambientali legati alle attività che si esercitano sul territorio.

Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l'ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia. Guadagna la politica perché come dimostra l'inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell'antimafia di Napoli sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico - è il sistema dei consorzi.

Il Consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso vicini alla camorra. Gli imprenditori hanno ritenuto che la società pubblica avesse diritto a fare la raccolta rifiuti in tutti i comuni della realtà consorziale, di diritto. Questo ha avuto come effetto pratico di avere situazioni di monopolio e di guadagno enorme che in passato non esistevano.

Nel caso dell'inchiesta di Milite e Cantone accadde che il Consorzio acquistò per una cifra enorme e gonfiata (circa nove milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tennero per se gli utili e scaricarono sul Consorzio le perdite. La politica ha tratto dal sistema dei consorzi 13.000 voti e 9 milioni di euro all'anno, mentre il fatturato dei clan è stato di 6 miliardi di euro in due anni.

Ma guadagnano cifre immense anche i proprietari delle discariche come dimostra il caso di Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall'estero: da ogni parte d'Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l'autorizzazione dalla Regione. Aveva però l'unica autorizzazione necessaria, quella della camorra.

Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione aggravata e continuata, è l'unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell'inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l'emergenza rifiuti del 2003. Chianese - secondo le accuse - è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l'emergenza e quindi riuscì con l'attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro, per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003.

Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all'amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l'appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan.

La Procura ha posto sotto sequestro preventivo i beni riconducibili all'avvocato-imprenditore di Parete: complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. L'emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit con sede in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione.

Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l'operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un'azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell'80% sui prezzi ordinari.

Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari, sarebbe la più grande montagna esistente ma sulla terra. Persino alla Moby Prince, il traghetto che prese fuoco e che nessuno voleva smaltire, i clan non hanno detto di no.

Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche. In questo paese bisognerebbe far conoscere Biùtiful cauntri (scritto alla napoletana) un documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio e Peppe Ruggiero: vedere il veleno che da ogni angolo d'Italia è stato intombato a sud massacrando pecore e bufale e facendo uscire puzza di acido dal cuore delle pesche e delle mele annurche. Ma forse è in un altro paese che si conoscono i volti di chi ha avvelenato questa terra.

E' in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli. E' in un altro paese che la maggiore forza economica è il crimine organizzato eppure l'ossessione dell'informazione resta la politica che riempie il dibattito quotidiano di intenzioni polemiche, mentre i clan che distruggono e costruiscono il paese lo fanno senza che ci sia un reale contrasto da parte dell'informazione, troppo episodica, troppo distratta sui meccanismi.
[an error occurred while processing this directive]Non è affatto la camorra ad aver innescato quest'emergenza. La camorra non ha piacere in creare emergenze, la camorra non ne ha bisogno, i suoi interessi e guadagni sui rifiuti come su tutto il resto li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l'emergenza e con l'apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli.

Quando si getta qualcosa nell'immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall'emergenza non si vuole e non si po' uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più.

L'emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa.

Ciò che rende tragico tutto questo è che non sono questi i giorni ad essere compromessi, non sono le strade che oggi solo colpite delle "sacchette" di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L'80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriate.

Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l'eroe epico che strappa le braccia all'Orco che appestava la Danimarca: "Il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla". Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla.

gatosan — 2008-01-05 GTM 1 @ 22:30 Tags:

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All'inizio del 1993 la Fininvest è sull'orlo del fallimento

All'inizio del 1993 la Fininvest è sull'orlo del fallimento.

di Marco Travaglio

ALL'INIZIO DEL 1993 la Fininvest è sull'orlo del fallimento.

Indebitata e inquisita fino al collo, I «comitati corporate» dei top
manager e dei dirigenti del gruppo si riuniscono quasi ogni giorno con Silvio Berlusconi nel quartier generale di Milano2 per l'estremo
salvataggio.

L'ingegner Guido Possa, segretario particolare del Cavaliere, verbalizza in «report» che finiranno in mano al pool di Milano.

Il 22 gennaio il direttore finanziario Ubaldo Livolsi fa il punto sui
debiti: 4550 miliardi di lire, 700 in più del '91.

E «il sistema bancario non è disposto ad aumentare l'affidamento nei nostri confronti (alcune banche anzi han chiesto a noi, come a tanti altri clienti, piccole ma significative riduzioni dell'esposizione (...). La situazione è molto seria».

Il rischio è il fallimento:
«Basterebbe una sia pur lieve flessione delle entrate pubblicitarie della tv (non improbabile vista la recessione) (...) per porci in grosse difficoltà».

Anche il Cavaliere vede nero: «La nostra tv è un'azienda matura, con buona redditività, ma lentamente si avvia al decli no». Ci vorrebbe un'idea.

Un'idea meravigliosa

I dirigenti suggeriscono di vendere un pezzo di Telepiù o di quotare la partecipazione della Silvio Berlusconi Editore in Mondadori, così da rimborsare le banche.

Ma il Cavaliere dice no e il 22 febbraio illustra, ai suoi uomini attoniti, un piano temerario.

Possa annota: «L'unica concreta azione possibile a breve è un accordo con la Rai: potrebbe ridurre i costi di 300-350 miliardi l'anno.

È urgente intervenire nel processo di ridefinizione della struttura Rai, per far sì che le massime responsabilità siano assunte da veri manager (coi quali sarebbe più agevole raggiungere un buon accordo) e prega Roberto Spingardi (capo del personale Fininvest) di suggerirgli nominativi di persone papabili (congiuntamente a G. Letta)».

Il padrone della Fininvest vuole scegliersi i capi della Rai.

Imbottirla di manager «amici» perché «tengano bassa» la programmazione, dando fiato alle boccheggianti reti di Milano2.

Nel '93 la guerra dell'audience ha dissanguato le casse Fininvest.

Se - ragiona Berlusconi - si convince la Rai a un disarmo bilanciato, i due contendenti abbassano gl'investimenti, la qualità e i costi. Intanto la Rai perde il primato negli ascolti e Fininvest incamera più spot e alza i prezzi (mentre la Rai ha un tetto di spot invalicabile, già al limite).

Ma nel nuovo governo «tecnico» Ciampi non ha amici. E nemmeno nel nuovo Cda Rai.

In Viale Mazzini arrivano i «professori», sotto la presidenza di Claudio Demattè, che danno spazio a professionisti come Guglielmi, Iseppi, Freccero, Aldo Grasso.

Torna persino Beppe Grillo.
Il Cavaliere è disperato, ricorderà Dell'Utri: «Nel settembre '93 Berlusconi mi convocò ad Arcore e mi disse:
"Marcello, dobbiamo fare un partito"(...).

C'era l'aggressione delle Procure e la Fininvest aveva 5000 miliardi di debiti. Franco Tatò, amministratore delegato del gruppo, non vedeva vie d'uscita:
"Cavaliere dobbiamo portare i libri in tribunale"».

Così Berlusconi si fa avanti con Demattè e butta lì la proposta indecente: un accordo di cartello per spartirsi audience e pubblicità.

Come annoterà il consigliere Paolo Murialdi, i rappresentanti delle due aziende discutono come «ridurre le spese degli acquisti e di produzione di Rai e Fininvest».

Con tanti saluti al libero mercato, il Cavaliere pretende «una ripartizione dell'audience in parti uguali, nella misura del 45%».

A vantaggio di Mediaset, che sta sotto la Rai: «All'epoca un punto di audience equivaleva 20 miliardi di introito pubblicitario».

Proposta indecente

Demattè rifiuta perché «era inaccettabile: un accordo di ferro per dividerci in partenza le quote di audience.
Se uno dei due superava la quota, doveva provvedere a scaricare il palinsesto (...): inserire programmi di bassa qualità e basso costo per permettere alla rete concorrente di riguadagnare le quote perdute».
Demattè pagherà caro il gran rifiuto. Il 9 giugno '94, al governo da un mese, Berlusconi attacca la Rai perché fa concorrenza a Fininvest: «È un servizio pubblico, non dovrebbe curarsi di raggiungere il massimo di ascolto, casomai coprire i vuoti che le tv commerciali lasciano aperti>.

Il 26 giugno, in gran segreto, riunisce ad Arcore i manager di Publitalia per esaminare il piano triennale di risanamento Rai elaborato da Demattè: aumenti automatici del canone legati al costo dei programmi trasmessi e crescita del 5% annuo del fatturato pubblicitario.

Ma i manager Fininvest lo bocciano: se la Rai cresce ancora, il Biscione tracolla.

La contro-proposta è contenere i ricavi pubblicitari della Rai, con «un tetto di 1000-1100 miliardi annui».
Berlusconi boccerà come «scandaloso» il piano triennale della Rai e, visto che i professori non si dimettono, il 31 giugno li licenzia con un emendamento di 5 righe al decreto salva-Rai.

Il nuovo vertice di Viale Mazzini è di stretta osservanza berlusconiana.
Presidente Letizia Moratti, al Tg1 Carlo Rossella, al Tg2 Clemente Mimun, e così via.
Qualche mese più tardi, cambio della guardia anche al vertice della Sipra: via Edoardo Giliberti, che nel '93 ha aumentato il fatturato del 7% (contro l'1.5% di Publitalia), dentro Antonello Perricone, ex Publltalia.

La presidente Moratti è stata chiara: «La Rai dev'essere complementare alla Fininvest».
Dice Demattè: «Giliberti ha ottenuto risultati straordinari, ma non si sarebbe fatto corrompere».
Giliberti conferma: «Era un accordo sull'audience che avrebbe inciso sulla pubblicità.
Abbassare l'audience è facile: basta spostare i programmi pomeridiani in prima serata e viceversa.
L'audience crolla nello spazio di un mattino».

Pubblicità, la grande torta

Il primo governo Berlusconi dura solo 7 mesi.
Ma nel '96 Berlusconi quota in Borsa le sue tv (nuovo marchio: Mediaset), scaricando i debiti sul mercato.
Nel 2001 torna a Palazzo Chigi, infiltra i suoi uo­mini alla Rai e il piano del '93-'94 si concretizza.

Per cinque anni. Calisto Tanzi, patron della Parmalat racconta che
Berlusconi nel '94 gli aveva chiesto «un aiuto»:
«Insie­me concordammo di utilizzare il canale della pubblicità per
finan­ziare occultamente Forza Italia.

Trasferimmo quote di pubblicità Rai a Publitalia, anche se non ne sono sicurissimo, ma certamente l'accordo con Berlusconi prevede­va che le tariffe degli spot non go­dessero di particolari sconti e/o promozioni.
Parlai con Barili, ca­po del settore, dicendogli di favori­re Mediaset, cosa che fece».

Non c'è solo Parmalat, a trasferire i suoi spot dalla Rai alle reti
Mediaset per compiacere il nuovo inquilino di Palazzo Chigi:
nel 2001 Telecom ri­tira dalla Rai investimenti per 77,5 miliardi di lire, la Nestlè per 20, la Fiat per 9.

Nel 2003 70 aziende di­stolgono i loro investimenti dalla stampa per girarli alle reti Mediaset, sottraendo 165 milioni di euro alla stampa e trasferendone un centinaio al Biscione.

Secondo il Garante, i ricavi di Mediaset salgo­no dai 1497 milioni di euro del 1998 ai 2157 del 2004, mentre quelli della Rai salgono solo fino al 2000, poi si bloccano dal 2001 al 2003.

Anche perché tra il 2002 e il 2003, grazie alla gestione Baldassarre-Saccà e alla cacciata di Biagi, Santoro e Luttazzi, la Rai ha perso la sfida - prima sempre vinta - del prime time, passando dal 47.6% di share (contro il 43 di Mediaset) a un misero 43.6% (contro il 46.4% di Mediaset).

Uno crollo di 4 punti, talmente plateale da por­tare al «Raibaltone» del 2003, con l'arrivo del duo Annunziata-Cattaneo che recupererà qualche pun­to, portando i due colossi al pareggio.

Intanto però alla Rai coman­dano uomini Mediaset, da Deborah Bergamini ad Alessio Gorla, in costante contatto con la "concor­renza" e con lo staff del premier pa­drone.
Proprio quel che Berlusco­ni sognava nel '93.
Mediaset or­mai è una gigantesca macchina da soldi: altissimi ricavi pubblicitari (2,5 miliardi di euro l'anno), bassis­sime spese per i palinsesti (1 miliar­do). Il 22 marzo 2005 Mediaset an­nuncia «i migliori risultati econo­mici e finanziari dal '96».
Utile net­to a 500 milioni (+35,3%), raccol­ta pubblicitaria a +9,1.

Un'azione Mediaset vale 187% in più del '96. E Berlusconi, ha triplicato il suo pa­trimonio dal '94: da 3,1 a 9,6 mi­liardi di euro.

Niente male.

Nel '94, diceva a Montanelli e Biagi:
«Se non entro in politica finisco in galera e fallisco per debiti».
l'Unità (26 novembre 2007)

Marco Travaglio

fonte: Max Disprezzo

gatosan — 2008-01-05 GTM 1 @ 15:48 Tags:

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USA: Come la polizia crea crimini

USA: Come la polizia crea crimini


Questa è la traduzione di un articolo pubblicato su CounterPunch pochi giorni fa, che riprende questa notizia della ABC sulle operazioni sting della polizia americana contro gli uomini, che vengono "adescati" da donne in topless messe come "esca" nei parchi pubblici dell'Ohio e poi arrestati per "perversione".

Pur non aggiungendo niente di nuovo, a parte qualche riflessione personale dell'autore, è tuttavia un articolo degno di nota perché pubblicato su uno dei siti americani di analisi politica più letti e soprattutto perché l'autore è Paul Craig Roberts, giornalista ben noto negli USA ed ex assistente-segretario del tesoro durante l'amministrazione Reagan. Nel 1993 la rivista Forbes Media Guide lo classificò come uno dei 7 più importanti giornalisti negli Stati Uniti.[1]

In questo articolo Roberts prende le difese degli uomini contro la criminalizzazione della sessualità maschile e chiama le cose con il proprio nome, tirando in ballo anche le "intoccabili" femministe. Che intoccabili non sono per niente ma anzi vanno "toccate" e anche molto, solo non nel modo in cui piacerebbe a loro.

Come la Polizia Crea Crimini
Criminali Con il Distintivo
di PAUL CRAIG ROBERTS - Gennaio 2, 2008
Traduzione: AntiFeminist.Altervista.org

State attenti, voi vigorosi maschi Americani. La polizia sta mettendo in atto una nuova operazione sting disegnata per distruggere la vostra vita.

La polizia sta piazzando attraenti donne mezze nude nei parchi. Queste attraggono i passanti maschi, iniziano a fare conversazione, si sdraiano, allungano le gambe e posano i loro piedi nelle spalle degli uomini.

Dopo esser state il più amichevoli e seducenti possibile, poi vi chiedono di mostrar loro il vostro pene.

Non mostrateglielo. State venendo monitorati dalla polizia. Se mostrate lei il vostro pene, verrete arrestati per esser stati dei pervertiti.

Solo la polizia Americana, i giudici, e le giurie potevano pensare che rispondere all'invito di una donna seducente sia prova di perversione. Ma, hey, voi vivete in America, dove i Cristiani credono che uccidere quanti più Musulmani possibile per Israele sia un'opera di Dio. Non aspettatevi che una stupida giuria Americana, o un ipocrita giudice Repubblicano, o uno stolto professore di legge capiscano cosa sia l'entrapment.

No, questo non è uno scherzo. Sta succedendo per davvero. Lo scorso Maggio al Berliner Park di Columbus, nell'Ohio, un vigile del fuoco di 42 anni di nome Robin Garrison è stato attratto da una donna mezza nuda sotto un albero.

Riportando questa storia, l'idiota che ha scritto il titolo per ABC News--probabilmente qualche femminista dedito al pestaggio antimaschile--ha descritto tutto quanto così: "Donna in Topless Attirava Pervertiti in un'Operazione Sting della Polizia".

Avete capito, vigorosi maschi americani ? Se mostrate il vostro pene ad una donna che vi sta seducendo siete dei pervertiti.

Il reporter, Marcus Baram, non si è mostrato indignato riguardo a questa operazione sting. E nemmeno Gabriel Chin, un professore di legge della University of Arizona, che ha detto: "Non è entrapment dare a qualcuno l'opportunità di commettere un crimine".

Furono gli Anglosassoni che inventarono le leggi contro l'entrapment. Grazie a professori di legge come Chin, giornalisti ingenui e giurati, e la polizia corrotta, i pubblici ministeri e i giudici, adesso gli Americani non possono più godere della protezione della legge. Nel mondo Orwelliano in cui viviamo, un maschio che soccombe alla seduzione femminile è un pervertito.

La polizia Americana non ha mai prevenuto i crimini. Nei vecchi tempi, la polizia trovava la soluzione dei crimini individuando il colpevole. Adesso non più. Di questi tempi, la polizia crea crimini. E questo è il motivo del perché la popolazione carceraria degli Stati Uniti è il doppio di quella della Cina, un paese dittatoriale con una popolazione che è quattro o cinque volte più grande di quella dell'America.

E non solo a Columbus, nell'Ohio, i crimini vengono creati dalla polizia. Il corrotto Dipartimento di Polizia di New York ha intrappolato 300 innocenti durante il 2007 attraverso "Operazione Borsa Fortunata". La polizia piazza iPods, cellulari, portafogli, e buste della spesa contenenti oggetti nelle stazioni delle metropolitane. Gli oggetti sembrano siano stati persi, o abbandonati. Qualsiasi persona che raccoglie uno degli oggetti piazzati dalla polizia viene arrestato per "grave furto in metropolitana".

Questa particolare atrocità della polizia va in contrasto con le leggi di New York, che permettono ad una persona che trova un oggetto di avere 10 giorni di tempo per restituirlo al proprietario o portarlo alla polizia.

Il corrotto Dipartimento di Polizia di New York dice che la proprietà lasciata come esca non è stata abbandonata, ma si tratta invece di proprietà lasciata intenzionalmente da un agente che rimane nelle vicinanze.

Ecco qui. La Polizia Americana--"sostieni la tua Gestapo locale"--spende il proprio tempo a fabbricare falsi crimini invece di investigare i crimini veri. Gli Americani corrono più rischi dalla polizia che dai criminali.

Il 29 Dicembre ho ricevuto l'ennesima email da una famiglia Americana rispettosa della legge che è stata molestata dalla polizia. La famiglia si rifiutava di vendere un pezzo della loro proprietà, del valore di 75,000 dollari, ad uno sceriffo per 4,000 dollari. I lavori nella loro fattoria vennero allora ostacolati. La madre veniva fermata ogni volta che scendeva dalla macchina. Il figlio è stato "incastrato" e spedito in carcere.

Non fate mai l'errore di chiamare la polizia, e non lasciate mai che un poliziotto vi fermi mentre siete in macchina. Correte il rischio che faccia cadere una bustina di droga nella vostra macchina per poi avere la scusa di arrestarvi. Se incontrate un ufficiale di polizia, assicuratevi di avere decine di migliaia di dollari con voi per corromperlo per evitare che faccia delle false accuse contro di voi. La maggior parte delle accuse fatte dai poliziotti sono false. Gli Americani devono darsi una svegliata e rendersi conto di cosa sta succedendo, prima che la popolazione carceraria Americana diventi più numerosa di tutta la popolazione carceraria mondiale messa assieme.

[ FONTE: CounterPunch ]
[ TRADUZIONE: Antifeminist.altervista.org ]


Note
[1] http://en.wikipedia.org/wiki/Paul_Craig_Roberts

gatosan — 2008-01-04 GTM 1 @ 20:32 Tags:

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DAL SISDE ALLA MAFIA LA CARRIERA DE “‘U DUTTURI”

DI MARCO TRAVAGLIO
L’ Unità

Sulle ragioni umanitarie di "eccezionale urgenza" che hanno indotto il ministro Mastella a istruire immediatamente la pratica per la grazia a Bruno Contrada, condannato definitivamente sette mesi fa a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, bastano le considerazioni di Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo: "Il giudice di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere si è pronunciato il 12 dicembre contro il differimento della pena del Contrada poiché le patolo­gie dello stesso potrebbero essere curate in carcere o in apposite strutture esterne. Se peraltro tutti gli affetti di patologie come il diabete dovessero avanzare domanda di grazia e ottenerla in tempi cosi rapidi, il sovraffollamento delle carceri sarebbe rapidamente risolto.."

Se poi Contrada non avesse avviato lo sciopero della fame, ma avesse continuato a nutrirsi, le sue condizioni di salute sarebbero senz'altro migliori. Il detenuto malato dev'essere curato, nell'infermeria del carcere o in ospedale, secondo le leggi vigenti, non essendo la grazia una terapia anti-diabete. Quanto alle ragioni giuridiche di un'eventuale demenza, sono ancor più deboli di quelle umanitarie. Mai è stato graziato un personaggio di quel calibro condannato per mafia. E mai è stato graziato un condannato a distanza così ravvicinata dalla sua condanna (Contrada ha scontato 7 me­si dei 10 anni previsti). Si è molto discusso, a proposito di Adriano Sofri, se il candidato alla grazia debba almeno chiederla o possa riceverla d'ufficio, se debba accettare la sen­tenza o la possa rifiutare: ma, se anche prevalesse la seconda tesi, sareb­be ben strano graziare un signore, stipendiato per una vita dallo Stato, che ha dipinto i suoi giudici come strumenti in mano alla mafia per condannare un nemico della mafia, giudici al servizio di un manipolo di manigoldi, di criminali, di pendagli da forca che hanno inventato le cose più assurde mettendosi d'accordo. E tuttora chiede la revi­sione del processo. Graziarlo addirittura prima dell'eventuale revisione, significherebbe usare impropriamente la clemenza per ribaltare il verdetto della Cassazione: un'invasione di campo del potere politico in quello giudiziario. Ultimo punto: sollecitata per un parere dal giudice di sorveglianza di Santa Maria Ca­pua Vetere, la Procura di Palermo ha risposto che Contrada non risul­ta aver mai interrotto i suoi rapporti con Cosa Nostra, ragion per cui si ritiene che potrebbe - una volta libero - riallacciarli.

Restano da esaminare le possibili ragioni Politiche di tanta fretta. Ragioni che risalgono alle sua lunga e controversa carriera di poliziotto e agente segreto alle dipendenze dello Stato, ma al servizio dell'Antistato.

Già capo della Mobile e della Criminalpol di Palermo, già numero tre del Sisde (alla guida del dipartimento Criminalità organizzata) fino al Natale del 1992, quando fu arrestato, Contrada è indicato come trait d'union fra Stato e mafia non solo da una ventina di mafiosi pentiti, ma pure da una gran quantità di autorevolissimi testimoni. A cominciare dai colleghi di Giovanni Falcone, che raccontano la diffidenza che il giudice nutriva nei confronti di "'u’ Dutturi": i giudici Del Pon­te, Caponnetto, Almerighi, Vito D'Ambrosio, Ayala. E poi Laura Cassarà, vedova di Ninni (uno dei colleghi di Contrada alla Questura di Palermo assassinati dalla mafia mentre lui colludeva con la mafia). Tutti a ripetere davanti ai giudici di Palermo che Contrada passava in­formazioni a Cosa Nostra, incontrando anche personalmente alcuni boss, come Rosario Riccobono e Calogero Musso.

Nelle sentenze succedutesi in 15 anni, si legge che Con­trada concesse la patente ai boss Ste­fano Bontate e Giuseppe Greco; che agevolò la latitanza di Riina e la fu­ga di Salvatore Inzerillo e John Gambino; che intratteneva rapporti privilegiati con Michele e Salvatore Greco; che spifferava segreti d'indagine ai mafiosi in cambio di favori e regali (come i 10 milioni di lire accantonati dal bilancio di Cosa No­stra, nel Natale del 1981, per acquistare un'auto a un'amante del su­perpoliziotto); che ha portato al pro­cesso falsi testimoni a sua difesa. Decisivo il caso di Oliviero Tognoli, l'imprenditore bresciano arrestato in Svizzera nel 1988 come riciclato­re della mafia. Secondo Carla Del Ponte, che lo interrogò a Lugano in­sieme a Falcone,Tognoli ammise che a farlo fuggire dall'Italia era sta­to Contrada, anche se, terrorizzato da quel nome, rifiutò di metterlo a verbale. Poi, in un successivo interrogatorio, ritrattò. Quattro mesi dopo, Cosa Nostra tentò di assassinare Falcone e la Del Ponte con la bomba all'Addaura. Nemmeno Borsellino si fidava di Contrada. E nemme­no Boris Giuliano: finì anche lui morto ammazzato. Il che spiega, forse, lo sconcerto dei familiari delle vittime della mafia all'idea che lo Stato, dopo aver speso 15 anni per condannare Contrada, impieghi 7 mesi per liberarlo.

Ma c'è un ultimo capitolo, che sfugge alle sentenze: uno dei tanti tasselli che compongono il mosaico del "non detto", o dell'indicibile sulla strage di via d'Amelio, dove morì Borsellino con gli uomini della sua scorta (ancora oggetto di indagini della Procura di Caltanissetta, che pure ha archiviato la posizione di Contrada). Quel pomeriggio del 19 luglio '92 Contra­da è in gita in barca al largo di Paler­mo con gli amici Gianni Valentino (un commerciante in contatto col boss Raffaele Ganci) e Lorenzo Nar­racci (funzionario del Sisde). Rac­conterà Contrada che, dopo pran­zo, Valentino riceve una telefonata della figlia “che lo avvertiva del fatto che a Palermo era scoppiata una bomba e comunque c'era stato un attentato. Subito dopo il Narracci, credo con il suo cellulare, ma non escludo che possa anche aver usato il mio, ha chiamato il centro Sisde di Palermo per informazioni più pre­cise. Appreso che la bomba è esplosa in via d'Amelio, dove abita la madre di Borsellino, Contrada si fa accompagnare a riva, passa da casa e, in serata, giunge in via d'Ame­lio.

Ma gli orari - ricostruiti dal consulente tecnico dei magistrati, Gioacchino Genchi - non tornano. L'ora esatta della strage e stata fis­sata dall'Osservatorio geosismico alle 16, 58 minuti e 20 secondi. Alle 17 in punto, cioè 80 secondi dopo l'esplosione, Contrada chiama dal suo cellulare il centro Sisde di via Ro­ma. Ma, fra lo scoppio e la chiama­ta, c'è almeno un'altra telefonata: quella che ha avvertito Valentino dell'esplosione. Dunque, in 80 secondi, accadono le seguenti cose: la bomba sventra via d'Amelio; un misterioso informatore (Contrada dice la figlia dell'amico) afferra la cornet­ta di un telefono fisso (dunque non identificabile dai tabulati), forma il numero di Valentino e l'avverte del­l'accaduto. Valentino informa Contrada egli altri sulla barca. Contra­da afferra a sua volta il cellulare, compone il numero del Sisde e ottiene la risposta dagli efficientissimi agenti presenti negli uffici solita­mente chiusi di domenica, ma tutti presenti proprio quella domenica. Tutto in un minuto e 20 secondi. Misteri su misteri.

Come poteva la figlia di Valentino sapere, a pochi secondi dal botto, che - parola di Contrada - c'era stato un attentato? Le prime volanti della polizia giunsero sul posto 10-15 minuti dopo lo scoppio. E come potevano, al centro operativo Sisde, sapere che era esplosa una bomba in via D'Amelio già un istante dopo lo scoppio? Le pri­me notizie confuse sull'attentato sono delle 17.30. Escludendo che la figlia di Valentino e gli uomini del Si­sde siano dei veggenti, e ricordando i rapporti del commerciante con i Ganci, il dubbio che l'informazione sia giunta da chi per motivi - dicia­mo così - professionali, ne sapeva molto di più. Qualcuno che magari si trovava appostato in via D'Amelio, o nelle vicinanze, in un ottimo punto di osservazione più distante (il Monte Pellegrino, dove sorge il castello Utveggiom (sede di alcuni uffici del Sisde in contatto con un mafioso coinvolto nella strage). E attendeva buon esito dell'attentato per poi co­municarlo in tempo reale a chi di dovere.

Prima di concedere la grazia a Contrada, si dovrebbe almeno pre­tendere che dica la verità su quel giorno. Altrimenti qualcuno potrebbe so­spettare - con i parenti delle vittime - che lo si voglia liberare per paura che dica la verità.

Marco Travaglio

su ComeDonChisciotte

gatosan — 2008-01-04 GTM 1 @ 19:57 Tags:

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Un migliaio di vite di non ebrei non valgono l’unghia di un ebreo

“Un migliaio di vite di non ebrei non valgono l’unghia di un ebreo.”

DI KHALID AMAYREH

The People's Voice

Il Concilio Talmudico formato dai Rabbini e dai Saggi della Torah, conosciuto anche come Concilio di “Yesha” che rappresenta gli insediamenti ebraici nei territori occupati del West Bank e di Gerusalemme, ha stabilito che in periodo di guerra è permesso, e persino consigliabile, colpire e sterminare civili non ebrei.

L’ultimo editto emanato dal Concilio e pubblicato martedì scorso sul sito internet "Ynetnews" del quotidiano israeliano Yedeot Ahronot, afferma che “secondo la legge ebraica, in periodo di guerra non esistono ‘civili innocenti’ dalla parte del nemico.”

A seguito, estratto da Morte in Libano (Sarah Meyer; Index Research)

“Tutte le discussioni riguardo la moralità cristiana stanno indebolendo il morale dell’esercito e della nazione e le stiamo pagando col sangue dei nostri soldati e dei nostri civili”, si legge nella stessa dichiarazione.

Il Concilio ha emanato una simile ordinanza due settimane fa incitando l’esercito israeliano a “sterminare il nemico” e “a non esitare ad uccidere civili nemici”. Ha poi etichettato come “moralità cristiana” tutte le leggi e convenzioni internazionali che proibiscono, in guerra, di considerare deliberatamente come obiettivi i civili, definendo invece questa pratica come “mitzvah”, una buona cosa.

Secondo fonti israeliane, la maggior parte delle fazioni non laiche (inclusi i potenti movimenti religiosi e ‘nazional-religiosi’) hanno espresso profonda soddisfazione per il secondo massacro di Cana perpetrato il 31 luglio e conclusosi con la morte di almeno 60 civili libanesi di cui 37 bambini.

Inizialmente l’esercito israeliano ha affermato che guerriglieri Hezbollah si trovavano all’interno dell’edificio di tre piani colpito dall’aviazione, dichiarazione ritrattata martedì scorso dai comandanti dell’esercito israeliano che hanno riconosciuto di non aver avuto alcuna prova di guerriglieri nascosti tra i civili massacrati nel bombardamento.

Alcuni alti ufficiali si sono scusati per la carneficina mandando su tutte le furie rabbini e saggi del Talmud, i quali sostengono che Israele non debba scusarsi per l’uccisione di civili nemici poiché, secondo Halacha (legge religiosa ebraica), in periodo di guerra non esistono né civili né innocenti.

Non è la prima volta che vengono emanati codici di condotta di questo tipo: circa due anni fa, un gruppo di importanti rabbini esortò l’esercito israeliano a “non esitare ad uccidere civili e bambini palestinesi.”

In una lettera indirizzata all’allora ministro della difesa Shaul Mofaz, i rabbini, che rappresentano la corrente principale del giudaismo ortodosso, affermarono che “in guerra uccidere i civili è normale” e che l’esercito israeliano “non dovrebbe titubare nell’uccidere civili non ebrei per salvare vite ebraiche”.

“Il precetto cristiano per cui bisogna ‘porgere l’altra guancia’ non ci riguarda e non ci faremo convincere da chi dà più valore alle vite dei nostri nemici che alle nostre” dichiarava la lettera firmata da parecchi rabbini tra cui Haim Druckman, ex membro della Knesset ed ora a capo di un vasto movimento giovanile religioso conosciuto come Bnei Akiva Society.

Tra i firmatari c’erano anche Elizer Melamed, responsabile dell’università religiosa del West Bank, Youval Sharlo, a capo dell’università talmudica a Petah Tikva in cui gli studi talmudici sono applicati al servizio militare, e Dov Lior, rabbino di Kiryat Arba, vicino ad Hebron. Lior, che definì il carnefice Baruch Goldstein un “gran santo” afferma che “è ben evidenziato nella Torah il fatto che le vite degli ebrei hanno maggior valore rispetto alle altre”.

“Un migliaio di vite di non ebrei non valgono l’unghia di un ebreo.”

Il 25 febbraio 1994 Goldstain uccise 29 palestinesi innocenti che stavano pregando nella moschea nel centro-città di Hebron.

Le vite degli ebrei valgono di più.

Gli editti talmudici incoraggiano l’uccisione di “civili nemici” da parte dell’esercito israeliano facendo leva su diversi passaggi dell’Antico Testamento in cui Yahweh ordina agli Israeliti di massacrare ogni uomo, donna e bambino e di non lasciare niente di vivo nella Terra di Cana.

Effettivamente molti rabbini ebraici sono a favore dell’uccisione di civili nemici in periodo di guerra e citano a tal proposito alcuni brani biblici, tra cui Giosué 6-20:

“Allora il popolo lanciò il grido di guerra e si suonarono le trombe. Come il popolo udì il suono della tromba ed ebbe lanciato un grande grido di guerra, le mura della città crollarono; il popolo allora salì verso la città, ciascuno diritto davanti a sé, e occuparono la città. Votarono poi allo sterminio, passando a fil di spada, ogni essere che era nella città, dall'uomo alla donna, dal giovane al vecchio, e perfino il bue, l'ariete e l'asino.”

Ci sono anche numerosi ed inconfondibili passaggi nel Talmud di Babilonia che considerano i non-ebrei come animali e le cui vite hanno pochissima (se non nulla) importanza.

Il Primo Ministro Israeliano Ehud Olmert ha pubblicamente dichiarato lo scorso giugno che “le vite degli ebrei valgono più di tutte le altre.”

Gli editti talmudici di questo tipo non dovrebbero essere ignorati senza dare loro l’importanza che in effetti hanno.

Basta pensare che circa la metà degli alti ufficiali dell’esercito israeliano sono stati indottrinati per mezzo dell’ideologia talmudica e sono legati alle cosiddette fazioni nazional-religiose; il risultato è che questi editti talmudici difficilmente cadono inascoltati all’interno delle forze militari.

Tutto ciò dovrebbe spiegare, almeno parzialmente, gli insensibili massacri di civili libanesi e palestinesi compiuti dall’esercito israeliano senza il minimo senso di colpa o rimorso.

Khalid Amayreh
Fonte: http://www.thepeoplesvoice.org
Link: http://www.thepeoplesvoice.org/cgi-bin/blogs/voices.php/2006/08/04/p9861
04.08.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANDREA GUSMEROLI

gatosan — 2008-01-02 GTM 1 @ 13:42 Tags:

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MILITARI ITALIANI IN IRAQ, ANCORA

A CURA DI UMANITA' NOVA

La notizia era cominciata a girare, seppure sottovoce, su alcuni giornali nello scorso luglio, eppure a tutt'oggi nel sito web del ministero della Difesa, non ve ne è ancora una seria conferma.

Da tale sito, è pur vero, si apprende che tra le operazioni all'estero in corso vi è quella in Iraq "con il Deputy Commander della NTM-I, il generale di divisione Alessandro Pompegnani, e un team impiegato prevalentemente nell'ambito del Joint Staff College, ove sono in corso di svolgimento corsi per Senior Staff Officer e per Junior Staff Office"; ma da tale vaga descrizione non si può certo comprendere a cosa esattamente ci si riferisce.

In realtà si tratta di una missione Nato, iniziata nel 2004, per l'addestramento e l'assistenza alle forze militari e di sicurezza irachene, a cui da settembre partecipano 41 carabinieri. Lo stato italiano, infatti, ricopre un ruolo di primo piano nell'Accademia istituita dalla Nato a Rustamyah, nei pressi di Baghdad, e con la legge 38 approvata dal Parlamento il 29 marzo scorso ha finanziato la missione con oltre 10 milioni di euro.

Compito dei carabinieri-addestratori selezionare e istruire in due anni 8 battaglioni, di 400 agenti iracheni ciascuno, alle tecniche antisommossa e antiguerriglia e anti-terrorismo. Il personale iracheno a sua volta svolgerà compiti di istruttore per altre 6 brigate (24 battaglioni) che rappresenteranno l'elite della Iraqi National Police.

Nonostante le rassicuranti dichiarazioni ufficiali, si tratterà di costituire reparti simili come struttura e formazione alle unità Msu (Multinational Specialized Unit) che l'Arma dei carabinieri ha creato dieci anni or sono per l'impiego nei Balcani in ambito Nato e che hanno operato anche in Iraq durante l'operazione Antica Babilonia.

Gli istruttori italiani distaccati a Camp Dublin, una base Usa situata nei pressi dell'aeroporto di Baghdad, proverranno quindi in gran parte dalla Seconda Brigata Mobile, la grande unità dei carabinieri per le operazioni all'estero con comando a Livorno e composta dai reggimenti 13° e 7° di Laives (Bz) e Gorizia e dalle forze d'élite del reggimento paracadutisti Tuscania, mentre per le specializzazioni più tecniche potrebbero essere impiegati in Iraq anche istruttori del Gis. In realtà, questa missione si ricollega a quella d'addestramento, conclusasi il 2 febbraio 2007, realizzata a Baghdad da un team denominato MALT (Military Advise & Liaison Team) con compiti di affiancamento, tutoring e mentoring del personale dell'Iraqi Base Defense Unit; inoltre, tutt'ora, opera, presso il ministero della difesa iracheno, un ufficiale della marina militare italiana quale consulente del comandante delle forze navali irachene.

Continua così, con il silenzio imbarazzato e colpevole dei partiti di sinistra, la politica interventista italiana in Iraq dopo che il governo Prodi si era vantato d'averla conclusa.

Ma se tutto appare rimosso attorno alla missione di guerra in Iraq, la strage di Nassiriya rimane una questione aperta, anche se l'inchiesta della procura di Roma è destinata all'archiviazione, dopo l'impiccagione avvenuta il 13 settembre dell'unico indagato, Abu Omar Al Kurdi. Resta aperta, infatti, l'inchiesta avviata dalla magistratura militare e, proprio negli ultimi giorni di settembre, ancora una volta in un silenzio pressoché totale dell'informazione ufficiale, è stato reso noto che i familiari degli italiani, militari e civili, morti nell'attentato contro la base Maestrale, così come alcuni dei feriti, sono stati ammessi come parti civili nel procedimento penale a carico contro tre alti gradi dell'esercito e dei carabinieri, incriminati per "omissione aggravata di provvedimento per la difesa militare", responsabilità ben più grave di quella imputata a quanti non vollero associarsi alla retorica militarista del lutto nazionale, così come accaduto al romano Salvatore Vampo condannato a sette mesi di reclusione e diecimila euro di multa, per i reati di vilipendio del tricolore e resistenza a pubblico ufficiale commessi in occasione dei funerali di stato.

Altra Informazione - Umanità Nova n. 32
Fonte: http://isole.ecn.org/uenne/
Link

gatosan — 2007-12-30 GTM 1 @ 13:25 Tags:

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Coca Cola: sai quello che bevi?

DI CARLA DAVICO
Rebelion

La Coca Cola è la bibita più conosciuta nel mondo, il prodotto più capillarmente distribuito nel pianeta e acquistabile attualmente in 232 paesi, molti di più delle nazioni che formano l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).

Nel 1886 il farmacista John Pemberton creò la formula della Coca Cola fidandosi del successo del famoso vino Mariani, una bevanda alcolica corroborante a base di vino e foglie di coca macerate, formulata dal chimico italiano Angelo Mariani.

In seguito, i fratelli Cadler comprarono la bevanda al farmacista e furono loro ad iniziare l’intensa campagna pubblicitaria che fece diventare la Compagnia in quello che è attualmente. Tuttavia agli esordi, la Coca Cola fu presentata commercialmente come “un tonico efficace per il cervello e i nervi”. Si dice che un giorno si presentò un uomo con un forte mal di testa nella farmacia di Jacob, dove si vendeva l’estratto di Coca mischiato all’acqua, che volle, invece dell’acqua, aggiungere soda. L’uomo vuotò il bicchiere e così nacque la Coca Cola con le bollicine tale e quale la conosciamo oggi.

Divenne il fornitore ufficiale di bibite dell’esercito statunitense nella seconda guerra mondiale e fu grazie all’appoggio di questo governo che poté espandersi in tutto il mondo.

La Coca Cola internazionale è un’azienda significativa non solo dell’imperialismo yanki, ma anche di qualcosa di più profondo ed efficace nel dominio culturale che esercita su gran parte del mondo.

Composizione, effetti e conseguenze

Nel 1902 il Dr. Charles Crampton [1] analizzò diversi campioni della bibita imbottigliata dove trovò tracce di cocaina e alcol, così come dichiarò nel suo rapporto al Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti. In base ai risultati di queste scoperte il dottor Harvery Washington [2] stabilì che la Coca fosse considerata come droga e classificata come “veleno per il suo alto contenuto di caffeina”. Tuttavia, la suprema corte degli Stati Uniti si pronunciò a favore della multinazionale e questa dovette presentare solo l’analisi chimica della sua formula, durante il giudizio.

Secondo la AMEDEC [3], la bibita Cola “costituisce la più grave distorsione delle nostre abitudini alimentari, anche perché induce a ingerire calorie vuote, cioè con zero proteine, vitamine e sali minerali”. Il 10% di ogni bottiglia dà la sensazione di energia, tuttavia non si può dire che la Coca Cola sia una bibita nutriente, è lo zucchero più che la caffeina ciò che produce l’assuefazione; ricevendo cinque cucchiaiate di zucchero in una sorsata di bibita, il pancreas deve secernere molta insulina nel sangue per contrastare questo feroce attacco, l’ironico risultato è un drastico abbassamento del livello di zucchero nel sangue, seguito dalla necessità di ancora più zucchero.

Allo stesso tempo, la caffeina, estratta dalla noce di cola, è uno stimolante del sistema nervoso che produce sensazioni aggravanti, e se si ingerisce in quantità elevata può produrre insonnia, tachicardia, mal di testa e ansia.

La grande quantità di zucchero unita all’acido fosforico altera l’equilibrio del calcio e del fosforo nel corpo e impedisce il normale assorbimento del ferro, che produce malnutrizione e anemia.

L’OMS [4] ha tentato di informare sui pericoli dell’uso eccessivo di zucchero. Le grandi multinazionali legate allo zucchero hanno tentato di impedire la pubblicazione del documento; la Coca Cola minacciò facendo pressioni sul Congresso statunitense per far cessare i sussidi all’OMS se questa non avesse ritirato il documento.

Gli zuccheri che la bibita contiene, gradualmente, fanno sparire lo smalto dei denti, indebolendoli e producendo carie ma non solo, gli zuccheri che l’organismo non arriva ad assimilare si trasformano in grassi producendo come possibile conseguenza soprappeso e anche problemi di obesità.

Nel caso della Coca Light, esistono studi che indicano come il consumo dei surrogati dello zucchero in grandi quantità produce danni cerebrali, perdita della memoria e confusione mentale, dato che l’aspartame è una sostanza che provoca queste disfunzioni.

L’anno scorso, ci fu un test all’università di Delhi: “Chi può bere più Coca Cola?”. Il vincitore si scolò 8 bottiglie e morì all’istante in quanto aveva molta anidride carbonica nel sangue e non sufficiente ossigeno. Da allora, il direttore dell’università ha proibito tutte le bibite.

Marketing

Quasi nessuno lo ricorda, ma Babbo Natale si rappresentava con i colori verde, azzurro, nero e giallo. La riscoperta di Santa Claus fu di Houddon Sundblom di origine svedese, che per diversi anni fu disegnatore della multinazionale, anche se non apprezzava la bibita. Allo svedese venne in mente di rappresentare il personaggio come un vecchio gioviale e simpatico, ma con qualcosa di speciale: i colori del marchio Coca-Cola.

La sua strategia di vendita e l’enorme pubblicità usata sono alcuni dei motivi che rendono più facile incontrare una Coca nel più sperduto e povero villaggio del mondo, che un pò d’acqua. Nella storia, questa è l’azienda che ha speso maggiormente in pubblicità.

Grazie a questo investimento pubblicitario ha ottenuto che l’immaginario collettivo associ la Coca Cola a tutta una serie di valori positivi: amicizia, amore, solidarietà, cooperazione.

Inoltre, secondo quanto dicono i suoi annunci, questa bibita è la migliore che placa la sete e costituisce un elemento essenziale per la pratica sportiva. Gli annunci spettacolari diventano più aggressivi e insultanti. La Coca non toglie solo le incrostazioni e l’ossido dai metalli e bulloni, ma ti toglie anche la bruttezza. Tra le leggende di questi grandi annunci: “Non essere brutto, hai personalità. Prendi il bello, Coca-Cola”.

Perciò, davanti alla quantità di cose che possono accadere nel prendere una lattina di bibita, che importa la formula segreta di questa bevanda? Il mito della composizione chimica della Coca non si considera, dato che il potere di questo marchio è giustamente in tutto ciò che le viene associato e non fisicamente nel prodotto.

Indifferenza

D’altronde, la multinazionale è stata oggetto di indagini da parte di diverse organizzazioni e movimenti sociali di vari paesi che si sono soffermate soprattutto su alcuni impatti: la contaminazione, la distruzione delle falde acquifere e i maltrattamenti dei dipendenti.

Come hanno accertato diverse organizzazioni, la multinazionale vanta una lunga storia di repressione contro sindacalisti in Turchia, Pakistan, Guatemala, Nicaragua, Russia e Colombia. Esattamente il caso delle violazioni dei diritti umani della Coca in Colombia è stato giudicato in sede di tribunale permanente dei popoli. In questa udienza sono stati presentati abbondanti dati e documenti che mettono in relazione la multinazionale statunitense con molestie e intimidazioni ai suoi dipendenti, così come con l’assassinio di nove sindacalisti”. (Pietro Ramiro, La Coca è così, http://www.omal.info/www/artiche.php3?id_artiche=222&var_recherche=coca+cola)

Le accuse alla multinazionale per danni alle falde acquifere di diverse comunità provengono principalmente dall’India.

Attualmente si calcola che la Coca-Cola possegga 1.145 stabilimenti d’imbottigliamento in tutto il mondo.

Il marchio chiede abbondante quantità d’acqua per le sue attività, per cui ha bisogno di controllare le sorgenti. La conseguenza è che sta prosciugando alcune comunità e contaminando i sistemi acquiferi e i campi coltivabili con la creazione di residui tossici.

Ogni fabbrica di Coca consuma 1-2 milioni di litri d’acqua al giorno, questa quantità coprirebbe il fabbisogno di acqua potabile di milioni di persone. La Coca ha bisogno di quasi 4 litri d’acqua pulita per produrre un litro del suo prodotto, perciò la multinazionale trasforma il 75 % dell’acqua pura che usa in acqua di rifiuto, la quale a sua volta contamina la scarsa acqua che resta nel sottosuolo e nella terra. Tutto il ciclo produttivo della Coca dal prelievo dell’acqua fino alla commercializzazione dei suoi prodotti, contaminato dai pesticidi, è pieno di problemi.

In Messico, le fabbriche della multinazionale non pagano l’acqua che consumano, grazie a concessioni governative.

La Coca-Cola ha immesso nel mercato britannico la marca d’acqua imbottigliata “da sani”.

Nel 2004, l’azienda statunitense “riconobbe che ciò che questo marchio vende è in realtà acqua comune e corrente da rubinetto(…)”. L’acqua del suo marchio Desani esce dal sistema d’acqua potabile nazionale di Londra “arriva di fatto alla fabbrica di Coca a Sidcup per mezzo dei tubi del Thames Water (Acqua del Tamigi)” che è la compagnia britannica del servizio dell’acqua potabile.

Non basta, si evidenziò che l’acqua imbottigliata aveva livelli di bromato maggiori di quelli legali in Gran Bretagna. Anche se la Coca-Cola promise una maggiore purezza dell’acqua Dasani, alla fine dovette ritirare quella sua marchio dal mercato.

Tutte queste attività hanno provocato l’attivazione di diverse campagne contro l’impresa multinazionale. Un chiaro esempio di ciò è che il Foro Sociale Mondiale di Porto Alegre definì il 22 di luglio come il Giorno Internazionale contro la Coca-Cola. Inoltre esistono diversi processi di boicottaggio contro la multinazionale in molti paesi del mondo. Ma l’azienda non può sopportare che si danneggi la sua principale attività, e perciò ha messo in moto tutta una strategia di contro-pubblicità, contrapposta al moltiplicarsi di campagne che criticano la sua pubblicità e la confrontano con la realtà degli impatti dell’azienda, creando una pagina web ( www.killercoke.com) dove spiega tutti i suoi effetti positivi.

Attenzione!

Il fiume è per gli indigeni ciò che l’acqua è per la Coca-Cola…

Se si mettesse tutta la Coca-Cola finora prodotta in bottiglie normali e le si mettesse una dietro l’altra, si otterrebbe 1045 volte il percorso di andata e ritorno fino alla luna, cioè un viaggio quotidiano per più di due anni.

Ogni giorno, inconsapevolmente, e per l’atteggiamento del consumatore, si orientano le scelte della commercializzazione verso le multinazionali, tuttavia, la possibilità che queste azioni si trasformino in scelte dipende alla quantità e dalla qualità dell’informazione che circola su questo prodotto. Ma si deve consumare criticamente essendo questo un gesto politico quotidiano.

Se si ha il diritto di scegliere ciò che consumiamo, perché lasciare che questo multimiliardario monopolio decida sulla salute e sulla dignità della vita, senza che nessuno gli abbia mai esplicitamente conferito questo potere?

Carla Davico Laureanda in Biodiversità – UNL –FHUC

Fonte: www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=58193
28.10.07

Note:
[1] Ingegnere chimico del governo statunitense.
[2] Dirigente di chimica del dipartimento dell’agricoltura.
[3] Associazione Messicana di Studi per la Difesa del Consumatore.
[4] Organizzazione Mondiale della Salute.

Traduzione per www.comedonchisciotte.org di GIAN PAOLO MARCIALIS

gatosan — 2007-12-30 GTM 1 @ 09:38 Tags:

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LA LITE TRA CHAVEZ E JUAN CARLOS: L'APPOGGIO DELLA SPAGNA AL GOLPE DEL 2002

DI PABLO OUZIEL
Online Journal

Lo scontro tra la monarchia spagnola e il socialismo

Il 1 agosto 1969 la rivista Time citò la seguente frase del Generalissimo Francisco Franco: "Consapevole della mia responsabilità di fronte a Dio e alla storia e prendendo in considerazione le qualità che si trovano nella persona del principe Juan Carlos di Borbone, che è stato perfettamente istruito per intraprendere l'alta missione a cui potrebbe essere chiamato, ho deciso di proporre egli alla nazione come mio successore". Con questa affermazione iniziò la relazione formale tra l'attuale re di Spagna e il dittatore fascista del paese.

Nel novembre 2007 al summit Ibero-Americano a Santiago del Cile, il re di Spagna, Juan Carlos, ha puntato il dito contro il presidente venezuelano Hugo Chávez e gli ha chiesto, "perché non ti stai zitto?", dopo che Chávez aveva definito l'ex primo ministro spagnolo José María Aznar un fascista, e dopo che José Luis Rodríguez Zapatero, l'attuale primo ministro spagnolo, aveva cercato di difendere Aznar.

Questa scena del summit Ibero-Americano ha ormai attraversato il globo tramite ogni mezzo di informazione mainstream, ma è stata usata ancora una volta come un'opportunità per attaccare Hugo Chavez per la sua maleducazione e la sua dichiarazione sopra le righe, quando di fatto la sua, non solo è stata un'affermazione piuttosto accurata, ma dovrebbe anche essere usata dagli analisti politici di tutto il mondo come occasione per mostrare quanto le fazioni fasciste siano ancora assai vive nella realtà politica spagnola.

È importante notare che questo incidente al summit Ibero-Americano non è isolato. Già all'inizio di quest'anno Chavez definì Aznar "un fascista che ha appoggiato il colpo di Stato [dell'aprile 2002] e che è dello stesso genere di Adolf Hitler, una persona spregevole e disgustosa di cui ci si rammarica, un autentico servo di George W. Bush". Questa affermazione fu fatta subito dopo che Aznar fece "un appello agli Stati Uniti, all'Europa e alle democrazie latino americane perché serrino i ranghi e sconfiggano il socialismo del ventunesimo secolo di Hugo Chávez".

Persino il ministro spagnolo per gli affari esteri e la cooperazione Miguel Ángel Moratinos, nel novembre 2004, durante un'intervista per il programma '59 Segundos' della TVE, riconobbe l'appoggio di Aznar al colpo di Stato contro Hugo Chavez nel 2002: "Durante il precedente governo avvenne qualcosa che non ha precedenti nella diplomazia spagnola, l'ambasciatore spagnolo ricevette istruzioni di appoggiare il colpo di Stato, questo è qualcosa che non si ripeterà nel futuro. Ciò non verrà ripetuto perché noi rispettiamo i desideri della gente".


[Accanto al titolo e qui sopra: immagini dell'episodio avvenuto al Summit Ibero-Americano]

Il fatto rimane che Chavez durante il summit Ibero-Americano stava attaccando verbalmente un uomo che aveva appoggiato un colpo di stato contro di lui, un fatto che sarebbe dovuto essere esposto chiaramente durante la copertura dell'incidente da parte dei media mainstream. Invece si è chiaramente fatto in modo di ignorare ciò nel riferire dell'incidente tra il re spagnolo e Hugo Chavez, così come si sono ignorati i fatti storici che hanno fatto reagire con tanta rabbia il re di Spagna al sentire la parola 'fascista'. Per mettere nella giusta prospettiva l'intero incidente è anche importante capire, come prima cosa, il passato di Aznar come sostenitore del fascismo e come seconda cosa il fatto che il re porta la sua corona solo grazie al padre del fascismo spagnolo, Francisco Franco.

Per quanto riguarda Aznar è importante sottolineare la sua appartenenza al Frente de Estudiantes Sindicalistas (FES), in un ramo studentesco della Falange Española Independiente (FEI), e parte del partito ufficialmente incaricato di sviluppare l'ideologia per il regime di Franco una volta finita la guerra civile. E' anche importante evidenziare il fatto che, in tutta la sua carriera, Aznar non ha mai denunciato il regime di Franco e quando la democrazia è stata reintrodotta in Spagna nel 1978 egli si oppose alla nuova Costituzione. La lealtà di Aznar a Franco è stata resa ancora più chiara dalla sua denuncia del governo municipale di Guernika--nota come la scena di uno dei primi bombardamenti aerei della Luftwaffe della Germania nazista--che voleva cambiare il nome della propria strada principale da "Avenida del General Franco" a "Avenida de la Libertad."

Per quanto riguarda il re di Spagna è importante notare che suo nonno, il re Alfonso dodicesimo, lasciò la Spagna il 14 aprile 1931 quando la dittatura dell'aristocratico e ufficiale dell'esercito Miguel Primo de Rivera y Orbaneja, che egli aveva appoggiato, ebbe fine, e fu proclamata la Seconda Repubblica Spagnola. Poi nel 1936 scoppiò la guerra civile, e solo molti anni dopo, dopo che milioni di spagnoli avevano sofferto per la guerra e la brutale dittatura, nel 1969 il generale Franco designò ufficialmente un erede e diede il titolo di principe di Spagna a Juan Carlos, l'attuale re di Spagna. Introducendo così la monarchia attraverso un giovane principe che egli aveva personalmente cresciuto e che, durante la sua investitura presso le Cortes, inginocchiato alla sinistra di Franco giurò la sua lealtà a "Sua Eccellenza il Capo dello Stato e la fedeltà ai principi del Movimento Nazionale e alle leggi fondamentali del regno".

Secondo un articolo della rivista Time, intitolato "Una corona per Juan Carlos?", datato 23 agosto 1971, era chiaro per Franco che l'unico modo per riportare la monarchia era che fosse lui stesso a riportarla; "Franco, da sempre monarchico, sa che in Spagna non c'è un grande attaccamento alla corona... Se non sarà Franco rimettere un re sul trono non sarà nessun altro farlo". Così appena prima della sua morte il 30 ottobre 1975, egli diede pieno controllo a Juan Carlos, e il 22 novembre, dopo la morte di Franco, le Cortes Generales proclamarono Juan Carlos re di Spagna. Solo pochi giorni dopo la morte di Franco, Juan Carlos disse del brutale dittatore: "è entrata nella storia una figura eccezionale... Ricordare Franco sarà per me una ingiunzione al buon comportamento e alla lealtà".

Perciò, sebbene sotto la leadership del re Juan Carlos la Spagna abbia formalmente completato la sua transizione dalla dittatura alla democrazia con la Costituzione Spagnola del 1978, che lascia al suo posto una monarchia costituzionale, sarebbe difficile credere che qualcuno che abbia giurato lealtà a un brutale fascista non abbia a cuore tali ideali. Per questa ragione, come spagnolo, è fastidioso per me vedere come la gente nel mondo riceve quanto detto dai media su un duro scambio tra un re e un presidente, senza che venga garantita la possibilità di capire gli eventi storici che hanno portato ad una tale situazione. Sia Aznar che il re di Spagna hanno abbracciato il fascismo ad un certo punto delle loro vite e hanno costruito il loro potere sulle sue fondamenta, sebbene sia difficile oggi dimostrare apertamente l'affermazione che siano attualmente fascisti, si può comunque dire di loro che lo sono certamente stati in un periodo delle loro vite.

Per questa ragione ho scelto di fare due cose, la prima è di correggere l'affermazione da parte del giornale spagnolo El Mundo, " il re ha sistemato Chavez in nome di tutti gli spagnoli", dicendo che non lo ha certamente fatto a mio nome, e come seconda cosa, desidero rivolgermi a tutti quei moralisti che discutono delle maniere di Chavez, chiedendo loro se pensano che sia stata buona educazione da parte di Aznar appoggiare un colpo di Stato contro Hugo Chavez, e se pensano che sia stata buona educazione e dimostrazione di amore verso il popolo spagnolo il giuramento di lealtà da parte del re al brutale dittatore che ha ucciso così tanti dei nostri parenti.

Pablo Ouziel è un attivista e scrittore spagnolo. I suoi lavori sono apparsi in molti media progressisti, tra cui Online Journal, Znet, Palestine Chronicle, Thomas Paine's Corner e Atlantic Free Press.

Titolo originale: "The Spanish monarchy's clash with socialism"

Fonte: http://onlinejournal.com
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16.11.2007

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

gatosan — 2007-12-30 GTM 1 @ 09:29 Tags:

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La vera storia di don Pierino “Quattro anni passati in carcere” Don Pierino Gelmini

La vera storia di don Pierino
“Quattro anni passati in carcere”

Francesco Grignetti su La Stampa ricostruisce il passato del prete in lotta contro la droga che in giardino aveva una Jaguar: per due volte finì dietro le sbarre con accuse di truffa e bancarotta fraudolenta

Don piero gelmini Milano, 5 agosto 2007 - C’è stato un altro don Pierino prima di don Pierino. Un prete che ha sempre sfidato le convenzioni, ma che di guai con la giustizia ne ha avuti tanti, ed è pure finito in carcere un paio di volte. A un certo punto è stato anche sospeso «a divinis», salvo poi essere perdonato da Santa Romana Chiesa.
E’ il don Gelmini che non figura nelle biografie ufficiali. I fatti accadono tra il 1969 e il 1977, quando don Pierino era ancora considerato un «fratello di». Una figura minore che viveva di luce riflessa rispetto al più esuberante padre Eligio, confessore di calciatori, amico di Gianni Rivera, frequentatore di feste, fondatore delle comunità antidroga «Mondo X» e del Telefono Amico.
Anni che furono in salita per don Pierino e che non vengono mai citati nelle pubblicazioni di Comunità Incontro. Per forza. Era il 13 novembre 1969 quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta, nella sua villa all’Infernetto, zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E già all’epoca fece scalpore che questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino.
Lui, don Pierino, nella sua autobiografia scrive che lì, nella villa dell’Infernetto, dopo un primissimo incontro-choc con un drogato, tale Alfredo, nel 1963, cominciò a interessarsi agli eroinomani. In tanti bussavano alla sua porta. «Ed è là che, ospitando, ancora senza tempi o criteri precisi, ragazzi che si rivolgono a lui, curando la loro assistenza legale e visitandoli in carcere, mette progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituiranno l’ossatura della Comunità Incontro».
All’epoca, Gelmini aveva un certo ruolo nella Curia. Segretario di un cardinale, Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires. Ma aveva scoperto la nuova vocazione. «Rinunciai alla carriera per salire su una corriera di balordi», la sua battuta preferita.
I freddi resoconti di giustizia dicono in verità che fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E restò impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe costruire palazzine all’Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura.
Don Pierino, che amava farsi chiamare «monsignore», e per questo motivo si era beccato anche una diffida della Curia, sparì dalla circolazione. Si saprà poi che era finito nel cattolicissimo Vietnam del Sud dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hué. Ma la storia finì di nuovo male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: «Chi è il monsignore che raggirò la vedova di Presidente vietnamita».
Dovette rientrare in Italia. Però l’aspettavano al varco. Si legge su un ingiallito ritaglio del Messaggero: «Gli danno quattro anni di carcere, nel luglio del ‘71. Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi». Cattiverie.
Fatto sta che le biografie ufficiali sorvolano su questi episodi. Non così i giornali dell’epoca. Anche perché nel 1976, quando queste vicende sembravano ormai morte e sepolte, e don Pierino aveva scontato la sua condanna, nonché trascorso un periodo di purgatorio ecclesiale in Maremma, lo arrestarono di nuovo.
Questa volta finì in carcere assieme al fratello, ad Alessandria, per un giro di presunte bustarelle legate all’importazione clandestina di latte e di burro destinati all’Africa. Si vide poi che era un’accusa infondata. Ma nel frattempo, nessuna testata aveva rinunciato a raccontare le spericolate vite parallele dei due Gelmini. Ci fu anche chi esagerò. Sul conto di padre Eligio, si scrisse che non aveva rinunciato al lusso neppure in cella.
Passata quest’ennesima bufera, comunque, don Pierino tornò all’Infernetto. Sulla Stampa la descrivevano così: «Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera».
Tre anni dopo, nel 1979, sbarcava con un pugno di seguaci, e alcuni tossicodipendenti che stravedevano per lui, ad Amelia, nel cuore di un’Umbria che nel frattempo si è spopolata. Adocchiò un rudere in una valletta che lì chiamavano delle Streghe, e lo ottenne dal Comune in concessione quarantennale. Era un casale diroccato. Diventerà il Mulino Silla, casa-madre di un movimento impetuoso di comunità.
Gli riesce insomma quello che non era riuscito al fratello, che aveva anche lui ottenuto in concessione (dal proprietario, il conte Ludovico Gallarati Scotti, nel 1974) un rudere, il castello di Cozzo Lomellina, e l’aveva trasformato, grazie al lavoro duro di tanti volontari e tossicodipendenti, in uno splendido maniero. Ma ormai la parabola di padre Eligio era discendente. Don Pierino, invece, stava diventando don Pierino.

vedi anche

Don Gelmini: “Chiedo scusa agli ebrei”

Mastella: “Nessuna interferenza”

tratto da:  http://qn.quotidiano.net/2007/08/05/29205-vera_storia_pierino.shtml

gatosan — 2007-12-26 GTM 1 @ 12:54 Tags:

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testimonianza di un ex-marine di ritorno dall'Iraq

DI ROSA MIRIAM ELIZALDE
Cubadebate

Testimonianza di Jimmy Massey, un ex Marine statunitense di ritorno dall’Iraq

Per più di dodici anni il sergente Jimmy Massey è stato un Marine dai nervi d’acciaio e il cuore di pietra. È stato inviato in Iraq dove ha partecipato a varie atrocità prima di aprire gli occhi e lottare contro la politica bellicista del suo paese. Oggi anima l’associazione dei veterani dell’Iraq contro la guerra. Al salone del libro di Caracas, dove ha presentato la sua testimonianza Cowboys del infierno, ha risposto alle domande della giornalista cubana Rosa Miriam Elizalde, del Cubadebate.

“Ho 32 anni e sono un assassino psicopatico ben addestrato. Tutto quello che so fare è vendere ai giovani l’idea di arruolarsi nei Marine e uccidere. Non riesco a tenermi un lavoro. Per me i civili sono persone da disprezzare, ritardati mentali, deboli, un gregge di pecore. Ed io sono il cane da pastore. Il predatore. Nell’esercito mi chiamavano 'Jimmy lo squalo'."

Questo è il secondo paragrafo del libro che Jimmy Massey ha scritto tre anni fa con l’aiuto della giornalista Natasha Saulnier. Kill ! Kill ! Kill ! ["Uccidi! Uccidi! Uccidi!", ndt] è stato presentato al Salone del libro di Caracas. E' la testimonianza più violenta che sia stata mai scritta da un ex membro del corpo dei Marine arrivato in Iraq nel 2003 con le truppe d’invasione. Ha deciso di raccontare tante volte quante ce ne sarà bisogno come ha potuto essere per dodici anni un Marine spietato e perché questa guerra lo ha cambiato.

Jimmy ha partecipato al dibattito più importante del Salone del libro il cui titolo era a dir poco polemico: “È possibile una rivoluzione negli Stati Uniti?” e la sua testimonianza è sicuramente quella che più ha colpito il pubblico. Ha i capelli corti (taglio militare), occhiali scuri, un passo marziale e le braccia coperte di tatuaggi. Sembra proprio ciò che era: un Marine. Ma quando parla si trasforma: è profondamente segnato da un’esperienza allucinante che vorrebbe risparmiare ad altri ragazzi ingenui. Come scrive nel suo libro, non è il solo ad avere ucciso in Iraq, era un esercizio quotidiano anche per i suoi commilitoni. Quattro anni dopo aver lasciato il teatro delle operazioni, gli incubi lo perseguitano ancora.

Rosa Miriam Elizalde: Cosa significano questi tatuaggi?

Jimmy Massey: Ne ho molti. Me li sono fatti fare quando ero nell’esercito. Sulla mano (mostra la zona compresa tra il pollice e l’anulare) il simbolo di Blackwater, un esercito mercenario formatosi in Carolina del Nord, dove sono nato. Me lo sono fatto per spirito di contestazione perché i Marine non possono avere tatuaggi sui polsi e sulle mani. Un giorno, io e gli altri membri del mio plotone ci siamo ubriacati e ci siamo fatti fare lo stesso tatuaggio: un cow boy con gli occhi iniettati di sangue sopra alcuni assi, l’immagine della morte. Si, significa proprio quello che pensi: “hai ucciso una persona”. Sul braccio destro il simbolo dei Marine, la bandiera degli Stati Uniti e quella del Texas, dove mi sono arruolato. Sul petto, a sinistra, c’è un drago cinese che squarcia la pelle. Sta a significare che il dolore è la debolezza che abbandona il corpo. Ciò che non ci uccide ci rende più forti.


[Copertina del libro Cowboys del infierno in edizione spagnola, presentata al Salone del libro di Caracas alla presanza di Jimmy Massey. Si può acquistare il libro rivolgendosi direttamente alla casa editrice Timeli (mail@timeli.ch). L’edizione francese è apparsa con il titolo Kill ! Kill ! Kill !. La versione originale in inglese non è stata ancora pubblicata perché nessun editore vuole assumersi questo rischio]

Rosa Miriam Elizalde: Perché ha affermato di aver incontrato tra i Marine i peggiori individui che ha mai conosciuto?

Jimmy Massey: Gli Stati Uniti utilizzano i Marine in due modi: nelle missioni umanitarie e per ammazzare. Io ho passato dodici anni nel Corpo dei Marine degli Stati Uniti e non sono mai partito per missioni umanitarie.

Rosa Miriam Elizalde: Prima di partire per l’Iraq lei ha arruolato dei giovani? Cosa vuol dire essere reclutatore negli Stati Uniti?

Jimmy Massey: Per reclutare bisogna mentire. L’amministrazione Bush ha costretto i giovani statunitensi ad arruolarsi nell’esercito. Come? Usando lo stesso metodo che ho usato io: offerte economiche. In tre anni ne ho arruolati settantaquattro, nessuno mi ha detto che voleva entrare nell’esercito per difendere il proprio paese, nessuno aveva motivazioni patriottiche. Avevano bisogno di denaro per l’Università o per un’assicurazione medica. Cominciavo elencando tutti i vantaggi e solo alla fine aggiungevo che avrebbero servito la causa della patria. Non ho mai reclutato figli di persone abbienti. Quando si fa il reclutatore e si vuole continuare a lavorare, non bisogna farsi scrupoli.

Rosa Miriam Elizalde: Il Pentagono ha ridotto le condizioni richieste per entrare nell’esercito. Che significa tutto ciò?

Jimmy Massey: Gli standard di reclutamento si sono ridotti di molto perché quasi nessuno vuole arruolarsi. Avere problemi con la giustizia o di salute mentale non costituisce più un ostacolo. Persone che hanno commesso atti costati più di un anno di prigione, delitti seri, possono entrare nell’esercito, lo stesso vale per i giovani che non hanno terminato gli studi secondari. Se passano il test psicologico sono ammessi.

Rosa Miriam Elizalde: Lei è cambiato dopo la guerra, ma prima quali erano i suoi sentimenti?

Jimmy Massey: Prima ero un soldato semplice, credevo a tutto quello che mi dicevano. Ma quando sono diventato reclutatore ho cominciato ad avvertire un senso di malessere: dovevo sempre mentire.

Rosa Miriam Elizalde: Ciò nonostante era convinto che il suo paese si stesse impegnando in una guerra giusta contro l’Iraq.

Jimmy Massey: Si, i rapporti che ricevevamo ripetevano che Saddam aveva armi di distruzione di massa. Solo più tardi abbiamo capito che era una menzogna.

Rosa Miriam Elizalde: Quando l’ha capito?

Jimmy Massey: In Iraq, dove sono arrivato nel marzo del 2003. Il mio plotone era stato inviato sui luoghi occupati precedentemente dall’esercito iracheno. Lì abbiamo travato migliaia e migliaia di munizioni in casse etichettate negli Stati Uniti. Si trovavano lì da quando gli Stati Uniti avevano deciso di aiutare il governo di Saddam nella lotta contro l’Iraq. Ho visto casse e addirittura carri armati con la bandiera statunitense. I miei marine –ero sergente di categoria E6, superiore di un grado al semplice sergente, e comandavo 45 Marine-, i miei uomini mi domandarono perché ci fossero munizioni statunitensi in Iraq. Non capivano. I rapporti della CIA ci avevano convinti che Salmon Pac era un campo di terroristi e che vi avremmo trovato armi chimiche e biologiche. Ma non abbiamo trovato nulla di tutto questo. E' stato in quel momento che ho cominciato a sospettare che ci avessero mandati lì per il petrolio.

Rosa Miriam Elizalde: I brani più terribili del suo libro sono quelli in cui riconosce che in quel periodo era un assassino psicopatico. Mi può spiegare perché lo è diventato?

Jimmy Massey: Sono diventato un assassino psicopatico perché ero addestrato per uccidere. Non sono nato così. È l’esercito che ha fatto di me un gangster al servizio delle grandi multinazionali statunitensi, un ignobile delinquente. Ero stato addestrato per eseguire ciecamente gli ordini del presidente degli Stati Uniti e portare al paese ciò che lui aveva richiesto senza una qualsiasi considerazione morale. Ero uno psicopatico perché ho imparato prima a sparare e poi a domandare, come un malato e non come un soldato professionista che deve affrontare solo un altro soldato. Se bisognava ammazzare donne e bambini, noi lo facevamo. Quindi non eravamo più soldati ma mercenari.

Rosa Miriam Elizalde: Come è giunto a questa conclusione?

Jimmy Massey: Dopo parecchie esperienze. Il nostro lavoro consisteva nell’entrare nei quartieri urbani che ci avevano indicato e occuparci della sicurezza delle strade. C’è stato un incidente, uno dei molti, che mi ha fatto arrivare al limite: una macchina che trasportava civili iracheni. Tutti i rapporti dei servizi segreti che ci arrivavano dicevano che le automobili erano cariche di bombe ed esplosivo. Non avevamo altre informazioni. Le automobili arrivavano e noi sparavamo qualche colpo a salve come avvertimento; se non rallentavano e non andavano alla velocità che noi indicavamo, sparavamo senza esitare.

Rosa Miriam Elizalde: Con i mitra?

Jimmy Massey: Si e aspettavamo le esplosioni visto che le auto erano crivellate di colpi. Ma non c’è mai stata una sola esplosione. Poi guardavamo nella macchina e cosa trovavamo? Morti e feriti, ma mai un’arma, nessuna propaganda di Al Qaeda, niente. Erano civili capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Rosa Miriam Elizalde: Racconta anche che il suo plotone ha sparato su una manifestazione pacifica. Com’è successo?

Jimmy Massey: Era nei dintorni del complesso militare di Rasheeed, a sud di Bagdad, vicino al Tigri. C’erano dei manifestanti alla punta della strada. Erano giovani e non avevano armi. Eravamo avanzati e avevamo visto un carro fermo su un lato della strada. Il conducente del carro ci disse che si trattava di manifestazioni pacifiche. Se gli Iracheni avessero voluto fare qualcosa, avrebbero potuto far saltare il carro, ma non l’hanno fatto. Eravamo tranquilli, pensavamo “se avessero voluto sparare l’avrebbero già fatto”. Erano circa a duecento metri di distanza...

Rosa Miriam Elizalde: E chi ha dato l’ordine di sparare sui manifestanti?

Jimmy Massey: L’alto comando ci disse di non perdere di vista i civili, perchè parecchi feddayin della Guardia repubblicana si toglievano l’uniforme e si mascheravano da civili per organizzare attacchi terroristici contro i soldati statunitensi. I rapporti erano noti a tutti i membri della catena di comando. Tutti i Marine avevano un’idea chiara della struttura della catena di comando organizzata in Iraq. Credo che l’ordine di sparare fosse partito dagli alti funzionari dell’Amministrazione, sia dai centri di informazione militare che del governo.

Rosa Miriam Elizalde: Cosa avete fatto?

Jimmy Massey: Ho raggiunto il mio veicolo, un humvee (una jeep attrezzatissima) e ho sentito passare una pallottola sulla testa. I Marine avevano cominciato a sparare, ed io ho fatto lo stesso. Non ci fu risposta da parte dei manifestanti. Avevo sparato dodici volte, e nemmeno una risposta... Volli assicurarmi che avevamo ucciso secondo le norme di combattimento della Convenzione di Ginevra e i processi regolamentari delle operazioni. Cercai di dimenticare quei visi e mi misi a cercare le armi, ma non ce n’erano.

Rosa Miriam Elizalde: Come hanno reagito i suoi superiori?

Jimmy Massey: M’hanno detto “ Capita di sbagliare “

Rosa Miriam Elizalde: Come hanno reagito i suoi commilitoni quando hanno capito che erano stati tratti in inganno?

Jimmy Massey: Ero comandante in seconda. I miei Marine mi chiesero perché uccidessimo tanti civili. “Non puoi parlarne al luogotenente?” mi dissero. “ Fai notare che abbiamo bisogno di un’attrezzatura adeguata”. La risposta è stata “No!”. Quando i Marine si sono resi conto che si trattava di una grande bugia, persero la pazienza.

La nostra prima missione in Iraq non era finalizzata a portare degli aiuti alimentari, come invece ripetevano i media, ma ad assicurare il controllo dello sfruttamento del petrolio di Bassora. A Karbala abbiamo usato l’artiglieria per ventiquattro ore di seguito. È stata la prima città che abbiamo attaccato. Io invece credevo che dovessimo portare cibo e medicine alla popolazione. No. Abbiamo continuato fino alle zone di sfruttamento del petrolio. Prima dell’Iraq eravamo in Kuwait.

Siamo arrivati nel gennaio 2003. I veicoli erano pieni di cibo e medicine. Ho domandato al luogotenente cosa dovessimo fare, perché con tutte quelle provviste a bordo non c’era quasi più spazio per noi. Mi rispose che il capitano gli aveva ordinato di lasciare tutto in Kuwait. Poco dopo abbiamo avuto l’ordine di bruciare tutto, tutti i viveri e le medicine.

Rosa Miriam Elizalde: Ha anche denunciato l’uso di uranio impoverito...

Jimmy Massey: Ho 35 anni e la mia capacità polmonare si è ridotta del 20%. Secondo i medici soffro di una malattia degenerativa della colonna vertebrale che comporta stanchezza cronica e dolori ai tendini. Una volta mi piaceva correre tutti i giorni per dieci chilometri, ed ora riesco a stento a camminare per cinque o sei chilometri. Ho anche paura di avere dei figli. Ho infiammazioni al viso. Guardi questa foto (mi mostra quella che c’è sul suo cartellino del Salone del libro), me l’hanno scattata subito dopo il mio ritorno dall’Iraq. Sembro una creatura di Frankestein e questo è dovuto all’uranio impoverito. Immagini ciò che gli iracheni hanno dovuto patire...

Rosa Miriam Elizalde: Cosa è successo al suo ritorno negli Stati Uniti?

Jimmy Massey: Mi prendevano per pazzo, pensavano fossi un vile, un traditore.

Rosa Miriam Elizalde: I suoi superiori dicono che lei racconta menzogne.

Jimmy Massey: Ma le prove contro di loro sono schiaccianti. L’esercito statunitense è sfinito. Più durerà questa guerra, più la mia verità potrà venire a galla.

Rosa Miriam Elizalde: Il libro che ha presentato in Venezuela è stato pubblicato in spagnolo e francese. Perché non è uscito negli Stati Uniti?

Jimmy Massey: Gli editori hanno preteso che i nomi delle persone implicate fossero cancellati e che la guerra in Iraq fosse presentata in maniera più nebulosa, meno cruda. Ma non sono disposto a farlo. Un editore come New Press, apparentemente di sinistra, ha rifiutato di pubblicare il libro per paura di azioni giudiziarie, visto che le persone citate li avrebbero querelati.


[L’associazione di Jimmy Massey, IVAW “Veterani dell’Iraq contro la guerra” -Iraq Veterans Against the War, IVAW- organizza negli Stati Uniti una manifestazione per denunciare quest’invasione illegale]

Rosa Miriam Elizalde: Perché dei media come il New York Times e il Washington Post non danno voce alla sua testimonianza?

Jimmy Massey: Non ripeterò la versione ufficiale, secondo cui le truppe erano in Iraq per aiutare la popolazione, e non dico neppure che i civili muoiono accidentalmente. Mi rifiuto di dirlo. Non ho mai visto uno sparo accidentale contro gli iracheni e mi rifiuto di mentire.

Rosa Miriam Elizalde: Hanno cambiato atteggiamento?

Jimmy Massey: No, hanno aperto le pagine all’obiezione di coscienza: le opinioni e i libri di persone che sono contro la guerra ma che non hanno vissuto questo genere d’esperienza. Non vogliono mai guardare in faccia la realtà.

Rosa Miriam Elizalde: Ha delle foto o altri documenti che provino ciò che dice?

Jimmy Massey: No, tutto ciò che avevo mi è stato requisito quando ho avuto l’ordine di rientrare negli Stati Uniti. Sono tornato dall’Iraq con due armi: la mia testa e un coltello.

Rosa Miriam Elizalde: Secondo lei c’è un modo per fermare la guerra a breve?

Jimmy Massey: No, da quello che vedo, visto che repubblicani e democratici sono d’accordo su questa politica. La guerra è un affare enorme per i due partiti che dipendono dai complessi industriali e militari. Avremmo bisogno di un terzo partito.

Rosa Miriam Elizalde: Quale?

Jimmy Massey: Quello del socialismo.

Rosa Miriam Elizalde: Ha partecipato al dibattito che s’intitolava “È possibile una rivoluzione negli Stati Uniti?”. Ci crede davvero?

Jimmy Massey: E' già cominciata nel Sud, dove sono nato.

Rosa Miriam Elizalde: Ma il Sud è tradizionalmente la parte più conservatrice del paese.

Jimmy Massey: Dopo l’uragano Katrina le cose sono cambiate. New Orleans assomiglia a Bagdad. La gente del Sud s’indigna e si domanda tutti i giorni come è possibile che si investino delle fortune in una guerra inutile a Bagdad e allo stesso tempo non si trovi un soldo per New Orleans. Ricorda che nel Sud è cominciata la più grande ribellione della nazione?

Rosa Miriam Elizalde: Andrà a Cuba?

Jimmy Massey: Ammiro molto Fidel Castro e il popolo di Cuba. Se mi invitassero ci andrei molto volentieri. Non m’interessa quello che dice il mio governo. Nessuno può decidere dove posso o non posso andare.

Rosa Miriam Elizalde: Sa che il simbolo del disprezzo imperiale verso la nostra nazione è una fotografia di alcuni Marine che urinano sulla statua di José Martin, l’eroe della nostra indipendenza?

Jimmy Massey: Certamente. Quando ero nel corpo dei Marine ci parlavano di Cuba come se si trattasse di una colonia degli Stati Uniti e ci insegnavano un po’ di storia. Un Marine deve sempre sapere qualcosa del paese che sta per invadere, come dice la canzone...

Rosa Miriam Elizalde: La canzone dei Marine?

Jimmy Massey: (Canta) “From the halls of Montezuma, to the shores of Tripoli” [Dalle sale di Montezuma, fino alle spiagge di Tripoli… ndt]

Rosa Miriam Elizalde: Vale a dire il mondo intero...

Jimmy Massey: Effettivamente il sogno è quello di dominare il mondo... anche se per realizzarlo dobbiamo diventare tutti degli assassini.

Titolo originale: "Jimmy Massey: «He sido un asesino psicópata» "

Fonte:http://www.cubadebate.cu/
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15.11.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di NUNZIA VINCENZA DE PALMA

gatosan — 2007-12-26 GTM 1 @ 11:47 Tags:

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