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"sapevano e mi lasciavano fare"

I verbali d'interrogatorio del giovane trader: "Finché ho guadagnato
nessuno mi ha detto niente. Ma non potevano non vedere come operavo"

Société Générale, parla Kerviel
"Sapevano e mi lasciavano fare"

E spiega che, in passato aveva fatto guadagnare grosse cifre
ed era stato costretto a nasconderle. Poi, il 18 gennaio, il crollo
dal nostro corrispondente GIAMPIERO MARTINOTTI

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Jerome Kerviel


PARIGI - I miei superiori erano al corrente e lasciavano correre. E' questa la linea di difesa di Jérôme Kerviel, il trader di 31 anni che ha fatto perdere alla Société Générale 5 miliardi di euro. Ampi estratti dei suoi verbali di interrogatorio sono stati pubblicati dal nuovo sito Mediapart. fr e da Le Monde. E danno un quadro di quel succede nel mondo della finanza, nelle grandi banche, dove i confini tra investimenti finanziari e speculazione sembrano molto labili. Vediamo la versione di Kerviel, che i magistrati dovranno verificare e che non deve essere presa come oro colato.

"Non posso credere che i miei dirigenti non avessero coscienza dei montanti che impegnavo, è impossibile generare tali profitti con piccole posizioni. Fino a che si guadagna e non si vede troppo, nessuno dice niente. Giorno dopo giorno, con un'attività normale ed esposizioni normali, un trader non può generare tanto cash". Parole che accusano tutta la struttura dei controlli e la filosofia che li sottintende. Kerviel ha infatti detto di aver fatto guadagnare soldi alla banca.

Una prima volta, nel 2005, ha guadagnato 500 mila euro speculando sui titoli della Allianz: gli è stato detto di stare attento ("hai avuto fortuna") e di non riprovarci. Lui ha fatto di testa sua: nel 2007 è riuscito a far profitti per 1,4 miliardi, ma trattandosi di operazioni non autorizzate dai suoi superiori le ha nascoste, lasciando apparire solo un utile di 55 milioni, che gli ha fruttato un premio (ormai virtuale) di 300 mila euro: "Per quel che mi riguarda, questa valorizzazione a 1,4 miliardi è certo importante, ma arrivata troppo rapidamente - da 500 milioni a fine ottobre 2007 a 1,6 miliardi a fine novembre - perché potessi dichiararla senza avere noie. E' vero, lo ammetto, che è sproporzionato con il risultato dichiarato, anche quello sproporzionato". E ha utilizzato una formula curiosa per definire i rapporti fra trader e controllori: "Non visto, non preso. Ma se vieni pizzicato, t'impiccano".


Com'è andata esattamente? "Al 31 dicembre 2007 il mio 'materasso' ammontava a 1,4 miliardi, ancora non dichiarati alla banca. A questo stadio, sono travolto dagli avvenimenti e non so come presentarlo alla banca. Nessuno ha mai realizzato questa cifra, che rappresenta il 50% del risultato del ramo azioni indici della Société Générale. Non so come gestirlo, sono contento, fiero di me, ma non so come giustificarlo. Dunque, decido di non dichiararlo e, per occultare questa somma, realizza un'operazione fittizia di segno contrario". Per far apparire appena 55 milioni Kerviel falsifica un mail. Poi punta sul rialzo dei mercati. Il 18 gennaio, il giorno in cui vengono scoperte le sue manovre, è in positivo al mattino, in negativo la sera: "Mi dico che vedrò il da farsi il lunedì successivo, ma non potevo sapere che non sarei più stato un dipendente della Générale".

Perché lo ha fatto? "Le motivazioni sono diverse, ma prima di tutto ho avuto in testa di far guadagnare soldi alla mia banca, è la mia prima motivazione. In ogni caso, non volevo arricchirmi personalmente. Le tecniche che ho utilizzato non sono per niente sofisticate, al contrario di quel che dice la stampa specializzata, e credo che qualsiasi controllo effettuato correttamente possa scoprire queste operazioni". E poi c'è il suo desiderio di rivalsa: meno bardato di diplomi di molti suoi colleghi, quindi guardato un po' dall'alto in basso, voleva dimostrare il proprio valore facendosi valere sui mercati. E per difendersi ha chiamato di nuovo in causa i suoi superiori: "Più l'équipe genera cash, più il manager è finanziariamente interessato".

E i dirigenti sospettavano, dice Kerviel, perché hanno mandato molti mail ai suoi collaboratori per chiedere spiegazioni. E poi dovevano stare attenti a un particolare: "Il semplice fatto che abbia preso solo 4 giorni di ferie avrebbe dovuto allertare la mia direzione. E' una regola primaria del controllo interno. Un trader che non va in vacanza è un trader che non vuol lasciare il suo 'book' a un altro".

Quando gli inquirenti gli chiedono se non temeva di essere scoperto e punito, Kerviel risponde papale papale: "La sanzione non potevo valutarla. La banca ha come obiettivo principale di guadagnare soldi. Come giustificare una sanzione contro un trader che genera un risultato positivo di 1,4 miliardi di euro?".

Kerviel ha spiegato alcune tecniche correnti, in particolare quella del 'materasso': "Questa pratica è utilizzata al solo scopo di dissimulare la valorizzazione. La valorizzazione dissimulata è lasciata alla discrezione di ognuno, al feeeling. Lo fanno anche i manager sul risultato ottenuto dalle loro équipe. Quando un manager, a un determinato giorno dell'anno, pensa che il suo desk abbia raggiunto i suoi obiettivi di perdite e profitti, può decidere di riportare la tesoreria sull'esercizio successivo, nascondendola con diversi mezzi. Ci sono usi che permettono una certa flessibilità, accordata in modo circoscritto a un manager attraverso discussioni con il suo dirigente. Si possono superare i limiti per parecchi giorni e farsi richiamare all'ordine, a meno che non si riesca a trattare un superamento più importante, il che è eccezionale".

gatosan — 2008-02-15 GTM 1 @ 17:30 Tags:

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Nella giungla delle etichette Un carrello pieno di trappole

Indagine sui prodotti che ogni giorno compriamo al supermercato
per scoprire le piccole e grandi bugie dell'industria alimentare

Nella giungla delle etichette
Un carrello pieno di trappole

di JENNER MELETTI


<B>Nella giungla delle etichette<br /> Un carrello pieno di trappole</B>

ROMA - Consiglio per gli acquisti: una lente di ingrandimento. Solo con questo strumento, fra le corsie di un supermercato, è possibile sapere cosa si compra per la propria tavola. Ecco, ad esempio, i "Cappelletti al prosciutto crudo" dei Freschi Buitoni, mezzo chilo, euro 1,99. Sulla confezione, l'immagine di una bella fetta di prosciutto. Sembra di sentirne il profumo. Con una vista da aquila - o con una buona lente - si scopre che per fare i cappelletti, oltre a farina, uova, sale non è stata usata solo la coscia stagionata del maiale. Si legge infatti che "il prodotto contiene carne di suino cotta, pangrattato, mortadella (carne di suino, grasso di suino, cuori di suino, trippini di suino), prosciutto crudo stagionato: 9,5% del ripieno".

Tutto in regola, ovviamente. Certo, se sulla busta fosse scritto in grande "cappelletti al grasso e cuore di suino" davanti allo scaffale non ci sarebbe la fila. Ma chi ha tempo di leggere? Qui, al supermercato Sma di via Laterani 39/41, è ormai ora di cena. Il pensiero è rivolto al frigo di casa, per ricordare cosa manca. Gli occhi servono solo per guardare i prezzi, per non spendere più di quanto c'è nel portafogli. "Mi lascia passare? Ho solo tre pezzi. I figli aspettano".

Oltre alla lente, meglio portarsi un esperto. Stefano Masini, docente di diritto alimentare a Scienze della nutrizione dell'università di Tor Vergata, è anche responsabile consumi della Coldiretti. Proprio nei giorni scorsi la Commissione europea ha stabilito che le etichette debbono cambiare, per fare sì che "i consumatori dispongano, in modo leggibile e comprensibile, delle informazioni essenziali per fare scelte consapevoli". Il professor Masini non è entusiasta.

"Già il regolamento europeo numero 178 del 2002 recitava che "etichettatura, pubblicità, presentazione, compresi forma, aspetto, confezionamento e informazioni non debbono trarre in inganno il consumatore".



Ma la confusione è ancora grande. E anche questa nuova normativa ha un difetto pesante. I consumatori chiedevano di conoscere l'origine dei prodotti agricoli contenuti negli alimenti, con l'obbligo dell'etichetta di provenienza, e la Commissione ha risposto che questa etichetta è un elemento volontario".

"Qui in Italia le decisioni vengono prese solo dopo le emergenze. Dopo mucca pazza, oggi è possibile sapere dove è nato il bovino, dove è cresciuto, dove è stato macellato. Dopo l'aviaria, c'è anche la tracciabilità del pollo, ma solo transitoriamente: l'Unione ha infatti avviato una procedura di infrazione, perché dire che il pollo è italiano sarebbe una sorta di barriera non tariffaria. Nessuna tracciabilità, invece, per il coniglio, il maiale, l'agnello. Sull'olio extravergine di oliva si è discusso dieci anni. Noi ne produciamo 500.000 tonnellate all'anno e ne importiamo 400.000. E' facile mescolare. Dal 16 gennaio 2007 sulle etichette dovrebbe essere specificata la zona di origine delle olive, il paese di raccolta e quello del frantoio".

Il carrello è pronto, si può cominciare la spesa. Una bottiglia di olio extravergine di oliva Olitalia, euro 5,10. "Uno vede scritto Olitalia, traduce immediatamente olio d'Italia e pensa di comprare olio italiano. Ma non si sa. Non c'è scritto da nessuna parte dove le olive siano state coltivate e portate al frantoio. Ecco, questo è un caso che può essere segnalato all'Autorità garante della concorrenza e del mercato, per ingannevolezza del messaggio". Un tubetto di Star sugo Lampo, euro 0,70. "Dopo tante battaglie con la Cina, sulle scatole di pelati è specificata l'origine dei pomodori. Ma per le salse non vale". Chi voglia sapere di più, sulle origini del pomodoro finito nel tubetto Lampo, prodotto a Busseto di Parma, dovrebbe telefonare al numero verde 800274094. Un pacchetto di mais Mon Ami, euro 0,99.

"E anche questo, da dove arriva? Mais, soia, cotone e tabacco sono spesso Ogm, prodotti in Argentina, Stati Uniti, Canada e Brasile. Sarebbe meglio precisare l'origine, così si è più tranquilli. L'etichettatura sugli Ogm è molto complessa. Da una parte c'è l'obbligo di scrivere Ogm quando la percentuale supera lo 0,9%. Sono solo tracce, provocate da una non netta separazione fra produzioni Ogm e non Ogm. La disciplina che si sta discutendo è precisa: non ci deve essere contatto fra una produzione e l'altra, addirittura anche i mezzi agricoli debbono essere separati. Ma ci sono incongruenze: una vacca può essere alimentata con Ogm e chi beve il latte non ha il diritto di essere informato".

Benedetta sia la lente di ingrandimento. Compri il wurstel Fiorucci Suillo classico, euro 1,90, con la scritta grande che annuncia "100% puro suino" e scopri che dentro c'è "carne di suino, 80%". Passi davanti a un espositore che offre "Burn Energy drink, Now estra Potent", una lattina scura, euro 1,45. "Lo può comprare anche un bambino, perché pensa di avere più scatto nella partita di pallone. Ma in piccolo c'è scritto: "Questo prodotto non è adatto ai minori di 16 anni, a gestanti, a persone sensibili alla caffeina"". Ingredienti: caffeina e taurina. Le etichette della carne sono precise. "Nato: Italia. Macellato: Italia.

Sezionato: Italia", è scritto sulla confezione di cotolette di pollo Aia. Scopri che il tacchino Rovagnati, trasformato in fette di arrosto, grammi 120, euro 2,99, ha fatto un lungo viaggio: "Provenienza: Brasile", annuncia l'etichetta. "L'importante - dice Stefano Masini - che l'informazione sia chiara, poi ciascuno fa le proprie scelte. Certo, per fare bene la spesa al supermercato, non basterebbe un corso universitario. Prendiamo, ad esempio, il cioccolato. In Italia c'era una legge che diceva: si chiama Cioccolato solo quello fatto con cacao e burro. Quello con la margarina si chiamava Surrogato. Ma gli altri Paesi europei produttori di margarina hanno fatto ricorso alla Corte di giustizia della Comunità, che ci ha condannato. Ora si è fatto un compromesso. Quello con il burro lo chiamiamo Cioccolato puro, quello con la margarina, l'ex Surrogato, Cioccolato e basta".

Due sporte di spesa, euro 50,31 e un breve viaggio all'università di Tor Vergata, nello studio del professor Giuseppe Rotilio, docente di biochimica della nutrizione, preside del corso di laurea in Scienza della nutrizione umana. La scrivania viene invasa da confezioni, pacchi, barattoli. "Basta una prima occhiata - dice il professore - per capire che lei spende male i suoi soldi. Troppe calorie, troppi zuccheri. Il problema principale sono appunto gli zuccheri semplici, che assieme ai carboidrati servono per l'energia ma oggi sono assunti in modo esagerato. Si mangia come se tutti fossimo maratoneti o operai da fatica e invece stiamo seduti a una scrivania". Primo esame: un bel pacco di merendine, le Trecce Auchan. L'etichetta racconta che 100 grammi portano 470 calorie, con 53,9 grammi di carboidrati e 25,5 di grassi.

"Non c'è scritta la percentuale di zuccheri semplici. Anzi no: si dice che in superficie sono il 7%. Ma dentro la pasta? Ci sono arancia candita, sciroppo di glucosio e fruttosio, emulsionante, burro, lievito di birra. Ecco, una merendina di queste è già un pranzo. E' un cibo troppo ricco, per la nostra generazione. Quando si compra, la prima cosa da guardare sono gli zuccheri semplici, che entrano rapidamente nel sangue ed alzano l'indice glicemico. Provocano l'accumulo di grasso e il tessuto adiposo è resistente all'insulina: alla fine si va verso il diabete".

Il professore non è nostalgico del passato. "O lei riesce a nutrirsi con l'insalata coltivata in un orto non concimato o deve fare i conti con l'industria alimentare. Non demonizzo: in fine dei conti, da quando esiste, noi uomini viviamo di più e meglio. Ma bisogna stare attenti agli eccessi". Nel tacchino arrosto Rovagnati c'è il destrosio, glucosio di sintesi. Zucchero anche nelle lasagne al pesto e mozzarella. Nella cotoletta Aia, "saporita e croccante", ci sono sia saccarosio che destrosio. "Dovrebbero precisare la percentuale. Ma io mi chiedo? Perché aggiungere questo zucchero? Il bambino che si abitua a questi sapori, quando la mamma prepara la semplice bistecca, si lamenta perché è sciapa. Lo zucchero è un additivo pericoloso perché aumenta le calorie e cambia il gusto naturale. Se mangio una coscia di maiale mi aspetto grassi e proteine, non zuccheri. In compenso, il grasso viene demonizzato. E' vero, ha molte calorie ma queste vengono liberate gradualmente e, se non sono combinate con lo zucchero, non si accumulano. Il grasso - lo spiego agli studenti - di per sé non ingrassa".

Tanti i prodotti che si presentano come paladini della salute. Il Danacol della Danone (confezione da quattro, euro 3,98) è "il tuo alleato contro il colesterolo". "Solo 1,1% di grassi - dice il professor Rotilio - mi sembra buono. E' per adulti che hanno problemi di colesterolo e non vogliono prendere medicine". Scritta in piccolo, un'avvertenza. "Nel caso si stia seguendo una cura contro il colesterolo, consumare il prodotto solo sotto controllo medico". Il professor Stefano Masini, il Virgilio del supermercato, ha invece molti dubbi. "Un negozio alimentare non è una farmacia. Qui prendi, paghi e porti a casa, senza nessuno che ti dia consiglio. Una cosa si potrebbe fare subito. Per prodotti come questo, o quel Burn Energy drink con caffeina e taurina, si scrivano cartelli grandi con le giuste avvertenze. "Vietato ai minori di 16 anni", ad esempio.

"Solo sotto controllo medico". Ma i produttori hanno un solo obiettivo: vendere".

gatosan — 2008-02-13 GTM 1 @ 21:08

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Il diritto relegato in una "gabbia" ecco il testamento di Bush

Torture atroci, pessime condizioni igieniche e detenuti in cella senza prove
Insieme agli orrori di Abu Ghraib, "Gitmo" è stata la più grave sconfitta civile degli Usa

Il diritto relegato in una "gabbia"
ecco il testamento di Bush

dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI


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Il presidente Usa George W. Bush

WASHINGTON - Dopo sei anni di esistenza, dalla creazione nel 2002, e dopo 775 prigionieri passati nelle sue stie da polli senza incriminazione né accuse formali, il campo di concentramento per "combattenti nemici" creato da Bush nella base di Guantanamo a Cuba produce finalmente i primi sette processi a sette imputati di terrorismo, con ovvie richieste di pena capitale per sei di loro.

Sei anni per arrivare all'annuncio dei primi processi sono un periodo di tempo straordinariamente lungo, per una giustizia americana che si muove con ben altra celerità. Ma Guantanamo, o Gitmo secondo il solito acronimo militare, non è qualcosa che appartenga alla storia di cui l'America, la nazione dell'Habeas Corpus, dei diritti dell'arrestato e del "Giusto Processo" possa andare orgogliosa. E' amministrativamente, perché Gitmo è territorio cubano in affitto, e moralmente, un corpo estraneo a quello che il mondo, e ormai una larga maggioranza di americani, vuole considerare l'America.

Insieme con gli orrori del carcere di Abu Ghraib, i tre campi di prigionia costruiti in fretta in questa base dei Marines, Camp Iguana, Camp Delta e Camp X-Ray, ora chiuso, sono stati negli anni della "guerra di civiltà" la più grave sconfitta civile che gli Stati Uniti abbiano dovuto subire, assai più devastante delle aggressioni terroristiche ai propri soldati al fronte. Sono stati il retrobottega maleodorante e settico che ha incrinato la vetrina della retorica, agli occhi di miliardi di persone.

Non soltanto, e non principalmente, per maltrattamenti e disumanizzazioni deliberate dei prigionieri, certamente trattati meglio a Gitmo che in qualsiasi segreta di regimi totalitari od organizzazioni terroriste, ma per l'insulto quotidiano a quei principi di legalità e di costituzionalità che sono, da oltre due secoli, il fondamento di una democrazia che si considera la "città luminosa sulla collina", secondo la famosa definizione di Ronald Reagan.



Guantanamo, con i suoi prigionieri acciuffati a casaccio, come dimostra il fatto che 450 dei 775 sono stati liberati dopo anni di detenzione nell'assenza di qualsiasi ragione per trattenerli e uno soltanto, un australiano, è stato condannato a nove mesi per "fiancheggiamento", è stata per questi sei anni la negazione materiale della superiorità morale. È stata la gabbia nella quale la presidenza Bush si è voluta rinchiudere nel panico delle giornate successive alll'11 settembre, per dare a un popolo americano giustamente sconvolto e smarrito la sensazione di una pronta e decisa risposta alla minaccia. Ma una volta aperta la gabbia, questa Presidenza non ha più trovato la maniera per uscirne senza smentire se stessa. E senza violare ogni articolo, emendamento, codice e precedente.

Per questo, dietro l'annuncio formale del Pentagono, che ha la responsabilità del campo e dei processi, c'è il sospetto di un'intenzione politica nella scelta di tempo della Casa Bianca. Il fatto che la richiesta di pena di morte per cinque, tra cui il "cervello" dell'11 settembre, il pakistano Khalid Sheikh Mohammed, arrivi oggi, in piena campagna elettorale, rappresenta, insieme con le quotidiane proclamazioni di mirabili progressi in Iraq, il tentativo un estremo di modificare in meglio il testamento politico che questa Amministrazione sta scrivendo per se stessa.

Ed è ansiosa di produrre qualche risultato tangibile per i sette anni di guerra in Afghanistan, i cinque in Iraq, i quattromila e cinquecento soldati uccisi, i mille miliardi spesi e i sei anni d di Guantanamo. Un trompe l'oeil, un gioco di prestigio per lasciare nel cilindro la sostanza di tutti i problemi intatti al successero, si chiami MacCain, Clinton od Obama.

I processi ai "Gitmo six", a Khalid, cadranno sicuramente nel grembo del futuro presidente, con tutti i nodi costituzionali che in questi anni si sono aggrovigliati. Non si sa neppure esattamente come dovrebbero funzionare queste commissioni militari che dovranno giudicare gli imputati, quali forme di ricorso e di rappresentanza avranno gli accusati, quali materiali a carico e discarico potranno essere utilizzati, perché nessuna di questa commissioni, create per essere un compromesso fra un tribunale ordinario e una corte marziale, ha mai funzionato finora. E si può contare fin d'ora su raffiche di ricorsi e di petizioni a ogni giudice competente, di nuovo fino alla Corte Suprema,

Ma nessuna delle acrobazie legali o verbali usate finora dalla Casa Bianca per aggirare la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra pesa quanto pesa l'impiego della tortura usata per farli confessare. Nessun tribunale americano, neppure negli anni della seconda Guerra Mondiale quando lo Fbi arrestava gli agenti hitleriani in Usa avendo sospeso, come è legittimo fare in tempo di guerra, lo habeas corpus, ha mai accettato confessioni estorte con la tortura e con quella tecnica del "waterboarding", della simulazione atroce dell'annegamento, che soltanto Bush e i suoi ministri fingono di non considerare tortura. Mentre tale è giudicata, e quindi proibita, dagli stessi manuali militari americani.

Toccherà dunque al repubblicano John MacCain, se vincerà lui, rimangiarsi quello che ha finora sempre sostenuto da veterano delle sevizie vietnamite, che il "waterboarding" è tortura, se vuole celebrare i processi militari o ai democratici Clinton e Obama spiegare che cosa intendano fare di quegli imputati e di quel campo di concentramento nel quale, da sei anni, l'America della "politics of fear", della strategia della paura, ha rinchiuso e umiliato se stessa.

gatosan — 2008-02-13 GTM 1 @ 19:03 Tags:

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blitz antimafia solo dopo la caduta di ungoverno

Di CLAUDIO LANTI
Napoli libera

Sarà un caso ma da quando il governo Prodi è entrato in crisi sembra che almeno nell’interregno delle elezioni siano venute meno le non poche guarentigie che la nostra repubblica ha accordato ai suoi terminali mafiosi più esposti. O perché le protezioni regionali concesse da certe stanze si sono alleggerite o perché qualche magistratura locale si è fatta più coraggiosa, ecco che miracolosamente carabinieri e poliziotti sono stati lasciati liberi di picchiare qualche colpo. Ne fanno fede le perquisizioni già miracolose nelle case e negli uffici inviolabili del plurindagato governatore calabrese Agazio Loiero ed altre piccole iniziative nel sud e anche nel nord. Si è svegliata persino la sonnolenta polizia napoletana andando ad acciuffare tale Vicienzo o’ chiatto, molto reclamizzato dalle fonti dominanti ma in realtà solo un boss del quartiere di Secondigliano. Sono segnali probabilmente provvisori destinati ad epater le bourgeois (a far fessa l’opinione pubblica detto nell’amata e coltissima seconda lingua diffusa in questo sito) in attesa che si ricompongano gli equilibri squassati dalla crisi politica e si richiudano le acque puenti del sempre più esteso intreccio politica-crimine organizzato.

In questo contesto si vorrebbe far rientrare l’altisonante operazione trans-oceanica Palermo-New York (con triangolazioni canadesi), che sui giornali di venerdì scorso intendeva rinverdire le glorie della Pizza Connection degli anni ’80 sulle quali è nato ed ha prosperato il più potente gruppo di potere che abbia mai comandato in Italia dopo la Fiat di Valletta-Agnelli e l’Eni di Enrico Mattei: parliamo ovviamente della super-casta dell’antimafia, con le sue carriere politiche e i suoi super magistrati e super poliziotti, con i suoi bilanci miliardari e le innovative leggi anti-crimine, copiate dai nuovi codici americani, a cominciare dai programmi di protezione per i collaboratori di giustizia.

E’ in quel periodo che vennero radicalmente modificati i rapporti di collaborazione riservata tra Italia e Usa, il cui baricentro passò progressivamente dalla CIA al FBI. La fine della guerra fredda determinò poi la definitiva precedenza del Bureau e la sostanziale estromissione dell’agenzia dalle vicende italiane, ratificata dal processo milanese per il rapimento del imam Abu Omar.

La storia tenta spesso di imitare se stessa ma sempre a livelli più scadenti. Le firme più informate e suggestive del Corriere e di Repubblica ci hanno presentato adesso questo divertente affresco della retata da 90 arresti tra le due sponde continentali. Ma dando pochissimi chiarimenti giudiziari, ad esempio sugli effettivi reati commessi, e dilungandosi in racconti ad effetto di vita vissuta sulle manovre di Cosa Nostra siculo-Usa per uscire dalla sua doppia crisi epocale. Attraversando gustose storie e storielle di viaggi e ristoranti, donne e progetti di nuovi loschi affari, alla fin fine vi riferiamo il succo che dalla clamorosa retata abbiamo ricavato.

La premessa è che, negli anni ’80 il vecchio establishment mafioso dei Bontade- Badalamenti-Inzerillo alleato della super famiglia Gambino negli Usa si trovo schiacciato tra la nuova repressione a tolleranza zero del procuratore speciale Rudy-Rudy Giuliani e la cosiddetta “seconda guerra di mafia” scatenata dalle famiglie paesane e rampanti dei Corleonesi di Totò Riina. Una tenaglia micidiale: tra pentiti e manette da un lato e i mitra dall’altro, fu una strage epocale. I perdenti vennero braccati e massacrati fino negli Usa. La vecchia mafia siculo-americana morì lì, travolgendo anche alcuni suoi noti referenti politici come Salvo Lima. Il processo a Giulio Andreotti fu figlio di quell’ondata epocale. Non appena chiusa quella fase, ne iniziò subito una seconda limitata al versante italiano, quando il nuovo potente “complesso antimafia” nato dalla collaborazione con Giuliani si lanciò con i nuovi strumenti investigativi e con altri mezzi contro la nuova mafia vincente dei Corleonesi.

Il celebre corvo di Palermo denunciò che il killer Totuccio Contorno, l’ultimo degli uomini di Bontade, aveva approfittato della sua posizione di pentito per vendicarsi a revolverate di vari nemici Corleonesi, aiutando così la Patria e gli inquirenti che guardavano da un’altra parte. Poi vennero gli arresti clamorosi, Riina, Bagarella e gli altri, poi i maxiprocessi e gli ergastoli in quantità. Quando l’anno scorso è stato preso anche il vecchio Provenzano con i suoi acciacchi e gli antiquati pizzini, anche la mafia strettamente siciliana, era già finita da un pezzo. E’ irrilevante che molti continuino ad esaltarne il pericolo per approfittare dei beni mafiosi sequestrati, preferendo invece tacere su altri fronti mafiosi oggi molto più pericolosi della scalcagnata Cosa Nostra: la camorra napoletana, con cui il sistema di potere di Bassolino è riuscito sinora a convivere (ma non giuriamo sul domani); e soprattutto sulla ‘ndranghetra calabrese diventata grazie all’alacre porto di Gioia Tauro, potenza economica internazionale della cocaina che ha messo radici in Germania, Canada, Australia.

L’ultimo blitz ha dunque più che altro più un valore mediatico e persino romantico. Nessun “colpo ai padrini “ come è stato detto, ma semmai ai possibili futuri padrini. L’operazione, 54 arresti in America e 23 a Palermo, è stata realizzata quasi tutta negli Usa dagli americani con una minima partecipazione delle procure antimafia siciliane e delle celebratissime giubbe rosse a cavallo canadesi. L’FBI l’ha montata con testimonianze di nuovi pentiti, intercettazioni e -non si dice ma è da giurarci- su precise soffiate anche incartate da intercettazioni. Al dunque ne sono usciti tre nomi degni di considerazione. A New York, è stato arrestato un certo Frank Calì di 42 anni, palermitano di padre, nato a Brooklin, che ha sposato una Inzerillo ed è considerato dal FBI come l’astro nascente della nuova Cosa nostra americana. Frank Calì aveva imbastito una rete di contatti con gli ultimi Corleonesi di Sicilia con l’ambiziosa proposta di giungere a una nuova pace e a nuovi fruttuosi affari tra vecchi nemici e vecchie sponde. Ma, leggendo sulla stampa delle sue pubbliche ostentazioni di potere e che si era intestato di persona negli Usa una decina di società di import-export e di costruzioni, si capisce subito che un pollo simile non poteva fare una lunga carriera.

Forse con troppa fantasia, questa indagine del FBI è stata battezzata “Old Bridge”, cioè “il vecchio ponte” New York-Palermo che qualcuno voleva riattivare. Grazie al lavoro diplomatico di Frank Calì, iniziato nel 2003 con viaggi e incontri, i giovani eredi Inzerillo si erano già riaffacciati a Palermo, dove è stato preso Giovanni Inzerillo, il più giovane del famiglia quasi sterminata dai Corleonesi negli anni ’80. Ma il ritorno degli esiliati non era affatto gradito a molti superstiti Corleonesi ancora in circolazione, timorosi di subire qualche vendetta a sorpresa. Il portavoce del dissenso era tale Antonino Rotolo, un capofamiglia fedelissimo di Totò Riina. E qui tocchiamo una corda sensibile. Il terzo nome importante è quello di certo Giovanni Nicchi un altro giovane, che la polizia italiana ha indicato con tranquilla sicurezza ai colleghi americani come il futuro capo di Cosa Nostra siciliana. Ora, un primo caso vuole che Nicchi sia un uomo di Rotolo cioè di Riina. E un secondo caso rivela che mentre gli Inzerillo cadevano nella rete, lui l’uomo dei Corleonesi è sfuggito alla polizia italiana e figura tra i 13 latitanti delle retate. Sommando due più due non è difficile capire chi è che ha mandato a monte la riapertura del vecchio ponte facendo arrestare gli epigoni americani della vecchia mafia perdente.

A parte l’evidente compiacimento trasmesso dagli inquirenti ai cronisti, va dato atto che l’operazione Old Bridge ha bloccato sul nascere l’ipotesi –solo l’ipotesi- di una nuova generazione di boss mafiosi un po’ dilettanteschi in Usa e in Italia. Tutto bene, un po’ di pubblicità fa sempre bene alla polizia. Ma solo se gli sforzi di soldi e di uomini dedicati a quei mafiosi da due soldi, verranno seriamente profusi in altre direzioni meno cinematografiche ma sempre più pericolose e coinvolte con il sistema politico del Paese. Forse l’Italia non è ancora un narco-Stato ma la strada per diventarlo non è troppo lunga.

Claudio Lanti
Fonte: http://napolibera.eu/

gatosan — 2008-02-12 GTM 1 @ 12:24 Tags:

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ATTENTATI DELL’11 SETTEMBRE: IL PARLAMENTO GIAPPONESE PONE DELLE DOMANDE

DI THIERRY MEYSSAN
Réseau Voltaire

I telespettatori giapponesi hanno avuto il privilegio, l’11 gennaio 2008, di assistere in diretta ad una sorprendente audizione al Senato: il presidente di una commissione parlamentare ha riunito il Primo Ministro, i Ministri degli Affari Esteri, delle Finanze e della Difesa per fare loro constatare che, sei anni dopo gli attentati dell’11 settembre, non erano ancora in grado di spiegare i fatti e di confermare che gli attentati erano stati commissionati a partire da una grotta afgana. Riproduciamo l’integrale di questo crimine di lesa maestà degli Stati Uniti.

A partire dal mese di settembre 2001, il Réseau Voltaire s’interroga sulla responsabilità attribuita all’emirato non riconosciuto dei Talebani negli attentati dell’11 settembre 2001. Nel marzo 2002, Thierry Meyssan ha posto la questione politica della legittimità dell’intervento anglosassone in Afghanistan ed ha annunciato la successiva guerra in Iraq in un libro ormai celebre, "L' Incredibilie Menzogna". All’epoca, la stampa dominante ha condotto una campagna per screditare l’opera riducendola ad una semplice inchiesta sugli attentati in sé stessi e passando sotto silenzio l’analisi politica che ne conseguiva. Sei anni più tardi, centinaia di personalità politiche e militari di primo piano, nel mondo intero compresi gli Stati Uniti, si sono schierati con queste tesi.

Dopo capi di stato in carica (lo sceicco Zayed degli Emirati Arabi, Bachar el-Assad in Siria, Hugo Chavez in Venezuela, Mahmoud Ahmadinejad in Iran, Fidel Castro a Cuba) il Parlamento del Venezuela ha espresso i sui dubbi, infine questo 11 gennaio è stata la volta di alcuni parlamentari giapponesi.

Riproduciamo qui la trascrizione integrale delle audizioni tenute dalla Commissione Affari Esteri e Difesa della camera alta giapponese in occasione del dibattito sulla nuova legge antiterrorismo e sull’impegno giapponese a fianco degli Stati Uniti in Afghanistan.

Audizione dell’11 gennaio 2008 della Commissione Affari Esteri e Difesa della Camera dei Consiglieri (Senato), Dieta del Giappone (Parlamento).

Consigliere Yukihisa Fujita: Vorrei parlare delle origini della "Guerra al terrorismo". Senza dubbio ricorderete che in novembre ho domandato se il terrorismo costituisse una guerra o un crimine. La "Guerra al terrorismo" è iniziata in seguito agli attentati dell’11 settembre.
Quello che desidero sapere è se questi attentati siano stati o no commessi da Al Qaeda. Finora il governo si è limitato a dire che crediamo nella responsabilità di Al Qaeda perché è quello che ci ha detto l’Amministrazione Bush. Non abbiamo visto alcuna prova reale della colpevolezza di Al Qaeda.

Perciò desidererei sapere perché il Primo ministro pensa che i Talebani siano i responsabili degli attentati dell’11 settembre.

Vorrei saperlo perché il Primo Ministro era a quell’epoca segretario del Capo di Gabinetto [1]. Yasuo Fukuda, Primo Ministro: dopo gli attentati abbiamo comunicato con il governo americano e con altri governi a diversi livelli e ci siamo scambiati informazioni. Secondo informazioni segrete ottenute dal nostro governo, e da rapporti compilati da altri governi, gli attentati dell’11 settembre sono stati realizzati dall’organizzazione terrorista internazionale conosciuta sotto il nome di Al Qaeda.

Consigliere Yukihisa Fujita: Così, lei si riferisce al contempo ad informazioni segrete e pubbliche. La mia domanda è: il governo giapponese ha condotto una sua inchiesta per mezzo della polizia e di altre risorse?

Si tratta di un crimine, quindi un’inchiesta deve essere aperta.
Quando un giornalista è stato ucciso in Myanmar, avete condotto una vostra inchiesta.
Ugualmente, poiché 20 giapponesi sono morti l’11 settembre, il governo ha condotto una propria inchiesta e stabilito che Al Qaeda era responsabile?
Che genere d’inchiesta è stata fatta? All’epoca lei era segretario del Capo di Gabinetto, dunque nella migliore posizione [per rispondere]. Cosa ne è di questa inchiesta?

Yasuo Fukuda, Primo Ministro: Dopo gli attentati, l’Agenzia Nazionale di Polizia ha inviato a New York con urgenza una squadra anti-terrorismo. Si sono incontrati con le autorità americane e hanno potuto raccogliere informazioni sui giapponesi scomparsi.

Consigliere Yukihisa Fujita: Dunque, lei dice che almeno 20 giapponesi sono stati vittime di questo crimine e che essi lavoravano a New York.
Vi erano anche giapponesi sugli aerei dirottati.
Desidererei sapere il numero esatto dei morti nelle torri e sugli aerei. Potete confermarlo?
Desidererei avere la risposta dal ministro degli Affari Esteri.

Masahiko Komura, ministro degli Affari Esteri: Abbiamo trovato i corpi di una dozzina di vittime giapponesi negli attacchi dell’11 settembre.
Siamo stati anche informati dalle autorità americane della morte di altre 11 persone. Ciò porta ad un totale di 24 vittime giapponesi di cui 2 negli aerei.

Consigliere Yukihisa Fujita: Vorrei chiedere in quali voli si trovavano le due vittime giapponesi e come vi siete sincerati della loro identità.
Se il ministro degli Affari Esteri non è in grado di rispondere saremo soddisfatti anche dalla risposta di un suo collaboratore.

Ryoji Tanizaki, capo divisione del ministero degli Affari Esteri: Poiché ci interroga sui fatti, le risponderò. Come ha detto il ministro degli Affari Esteri, tra le 24 vittime due erano a bordo degli aerei. Una era a bordo del volo 93 e l’altra a bordo del volo 11 delle American Airlines.

Come lo sappiamo? Bene, non ho l’informazione sotto gli occhi, ma le autorità americane lo hanno affermato e in generale utilizzano il test del DNA.
Pensiamo quindi che sia in questo modo che siamo stati informati dell’identità di queste due persone.

Consigliere Yukihisa Fujita: Dunque lei dice che non sa perché non ha la documentazione. Dice anche di pensare che siano stati effettuati test del DNA, ma senza esserne sicuro.
Quello che voglio dire oggi è che si è trattato di un crimine e i crimini richiedono delle inchieste. Il governo deve informare i famigliari delle vittime dei risultati delle inchieste. Così, invece di limitarvi a commemorare ogni anno l’anniversario dell’11 settembre, dovreste raccogliere informazioni e agire di conseguenza.
Nel corso degli ultimi sei anni, avete dato informazioni alle famiglie delle vittime? Vorrei che il ministro degli Affari Esteri mi rispondesse.

Masahiko Komura, ministro degli Affari Esteri: Dunque, lei non chiede più come abbiamo fatto a confermare la morte di cittadini giapponesi, ma vuole sapere quali informazioni abbiamo dato ai famigliari delle vittime. Abbiamo fornito alle famiglie informazioni sui corpi e a proposito dei fondi di risarcimento. Inoltre, riguardo i 13 giapponesi di cui sono stati trovati i resti, abbiamo aiutato le famiglie a prendersi cura dei corpi.
E ad ogni anniversario ci prendiamo carico finanziariamente della visita dei famigliari al World Trade Center.

Consigliere Yukihisa Fujita: Non ho molto tempo. Parliamo di tutte le informazioni che sono state dissimulate e dei dubbi che persone nel mondo intero hanno a proposito dell’11 settembre.

Molti scettici sono persone influenti. In tali circostanze credo che il governo giapponese, che afferma che gli attentati sono stati perpetrati da Al Qaeda, debba fornire queste nuove informazioni alle famiglie delle vittime.

In questo contesto, vorrei porre alcune domande.
Vorrei chiedere a tutti i membri di questa assemblea di guardare le foto e le immagini che vi ho fornito.
Esse costituiscono prove concrete sotto forma di fotografie e di altri elementi d’informazione. Nella prima foto, una simulazione al computer mostra quanto era grande l’aereo che ha colpito il Pentagono. Un 757 è un aereo piuttosto grande con una larghezza di 38 metri.

Come vedete, anche se un grosso aereo ha colpito il Pentagono, c’è solo un buco troppo piccolo rispetto all’aereo.

In questa foto vediamo dei pompieri al lavoro e non vi sono i danni che un aereo così grande dovrebbe provocare. Guardate il prato davanti e notate che non c’è alcun rottame di aereo.

Guardiamo la terza foto - sempre del Pentagono – presa da un reportage televisivo americano. Il testo spiega che il tetto del Pentagono è ancora intatto.
Ancora una volta, nonostante il grande aereo che si suppone essersi schiantato là sopra, non vi sono danni corrispondenti.
Passiamo adesso alla foto successiva, che mostra un buco. Come il ministro Komura sa bene, il Pentagono è un edificio molto solido e con molti muri.
Però l’aereo lo ha attraversato.


[Yukihisa Fujita]

Ma, come sapete, gli aerei sono fatti con i materiali più leggeri che ci siano.

Un aereo fatto con tali leggeri materiali non potrebbe fare un buco così. Adesso ecco una foto che mostra come l’aereo ha colpito l’edificio. L’aereo ha fatto un’inversione, evitando l’ufficio del ministro della Difesa, per colpire l’unica parte del Pentagono che era stata rinforzata per resistere ad un bombardamento.

Al centro della pagina 5 possiamo leggere il commento di un responsabile dell’US Air Force.

"Ho pilotato i due tipi di aerei utilizzati l’11 settembre, e non posso credere che sia possibile, per qualcuno che pilota per la prima volta, riuscire a compiere una tale manovra."

Come sapete, non sono state ritrovate le scatole nere della maggior parte degli aerei.
C’erano più di 80 telecamere di sicurezza al Pentagono, ma si sono rifiutati di esibire la maggior parte dei video. Come avete potuto constatare, non ci sono immagini dell’aereo o dei suoi rottami in nessuna di queste foto.

E’ molto strano che nessuna di tali immagini ci sia stata mostrata. Come sapete, le forze di difesa giapponesi hanno il loro quartier generale a Ichigaya.
Potete immaginare che, un’ora dopo che un aereo ha colpito una città come New York, che un altro possa colpire il Pentagono? In una tale situazione, come hanno potuto i nostri alleati permettere che si compisse un tale attacco?
Desidererei che il ministro della Difesa rispondesse.

Shigeru Ishiba, ministro della Difesa: Non ho preparato nulla, quindi devo improvvisare. Se accadesse una situazione simile, la Difesa invierebbe aerei da caccia per abbattere l’aereo.
La Corte Costituzionale tedesca ha deliberato in proposito.
Nel caso del Giappone, la nostra reazione dipenderebbe dal tipo di aereo in questione, da quali persone si trovino ai comandi e dalle loro intenzioni.
Tuttavia, secondo le nostre leggi, potrebbe essere difficile ordinare di abbattere un aereo semplicemente perché vola a bassa altitudine. Probabilmente avremmo forze della difesa che volerebbero accanto a lui e chiederebbero una decisione al Gabinetto. Se l’aereo avesse a bordo numerose persone, ci sarebbe da discutere sull’azione da intraprendere. Molto tempo fa un Cessna si è schiantato sull’abitazione di una persona di nome Yoshio Kodama [2]. E’ anche successo che un aereo della All Japan Airlines sia stato dirottato e il suo pilota ucciso.

Sarebbe meglio se non accadesse nulla di simile, ma dobbiamo predisporre nuove leggi per tali situazioni e dibatterne in Parlamento.

Consigliere Yukihisa Fujita: Dato che abbiamo poco tempo, vorrei presentare una nuova prova. Guardate, per favore, questo pannello. La prima foto è una di quelle che si vedono spesso con le due torri che sono state colpite dagli aerei dirottati.
Potrei capire che ciò accada subito dopo lo schianto degli aerei, ma qui vediamo grossi pezzi di materiale che percorrono una grande distanza in aria.
Alcuni frammenti sono stati proiettati a 150 metri. In questa immagine, potete vedere degli oggetti volare come se ci fosse stata un’esplosione.
Ecco una foto tratta da un libro. Mostra a quale distanza siano stati proiettati gli oggetti.
La terza foto è quella di un pompiere che ha partecipato ai soccorsi. Parla di una serie di esplosioni nell’edificio che assomigliano ad una demolizione professionale.

Non possiamo, adesso, visionare dei filmati, perciò ho tradotto quello che dice il pompiere.
Ecco cosa dice: "Faceva boom, boom, boom come il rumore di esplosioni".

Una squadra giapponese composta da membri ufficiali del corpo dei pompieri del ministero del Territorio, delle Infrastrutture e dei Trasporti [3] ha interrogato una sopravvissuta giapponese che ha detto che mentre fuggiva ha sentito delle esplosioni.
Questa testimonianza figura in un rapporto realizzato con l’aiuto del corpo dei pompieri del ministero del Territorio, delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Adesso, vorrei mostrarvi l’immagine seguente. Normalmente si dice che le torri gemelle (WTC1 e 2) sono crollate perché colpite dagli aerei. Tuttavia, a un isolato dalle torri gemelle si trovava la torre n. 7 (WTC7).
Si può vedere nella cartina seguente che si trovava a un isolato di distanza. Questa torre è crollata sette ore dopo l’attacco alle torri gemelle. Se avessi potuto mostrarvi il video sarebbe stato facile da capire ma guardate questa foto.

E’ un edificio di 47 piani che è caduto in questa maniera. La torre crolla in 5 o 6 secondi. E’ più o meno la stessa velocità alla quale cade un oggetto nel vuoto. Questa torre cade come potreste vedere in uno spettacolo di Kabuki. Inoltre, cade mantenendo la sua forma geometrica. Ricordatevi che non è stata colpita da un aereo. Dovreste domandarvi se una torre può crollare in questo modo a causa di un incendio di 7 ore.

Qui, abbiamo una copia del Rapporto della Commissione dell’11 settembre. Si tratta di un rapporto pubblicato dal governo degli Stati Uniti nel luglio 2004 e non parla del crollo della torre di cui vi sto parlando. Non viene affatto menzionata in tutto il rapporto. Anche la FEMA ha pubblicato un rapporto ma ha ugualmente omesso di menzionare questa torre (WTC7). Molte persone, soprattutto dopo aver preso conoscenza della storia della torre n. 7, pensano che ci sia qualcosa di strano.

Trattandosi di un incidente in cui hanno perso la vita numerose persone, bisognerebbe seguire numerose piste.

Non abbiamo molto tempo, ma vorrei ugualmente fare cenno alle opzioni di vendita [vendita di azioni sospette prima dell’11 settembre]. Proprio prima degli attacchi dell’11 settembre, il 6, 7 e 8, sono state poste opzioni sulle azioni delle due compagnie aeree [American e United Airlines] che sono state dirottate dai pirati dell’aria.

Ci sono state anche opzioni di vendita su Merril Lynch, uno dei principali affittuari del World Trade Center. In altri termini, qualcuno sapeva che bisognava fare delle scommesse al ribasso su queste azioni per guadagnare una fortuna.

Ernst Welteke, all’epoca presidente della Deutschen Bundesbank, l’equivalente del governatore della Banca del Giappone, ha detto che vi sono numerosi fatti che provano come le persone implicate negli attacchi abbiano approfittato di informazioni confidenziali. Ha detto che prima degli attentati vi sono state molte negoziazioni sospette che hanno coinvolto società finanziarie. Il presidente della banca tedesca ha voluto che ciò si sapesse. Vorrei interrogare il ministro delle Finanze riguardo queste opzioni di vendita.

Il governo giapponese ne era al corrente e lei cosa ne pensa ?

Vorrei sentire in merito il ministro Nukaga.

Fukushiro Nukaga, ministro delle Finanze: Ero in Burkina Faso, in Africa, quando ho saputo dell’incidente. Ho deciso di volare subito negli Stati Uniti ma quando sono arrivato a Parigi mi è stato detto che non c’erano più voli per gli Stati Uniti. Quindi ho solamente sentito quello che è stato successivamente riferito sugli avvenimenti. So che vi sono numerosi rapporti sui punti da lei sollevati.

Perciò abbiamo reso obbligatorio che le persone forniscano un ID [identificativo] per le transazioni riservate e per le transazioni sospette ed abbiamo decretato che il finanziamento di organizzazioni terroristiche è un crimine. In ogni caso il terrorismo è una cosa orribile e deve essere condannato. Il terrorismo non può essere fermato da un solo paese ma per farlo c’è bisogno di tutta la comunità internazionale.

Consigliere Yukihisa Fujita: Vorrei sentire lo specialista in finanza signor Asao perché mi parli ulteriormente delle opzioni di vendita.

Un gruppo di persone deve disporre di ingenti quantità di denaro, d’informazioni confidenziali e di competenza finanziaria perché ciò possa realizzarsi.

E’ possibile che qualche terrorista in Afghanistan o in Pakistan realizzi un insieme di transazioni così sofisticate e su tale scala?
Vorrei che il signor Asao mi rispondesse.

Consigliere Keiichiro Asao: Le opzioni di vendita sono una scommessa di vendere delle azioni a un certo prezzo in un dato momento.

In questo caso, qualcuno deve aver avuto informazioni confidenziali per effettuare questo genere di transazioni perché normalmente nessuno poteva prevedere che alcuni aerei di queste compagnie sarebbero stati dirottati. Di conseguenza, penso si sia trattato certamente di un crimine di esperti.

Consigliere Yukihisa Fujita: Signor Primo Ministro, lei all’epoca era segretario del Capo di Gabinetto e, come ha sottolineato qualcuno, si è trattato di un evento con il quale l’umanità non si era mai confrontata.
Sembra che in questi tempi stiano uscendo più informazioni che non nei mesi immediatamente successivi agli attentati.
Oggi siamo nella società di internet, queste informazioni sono rese pubbliche, quindi se guardiamo la situazione, l’intero punto di partenza di queste due leggi, il punto di partenza della stessa "Guerra al terrorismo", come avete visto dalle informazioni che vi ho presentato, non è stato oggetto di un’inchiesta o un’analisi seria.

Non credo che il governo abbia indagato convenientemente, né richiesto spiegazioni al governo degli Stati Uniti.

Non abbiamo ancora cominciato a rifornire di carburante le navi statunitensi, penso dunque che dobbiamo tornare all’inizio e non fare ciecamente affidamento nelle spiegazioni del governo degli Stati Uniti, né nelle informazioni indirette che ci fornisce.

Ci sono state troppe vittime, penso dunque che dobbiamo ripartire dal principio. Dobbiamo chiederci chi sono le vere vittime della "Guerra al terrorismo".
Penso che siano i cittadini del mondo ad esserne le vittime.

Qui in Giappone spariscono le pensioni alle vittime delle trasfusioni di sangue contaminato dall’epatite C, ma tutto quello che ho presentato qui oggi è basato su fatti e prove verificabili. Parliamo delle scatole nere evaporate, degli aerei evaporati, dei resti evaporati. Anche molte macerie degli edifici sono scomparse.

La stessa FEMA [4] ha detto che ciò le aveva impedito di indagare adeguatamente.
Dobbiamo guardare queste prove e chiederci cosa è veramente questa "Guerra al terrorismo".
Vedo che i ministri annuiscono, ma vorrei fare una domanda al Primo Ministro Fukuda.
Mi guardi, per favore. Ho appreso che quando era Capo di Gabinetto del ministro di allora, lei ha sentito cose strane a proposito di questi attentati.

Non pensa che ci sia stato qualcosa di strano?

Yasuo Fukuda, Primo Ministro: Non ho mai detto che pensavo ci fosse qualcosa di strano.

Consigliere Yukihisa Fujita: Signor Primo Ministro, cosa c’è all’origine della "Guerra al terrorismo"e all’idea che sia giusto o meno parteciparvi?
C’è veramente una ragione per partecipare a questa "Guerra al terrorismo"?
Abbiamo davvero bisogno di parteciparvi?
Vorrei anche chiedere come fermare davvero il terrorismo.

Yasuo Fukuda, Primo Ministro: Sulla base delle prove che ci sono state fornite dal governo americano, noi crediamo che gli attentati dell’11 settembre siano stati perpetrati da Al Qaeda. Dobbiamo porre fine a questo terrorismo di Al Qaeda. Per questo la comunità internazionale è unita nella lotta contro il terrorismo. Riguardo una legge votata dal suo Partito Democratico l’anno scorso e basata sulla risoluzione 1368 delle Nazioni Unite – una risoluzione votata in risposta agli attentati terroristici contro gli Stati Uniti – lei non ha forse votato la legge in accordo con questa risoluzione?

Consigliere Yukihisa Fujita: Lei ha confermato per i corpi e per i fatti dietro la risoluzione? Perché questa è la ragione per cui lei afferma di partecipare a questa "Guerra al terrorismo". Io credo che per mettere fine al terrorismo, dobbiamo votare una legge per aiutare veramente la gente in Afghanistan.
Vorrei ascoltare il signor Inuzuka che ci parli della legge e della lotta contro il terrorismo.

Consigliere Tadashi Inuzuka: Tra i numerosi problemi sollevati dal consigliere Fujita, quello di cui dovremmo più preoccuparci ... è che gli Afghani possano vivere in pace. Ciò è al centro del tema della lotta contro il terrorismo.
Se non si discute di questo problema e ci si contenta di fornire della benzina, senza pensare alla situazione globale, né alle persone che vi sono coinvolte, il dibattito intorno a questa legge non ha senso.
Questa legge deve essere fatta per la pace e la sicurezza in Afghanistan. Il nostro paese deve votare una legge antiterrorismo.

Filmati della Seduta

Note:

[1] In Giappone, il segretario del Capo di Gabinetto (naikaku shokikancho) ha rango ministeriale. E’ allo stesso tempo il portavoce del governo e il segretario del Consiglio dei Ministri. L’attuale Primo Ministro, Yasuo Fukuda, ha esercitato tale funzione per 1289 giorni, accanto a due Primi Ministri consecutivi, Yoshiro Mori e Junichiro Koizumi, record assoluto nella storia del paese.

[2] Vedere "Yoshio Kodama, le yakusa de la CIA" di Denis Boneau, Réseau Voltaire, 8 settembre 2004.

[3] In Giappone il corpo dei pompieri dipende dal MLIT, il potente ministero dei Trasporti (Kokudo Ko-tsu-sho), il più grande ente amministrativo del paese.

[4] La FEMA (Federal Emergency Management Agency) è l’ente statunitense per la gestione delle situazioni di crisi.

Titolo originale: " Attentats du 11 septembre 2001 : le Parlement japonais pose les questions de Thierry Meyssan "

Fonte: http://www.voltairenet.org
Link
21.01.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MATTEO BOVIS

gatosan — 2008-01-30 GTM 1 @ 20:58

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PEGGIO DI UN CRIMINE

DI URY AVNERY
gush-shalom

Sembrava la caduta del muro di Berlino. E non solo lo sembrava. Per un momento, il varco di Rafah è stato la porta di Brandenburgo.

E’ impossibile non sentirsi sollevati quando masse di persone oppresse e affamate abbattono il muro che li reclude, con gli occhi radiosi, abbracciando tutti coloro che incontrano; ci si sente così anche quando è stato il tuo stesso governo ad erigere quel muro.

La striscia di Gaza è la più grande prigione della Terra. L’abbattimento del muro di Rafah è stato un atto di liberazione. E’ la dimostrazione che una politica disumana è sempre una politica stupida: nessun potere può opporsi a una massa di persone che abbia varcato il confine della disperazione.

Questa è la lezione che viene da Gaza, gennaio 2008.

Si potrebbe ripetere, con poche varianti, il detto dello statista francese Boulay de la Meurthe: è peggio di un crimine di guerra, è un errore grossolano!

Mesi fa, i due Ehud – Barak e Olmert – imposero il blocco della Striscia di Gaza e ne menarono vanto. Recentemente avevano stretto ancora di più il nodo mortale, così che quasi nulla riusciva ad entrare nella Striscia. La settimana scorsa avevano reso assoluto il blocco: niente cibo, niente medicine. La situazione ha raggiunto il suo apice quando hanno impedito anche l’ingresso dei combustibili. Ampie zone di Gaza sono rimaste senza elettricità: incubatrici per neonati prematuri, apparecchi per la dialisi, pompe per l’acqua e le fognature. Centinaia di migliaia di persone sono rimaste senza riscaldamento nel gelo dell’inverno, senza poter cucinare, senza più cibo.

Senza interruzione, Al Jazeera ha trasmesso quelle immagini in milioni di case del mondo arabo. Anche molte emittenti televisive di tutto il mondo le hanno mostrate. Da Casablanca ad Amman, sono esplose rabbiose proteste di massa che hanno impaurito i regimi arabi autoritari. Hosny Mubarak, preso dal panico, ha telefonato a Ehud Barak. Verso sera, Barak è stato costretto a ritirare, almeno temporaneamente, il blocco dei rifornimenti di carburante che aveva imposto al mattino. Ma a parte questo, il blocco è rimasto totale.

E’ difficile immaginare un’azione più stupida.

Il pretesto addotto per giustificare la riduzione alla fame e al gelo di un milione e mezzo di esseri umani, accalcati su un territorio di 365 chilometri quadrati, è il continuo lancio di razzi contro la città di Sderot e i villaggi adiacenti.

Un pretesto ben scelto. Serve a compattare quei settori incolti e primitivi del pubblico israeliano. Serve a rendere inoffensive le critiche delle Nazioni Unite e dei governi di tutto il mondo, i quali altrimenti avrebbero potuto pronunciarsi contro una punizione collettiva che rappresenta, senza alcun dubbio, un crimine di guerra per la legge internazionale.

Al mondo viene presentato un quadro senza ombre: da Gaza il regime terrorista di Hamas lancia razzi contro innocenti civili israeliani. Nessun governo del mondo tollererebbe il bombardamento dei propri cittadini da oltreconfine. L’esercito israeliano non è riuscito a trovare un rimedio militare ai missili Qassam. Perciò non c’era altra strada che quella di esercitare sulla popolazione di Gaza una pressione così forte da spingerla a sollevarsi contro Hamas e costringerlo a fermare il lancio di missili.

Il giorno in cui la fornitura di energia elettrica a Gaza si interruppe, i nostri corrispondenti militari erano raggianti: solo due Qassam erano stati lanciati dalla Striscia. Quindi funziona! Ehud Barak è un genio!

Ma il giorno dopo vennero lanciati 17 Qassam e la gioia evaporò. Politici e generali avevano (letteralmente) perduto la testa: un politico propose di “agire in modo più folle del loro”, un altro suggerì di “bombardare indiscriminatamente l’area urbana di Gaza per ogni Qassam lanciato”, un noto professore (ormai un po’ squilibrato) propose l’attuazione della “malvagità definitiva”.

Lo scenario governativo è stato la ripetizione della seconda guerra libanese (un rapporto sulla quale verrà pubblicato tra pochi giorni). Allora: Hezbollah aveva catturato due soldati sul lato israeliano del confine; oggi: Hamas ha sparato contro città e villaggi sul lato israeliano del confine. Allora: il governo aveva frettolosamente iniziato una guerra; oggi: il governo ha frettolosamente deciso di imporre un blocco totale. Allora: il governo aveva ordinato il massiccio bombardamento della popolazione civile per spingerla a fare pressione su Hezbollah; oggi: il governo ha deciso di provocare la massiccia sofferenza della popolazione civile per spingerla a fare pressione su Hamas.

I risultati, in entrambi i casi, sono stati identici: la popolazione libanese non si sollevò contro Hezbollah ma, al contrario, persone di ogni fede religiosa si unirono dietro l’organizzazione sciita. Hassan Nasrallah divenne l’eroe dell’intero mondo arabo. E oggi: la popolazione si unisce dietro Hamas e accusa Mahmoud Abbas di collaborare con il nemico. Qualsiasi madre che non abbia cibo per i propri figli non maledice Ismail Haniyeh, maledice Olmert, Abbas e Mubarak.
v Cosa fare, allora? E’ impossibile tollerare la sofferenza degli abitanti di Sderot, sottoposti ad un fuoco continuo.

Ciò che si nasconde al pubblico incarognito è che il lancio di razzi Qassam potrebbe cessare domani mattina.

Alcuni mesi fa Hamas aveva proposto un cessate il fuoco. Questa settimana ha ripetuto l’offerta.

Dal punto di vista di Hamas un cessate il fuoco significa: i palestinesi smetteranno di lanciare Qassam e proiettili di mortaio, gli israeliani porranno fine alle incursioni a Gaza, agli omicidi “mirati” e al blocco.

Perché il nostro governo non coglie al volo questa proposta?

Semplice: per fare un accordo simile dovremmo accettare di parlare con Hamas, direttamente o indirettamente. E questo è esattamente ciò che il governo si rifiuta di fare.

Perché? Semplice, di nuovo: perché Sderot è solo un pretesto, proprio come i due soldati catturati erano un pretesto per fare qualcos’altro. Il vero obiettivo di tutta questa strategia è quello di rovesciare il regime di Hamas a Gaza e di impedire ad Hamas di prendere il potere nella West Bank.

In parole semplici e brutali: il governo sta sacrificando il destino della popolazione di Sderot sull’altare di un principio senza speranza. Per il governo è più importante boicottare Hamas – che è adesso la punta di diamante della resistenza palestinese – che porre fine alle sofferenze di Sderot. Tutti i media cooperano a questa strategia.

E’ già stato detto che nel nostro paese è pericoloso fare della satira: troppo spesso la satira diventa realtà. Qualche lettore ricorderà forse un articolo satirico che scrissi alcuni mesi fa. In esso descrivevo la situazione di Gaza come un esperimento scientifico posto in essere allo scopo di scoprire fino a che punto bisognasse spingersi, nell’affamare una popolazione civile e trasformare la sua vita in un inferno, prima che essa alzasse le mani in segno di resa.

Questa settimana, la satira è diventata politica ufficiale. Stimati opinionisti hanno dichiarato esplicitamente che Ehud Barak e i capi dell’esercito stanno lavorando col metodo “prova ed errore” e che cambiano di giorno in giorno il proprio metodo operativo in rapporto ai risultati. Tolgono il carburante a Gaza, osservano cosa succede e poi corrono ai ripari se le reazioni internazionali sono troppo negative. Tolgono le medicine, osservano cosa succede, eccetera. Il fine scientifico giustifica i mezzi.

L’uomo posto a capo dell’esperimento è il Ministro della Difesa Ehud Barak, uomo di molte idee e pochi scrupoli, un uomo il cui modo di pensare è fondamentalmente disumano. Egli è oggi, forse, l’individuo più pericoloso che vi sia in Israele, più pericoloso di Ehud Olmert e Benyamin Netanyahu, pericoloso per la stessa esistenza di Israele, sul lungo periodo.

L’uomo incaricato dell’esecuzione del progetto è il Capo dello Staff. Questa settimana abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare i discorsi di due dei suoi predecessori, i generali Moshe Ya'alon e Shaul Mofaz, in un forum rigonfio di pretese intellettuali. Abbiamo potuto scoprire che entrambi hanno punti di vista che li situano da qualche parte fra l’estrema destra e l’ultra-destra. Entrambi hanno una mente spaventosamente primitiva. Non c’è bisogno di spendere una parola sulle qualità morali e intellettuali del loro diretto successore, Dan Halutz. Se queste sono le voci degli ultimi tre capi dello Staff, cosa succederà con quello in arrivo, che non può parlare apertamente quanto loro? Sarà una mela che andrà a cadere ancora più lontano dall’albero?

Fino a tre giorni fa, i generali avrebbero potuto sostenere che l’esperimento stava avendo successo. La miseria nella Striscia di Gaza aveva raggiunto il suo culmine. Centinaia di migliaia di persone erano letteralmente minacciate dalla fame. Il capo della UNRWA [L’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi] aveva parlato di incombente catastrofe umanitaria. Solo i ricchi potevano ancora andare in macchina, riscaldare le proprie case e mangiare. Il mondo restava a guardare, dimenando la sua lingua collettiva. I leader degli stati arabi rilasciavano vuote dichiarazioni di solidarietà senza muovere un dito.

Barak, che possiede abilità matematiche, riusciva perfino a calcolare quando la popolazione sarebbe finalmente collassata.

E poi è successo qualcosa che nessuno di loro aveva previsto, nonostante fosse l’evento più prevedibile della Terra.

Quando si mettono un milione e mezzo di persone dentro una pentola a pressione e si continua ad aumentare il fuoco, essa prima o poi esplode. Questo è ciò che è avvenuto sul confine fra Gaza e l’Egitto.

Dapprima l’esplosione è stata piccola. Una folla ha assalito i cancelli, i poliziotti egiziani hanno aperto il fuoco, ci sono state dozzine di feriti. Era solo un avvertimento.

Il giorno dopo è arrivato l’attacco vero e proprio. Combattenti palestinesi hanno fatto esplodere il muro in diversi punti. Centinaia di migliaia di persone si sono riversate in territorio egiziano e hanno tratto un profondo respiro. Il blocco era stato spezzato.

Anche prima che ciò avvenisse, Mubarak si trovava già in una situazione impossibile. Centinaia di milioni di arabi, un miliardo di musulmani, vedevano che l’esercito israeliano aveva chiuso la Striscia di Gaza su tre lati: verso nord, verso est e verso il mare. Il quarto lato del blocco era presidiato dall’esercito egiziano.

Il presidente egiziano, che si proclama leader dell’intero mondo arabo, era visto come collaboratore di un’operazione disumana condotta da un nemico crudele allo scopo di ottenere l’appoggio (e il denaro) degli americani. I suoi nemici interni, i Fratelli Musulmani, avevano sfruttato la situazione per delegittimarlo agli occhi del suo stesso popolo.

Difficilmente Mubarak avrebbe potuto resistere in questa posizione. Ma le masse palestinesi lo hanno liberato dall’obbligo di prendere una decisione. Hanno deciso loro per lui. Sono arrivate come un’ondata di tsunami. Ora egli dovrà decidere se cedere o no alle richieste israeliane di imporre nuovamente il blocco contro i suoi fratelli arabi.

Cosa ne sarà allora dell’esperimento di Barak? Quale sarà il prossimo passo? Le opzioni non sono molte:

1) Rioccupare Gaza. Ma all’esercito quest’idea non piace. Capisce che ciò esporrebbe migliaia di soldati ad una crudele guerriglia, che sarebbe molto diversa dalle precedenti intifada.

2) Stringere nuovamente il blocco ed esercitare forti pressioni su Mubarak, compreso l’utilizzo dell’influsso israeliano sul Congresso degli Stati Uniti per privarlo dei miliardi di dollari che egli riceve ogni anno in cambio dei suoi servigi.

3) Trasformare la maledizione in una benedizione, restituendo la Striscia a Mubarak e fingendo che questo sia stato il segreto obiettivo di Barak fin dall’inizio. L’Egitto dovrebbe allora salvaguardare la sicurezza di Israele, bloccare il lancio dei Qassam ed esporre i propri soldati alla guerriglia palestinese; proprio quando pensava di essersi liberato del peso di questa zona povera e arida e dopo che le infrastrutture esistenti sono state distrutte dall’occupazione israeliana. E’ probabile che Mubarak risponda: molto gentile da parte vostra, ma no, grazie.

Il blocco brutale è stato un crimine di guerra. E anche peggio: è stata una mossa stupida.

Versione originale:

Ury Avnery
Fonte: http://zope.gush-shalom.org
Link: http://zope.gush-shalom.org/home/en/channels/avnery/1201278309/
26.01.08

Versione italiana:

Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/
27.01.08

Traduzione a cura di GIANLUCA FREDA

gatosan — 2008-01-30 GTM 1 @ 20:53

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FUGA DAL GHETTO DI GAZA

DI ISRAEL SHAMIR
The Truth Seeker

Sono usciti, hanno rischiato le loro vite, superato l’esercito, rovesciato i reticolati, scavalcato il filo spinato, spazzato via il confine fra due stati, hanno compiuto infiniti atti eroici, degni di grandi guerrieri, subendo perdite. E una volta passati, sono andati nei negozi a comprare pane per i loro figli. Ciò rende l’idea di quanto sia bugiarda l’immagine dei palestinesi che gli ebrei hanno cercato di radicare nella coscienza del mondo: quella di fanatici, violenti e selvaggi, senza più controllo. Invece, questa gente è uscita di prigione ed è andata a comprare pane. Il che significa che erano stati ridotti alla fame dai loro padroni ebrei. Passerà del tempo prima che possiamo ricevere del Medio Oriente un quadro più eloquente di quei padri di famiglia che portano pane alle loro case.

Sono così normali, questi abitanti di Gaza, come voi e me. Conducono le loro vite normali, in una banca o in un garage, ma ricevono un trattamento da medioevo. Prima sono stati privati delle loro proprietà e recintati dentro Gaza, poi sono stati trattati come neanche i cani dovrebbero essere trattati; non gli è stato permesso di viaggiare su una strada se quella strada viene usata da un ebreo, non gli è stato più permesso di vedere le loro famiglie che vivono ad appena un miglio di distanza. E infine questo assedio. Niente cibo, niente con cui nutrire i loro figli. E nessun futuro, con Israele come vicino. Hanno sofferto per un unico crimine: quello di non essere ebrei, anche se, ironicamente, molti di loro sono discendenti di ebrei, alcuni con celebri nomi di famiglie ebraiche che avevano abbracciato Cristo o il Profeta.

Si pensava che avrebbero subìto in silenzio, ma gli abitanti di Gaza hanno molta dignità. Hanno votato per Hamas contro la volontà di Israele e dell’America e hanno espulso la banda collaborazionista di Dahlan. Ora hanno oltrepassato lo steccato e questo è stato un buon monito per tutti noi: non si può fare nulla restando nei limiti legali che i nostri nemici hanno imposto. C’è bisogno di una spallata, che si chiama Rivoluzione.

Quando i coraggiosi abitanti di Gaza sono tornati indietro, carichi dei loro fortunati acquisti, pane e riso, sale e biancheria, verdura e carne d’agnello, gli ebrei si sono sentiti decisamente infelici. I nativi rischiano di dimenticare che noi siamo Dio per loro: premiamo e puniamo, nutriamo e affamiamo. Invece di accettare la nostra sentenza, hanno preso il loro destino nelle proprie mani. Insieme a pane e riso, gli abitanti di Gaza porteranno a casa fucili e questo potrebbe costringerci a rimandare la grande offensiva già concordata con George W. Gli ebrei preferiscono assalire vittime disarmate.

Anche gli egiziani hanno deluso le aspettative ebraiche. “Penso che gli egiziani sappiano qual è il loro lavoro”, ha detto l’arrogante generale israeliano Ehud Barak. Il lavoro che costui aveva affidato all’Egitto era quello di carceriere dei suoi fratelli palestinesi. “Gli abitanti di Gaza non oserebbero mai rompere l’assedio verso il Sinai - scrivevano gli eruditi israeliani una settimana o anche solo un giorno fa – gli egiziani li accoglierebbero col fuoco delle mitragliatrici”. Quando ci fu una sparatoria, gli israeliani furono felici per un po’. Effi Eitam, un leader religioso ebreo di destra, che sembra “un ben nutrito maiale kosher con lo yarmulke [il tipico cappellino ebreo, NdT]” (come lo descrive Gilad Atzmon) ha scritto su Yediot Ahronot un editoriale grondante di lacrime di coccodrillo. Noi ebrei siamo così teneri e compassionevoli rispetto agli egiziani, ha scritto. Ma Mubarak vuole sopravvivere e sa che esistono limiti oltre i quali non può andare. Ha ordinato ai suoi soldati di non aprire il fuoco. Gli ebrei hanno frignato che gli egiziani devono rafforzare i confini e fornire la loro libbra di carne secondo gli accordi. Invano. Mubarak non vuole seguire Anwar as-Sadat all’inferno.

Profondamente contrariati, gli ebrei hanno guardato questo fiume di persone che usciva dalla loro prigione per godersi un intervallo. Del resto sono difficili da compiacere, questi ebrei. I palestinesi devono uccidersi a vicenda in una guerra civile o morire di fame perché gli ebrei siano soddisfatti.

Mio nonno lo fece, morì di fame e di stenti nel 1942 nel Ghetto di Stanislaw. I tedeschi e i loro quisling ucraini fecero agli ebrei ciò che gli ebrei stanno facendo agli abitanti di Gaza: li chiusero in un ghetto e li lasciarono lì dentro a morire di fame. Gli slogan dei nazisti, mutatis mutandis, erano presi anch’essi dal libro di Homerton-Barak: “devono soffrire perché i loro capi sono nostri nemici, devono essere puniti per il loro terrorismo rivoluzionario, che muoiano di fame perché i loro fratelli si oppongono alle truppe tedesche e bombardano le città tedesche”. Mio nonno Israel – ho preso il mio nome da lui – finì per soccombere alla fame, al freddo e agli stenti, non dovettero neanche sparargli; non era all’altezza del loro programma di omicidi mirati.

Aspetta, mi direte, com’è possibile che la riduzione alla fame degli abitanti di Gaza, voluta da Barak e Olmert, influenzi i tedeschi del 1942? Come possono essere loro i responsabili della morte di mio nonno? La risposta viene dal linguaggio segreto del misticismo ebraico: Ein mukdam, ein meuhar beTorah. La successione degli eventi – nella Sacra Scrittura come nel mondo – è irrilevante, perché tutti gli eventi e le loro conseguenze hanno luogo nello stesso iper-tempo, che crea eterni circoli viziosi di gatto-che-insegue-il-topo-che-spaventa-l’elefante-che-schiaccia-il-gatto. Poincare e Einstein hanno tradotto questo concetto nel linguaggio della fisica moderna, descrivendo il tempo come solo una fra le dimensioni, che può essere curvata quanto le altre.

Douglas Adams lo ha reso popolare nei suoi romanzi: i suoi personaggi tornano indietro nel tempo per risolvere un problema, ci riescono, ma ad un certo prezzo: salvano un pesce, ma i dodo si estinguono, ritrovano la musica di Bach, ma perdono i poemi di Coleridge. La gente non si accorge che il mondo è cambiato: che adesso hanno un po’ più Bach, ma meno Coleridge. Solo coloro che possono uscire dalla cornice del tempo, sanno: il mondo cambia in continuazione come conseguenza delle nostre azioni, e questi cambiamenti producono effetti “avanti” e “indietro”, perché non esistono l’”avanti” e l’”indietro”. Così, gli armeni hanno massacrato e scacciato gli azeri e i loro antenati furono deportati nel deserto per soffrire per mano dei curdi; e i curdi pagano per questo crimine e per il loro appoggio all’occupazione americo-sionista.

E certe cose non si sono ancora materializzate, ma lo faranno: quando sento dire agli ebrei (e ai polacchi, e agli ucraini, e agli americani) che “Stalin era come Hitler” e che “non c’è differenza tra nazisti e comunisti” e li sento parlare di “antisemitismo russo”, so già che nel prossimo futuro l’Armata Rossa non combatterà contro i tedeschi, non libererà la Polonia e la Cechia, non aprirà i cancelli di Auschwitz e di Treblinka.

Questo mondo è giusto e il Signore è giusto. Egli punisce l’ingratitudine facendo scomparire i fatti per cui si dovrebbe essere riconoscenti.

Se commettete un’azione malvagia, il passato cambierà e vi prenderà a calci. Riducete alla fame gli abitanti di Gaza e vostro nonno morirà di sete e di fame. Torturate i palestinesi e i vostri antenati verranno torturati dall’inquisizione utilizzando gli stessi ragionamenti che voi applicate oggi ai vostri nemici. Trasformate Hebron in una prigione per i suoi abitanti e gli ebrei verranno massacrati nel 1929. Il crimine del maltrattamento dei palestinesi da parte degli ebrei viene punito perfino in questo momento. Non domandatevi chi muore di fame, chi è che viene torturato: è sempre qualcuno molto vicino a voi.

Versione originale:

Israel Shamir
Fonte: www.thetruthseeker.co.uk
Link: http://www.thetruthseeker.co.uk/article.asp?ID=7929
25.01.08

Versione italiana:

Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/ 27.01.08

Traduzione a cura di GIANLUCA FREDA

gatosan — 2008-01-30 GTM 1 @ 20:52

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CAPACI, D'AMELIO, FAURO, GEORGOFILI: SONO STRAGI DI STATO?

DI SOLANGE MANFREDI
paolofranceschetti.blogspot.com

Premessa

La domanda che abbiamo posto nel titolo è lecita e la risposta rischia di essere imbarazzante.

Come abbiamo già sottolineato in articoli precedenti (e come continueremo a farlo nei prossimi), nella storia della nostra Repubblica, è emersa (spesso a distanza di decenni) la partecipazione di parti dello Stato in stragi, omicidi, attentati, ecc..

In alcuni casi, proprio perché vi erano coinvolti parti delle Stato, si è giunti a scoprire la verità in ritardo. In molti altri casi la verità è stata negata.

Ed oggi? Per le stragi che negli anni '90 hanno insanguinato l'Italia abbiamo elementi che possano far legittimamente sospettare che si tratti di stragi di Stato? Si, ritengo di si. Vediamo quali.

Falange Armata.

Questa misteriosa sigla compare agli inizi degli anni '90.
Vediamo dove e quando.

Cronologia

1991

Il 4 gennaio, a Bologna nel quartiere del Pilastro, vengono uccisi tre carabinieri.
La strage è rivendicata dalla Falange Armata.
Per compiere la strage viene usato un mitra Beretta SC 70 in dotazione soltanto a forze speciali di pronto intervento[1].

Il 3 maggio in una armeria di Bologna vengono uccise tre persone.
La strage è rivendicata dalla Falange Armata.[2]

1992

Febbraio. Craxi, a seguito dei tanti avvisi di garanzia, si dimette da segretario del PSI. La Falange armata inizia le minacce contro mani pulite[3].

Il 23 maggio Giovanni Falcone viene ucciso insieme alla moglie ed alla scorta a Capaci.
La strage viene rivendicata dalla Falange Armata.
Sulla collina di Capaci viene trovato un biglietto con il numero di cellulare di un funzionario del Sisde, vice di Contrada.

Il 19 luglio Paolo Borsellino viene ucciso con alcuni agenti della sua scorta in via d'Amelio a Palermo.
La strage viene rivendicata dalla Falange Armata.
Alle spalle di Via D'Amelio, situato sul Monte Pellegrino, c'è Castel Utveggio. E' il punto di osservazione migliore perchè si domina perfettamente la vista dell'ingresso dell'abitazione di via D'Amelio.
A Castel Utveggio ha sede un ente regionale il C.E.R.I.S.D.E., dietro il quale avrebbe trovato copertura un organo del SISDE.
Lo stesso SISDE di Contrada [foto a sinistra] e del Generale Mori.

1993

Marzo. Rogatoria di Di Pietro a Hong Kong sui conti di Craxi e contemporaneo messaggio della Falange armata: "A Di Pietro uccideremo il figlio" [4].

14 maggio in via Fauro esplode una autobomba in via Fauro a Roma. 15 feriti.
La strage viene rivendicata dalla Falange Armata.

27 maggio in Via Dei Georgofili a Firenze esplode una autobomba. 5 morti e 48 feriti.
La strage viene rivendicata dalla Falange Armata.

02 giugno a Roma, in via dei Sabini, a 100 metri da Palazzo Chigi viene scoperta una autobomba.
L'attentato viene rivendicato dalla Falange Armata.

16 settembre La Procura della Repubblica di Roma apre una inchiesta ed individua in 16 ufficiali del SISMI i telefonisti che hanno rivendicato le azioni della Falange Armata.

21 ottobre Attentato a Padova durante la notte contro il palazzo di Giustizia che viene in parte distrutto.
L'attentato viene rivendicato dalla Falange armata.[5]

1994

15 marzo, Di Pietro stringe per la rogatoria a Hong Kong sul bottino di Craxi: la prova che Bettino gestiva in proprio, tramite Giancarlo Troielli, qualche decina di miliardi. Riecco puntuale la Falange armata: "Ammazzeremo Di Pietro"[6].

Giugno. Di Pietro s'imbatte nelle mazzette degli industriali alla Guardia di Finanza. C'è anche la Fininvest.
Nuove minacce a Di Pietro dalla Falange armata[7]

Il 17 settembre, nuovo messaggio della Falange armata: "La vita politica e umana di Di Pietro sarà breve e verrà fermata"[8].

1 ottobre. Ancora la Falange Armata: "Di Pietro è cotto a puntino"[9]

Novembre: "Di Pietro ha i giorni contati", annuncia la Falange armata[10].

Il 27 novembre la Falange armata comunica: "Di Pietro è un uomo morto" [11]

Cos'è la Falange Armata

Insomma, la sigla falange armata la troviamo, in quegli anni, impegnata a 360°.
Rivendica di tutto: omicidi comuni, stragi mafiose, attentati a tribunali, minacce a magistrati che si occupano dell'inchiesta di Mani Pulite, ecc...
Pare non abbia una particolare “predilezione” né per un obiettivo, né una strategia politica. Compare qua e là.
Visti gli obiettivi, nonchè i tempi di esecuzione delle stragi e degli attentati, pare quasi che sia preposta più che altro a condizionare (sarebbe meglio dire destabilizzare) la vita politica del paese.

Ma cosa è esattamente la Falange Armata? Perché non se ne sa nulla?

A spiegarcelo è una persona informata sui fatti, un ex parà della Folgore: Fabio Piselli. [Consulente dell'avv. di parte civile Carlo Palermo per il caso Moby Prince. E' stato aggredito da ignoti, drogato e chiuso in un auto in fiamme ma è riuscito a salvarsi. Invitiamo tutti i lettori a leggere e far conoscere il blog che ha aperto dopo l'aggressione subita. N.d.r.]

Riporto quindi il suo articolo rintracciabile a questo indirizzo.

Una ulteriore chiave di volta per comprendere i fatti nei quali il Moby Prince è stato coinvolto è rappresentata dalla cosiddetta "Falange Armata", voglio per questo fornire quelle che sono le mie conoscenze ed i miei commenti rispetto a questa presunta organizzazione, con specifiche caratteristiche di guerra psicologica, che per molti anni ha fatto parlare di se fino a quando è stata disattivata, o meglio, posta in sonno.

L'ultima volta che questa sigla è apparsa è stato durante le indagini relative alle presunte intercettazioni illegali della Telecom di Tavaroli e del Sismi di Mancini ed in merito al suicidio di Adamo Bove; dalle carte recuperate durante una perquisizione nei confronti di un giornalista loro collaboratore sono stati repertati alcuni fascicoli provenienti dai Servizi nei quali si relaziona che la falange armata era formata da ex operatori della Folgore e dei servizi, reclutati dopo il loro congedo. Mentre in altre informative provenienti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri è stato ipotizzato che i coordinatori di questa struttura fossero stati una ventina di specialisti della Folgore, transitati alla famosa VII° divisione del SISMI.

Ricordo che intorno al 1987, mentre prestavo servizio alla Folgore, frequentando Camp Darby, l'esistenza di voci rispetto alla formazione di piccoli nuclei autonomi parte di strutture indipendenti, rispondenti direttamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri in funzione di unità antiterrorismo, fatto che era più che regolare visto la natura operativa dei reparti della Folgore in quegli anni ed il quadro politico nazionale ed internazionale che li ha caratterizzati.

La Folgore ha sempre fornito il proprio personale ai Servizi, sia per quanto concerne l'impiego di unità d'elite in funzione info-operativa, sia per quanto concerne gli operatori all'estero, sia per quanto riguarda gli ufficiali ed i sottufficiali transitati ai raggruppamenti di unità speciali o di difesa, Rus e poi Rud. Quest'ultimo reparto, il Rud, è quello nel quale potrebbero essersi addestrati anche coloro che una volta esternalizzati, cioè non più operativi ma congedati o tornati al proprio reparto di origine, hanno comunque continuato a collaborare con i Servizi in forma esterna, gestiti da un ufficiale il cui compito è stato proprio quello di coordinare gli "esterni".

Questa parola, esterni, è importante per capire come, in quegli anni, fra l'85 ed il '94, molti ragazzi d'azione, e non d'avventura, sono stati reclutati, gestiti ed addestrati da singoli soggetti o piccole cellule di specialisti al fine di acquisire delle competenze in varie materie, una delle quali di tipo captativo delle comunicazioni e dei segnali elettronici, altre più riferibili alla esecuzione di azioni "psicologiche" idonee per destabilizzare un territorio oggetto di interesse.

Non dobbiamo dimenticare che proprio l'ordinamento cellulare ha impedito, al singolo soggetto chiamato a condurre delle operazioni, di capire in modo ampio in cosa fosse stato coinvolto, questi sostanzialmente riferiva al proprio capocellula o capocentro, soggetto con il quale aveva già maturato un rapporto di fiducia, vuoi perchè era stato il suo ufficiale durante il servizio o la carriera militare, vuoi perchè questi ha fornito tutte quelle garanzie di affidabilità per ottenerne la fiducia.

Ricordo che personalmente ho avuto modo di collaborare con alcuni ufficiali che avevo già conosciuto durante la mia carriera militare e con i quali avevo un rapporto di fiducia, saldato oltrettuto dal condizionamento psicologico indotto dall'appartenenza ai reparti d'azione, dal fatto di sentirsi diversi dalle altre unità, di essere in qualche modo legittimati nel porre in essere delle azioni di spessore diverso da quelle condotte dalle normali unità delle FF.AA. o delle FF.PP. proprio perchè quel tipo di operatori, "operativi", erano attivati laddove le altre unità incontravano i propri limiti. Azioni che richiedevano ardimento, coraggio, forza fisica, resistenza psicologica, competenza tecnica, devozione al reparto e al proprio comandante e soprattutto quella "sana" sregolatezza tipica di ogni reparto cosiddetto speciale, perchè il tipo di operazioni da condurre rappresentavano certamente nel loro contenuto una violazione delle regole in generale, erano operazioni fondamentalmente caratterizzate dalla clandestinità e dalla mancanza di ortodossia, cellulari e parte di un programma di più ampio respiro del quale certamente il singolo operatore attivato per compierle non aveva conoscenza.

La falange armata è stata una di queste operazioni, la cui sigla è stata fluttuante mentre gli operatori sono stati sempre gli stessi, salvo qualche transito di volta in volta avvenuto; la falange armata è stata perciò una "operazione" e non una "struttura" con vita propria.

Fra il 1985 ed il 1994 sono stati sviluppati dei programmi da parte degli uffici studi ed esperienze delle sezioni di guerra psicologica, originariamente americani e successivamente italiani e adattati al contesto sociale politico e culturale italiano, tali da coinvolgere tanti bravi ragazzi d'azione, in uniforme e non, in operazioni che se viste da un osservatore esterno avrebbero evidenziato numerosi fatti penalmente rilevanti, ma se interpretate dall'interno, con quella mentalità e soprattutto con il condizionamento nascente dal tipo di rapporto, di dipendenza, fra il singolo operatore ed il suo comandante, avevano invece quelle caratteristiche che hanno stimolato il singolo operatore, ardito, coraggioso, spavaldo, capace di accettare di porle in essere, specialmente laddove le difficoltà erano maggiori o magari richiedevano di superare degli ostacoli particolarmente difficili, per questo stimolanti l'ardimento tipico di questi operatori, gratificati non solo dalla riuscita dell'operazione, che come ho detto non conoscevano nel suo intero fine, ma soprattutto gratificati dalla possibilità di raggiungere dei livelli operativi tali da garantirgli non solo un ritorno economico importante ma anche il raggiungimento di una sostanziale impunità, sviluppando una progressiva forma autoreferenziale di superiorità, motivo per il quale ci sono state delle "smagliature" che successivamente sono state disattivate, quando non sono più state utili al programma di volta in volta applicato.

Gli operatori della falange armata hanno avuto delle competenze specifiche nelle attività di captazione elettronica, di mascheramento, di intercettazione e di penetrazione di sistemi elettronici, oltre alla specifica competenza nel porre in essere quei depistaggi "psicologici" capaci non di indurre un inquirente verso una falsa pista investigativa, ma di confonderlo rispetto all'origine di coloro che hanno posto in essere dei fatti gravi. Gravi per la collettività, ma accettabili nel loro costo di innocenti vite umane se visto all'interno di un programma di destabilizzazione e di stabilizzazione di un assetto politico e soprattutto militare.

La falange armata è stata una operazione modello, continuata e mai inquinata, compartimentata e soprattutto posta in sonno e mai disattivata da parte di un organo inquirente o ispettivo, ha raggiunto i propri obiettivi ed è stata semplicemente conclusa, i cui operativi hanno continuato a fare il proprio lavoro dedicandosi ad altre operazioni, lasciando gli inquirenti impegnati ad inseguire una "organizzazione" e non una semplice "operazione" con un nulla di fatto o con l'arresto di mere ignare pedine o di qualche povero innocente sacrificato per confondere gli inquirenti, il quale si è fatto qualche mese di galera ingiustamente, la cui vita è stata rovinata.

Laddove sono stati adombrati dei sospetti nei confronti dei paracadutisti indicati come i responsabili di questa sigla, immediatamente questi hanno cambiato la sezione operativa, rimbalzando da un raggruppamento ad una unità, transitando dal proprio reparto di origine alle collaborazioni "esterne" ma sono sempre rimasti operativamente validi, mai resi deboli e soprattutto mai considerati effettivamente colpevoli di qualcosa, laddove eventualmente lo fossero stati.

Omicidi, rapine, attentati, sequestri, introduzione in opere militari e politiche, trafugamento di armi istituzionali, addestramento di civili in attività militari, spionaggio politico e militare, intercettazioni illecite, violazione ed utilizzazione di un segreto d'ufficio, peculato, attentanto alla democrazia ed altro ancora è ciò che l'operazione falange armata ha posto in essere fra il 1985 ed il 1994 attraverso gli operatori attivati, singolarmente o in piccole squadre.



Livorno ha certamente ospitato questi operatori, i quali non hanno potuto porre in essere le loro attività senza una rete di complicità e soprattutto di copertura offerta dalla già esistente rete che ha gestito e manipolato persone inserite all'interno di uffici istituzionali, che ha gestito l'erogazione di informative depistanti o peggio ancora utili per disattivare un soggetto considerato un rischio per i propri interessi, facendolo arrestare per reati mai avvenuti, ma denunciati da confidenti prezzolati oppure da transessuali utilizzati al fine di screditare la personalità di un soggetto, perchè come ho detto, la psicologia, nelle attività dell'operazione falange armata è stata alla base di ogni programma.

C'è stato, nell'autunno del 1986, un giovane paracadutista di carriera che aveva compreso che alcune efferate rapine compiute da una banda in Emilia Romagna (formata da un ex parà e non quella della uno bianca che sarebbe stata attivata poco dopo) avevano delle caratteristiche militari comuni al suo addestramento, il quale si è rifiutato di partecipare a talune attività, il quale è stato nel dicembre 1986 denunciato da un transessuale, povero soggetto debole gestito e manipolato da un operatore istituzionale. Quest'ultimo ha sviluppato in oltre un anno una informativa, non inviata immediatamente alla AG ma utilizzata ai fini di pressione contro il giovane parà che una volta preso atto della sua inutilità è stata inoltrata causandone l'arresto nel 1988, accusato di rapina è finito perciò in galera, rovinato socialmente e professionalmente e soprattutto screditato di fronte ai propri colleghi eventualmente capaci di rendere testimonianza; perchè l'isolamento all'interno di un reparto d'azione avviene non per cause legate a fatti violenti, ma per il timore di essere accomunati ad un collega che "dicono" essere mezzo "frocio", amante di transessuali oppure mezzo pazzo, descrizione che è stata applicata in ogni fatto di cronaca che ha riguardato un paracadutista.

Il paradosso e la magnificenza dell'operazione falange armata è stato proprio quello di utilizzare quello stesso paracadutista, posto in un supercarcere per 77 giorni, come un operatore idoneo per penetrare le celle di terroristi e trafficanti di armi e piazzare i sistemi di captazione dei colloqui ambientali, il quale pur se sottoposto a continue vessazioni all'interno di una gabbia, sia dalle guardie che dai detenuti, posto in un carcere civile e non militare perchè chirurgicamente posto in congedo poche settimane prima, pur se ingiustamente arrestato proprio a causa dei propri colleghi, pur se cosciente di essere stato sostanzialmente depersonalizzato ha comunque condotto positivamente il proprio lavoro, accettandone gli elevati rischi di ritorsione da parte di questi soggetti attenzionati, con i quali condivideva la prigionia.

Questa è la "psicologia" di cui parlo, il condizionamento e la dipendenza per la quale un giovane operatore resta fedele al proprio reparto ed al proprio comandante nonostante questi siano la causa della propria situazione, accettata però come una forma di addestramento, proprio per dimostrare la capacità di gestire situazioni fisiche e psicologiche estreme e di eseguire lo stesso gli ordini ricevuti, perchè la caratteristica degli operatori speciali è proprio questa, gestire lo stress in situazioni estreme ed ostili e compiere il proprio dovere ugualmente con il raggiungimento della missione.

Per riuscire a farlo, l'addestramento, parallelo e clandestino, che conducono nel corso di almeno tre anni, non lo gestiscono le educande di un convento ma dei soggetti che del dolore fisico e della mortificazione psicologica fanno la base di questa formazione alla quale, se superata, segue la competenza tecnica di elevata qualità, che associata alla capacità non solo di lanciarsi col paracadute, immergersi, arrampicarsi, combattere con e senza le armi, parlare più lingue, medicare ed automedicarsi, uccidere, manipolare, fanno di un simile operatore un soggetto od una aliquota idonea per condurre delle operazioni clandestine a lungo termine, anche dietro le linee nemiche, autonomamente e svincolato per lunghi periodi da una struttura di comando e controllo, quindi capace di organizzare e porre in essere delle attività il cui risultato è atteso in tempi lunghi, diverso dalle semplici operazioni militari speciali per le quali vengono impiegati i più "semplici" incursori.

Questo giovane paracadutista è stata la "cavia" per la quale da quella operazione, i cui risultati sono stati positivi, è stata ampliata l'operazione falange armata che da quel periodo sarebbe diventata falange armata carceraria per poi alternare le varie rivendicazioni negli anni successivi con le due sigle.

L'omicidio in danno dell'operatore carcerario Scalone non è un fatto casuale ma la disattivazione di una smagliatura.

Questi atti sono stati compiuti da parte di soggetti che hanno avuto modo ed opportunità non solo di gestire l'apparato di veicolazione delle informazioni di Polizia e d'intelligence istituzionale, quindi accreditati dai necessari NOS, ma anche di gestire lo strumento idoneo per veicolare false notizie di Polizia e d'intelligence in danno di soggetti che per varie ragioni hanno rappresentato un rischio o una smagliatura, fino alla eleminazione fisica laddove ve ne fosse stata l'esigenza.

Chi ha gestito questa operazione è stato formato nelle migliori scuole di guerra psicologica ed ha avuto ai suoi ordini degli operatori capaci di dissimulare una operazione illegale trasformandola in una attività d'istituto, capaci di manipolare l'operato di ignari poliziotti e carabinieri con false informative, fino a rendere il soggetto attenzionato completamente screditato, oppure interdetto, o alla peggio farlo ritrovare morto in circostanze ambigue, legate a strani interessi sessuali, ritrovato in un località specifica rispetto a luoghi di scambi e d'incontri omosessuali, ucciso con il coltello da un amante occasionale e finito a pietrate, o addirittura dimostrare che era appena stato in casa di un transessuale per un "convegno carnale", fatti poi ben relazionati in una conferenza stampa che riporterà negli articoli di cronaca quanto detto in buona fede da autorevoli rappresentanti delle FF.PP che hanno raccolto le varie informative, sia confidenziali che riservate ed hanno elaborato il contenuto delle notizie fino ad allora conosciute fra le quali spicca proprio il luogo ove è stato ritrovato il corpo, come detto luogo di scambi sessuali ambigui nei quali nessuno vuole essere coinvolto, specialmente sui giornali. Questo è un esempio classico per interdire a basso costo un potenziale soggetto, con il semplice uso del proprio ufficio.

Chi ha gestito e preso parte alla operazione falange armata è stato anche a lungo a Livorno, ove ha veicolato false informative, ove ha gestito il proprio ufficio dal quale ha presumibilmente potuto apprendere notizie utili per capire cosa ha causato la collisione del Moby Prince e la morte di almeno 140 persone.

L'operazione falange armata ha rivendicato molti attentati avvenuti nel nostro paese, sempre dopo però, mai prima o nel tempo tecnico fra l'acquisizione della notizia e la sua divulgazione, ma l'ha fatto in modo tecnico, con gerco specifico, non sempre ma spesso, l'ha fatto dimostrando di conoscere dei dettagli, apparentemente insignificanti rispetto alla natura di un evento giuridico, ma troppo specifici sul conto degli inquirenti o degli strumenti da loro usati, tanto da voler dimostrare il proprio potere all'interno delle strutture dello Stato.

Questi operatori non hanno mai dissimulato il proprio potere d'azione, specialmente in campo elettronico, capaci di intercettare e di penetrare dei sistemi computerizzati di elevato spessore, anzi al contrario hanno sempre lanciato dei messaggi cifrati all'indirizzo degli inquirenti, raramente raccolti, perchè ritenuti depistanti o confusivi rispetto alle indagini, vero, ma vero anche che la strumentalizzazione della magistratura è stata una delle risorse per disattivare una smagliatura, offrendo l'opportunità per arrestarla dopo che ha commesso numerosi omicidi, come nel caso della c.d. banda della una bianca.

L'operazione falange armata ha visto i natali dentro le istituzioni dello Stato, i cui responsabili hanno molte medaglie sul petto, anche meritate perchè fondamentalmente validi ed operativi nel loro servizio, ma non per questo necessariamente meno pericolosi.

La rilettura storica di alcuni fascicoli processuali, il riscontro fra le notizie di Polizia scritte con dei fatti effettivamente accaduti, il confronto fra chi ha ricevuto quelle notizie e chi le ha originariamente erogate, laddove possibile, potrebbe fornire la conoscenza per comprendere come un depistaggio istituzionale può facilmente essere condotto in danno non solo del soggetto che ne subisce direttamente le conseguenze ma soprattutto della verità, giudiziaria, politica e storica di un evento grave che ha colpito il nostro paese, dalle bombe ai traghetti in collisione...”

Secondo quanto riferito da Fabio Piselli, l'operazione Falange Armata, nata dentro le Istituzioni dello Stato, sarebbe un' operazione modello, continuata e mai inquinata, compartimentata e soprattutto posta in sonno e mai disattivata che avrebbe posto in essere, dal 1985 al 1994, omicidi, rapine, attentati, sequestri, introduzione in opere militari e politiche, trafugamento di armi istituzionali, addestramento di civili in attività militari, spionaggio politico e militare, intercettazioni illecite, violazione ed utilizzazione di un segreto d'ufficio, peculato, attentato alla democrazia ed altro ancora.

Se ciò che ha scritto Fabio Piselli sia vero sarà compito della magistratura accertarlo (questa volta speriamo non ci vogliano decenni).
Ma se il condizionale è d'obbligo è anche opportuno sottolineare che, quanto scritto nell'articolo citato, non rappresenterebbe una novità per la nostra Repubblica, ma una costante.
Infatti episodi analoghi, in passato, sono stati accertati in sentenze ed in atti di Commissioni stragi.
Il meccanismo è sempre lo stesso.

NOTE

[1]Tratto dal sito http://www.strano.net/stragi/

[2]op. cit http://www.strano.net/stragi/

[3]Tratto dal sito http://www.osservatoriosullalegalita.org/a/approfondimenti/mp/mp05.htm cronologia di tangentopoli

[4]op. cit. http://www.strano.net/stragi/

[5]op. cit. cronologia di tangentopoli

[6]op. cit. cronologia di tangentopoli

[7]op. cit. cronologia di tangentopoli

[8]op. cit. cronologia di tangentopoli

[9]op. cit. cronologia di tangentopoli

[10]op. cit. cronologia di tangentopoli

[11]op. cit. cronologia di tangentopoli

Fonte: http://paolofranceschetti.blogspot.com/
Link
19.01.2008

VEDI ANCHE: 19 LUGLIO 1992: UNA STRAGE DI STATO

NON GRAZIATE CONTRADA

LA STRAGE DEL MOBY PRINCE. 140 MORTI, L'ENNESIMA VERGOGNA ITALIANA

gatosan — 2008-01-30 GTM 1 @ 20:49

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la lettera di Cini sul papa

Lettera aperta del professor Marcello Cini, indirizzata il 14 novembre del 2007 al rettore Renato Guarini, e pubblicata sul Manifesto, che riporto integralmente:

Signor Rettore, apprendo da una nota del primo novembre dell’agenzia di stampaApcom che recita: «è cambiato il programma dell’inaugurazione del 705esìmo Anno Accademico dell’università di Roma La Sapienza, che in un primo momento prevedeva la presenza del ministro Mussi a ascoltare la Lectio Magistralis di papa Benedetto XVI». Il papa «ci sarà, ma dopo la cerimonia di inaugurazione, e il ministro dell’Università Fabio Mussi invece non ci sarà più».

Come professore emerito dell’università La Sapienza - ricorrono proprio in questi giorni cinquanta anni dalla mia chiamata a far parte della facoltà di Scienze matematiche fisiche e naturali su proposta dei fisici Edoardo Amaldi, Giorgio Salvini e Enrico Persico - non posso non esprimere pubblicamente la mia indignazione per la Sua proposta, comunicata al Senato accademico il 23 ottobre, goffamente riparata successivamente con una toppa che cerca di nascondere il buco e al tempo stesso ne mantiene sostanzialmente l’obiettivo politico e mediatico.

Non commento il triste fatto che Lei è stato eletto con il contributo determinante di un elettorato laico. Un cattolico democratico - rappresentato per tutti dall’esempio di Oscar Luigi Scalfaro nel corso del suo settennato di presidenza della Repubblica - non si sarebbe mai sognato di dimenticare che dal 20 settembre del 1870 Roma non è più la capitale dello stato pontificio. Mi soffermo piuttosto sull’incredibile violazione della tradizionale autonomia delle università - da più 705 anni incarnata nel mondo da La Sapienza dalla Sua iniziativa.

Sul piano formale, prima di tutto. Anche se nei primi secoli dopo la fondazione delle università la teologia è stata insegnata accanto alle discipline umanistiche, filosofiche, matematiche e naturali, non è da ieri che di questa disciplina non c’è più traccia nelle università moderne, per lo meno in quelle pubbliche degli stati non confessionali. Ignoro lo statuto dell’università di Ratisbona dove il professor Ratzinger ha tenuto la nota lectio magistralis sulla quale mi soffermerò più avanti, ma insisto che di regola essa fa parte esclusivamente degli insegnamenti impartiti nelle istituzioni universitarie religiose. I temi che sono stati oggetto degli studi del professor Ratzinger non dovrebbero comunque rientrare nell’ambito degli argomenti di una lezione, e tanto meno di una lectio magistralis tenuta in una università della Repubblica italiana. Soprattutto se si tiene conto che, fin dai tempi di Cartesio, si è addivenuti, per porre fine al conflitto fra conoscenza e fede culminato con la condanna di Galileo da parte del Santo ufficio, a una spartizione di sfere di competenza tra l’Accademia e la Chiesa. La sua clamorosa violazione nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico de La Sapienza sarebbe stata considerata, nel mondo, come un salto indietro nel tempo di trecento anni e più.

Sul piano sostanziale poi le implicazioni sarebbero state ancor più devastanti. Consideriamole partendo proprio dal testo della lectio magistralis del professor Ratzinger a Ratisbona, dalla quale presumibilmente non si sarebbe molto discostata quella di Roma. In essa viene spiegato chiaramente che la linea politica del papato di Benedetto XVI si fonda sulla tesi che la spartizione delle rispettive sfere di competenza fra fede e conoscenza non vale più: «Nel profondo.., si tratta - cito testualmente - dell’incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione. Partendo veramente dall’infima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero greco fuso ormai con la fede, Manuele II poteva dire: Non agire “con il logos” è contrario alla natura di Dio».

Non insisto sulla pericolosità di questo programma dal punto di vista politico e culturale: basta pensare alla reazione sollevata nel mondo islamico dall’accenno alla differenza che ci sarebbe tra il Dio cristiano e Allah - attribuita alla supposta razionalità del primo in confronto all’imprevedibile irrazionalità del secondo - che sarebbe a sua volta all’origine della mitezza dei cristiani e della violenza degli islamici. Ci vuole un bel coraggio sostenere questa tesi e nascondere sotto lo zerbino le Crociate, i pogrom contro gli ebrei, lo sterminio degli indigeni delle Americhe, la tratta degli schiavi, i roghi dell’Inquisizione che i cristiani hanno regalato al mondo. Qui mi interessa, però, il fatto che da questo incontro tra fede e ragione segue una concezione delle scienze come ambiti parziali di una conoscenza razionale più vasta e generale alla quale esse dovrebbero essere subordinate. «La moderna ragione propria delle scienze naturali - conclude infatti il papa - con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche.

Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda {sui perché di questo dato di fatto) esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali a altri livelli e modi del pensare - alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi a essa significherebbe una riduzione inaccetabile del nostro ascoltare e rispondere».

Al di là di queste circonlocuzioni (i corsivi sono miei) il disegno mostra che nel suo nuovo ruolo l’ex capo del Sant’uffizio non ha dimenticato il compito che tradizionalmente a esso compete. Che è sempre stato e continua a essere l’espropriazione della sfera del sacro immanente nella profondità dei sentimenti e delle emozioni di ogni essere umano da parte di una istituzione che rivendica l’esclusività della mediazione fra l’umano e il divino. Un’appropriazione che ignora e svilisce le innumerevoli differenti forme storiche e geografiche di questa sfera così intima e delicata senza rispetto per la dignità personale e l’integrità morale di ogni individuo.

Ha tuttavia cambiato strategia. Non potendo più usare roghi e pene corporali ha imparato da Ulisse. Ha utilizzato l’effige della Dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga. Non esagero. Che altro è, tanto per fare un esempio, l’appoggio esplicito del papa dato alla cosiddetta teoria del Disegno Intelligente se non il tentativo - condotto tra l’altro attraverso una maldestra negazione dell’evidenza storica, un volgare stravolgimento dei contenuti delle controversie interne alla comunità degli scienziati e il vecchio artificio della caricatura delle posizioni dell’avversario - di ricondurre la scienza sotto la pseudo-razionalità dei dogmi della religione? E come avrebbero dovuto reagire i colleghi biologi e i loro studenti di fronte a un attacco più o meno indiretto alla teoria danwiniana dell’evoluzione biologica che sta alla base, in tutto il mondo, della moderna biologia evolutiva?

Non desco a capire, quindi, le motivazioni della Sua proposta tanto improvvida e lesiva dell’immagine de La Sapienza nel mondo. Il risultato della Sua iniziativa, anche nella forma edulcorata della visita del papa (con «un saluto alla comunità universitaria») subito dopo una inaugurazione inevitabilmente clandestina, sarà comunque che i giornali del giorno dopo titoleranno (non si può pretendere che vadano tanto per il sottile): «Il Papa inaugura l’Anno Accademico dell’Università La Sapienza».

Congratulazioni, signor Rettore. Il Suo ritratto resterà accanto a quelli dei Suoi predecessori come simbolo dell’autonomia, della cultura e del progresso delle scienze.

Marcello Cini

gatosan — 2008-01-20 GTM 1 @ 23:51 Tags:

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Hanno arrestato l'UDEUR

"Caro Beppe,
siamo tutti costernati e affranti per quanto sta accadendo al cosiddetto ministro della Giustizia Clemente Mastella e alla sua numerosa famiglia, nonché al suo partito, che poi è la stessa cosa. Costernati, affranti, ma soprattutto increduli per la terribile sorte che sta toccando a tante brave persone. Infatti, oltre alla signora Sandra, presidente del Consiglio regionale della Campania, sono finiti agli arresti il consuocero Carlo Camilleri, già segretario provinciale Udeur; gli assessori regionali campani dell’Udeur Luigi Nocera (Ambiente) e Andrea Abbamonte (Personale); il sindaco di Benevento dell’Udeur, Fausto Pepe, e il capogruppo Udeur alla Regione, Fernando Errico, e il consigliere regionale dell’Udeur Nicola Ferraro e altri venti amministratori dell’Udeur. In pratica, hanno arrestato l’Udeur (un mese fa era finito ai domiciliari l’unico sottosegretario dell’Udeur, Marco Verzaschi, per lo scandalo delle Asl a Roma, mentre un altro consigliere regionale campano, Angelo Brancaccio, era finito in galera prima dell’estate quando era ancora nei Ds, ma appena uscito di galera era entrato nell’Udeur per meriti penali). Mastella, ancora a piede libero, è indagato a Catanzaro nell’inchiesta "Why Not" avviata da Luigi De Magistris e avocata dal procuratore generale non appena aveva raggiunto Mastella, che intanto non solo non si era dimesso, ma aveva chiesto al Csm di levargli dai piedi De Magistris. S’è dimesso invece oggi, Mastella, ma per qualche minuto appena: poi Prodi gli ha respinto le dimissioni, lasciandolo al suo posto che – pare incredibile – ma è sempre quello di MINISTRO DELLA GIUSTIZIA. La sua signora, invece, non s’è dimessa (a Napoli, di questi tempi, c’è perfino il rischio che le dimissioni di un politico vengano accolte): dunque, par di capire, dirigerà il Consiglio regionale dai domiciliari, cioè dal salotto della villa di Ceppaloni.

Al momento nessuno sa nulla delle accuse che vengono mosse a lei e agli altri 29 arrestati. Ma l’intero Parlamento – con l’eccezione, mi pare, di Di Pietro e dei Comunisti Italiani – s’è stretto intorno al suo uomo più rappresentativo, tributandogli applausi scroscianti e standing ovation mentre insultava i giudici con parole eversive, che sarebbero parse eccessive anche a Craxi, ma non a Berlusconi: insomma la casta (sempre più simile a una cosca) ha già deciso che le accuse - che nessuno conosce - sono infondate e gli arrestati sono tutti innocenti. A prescindere. Un golpetto bianco, anzi nero, nerissimo, in diretta tv.

Nessuno, tranne Alfredo Mantovano di An, s’è domandato come facesse il ministro della Giustizia a sapere che sua moglie sarebbe stata arrestata e a presentarsi a metà mattina alla Camera con un bel discorso scritto, con tanto di citazioni di Fedro: insomma, com’è che gli arresti vengono annunciati ore prima di essere eseguiti? E perché gli arrestandi non sono stati prelevati all’alba, per evitare il rischio che qualcuno si desse alla fuga? Anche stavolta, la fuga di notizie è servita agli indagati, non ai magistrati. E, naturalmente, al cosiddetto ministro.

Il vicepresidente del Csm Nicola Mancino, anziché aprire una pratica a tutela dei giudici aggrediti dal ministro, ha subito assicurato "solidarietà umana" al ministro e ai suoi cari (dobbiamo prepararci al trasferimento dei procuratori e del gip di Santa Maria Capua Vetere, sulla scia di quanto sta accadendo per De Magistris e Forleo?). Il senatore ambidestro Lamberto Dini ha colto l’occasione per denunciare un "fatto sconvolgente: i magistrati se la prendono con le nostre mogli" (la sua, Donatella, avendo fatto fallimento con certe sue società, è stata addirittura condannata a 2 anni e mezzo per bancarotta fraudolenta, pena interamente indultata grazie anche a Mastella). Insomma, è l’ennesimo attacco ai valori della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio: dopo l'immunità parlamentare, occorre una bella immunità parentale. Come fa osservare la signora Sandra Lonardo in Mastella dai domiciliari, "questo è l’amaro prezzo che, insieme a mio marito, stiamo pagando per la difesa dei valori cattolici in politica, dei principi di moderazione e tolleranza contro ogni fanatismo ed estremismo". Che aspettano a invitarli a parlare alla Sapienza?." Marco Travaglio

dal blog di Beppe Grillo

gatosan — 2008-01-17 GTM 1 @ 15:32 Tags:

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