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infame chi denuncia i poliziotti che delinquono

Marco Poggi, infermiere penitenziario, era in servizio in quei tre giorni
Il racconto al pm e un libro sulla vicenda: "Quegli uomini dovevano essere sospesi"

"Io, l'infame della caserma
che ha denunciato quelle torture"

di GIUSEPPE D'AVANZO


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Marco Poggi

MARCO Poggi, infermiere penitenziario, entrò in servizio a Bolzaneto alle 20 di venerdì 20 luglio 2001 e ci rimase fino alle 15, 15.30 di domenica 22 luglio. "Ho visto picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti con schiaffi, pugni, calci, testate contro il muro". "Picchiava la polizia di stato ma soprattutto il "gruppo operativo mobile" e il "nucleo traduzioni" della polizia penitenziaria. Ho visto trascinare un detenuto in bagno, da tre o quattro agenti della "penitenziaria". Gli dicevano: "Devi pisciare, vero?". Una volta arrivati nell'androne del bagno, ho sentito che lo sottoponevano a un vero e proprio linciaggio...".

Marco Poggi dice che sa che cos'è la violenza. "Ci sono cresciuto dentro. Ho "rubato" la terza elementare ai corsi serali delle 150 ore e sono andato infermiere in carcere per buscarmi il mio pezzo di pane. Per anni ho lavorato al carcere della Dozza a Bologna. Un posto mica da ridere. Tossici, ladri di galline, mafiosi, trans, stupratori. La violenza la respiravi come aria, ma quel che ho visto a Bolzaneto in quei giorni non l'avrei mai ritenuto possibile, prima. Alcuni detenuti non capivano come fare le flessioni di routine previste dalla perquisizione di primo ingresso in carcere. Meno capivano e più venivano picchiati a pugni e calci dagli agenti della polizia penitenziaria. Gli ufficiali, i sottufficiali guardavano, ridevano e non intervenivano. Ho visto il medico, vestito con tuta mimetica, anfibi, maglietta blu con stampato sopra il distintivo degli agenti della polizia penitenziaria, togliere un piercing dal naso di una ragazza che era in quel momento sottoposta a visita medica e intanto le diceva: "Sei una brigatista?"".

Marco Poggi è "l'infame di Bolzaneto". Così lo chiamavano alcuni agenti della "penitenziaria" e lui, in risposta, per provocazione, per orgoglio, per sfida, proprio in quel modo - Io, l'infame di Bolzaneto - ha voluto titolare il libro che raccoglie la sua testimonianza. Poggi è stato il primo - tra chi era dall'altra parte - a sentire il dovere di rompere il cerchio del silenzio. "Delle violenze nelle strade di Genova - dice - c'erano le immagini, le foto, i filmati. Tutto è avvenuto alla luce del sole. A Bolzaneto, no. Le violenze, le torture si sono consumate dietro le mura di una caserma, in uno spazio chiuso e protetto, in un ambiente che prometteva impunità. Solo chi l'ha visto, poteva raccontarlo. Solo chi c'era poteva confermare che il racconto di quei ragazzi vittime delle violenze era autentico. Io ero tra quelli. Che dovevo fare, allora? Dopo che sono tornato a casa da Genova, per giorni me ne sono stato zitto, anche con i miei. Io sono un pavido, dico sempre. Ma in quei giorni avevo come un dolore al petto, un sapore di amaro nella bocca quando ascoltavo il bla bla bla dei ministri, le menzogne, la noncuranza e infine le accuse contro quei ragazzi. Non ho studiato - l'ho detto - ma la mia famiglia mi ha insegnato il senso della giustizia. Non ho la fortuna di credere in Dio, ho la fortuna di credere in questa cosa - nella giustizia - e allora mi sono ripetuto che non potevo fare anch'io scena muta come stavano facendo tutti gli altri che erano con me, accanto a me e avevano visto che quel che io avevo visto. Ne ho parlato con i miei e loro mi hanno detto che dovevo fare ciò che credevo giusto perché mi sarebbero stati sempre accanto. E l'ho fatta, la cosa giusta. Interrogato dal magistrato, ho detto quel che avevo visto e non ci ho messo coraggio, come mi dicono ora esagerando. Non sono matto. Ci ho messo, credo, soltanto l'ossequio per lo stato, il rispetto per il mio lavoro e per gli agenti della polizia carceraria - e sono la stragrande maggioranza - che non menano le mani".

Marco Poggi ha pagato il prezzo della sua testimonianza. "Beh! - dice - un po' sì, devo dirlo. Dopo la testimonianza, in carcere mi hanno consigliato - vivamente, per dire così - di lasciare il lavoro. Dicevano che quel posto per me non era più sicuro. Qualcuno si è divertito con la mia auto, rovinandomela. Qualche altro mi ha spedito la mia foto con su scritto: "Te la faremo pagare". Il medico con la mimetica e gli anfibi mi ha denunciato per calunnia. Ma il giudice ha archiviato la mia posizione e con il lavoro mi sono arrangiato con contratti part-time in case di riposo per anziani. Oggi, anche se molti continuano a preoccuparsi della mia integrità più di quanto faccia solitamente la mia famiglia, sono tornato a lavorare in carcere, allo psichiatrico di Castelfranco Emilia. Mi faccio 160 chilometri al giorno, ma va bene così. Sono tutti gentili con me, l'infame di Bolzaneto".

Dice Marco Poggi che "se i reati non ci sono - se la tortura non è ancora un reato - non è che te li puoi inventare". Dice che lui "lo sapeva fin dall'inizio che poi le condanne sarebbero state miti e magari cancellate con la prescrizione". Dice Poggi che però "quel che conta non è la vendetta. La vendetta è sempre oscena. Il direttore del carcere di Bologna Chirolli - una gran brava persona che mi ha insegnato molte cose sul mio lavoro - ci ripeteva sempre che lo Stato ha il dovere di punire e mai il diritto di vendicarsi. Mi sembra che sia una frase da tenere sempre a mente. Voglio dire che importanza ha che quelli di Bolzaneto, i picchiatori, non andranno in carcere? Non è che uno voglia vederli per forza in gabbia. La loro detenzione potrebbe apparire oggi soltanto una vendetta, mi pare. Quel che conta è che siano puniti e che la loro punizione sia monito per altri che, come loro, hanno la tentazione di abusare dell'autorità che hanno in quel luogo nascosto e chiuso che è il carcere, la questura, la caserma. Per come la penso io, la debolezza di questa storia non è nel carcere che quelli non faranno, ma nella sanzione amministrativa che non hanno ancora avuto e che non avranno mai. Che ci vuole a sospenderli da servizio? Non dico per molto. Per una settimana. Per segnare con un buco nero la loro carriera professionale. È questa la mia amarezza: vedere i De Gennaro, i Canterini, i Toccafondi al loro posto, spesso più prestigioso del passato, come se a Genova non fosse accaduto nulla. Io credo che bisogna espellere dal corpo sano i virus della malattia e ricordarsi che qualsiasi corpo si può ammalare se non è assistito con attenzione. Quella piccola minoranza di poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, medici che è si abbandonata alle torture di Bolzaneto è il virus che minaccia il corpo sano. Sono i loro comportamenti che hanno creato e possono creare, se impuniti, sfiducia nelle istituzioni, diffidenza per lo Stato. Possono trasformare gli uomini in divisa - tutti, i moltissimi buoni e i pochissimi cattivi - in nemici del cittadino. Non ci vuole molto a comprendere - lo capisco anch'io e non ho studiato - che soltanto se si fa giustizia si potrà restituire alle vittime di Genova, ai giovani che vanno in strada per manifestare le loro idee, fiducia nella democrazia e non rancore e frustrazione. I giudici fanno il loro lavoro, ma devono fare i conti con quel che c'è scritto nei codici, con quel che viene fuori dai processi. Non parlo soltanto dei processi, è chiaro. Parlo della responsabilità della politica. Che cosa ha fatto la politica per sanare le ferite di Genova? Gianfranco Fini, che era al governo in quei giorni, disse che, se fossero emerse delle responsabilità, sarebbero state severamente punite. Perché non ne parla più, ora che quelle responsabilità sono alla luce del sole? Perché Luciano Violante si oppose alla commissione parlamentare d'inchiesta? Dopo sette anni questa pagina nera rischia di chiudersi con una notizia di cronaca che dà conto di una sentenza di condanna, peraltro inefficace, senza che la politica abbia fatto alcuno sforzo per riconciliare lo Stato e le istituzioni con i suoi giovani. Ecco quel che penso, e temo".

gatosan — 2008-03-18 GTM 1 @ 22:07 Tags:

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Cesare Geronzi indagato anche a Perugia

Il processo per calunnia intentato dal banchiere contro Gaucci
Il presidente di Mediobanca in difficoltà sui rapporti con l'ex paron del Perugia Calcio

Geronzi indagato anche a Perugia
'Disse il falso sulla vendita di Nakata'

di CORRADO ZUNINO


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Cesare Geronzi

ROMA - E ora Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca, è indagato anche a Perugia. Il sostituto procuratore Antonella Duchini lo ha messo sotto inchiesta perché avrebbe detto il falso a proposito della vendita del giapponese Hidetoshi Nakata alla Roma di Franco Sensi, all'inizio del Duemila. Il fatto è emerso questa mattina a Roma, nell'aula 6 del Tribunale dove si sta celebrando un processo per calunnia. L'avrebbe subita lo stesso Geronzi da parte di Luciano Gaucci.

L'interrogatorio del banchiere è stato sospeso per consentire al giudice romano Giuseppina Guglielmi di farsi spedire l'atto dell'iscrizione nel registro degli indagati di Geronzi. "False informazioni al pm", era l'accusa. Confermata a metà mattina.

Si è scoperto che il sostituto procuratore di Perugia ha indagato Geronzi dopo aver confrontato la memoria spedita da Santo Domingo da Gaucci, latitante ai Caraibi con l'accusa di bancarotta fraudolenta, con un dossier realizzato dall'ex allenatore del Perugia Arcadio Spinozzi, numero due di Vujadin Boskov nella stagione '98-'99, realizzato e spedito in procura nel tentativo di recuperare un credito di 65 milioni di lire nei confronti del club fallito. Con le nuove carte ora vengono messe in discussione alcune ragioni di quell'affare: ovvero, il prezzo di vendita di Nakata, che secondo le nuove fonti potrebbe salire a 42 miliardi di lire, il reale valore del giocatore e l'intervento sull'affare di Cesare Geronzi, presidente della banca Capitalia che all'epoca aveva in pegno il 99 per cento delle azioni del Perugia di Gaucci. Nell'atto di Arcadio Spinozzi si parla anche, marginalmente, dell'ex presidente della Federcalcio, Franco Carraro. "Sono accuse prive di riscontri", ha detto il difensore di Geronzi, l'avvocato Emilio Ricci, "chiederemo presto l'archiviazione".

Tutta la questione ruota intorno a un punto decisivo per l'intera vicenda calcio: quali sono stati gli interessi di Cesare Geronzi nel campionato e nei suoi club? Quale il rapporto professionale con la figlia Chiara, fondatrice della società di procuratori Gea World, e con la figlia Benedetta, prima dipendente della Lega calcio e poi consulente della Federcalcio di Franco Carraro. Carraro, va ricordato, oltre a presiedere la Figc in quegli anni è stato il numero uno della merchant bank di Capitalia, il Mediocredito centrale (lo è tuttora).


Nel corso del processo romano, alzando spesso i toni, il banchiere Geronzi ha respinto i tentativi dei difensori di Gaucci, l'avvocato Catullo e il professor Sammarco, di accostarlo alla finanza del calcio utilizzando carte del processo Gea. Tra queste, un interrogatorio di Callisto Tanzi in cui l'ex presidente Parmalat ha confessato che la genesi della Gea World era da cercare in un accordo tra Cesare Geronzi e Luciano Moggi. Il motivo del processo in corso - il reato di calunnia - non ha consentito di allargare il tiro sulla parabola processual-finanziaria del calcio contemporaneo.

Geronzi ha invece zoppicato nel tentativo di smentire il dossier realizzato da Gaucci sul suo conto. Il finanziere prima ha negato ogni rapporto personale e familiare tra la sua famiglia e quella dell'ex patron del Perugia, poi, però, ha dovuto ammettere di aver invitato al matrimonio di sua figlia Chiara l'ex autista Luciano Gaucci: "Chiara fu praticamente costretta a farlo dopo aver ricevuto in regalo un quadro di Pino Maggio". Geronzi ha anche spiegato che le pratiche sui fidi a Gaucci - arrivato a un'esposizione con Capitalia di 22 milioni di euro, poi transati con un accordo per 5 milioni - venivano affidati automaticamente alle filiali e agli uffici della banca, ma ha dovuto ammettere di aver incontrato Gaucci "due o tre volte". Ha ricordato, ancora, come il presidente del Perugia gli fosse stato presentato nella seconda metà degli anni '80 da Giulio Andreotti con una telefonata: "Gaucci venne alla Banca di Roma e per mezz'ora mi parlò della sue imprese".

Il presidente di Mediobanca ha confermato in aula di essere sotto processo per bancarotta in due procedimenti a Roma e a Parma (Cirio e Parmalat) e, sulla questione "regalie di Gaucci", di aver ricevuto a più riprese, "per Natale, per Pasqua e i miei compleanni", pesce in abbondanza, pane casareccio, bottiglie di champagne, cesti "che poi davamo in beneficenza a Don Picchi". Ha parlato di insistenza fastidiosa del presidente del Perugia, ma poi ha dovuto ammettere di aver montato nel giardino della sua villa a Marino, ai Castelli romani, una vasca costituita da cinque blocchi di pietra "che mi aveva portato l'autista di Gaucci, il signor Macellari, un signore molto invadente a cui non ho voluto fare una scortesia rifiutando quelli che erano pezzi dismessi da una villa di Gaucci".

Di fronte alle perplessità del giudice - "ma non sarebbe stato più opportuno rifiutare gli avanzi della villa di Gaucci?" - , Geronzi si è scomposto: "Ho fatto un errore, ci sono motivi di opportunità...". E ha poi ha inciampato alla successiva domanda sulle tre "statue di valore" ricevute in dono: "Ora non ricordo... Forse sì... ma non sono antiche, non sono di valore...". Infine, ha negato con decisione di aver preso tangenti da Gaucci: l'ex patron ha messo per iscritto di avergli dato 200 milioni lire per ognuno dei 18 finanziamenti concessi dalla sua banca tra l'89 e il '92.

(17 marzo 2008)

gatosan — 2008-03-18 GTM 1 @ 19:42 Tags:

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"Aborti nella clinica delle suore"

I sospetti su Villa Serena dopo le intercettazioni telefoniche agli atti dell'inchiesta
Indagata anche un'assistente del ginecologo suicida e alcuni suoi colleghi

Genova, lo scandalo si allarga
"Aborti nella clinica delle suore"

di GIUSEPPE FILETTO


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L'ingresso di Villa Serena

GENOVA - Le suore di Villa Serena, la clinica gestita dalle religiose, dove il ginecologo Ermanno Rossi avrebbe praticato l'aborto clandestino, ripetono che "nella casa di cura si sono effettuati semplici raschiamenti". Ma a contraddirle sarebbe un'intercettazione telefonica: "Dottor Rossi, ho deciso di interrompere la gravidanza", dice la donna al telefono. "Va bene, ci vediamo al più presto - risponde il medico, indagato e suicida lunedì scorso - prendo l'agenda e le cerco un appuntamento".

La telefonata è di una delle due pazienti che si sono sottoposte all'aborto clandestino a "Villa Serena", clinica elegante nel quartiere residenziale di Albaro. A Genova, nella città del cardinale Angelo Bagnasco, il presidente della Cei, che guida anche l'ospedale Galliera, dove anche la procreazione assistita è un "imbarazzo".

Altre simili intercettazioni, raccolte dai Nas, sarebbero contestate alle 8 donne indagate, ieri interrogate dal pm Sabrina Monteverde. Gli atti dell'inchiesta sono secretati, ma da Palazzo di Giustizia trapela che potrebbero esserci nuovi avvisi di garanzia. Infatti, la donna sotto interrogatorio avrebbe ammesso al pm l'aborto e non il raschiamento. Giura, però, che era all'oscuro di violare la legge 194 ed avrebbe raccontato che in sala operatoria, oltre al ginecologo, erano presenti un anestesista e un'infermiera ferrista.
E forse anche un altro ginecologo.

Così nell'inchiesta oltre alle otto donne indagate potrebbero essere coinvolti anche anestesisti e ferristi che avrebbero aiutato il medico. Stando a quanto dicono i ginecologi, sarebbe impossibile che uno specialista possa praticare l'aborto senza il sostegno di altro personale qualificato. Non solo nella clinica Villa Serena, ma anche negli studi di Genova e di Rapallo.

Ieri, seconda giornata di interrogatori, è stata anche un'assistente del ginecologo, una quarantenne con due figli, che saputo di essere incinta per la terza volta, ha chiesto di abortire. Nello stesso studio medico in cui lavorava. Una funzionaria di 35 anni avrebbe interrotto la gravidanza a Villa Serena, con la prognosi ufficiale di "raschiamento". Le indagini avrebbero accertato che si trattava di un aborto. "Non ci risulta dalla documentazione clinica", ripete Pierpaolo Bottino, legale della casa di cura.

Comunque, nei giorni scorsi i carabinieri hanno sequestrato alcune cartelle cliniche e ieri il consiglio di amministrazione di Villa Serena ha comunicato che "non sono mai state praticate interruzioni volontarie di gravidanza in quanto casa di cura retta, fin dalla sua fondazione, da personale religioso ovviamente contrario sia dal punto di vista del diritto naturale sia per morale cristiana all'aborto volontario".

In ogni modo, la scelta della clinica privata sarebbe stata motivata dalla riservatezza e dai tempi rapidi, cose che stando alle dichiarazioni delle donne indagate, "non sarebbero garantite dalle strutture pubbliche". In proposito l'assessore regionale alla Sanità, Claudio Montaldo, assicura che la Regione anticiperà le linee guida redatte dal ministro Livia Turco sull'applicazione della "194".

(15 marzo 2008)

gatosan — 2008-03-15 GTM 1 @ 19:05 Tags:

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Se un voto si compra con cinquanta euro...

L'autore di "Gomorra" e le elezioni: nessuno vincerà se si ignora la criminalità organizzata
"Le mafie dominano un terzo del Paese e condizionano interi settori dell'economia legale"

Se un voto si compra
con cinquanta euro

di ROBERTO SAVIANO


<B>Se un voto si compra<br /> con cinquanta euro</B>

Roberto Saviano

NESSUNO vincerà le elezioni in Italia. Nessuno. Perché finora tutti sembrano ignorare una questione fondamentale che si chiama "organizzazioni criminali" e ancor più "economia criminale". Non molto tempo fa il rapporto di Confesercenti valutò il fatturato delle mafie intorno a 90 miliardi di euro, pari al 7 per cento del Pil, l'equivalente di cinque manovre finanziarie. Il titolo "La mafia s. p. a. è la più grande impresa italiana" fece il giro di tutti i giornali del mondo, eppure in campagna elettorale nessuno ne ha parlato ancora.

E nessuna parte politica sino a oggi è riuscita a prescindere dalla relazione con il potere economico dei clan. Mettersi contro di loro significa non solo perdere consenso e voti, ma anche avere difficoltà a realizzare opere pubbliche.

Non le vincerà nessuno, queste elezioni. Perché se non si affronta subito la questione delle mafie le vinceranno sempre loro. Indipendentemente da quale schieramento governerà il paese. Sono già pronte, hanno già individuato con quali politici accordarsi, in entrambi i schieramenti. Non c'è elezione in Italia che non si vinca attraverso il voto di scambio, un'arma formidabile al sud dove la disoccupazione è alta e dopo decenni ricompare persino l'emigrazione verso l'estero. E' cosa risaputa ma che nessuno osa affrontare.

Quando ero ragazzino il voto di scambio era più redditizio. Un voto: un posto di lavoro. Alle poste, ai ministeri, ma anche a scuola, negli ospedali, negli uffici comunali. Mentre crescevo il voto è stato venduto per molto meno. Bollette del telefono e della luce pagate per i due mesi precedenti alle elezioni e per il mese successivo. Nelle penultime la novità era il cellulare. Ti regalavano un telefonino modificato per fotografare la scheda in cabina senza far sentire il click. Solo i più fortunati ottenevano un lavoro a tempo determinato.

Alle ultime elezioni il valore del voto era sceso a 50 euro. Quasi come al tempo di Achille Lauro, l'imprenditore sindaco di Napoli che negli anni cinquanta regalava pacchi di pasta e la scarpa sinistra di un paio nuovo di zecca, mentre la destra veniva recapitata dopo la vittoria. Oggi si ottengono voti per poco, per pochissimo. La disperazione del meridione che arriva a svendere il proprio voto per 50 euro sembra inversamente proporzionale alla potenza della più grande impresa italiana che lo domina.

Mai come in questi anni la politica in Italia viene unanimemente disprezzata. Dagli italiani è percepita come prosecuzione di affari privati nella sfera pubblica. Ha perso la sua vocazione primaria: creare progetti, stabilire obiettivi, mettere mano con determinazione alla risoluzione dei problemi. Nessuno pretende che possa rigenerarsi nell'arco di una campagna elettorale.

Ma nel vuoto di potere in cui si è fatta serva di maneggi e interessate miopie prevalgono poteri incompatibili con una democrazia avanzata. E' una democrazia avanzata quella in cui 172 amministrazioni comunali negli ultimi anni sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa? O dove dal '92 a oggi, le organizzazioni hanno ucciso più di 3.100 persone? Più che a Beirut? Se vuole essere davvero nuovo, il Partito Democratico di Walter Veltroni non abbia paura di cambiare. Non scenda a compromessi per paura di perdere.

Il governo Prodi è caduto in terra di camorra. Ha forse sottovalutato non tanto Clemente Mastella, il leader del piccolo partito Udeur, ma i rischi che comportava l'inserimento nelle liste di una parte dei suoi uomini. Personaggi sconosciuti all'opinione pubblica, ma che negli atti di alcuni magistrati vengono descritti come cerniera tra pubblica amministrazione e criminalità organizzata. Nel frattempo il governo ha permesso al governatore della Campania Bassolino di galleggiare nonostante il suo fallimento nella gestione dell'emergenza rifiuti. E non ha capito che quella situazione rappresenta solo l'esempio più clamoroso di quel che può accadere quando il cedimento anche solo passivo della politica ad interessi criminali porta allo scacco.

Tutto questo mentre il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi assisteva muto o giustificatorio ai festeggiamenti del governatore della Sicilia Cuffaro per una condanna che confermava i suoi favori a vantaggio di un boss, limitandosi a scagionarlo dall'accusa di essere lui stesso un mafioso vero e proprio.

La questione della trasparenza tocca tutti i partiti e il paese intero. Inoltre molta militanza antimafiosa si forma nei gruppi di giovani cattolici i cui voti non sempre vanno al centrosinistra. Anche questi elettori dovrebbero pretendere che non siano candidate soubrette o personaggi capaci solo di difendere il proprio interesse. Pretendano gli elettori di centrodestra che non ci siano solo soubrette e a sud esponenti di consorterie imprenditoriali. E mi vengono in mente le parole che Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993 rivolse dalla collina di Agrigento alla Sicilia e all'Italia ferita dalle stragi di mafia: "Questo popolo... talmente attaccato alla vita, che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte... Mi rivolgo ai responsabili... Un giorno verrà il giudizio di Dio". Parole che avrebbero dovuto crescere nelle coscienze.

È tempo di rendersi conto che la richiesta di candidati non compromessi va ben oltre la questione morale. Strappare la politica al suo connubio con la criminalità organizzata non è una scelta etica, ma una necessità di vitale autodifesa.

Io non entrerò in politica. Il mio mestiere è quello di scrittore. E fin quando riuscirò a scrivere, continuerò a considerare questo lo strumento di impegno più forte che possiedo. Racconto il potere, ma non riuscirei a gestirlo. Non si tratta di rinunciare ad assumersi la propria responsabilità, ma considerarla parte del proprio lavoro. Tentare di impedire che il chiasso delle polemiche distolga l'attenzione verso problemi che meno fanno rumore, più fanno danno. O che le disquisizioni morali coprano le scelte concrete a cui sono chiamati tutti i partiti. È questo il compito che a mio avviso resta nelle mani di un intellettuale. Credo sia giunto il momento di non permettere più che un voto sia comprabile con pochi spiccioli. Che futuri ministri, assessori, sindaci, consiglieri comunali possano ottenere consenso promettendo qualche misero favore. Forse è arrivato il momento di non accontentarci.

Nel 1793 la Costituzione francese aveva previsto il diritto all'insurrezione: forse è il momento di far valere in Italia il diritto alla non sopportazione. A non svendere il proprio voto. A dare ancora un senso alla scelta democratica, scegliendo di non barattare il proprio destino con un cellulare o la luce pagata per qualche mese.

© 2008 by Roberto Saviano
Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency 

gatosan — 2008-03-15 GTM 1 @ 16:19 Tags:

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abbiamo liberato o schiavizzato il popolo iracheno?

DI JOELLE PENOCHET
Mondialisation.ca

L’agricultura millenaria irachena distrutta dalle multinazionali agro-alimentari statunitensi

"Controllate il petrolio e controllerete nazioni intere; controllate il sistema alimentare e controllerete le popolazioni." Henry Kissinger

E’ nel cuore della Mesopotamia che è stata inventata l’agricoltura – con un sofisticato sistema d’irrigazione – più di dieci mila anni orsono. La pianura alluvionale eccezionalmente fertile situata tra il Tigri e l’Eufrate offre condizioni ideali per la coltura dei cereali. E’ là che nell’antichità è apparso il grano selvatico. Vi sono state fatte crescere quasi tutte le varietà conosciute attualmente nel mondo (più di 200.000). Le palme da datteri, che forniscono l’altra risorsa vitale del paese, proteggevano le più varie piante da frutto.

I "semi della democrazia" *

Dopo essere stato invaso nel 2003, l’Iraq non è stato spogliato dai suoi aggressori solamente della sua sovranità politica, del suo patrimonio archeologico, delle sue risorse petrolifere, ma anche della sua sovranità alimentare.

In violazione della Costituzione Irachena e delle convenzioni dell’Aia e di Ginevra, che stabiliscono che l’occupante debba rispettare la giurisdizione del paese occupato, l’amministrazione provvisoria di Paul Bremer (ex collaboratore di Kissinger) ha deliberato, prima dell’installazione del governo fantoccio, cento ordinanze scellerate che hanno lo statuto di leggi e che non possono essere abolite né modificate da alcun governo iracheno (articolo 26 della nuova Costituzione). Il paese è così caduto sotto il giogo economico totale dell’Occupante, che aveva deciso di riformare drasticamente la sua economia sul modello economico neo-liberista americano.

L’ordinanza 81 del 26 aprile 2004 ha dato il paese in pasto alle gigantesche necro-imprese che controllano il commercio mondiale dei semi, come la Monsanto (produttrice dell’agente Orange), Syngenta e Dow Chemicals. Essa conduce alla irreversibile distruzione dell’agricoltura irachena. L’Afghanistan aveva subito la stessa sorte nel 2002.

Biopirateria nel giardino del’Eden

Questa ordinanza, redatta in maniera assai perversa, ha di fatto istituito l’obbligo per i coltivatori iracheni di comprare ogni anno una licenza e le sementi transgeniche dalle multinazionali americane – quando la legislazione irachena proibiva ogni privatizzazione delle risorse biologiche.

La regola della "Protezione delle varietà di piante" (PVP), al centro di questa legge, non tratta della conservazione della biodiversità, ma la protezione degli interessi delle multinazionali delle sementi americane (le quali, in virtù delle ordinanze Bremer, sono esonerate dal pagamento delle imposte, non sono obbligate a reinvestire nel paese ed hanno il diritto di esportare in patria tutti i loro profitti). Per essere qualificate, le piante devono essere "nuove, distinte, uniformi e stabili", criteri che le piante tradizionali non possono soddisfare.

Queste società straniere detengono un diritto di proprietà intellettuale (simile a quello che Washington ha introdotto nel WTO, di cui l’Iraq non fa parte) che concede loro, per vent’anni, il monopolio su produzione, riproduzione, vendita, esportazione, importazione e stoccaggio di tutte le sementi geneticamente modificate e sulle varietà di piante "similari".

Monsanto ha compiuto una rapina delle sementi millenarie dell’Iraq per modificarle geneticamente e brevettarle. E gli agricoltori sono adesso obbligati a pagare per poterle coltivare [1].

In un primo tempo, per facilitare l’introduzione dell’agricoltura transgenica, il "ministero" iracheno dell’Agricoltura, alla maniera di uno spacciatore di droga, ha distribuito quasi gratuitamente i "nuovi semi" ai contadini iracheni. Senza dire loro che stavano entrando in un sistema infernale da cui non sarebbero più potuti uscire.


[Contadini nella regione di Kufa, Iraq.]

I contadini iracheni ricattati dai giganti delle sementi

L’ordinanza 81 ha reso illegali le antiche tradizioni degli agricoltori di selezionare i semi migliori per riutilizzarli da un anno all’altro e gli scambi tra vicini. (Secondo la FAO, nel 2002, il 97% dei coltivatori iracheni riutilizzavano i loro semi o li acquistavano sul mercato locale). Attraverso gli incroci, lungo le generazioni, avevano creato varietà ibride adatte al duro clima della regione.

Gli agricoltori "colpevoli" di aver seminato semi non acquistati, o il cui campo è stato accidentalmente contaminato, incorrono in pesanti sanzioni, fino a pene detentive, alla distruzione del raccolto, dei loro attrezzi e installazioni!

Il terrorismo alimentare praticato da multinazionali come Monsanto nei paesi che colonizzano ha portato al suicidio decine di migliaia di contadini del Terzo Mondo – rovinati dall’acquisto annuale dei semi transgenici e dei pesticidi, erbicidi e fungicidi estremamente tossici che vi sono necessariamente associati. Così, nel solo anno 2003, 17.000 agricoltori indiani, ai quali le banche avevano rifiutato prestiti per l’acquisto dei semi Monsanto, si sono suicidati.

Verso il controllo totale della catena alimentare da parte delle multinazionali americane

Gli incessanti bombardamenti, a partire dal 1991, con armi all’uranio impoverito – che hanno trasformato il paese in una vasta discarica radioattiva – e i tredici anni d’embargo, avevano già iniziato a distruggere l’agricoltura irachena: annientamento del sistema d’irrigazione, del materiale agricolo e delle palme da datteri [2]. Dal 1990 (data dell’inizio delle sanzioni) al 2003, il volume della produzione dei cereali era diminuito della metà. Gli animali d’allevamento erano stati decimati.

Oltre a subire i tributi quotidiani agli occupanti, i coltivatori iracheni, diventati servi, sono ormai condannati a produrre piante artificiali, destinate per metà all’esportazione nel mondo (o alle truppe d’occupazione, come le varietà di grano riservato alla fabbricazione di pasta, estranea al regime alimentare iracheno), a solo beneficio della Monsanto e simili. Questo anche quando la popolazione irachena muore di fame [3]. E’ per questo che, analogamente ai loro omologhi afgani, sempre più contadini abbandonano la coltivazione dei cereali in favore di quella dell’oppio.

Le chimere provenienti dalle necro-tecnologie rappresentano un grave pericolo sul piano ambientale, sanitario, economico e etico. Esse portano un inquinamento ambientale irreversibile come quello provocato dall’uranio impoverito. Peraltro, possono essere utilizzate nel quadro di guerre biologiche o batteriologice silenziose [4].

Gli OGM costituiscono una delle principali armi dei propugnatori del Nuovo Ordine Mondiale per asservire uno dopo l’altro i popoli del mondo intero. L’Iraq è diventato un nuovo laboratorio in dimensione reale di questo diabolico strumento di dominazione e gli iracheni le cavie.

*Allusione alla frase di Bush dopo l’invasione: "Siamo in Iraq per spargervi i semi della democrazia in modo che essi vi possano prosperare e propagarsi in tutta la regione dove regna l’autoritarismo".

Note

[1] Dei campioni di ogni loro varietà erano conservati nella Banca nazionale delle sementi a …Abu Ghraib, distrutta dagli Occupanti.

[2] Cfr http://www.planetenonviolence.org/
Link

[3] Nel 2004, la polizia militare americana ha chiuso il giornale Al Hawza che aveva pubblicato un articolo dove si affermava che Bremer "conduceva una politica finalizzata ad affamare la popolazione irachena affinché, interamente occupata a procurarsi il pane quotidiano, non abbia alcuna possibilità di reclamare le libertà politiche e individuali"

[4] Cfr gli articoli di Mae Wang Ho e Joe Cumming dall’Intitute of Science in Society (ISIS)

Fonti

Michel Chossudosvky:
Sowing the Seeds of Famine in Ethiopia 10 settembre 2001.

William Engdhal:
WTO, GMO and Total Spectrum Dominance, 29 marzo 2006.
Le pillage «libéral» de l'Irak, 14 novembre 2005.

Ghali Hassan:
Iraq’s New Constitution, 17agosto 2005.
Biopiracy and GMOs: The Fate of Iraq's Agriculture, 12 dicembre 2005.

Stephen Lendman:
Unleashing GMO Seeds: "Food is Power" Reviewing F. William Engdahl's Seeds of Destruction, Part 3. 19 gennaio 2008.
Agribusiness Giants seek to gain Worldwide Control over our Food Supply, 7 gennaio 2008.

Arun Shrivastava:
Suicides en masse de fermiers indiens : ce qui se profile à l’horizon , 14 novembre 2006.

Jeffrey Smith:
Genetically Modified Foods Unsafe? Evidence that Links GM Foods to Allergic Responses Mounts, 8 novembre 2007.

ORDER 81: Re-engineering Iraqi agriculture, 27 agosto 2005.

Altri documenti e articoli consultati:

L'ordinanza n° 81

William Engdahl, Iraq and Washington’s ‘seeds of democracy,

Christopher D. Cook, Plowing for Profits U.S. Agribusiness Eyes Iraq’s Fledgling Markets, In These Times, 15mar2005

Iraq's New Patent Law: A Declaration of War Against Farmers Focus on the Global South and GRAIN 15oct04 :

Iraq's Crop Patent Law A Threat To Food Security By GM Free Cymru, 3 marzo 2005

Patrick Cockburn, Desesperate Iraqi Farmers Turn to Opium, 24 gennaio 2008

Vedere anche l’ultimo libro di William Enghdal: Seeds of Destruction

Titolo originale: "Monsanto à Babylone"

Fonte: http://www.mondialisation.ca
Link
13.02.2008

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da MATTEO BOVIS

gatosan — 2008-03-11 GTM 1 @ 21:30 Tags:

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una tangente da 97 milioni per avere gratis Wind

Il retroscena: l'ipotesi dei pm è che sia servita
a convincere Enel ad accordarsi con il gruppo egiziano

Una tangente da 97 milioni di euro
per eliminare gli americani

di CARLO BONINI


<B>Una tangente da 97 milioni di euro<br /> per eliminare gli americani</B>

ROMA - La storia che muove le perquisizioni di Roma, Milano, Londra, che scuote il secondo gruppo industriale italiano, è, al momento, una storia di corruzione. In cui, se la ricostruzione proposta dall'istruttoria dei pubblici ministeri Giuseppe Cascini e Rodolfo Sabelli è corretta, balla una tangente di 97 milioni di euro che, nella primavera del 2005, consegna l'azienda telefonica Wind, allora controllata da Enel, al finanziere egiziano Naguib Sawiris e alla sua "Orascom" per un prezzo nominale di 12,5 miliardi di euro (5 in meno di quanti, nel 1997, era costato ad Enel la start-up di Wind). Quei 97 milioni di euro - è l'ipotesi - servono infatti a convincere il management Enel a eliminare dalla trattativa gli americani di "Blackstone", oggettivamente più competitivi sia nell'offerta economica che nelle garanzie tecniche, e a oliare le ruote della politica.

A dispetto di un incipit apparentemente trasparente, l'affare è complesso e quantomeno controversi appaiono le mosse e il profilo dei suoi protagonisti. Nel maggio del 2005, l'allora amministratore delegato di Enel (oggi numero uno di Eni), Paolo Scaroni, annuncia che la trattativa per la cessione di Wind è chiusa con reciproca soddisfazione di compratore e venditore (il contratto sarà firmato in agosto). Sawiris rilancia infatti di 300 milioni l'offerta di "Blackstone" e chiude l'acquisto del gestore telefonico a 12,2 miliardi di euro. L'operazione ha due registi finanziari: le banche e un signore che si chiama Alessandro Benedetti, uomo che si muove all'ombra di Forza Italia, che ha conosciuto la galera nel '96, inquisito dalla Procura di Milano per bancarotta (sfugge alla condanna nel 2007 per prescrizione), casa e portafoglio a Londra, uffici, un tempo, a Palazzo Odescalchi, in piazza santi Apostoli, nel cuore di Roma (la società "Managest"). Benedetti mette a disposizione il veicolo societario sotto il cui controllo passerà Wind: la "Weather Investment", società lussemburghese di cui è presidente e che ha come socio lo stesso Sawiris.

Ma, soprattutto, definisce (attraverso la "Managest") l'architettura di un contratto in cui l'acquisto del gestore telefonico ha una peculiarità. Enel incassa dalla cessione 2,9 miliardi di euro cash, acquisendo contestualmente una partecipazione del 5 per cento nel capitale della stessa "Weather".

Sembra non se ne debba parlare più. Fino a quando, il 17 maggio dello scorso anno, Paolo Mondani firma per "Report" di Milena Gabanelli un'inchiesta televisiva ("Il mistero del Faraone") in cui un testimone, che chiede l'anonimato, denuncia una conduzione opaca dell'Enel della trattativa con Sawiris. Wind ed Enel protestano vivacemente per una rappresentazione dei fatti che dicono essere imprecisa e suggestiva. La Procura di Roma apre un'inchiesta contro ignoti.

I pubblici ministeri acquisiscono la documentazione finanziaria dell'operazione e ne colgono quelle che gli appaiono due significative anomalie. La prima è l'ingresso di Enel nel capitale della "Weather Investment". Perché - chiedono - Enel anziché scegliere la via più semplice di conservare una partecipazione azionaria di minoranza in Wind, decide di sottoscrivere un aumento di capitale della società del compratore, acquisendone una partecipazione? La risposta che si danno è una pessima notizia per Enel e per Sawiris. Perché così come congegnato, il contratto di compravendita - osservano - consente al finanziere egiziano di non spendere un solo centesimo di euro di tasca propria. Enel riconosce infatti un costo di transazione (transaction fee) per l'operazione pari a 414 milioni di euro. Vale a dire la somma matematica dei 317 milioni di euro di spese per la linea di credito bancaria accesa da Sawiris per entrare personalmente nella partita e dei 97 milioni di euro riconosciuti a Benedetti - che di "Weather" è presidente - a titolo di consulenze.

La seconda anomalia è il destino di quei 97 milioni di euro. Benedetti - per quello che le indagini della Procura avrebbero accertato documentalmente - fa rimbalzare più volte quel denaro attraverso una catena di società e conti esteri, frazionandolo a beneficio di destinatari finali della cui identità, allo stato, ancora non si sarebbe venuti a capo con certezza. Ma che fanno concludere alla Procura che quella somma tutto sia meno che una consulenza e, al contrario, somigli molto a una tangente.

Incassata da chi? In attesa che gli esiti delle perquisizioni diano o meno una risposta documentale, i due pubblici ministeri di Roma hanno in mano una qualche testimonianza non ancora decisiva che accusa l'ex direttore finanziario e oggi amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, e un testimone improvvisamente reticente, ora iscritto al registro degli indagati per il reato di false informazioni al pubblico ministero. L'uomo si chiama Tommaso Pompei. E' stato amministratore delegato di "Tiscali", ma è stato soprattutto, al momento della vendita a Sawiris, amministratore delegato di "Wind". La Procura accerta che è Pompei il misterioso testimone di "Report".

Ascolta la registrazione audio completa (anche quella dunque non andata in onda) del suo colloquio con Mondani in cui denuncia l'opacità del management Enel ed allude a tangenti alla politica, indicando in Benedetti (il consulente da 97 milioni di euro) l'uomo che le avrebbe distribuite. Eppure, al momento dell'interrogatorio, Pompei fa marcia indietro. Anche di fronte all'evidenza della registrazione, sostiene di essere stato "male interpretato".

Ne guadagna, come detto, un'iscrizione al registro degli indagati, e convince definitivamente i pubblici ministeri di Roma di essere sulla strada giusta. E dunque che sia necessario bussare, tanto per cominciare, anche alla porta di Salvatore Cirafici, ex ufficiale dei carabinieri, capo della sicurezza Wind (i suoi uffici sono stati perquisiti ieri), già apparso nella vicenda Telecom e ora ritenuto il custode di informazioni in grado di spiegare alcuni passaggi cruciali di questa vicenda. A cominciare dalle mosse curiosamente ondivaghe di Pompei nelle more della trattativa per la cessione di Wind, quando, dopo aver sostenuto con convinzione "Blackstone", sposerà la causa Sawiris, appoggiandosi proprio a Benedetti e alla sua "Managest". Per finire al ruolo e alla figura di Luigi Gubitosi, ex manager Fiat messo alla porta da Marchionne, chiamato nella nuova "Wind" al ruolo di direttore finanziario e ora, appunto, indagato per corruzione insieme a Benedetti, Sawiris e Conti.

gatosan — 2008-02-29 GTM 1 @ 13:25 Tags:

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Wikileaks.org censurato perchè svela le illegalità di una banca svizzera

Roma - Da alcune ore la rete è stata privata dell'accesso più semplice ed ovvio a 1,2 milioni di documenti incandescenti. Tanto era il "bottino" accumulato dal 2006 ad oggi dal sito meno politically correct della rete, quel Wikileaks.org divenuto celebre per aver dato voce agli anonimi e svelato misteri talvolta particolarmente imbarazzanti per questo o quel soggetto. Un materiale ora inaccessibile ai più: il motivo è una ordinanza di un giudice californiano che sta indagando su quanto pubblicato sul sito.

il logo del sitoChi si recasse in queste ore alla URL del celebre spazio web si troverebbe dinanzi ad una pagina di errore, come se quel sito non fosse mai esistito. Secondo la decisione di un tribunale della California il provvedimento si è reso necessario per approfondire un caso imbastito da una banca svizzera, del gruppo Julius Baer, che si sarebbe sentita diffamata da documenti che l'accuserebbero di pratiche illegali, riciclaggio di denaro, evasione fiscale e via dicendo. Tutti documenti pubblicati in modo anonimo, com'è nella filosofia e nella struttura di Wikileaks, studiato per proteggere gli autori delle rivelazioni e per consentire a chiunque di raccontare la propria verità pubblicando documenti a propria discrezione.

Una scelta, quella californiana, che potrebbe portare alla fine di un esperimento globale che molti già avevano promosso come un essenziale strumento di trasparenza. In tema di cose di rete, è grazie a Wikileaks se sono emersi certi giochini della Difesa statunitense su Wikipedia o venute alla luce le tentazioni di ordine e controllo che maturano in Baviera. Ma questi sono solo alcuni esempi: sul sito veniva pubblicato materiale proveniente da tutto il mondo. Contenuti accessibili per paese, con segnalazioni di fatti di attualità ma anche analisi, biografie e, appunto, leaks, le "spiate" degli anonimi frequentatori del sito.

Stando ai legali della società svizzera, su Wikileaks sarebbero apparsi centinaia di documenti considerati diffamanti. Documenti che sarebbero stati pubblicati da un dirigente che aveva lavorato alle Isole Cayman per conto dell'istituto svizzero. Commenti ufficiali da Julius Baer non sono però giunti perché, han spiegato i portavoce, l'azienda non commenta su "contenziosi aperti".

Il giudice ha ordinato al provider che ospita il sito, Dynadot, di rimuovere i record DNS di Wikileaks dai propri server. Non solo: l'operatore dovrà "impedire che il nome a dominio che porta alla pagina web di wikileaks.org porti a qualsiasi altro sito o server diverso da una pagina bianca, fino a quando non riceverà nuovi ordini da questo tribunale". Il nome a dominio è stato lucchettato per evitare che venga trasferito altrove per far ripartire il sito. Questo però non toglie che quello spazio web continui ad essere accessibile: non alla massa degli utenti che conoscono la URL ora indisponibile, ma a coloro che digitano direttamente l'indirizzo IP 88.80.13.160. Il fatto che i documenti siano accessibili in questo modo sta naturalmente spingendo blog e sostenitori a diffondere il verbo anticensura e i numerini magici a più non posso.

la home page del sito

Di censura brutta e cattiva parlano peraltro proprio gli amministratori di Wikileaks: operativo dal 2006, i suoi gestori avevano diramato un annuncio ufficiale della sua esistenza e dei suoi scopi a gennaio 2007, spiegando che per chi postava materiali l'anonimato veniva garantito attraverso l'impiego di Privacy Enhancing Technologies, crittografia e via dicendo. I promotori di Wikileaks hanno criticato le modalità con cui si è deciso di procedere, dichiarando di non essere potuti intervenire all'udienza in cui è scattata la censura solo perché la notifica dell'udienza stessa è arrivata loro "poche ore prima" del suo inizio, perdipiù via email.

Proprio Wikileaks, come ovvio, ha già pubblicato sul "sito clandestino" una pagina in cui racconta le vicissitudini in cui si sta imbattendo, e spiega: "Per affrontare la censura cinese, Wikileaks ha attivato molti siti di backup come wikileaks.be (Belgio) e wikileaks.de (Germania), che rimangono attivi. Wikileaks non si sarebbe mai aspettato di utilizzare questi server alternativi per gestire gli attacchi della censura che provengono proprio dagli Stati Uniti". "L'ordinanza - insistono i gestori del sito - è chiaramente incostituzionale e viola i limiti della giurisdizione. Wikileaks continuerà a pubblicare e anzi (...) pubblicherà sempre più documenti legati a pratiche bancarie illegali o non etiche".

Ma per i gestori, quanto avvenuto in queste ore potrebbe essere solo l'avvio di un lungo procedimento legale. Il tribunale ha già chiesto a Dynadot di fornire tutti i record ed account amministrativi e qualsiasi altra informazione su wikileaks.org, compresi i contatti, i dati di pagamento e ogni dato, come ad esempio l'indirizzo IP, relativo alle persone "che hanno avuto accesso all'account di quel nome a dominio".

Come ben sanno i lettori di Punto Informatico, i gestori di Wikileaks hanno sempre considerato la propria creatura per quello che è: una "bacheca" su cui chiunque può postare propri materiali. Alle critiche di chi ha accusato il sito di permettere qualsiasi diffamazione, hanno sempre opposto la luce dell'intelligenza collettiva, capace di discernere e trarre conclusioni non affrettate su quanto viene reso pubblico. Credono in una società civile elettronica in cui il controllo e la revisione si possano esercitare dal basso, fra pari, mediante un dibattito democratico e aperto. Un esperimento, evidentemente, reso possibile dalla rete.

gatosan — 2008-02-28 GTM 1 @ 20:03 Tags:

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SOLDATI INGLESI HANNO TORTURATO E UCCISO 22 IRACHENI

A CURA DI THE DAILY SNACK

Soldati britannici sono stati accusati di avere torturato sino alla morte 22 cittadini iracheni.

Si afferma anche che avrebbero abusato di nove altre persone da loro tenute in custodia.

Le accuse di brutalità, che risalgono al 2004, possono ora essere rese pubbliche dopo che un giudice della corte suprema ha, ieri, tolto l'ordine del silenzio sulla questione.

L'ordine aveva impedito che dettagli delle presunte torture fossero riportati dalla stampa o trasmessi dai media.

Le violenze sarebbero avvenute dopo che le truppe britanniche ebbero subito un'imboscata nella strada che porta da Amara a Bassora.

Dopo uno scontro a fuoco una banda di 31 iracheni sarebbe stata catturata dai soldati e presa in custodia. Furono detenuti nei quartieri generali britannici di Abu-Naji nel sud-est del Iraq.

Delle 31 persone detenute solo nove sopravvissero, ed essi affermano che furono sottoposti a tortura. Pare che i certificati di morte iracheni affermino che i cadaveri degli iracheni che erano stati arrestati mostravano segni di “mutilazioni” e “torture”.

Le famiglie irachene delle vittime e i sopravvissuti stanno ora combattendo per un risarcimento. Cercheranno di ottenere una sentenza della corte suprema che indichi che il governo è legalmente obbligato ad iniziare un'inchiesta sui presunti abusi.

L'ordine del silenzio fu imposto lo scorso dicembre dal Lord Justice Thomas, in una seduta con Mr Justice Silber. Lord Justice Thomas affermò che la “pubblicità negativa” proveniente dal caso sarebbe stata “fortemente indesiderabile”. Ieri però, un altro giudice anziano, il Lord Justice Moses --sempre in seduta con Mr Justice Silber--ha rovesciato il divieto.

Egli ha sentenziato che i procedimenti sarebbero dovuti essere “di dominio pubblico”.

Gli avvocati che rappresentano gli iracheni affermano che le dichiarazioni provenienti dalle presunte vittime sono tra le più sconvolgenti che hanno sentito in 30 anni.

N.d.r.: L'immagine accanto al titolo si riferisce a un precedente caso di violenze su prigionieri commesse da soldati inglesi in Iraq

Titolo originale: " British Soldiers ‘Tortured and Killed’ 22 Iraqis "

Fonte: http://www.dailysnack.com/
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01.02.2008

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

gatosan — 2008-02-28 GTM 1 @ 19:46

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CONFESSIONI SU AL QAEDA: PERCHE' I VIDEO SONO STATI DISTRUTTI?

DI PAUL CRAIG ROBERTS
Counterpunch

Molti americani si accontentano del rapporto redatto dalla Commissione istituita per indagare sull’11 settembre, ma due presidenti della stessa commissione, Thomas Kean e Lee Hamilton non si accontentano. Non è soddisfatto neanche Max Cleland, membro della commissione, nonché senatore americano che si è dimesso dalla Commissione sull’11 settembre dichiarando al Boston Globe (13 nov. 2003): “queste indagini sono compromesse”. Anche l’ex direttore dell’FBI Louis Freeh ha dichiarato al Wall Streeet Journal (17 nov. 2005) che c’erano delle inesattezze nel rapporto della Commissione e che “rimangono domande che necessitano risposte”.

Entrambi, sia Kean che Hamilton, hanno dichiarato in due occasioni, una nel loro libro del 2006 “Senza precedenti: la vera storia della Commissione dell’11 settembre”, e di nuovo il 2 gennaio 2008 al N.Y. Times che ci sono delle inesattezze nel rapporto della Commissione con domande che restano senza una risposta o che hanno avuto una risposta errata.

Il 2 gennaio infatti Kean ed Hamilton hanno accusato la CIA di ostacolare le loro indagini: “Ciò che di sicuro sappiamo è che funzionari di governo hanno deciso di non mettere a conoscenza dei fatti un organo legalmente costituito e creato dal Congresso e dal Presidente per investigare su una delle più grandi tragedie che questo paese ha vissuto. Questo noi lo chiamiamo intralciare”.

Nel loro libro Kean ed Hamilton hanno scritto che non erano in grado di ottenere contatti con i più importanti testimoni che erano in custodia e che erano l’unica possibile fonte di informazioni sul complotto dell’11 settembre.

Le sole informazioni che la Commissione era autorizzata ad ottenere erano quelle che derivavano dagli interrogatori dei presunti capi del complotto, come ad esempio Khalid Sheikh Mohammed, provenienti da fonti terze. Alla Commissione non era consentito interrogare i presunti colpevoli presi in custodia, né tanto meno incontrare coloro che li avevano interrogati. Di conseguenza, scrivono Kean ed Hamilton, “era impossibile valutare l’attendibilità delle informazioni ottenute” poiché ricevute da una terza parte. “Come potevamo dire che qualcuno come Khalid Sheikh Mohammed ci stesse dicendo la verità?”

L’esistenza dei documenti video degli interrogatori fu tenuta segreta alla Commissione sull’11 settembre.

Tali registrazioni sono state distrutte. La distruzione è divenuta un problema poiché la decisione ad essa relativa coinvolge la Casa Bianca e perché potrebbero rivelare dei metodi di tortura che l’amministrazione Bush ha sempre negato di usare.

Quella delle torture è un depistaggio? La Commissione non era incaricata di investigare sui metodi di interrogazione o di trattamento dei detenuti. Alla Commissione era richiesto di investigare la partecipazione di al Qaeda all’attacco dell’11 settembre ed individuare i colpevoli dell’attentato terroristico. Non c’erano valide ragioni per sottrarre al vaglio della Commissione i video delle confessioni che implicano al Qaeda e Osama Bin Laden.

I video furono sottratti all’investigazione della Commissione perché i presunti partecipanti al complotto non hanno mai confessato, non implicano al Qaeda, né tanto meno Bin Laden?

Non ci sono motivi per cui l’amministrazione Bush debba temere la questione delle torture. Il Dipartimento di Giustizia ha infatti legalizzato tale pratica, ed il Congresso ha approvato la relativa normativa, firmata dal presidente Bush, dando retroattiva protezione a coloro che hanno eseguito gli interrogatori e le torture. Il “Military Commission act” che è stato approvato nel settembre 2006 e firmato da Bush nell’ottobre 2006 priva i detenuti delle protezioni previste dalla Convenzione di Ginevra. “Un nemico straniero che combatte illegalmente ed è soggetto a processo da parte della Commissione Militare con tali capi d’accusa non può invocare la Convezione di Ginevra come fonte di diritti”. Altre clausole dell’atto privano i detenuti del diritto a processi rapidi e legittima nei loro confronti la tortura e l’autoincriminazione. La legge ha una postilla che retroattivamente protegge i torturatori da eventuali incriminazioni future contro di loro per crimini di guerra.

È stata forse l’amministrazione Bush a trarre astutamente vantaggio dalla questione sulle torture al fine di esercitare pressioni sulla CIA per la distruzione dei nastri “con le torture”. Ciò che sembra più plausibile è che i nastri con le registrazioni furono distrutti perché non contenevano alcun tipo di confessione dell’attentato da parte dei detenuti. Ciò che Kean ed Hamilton si chiedono è: come facciamo a conoscere la verità sull’accaduto senza alcuna prova?

Ciò che abbiamo è solo la parola che ha dato l’amministrazione Bush, la stessa che disse che Saddam Hussein era in possesso di armi di distruzione di massa, e mentre aveva già un rapporto NIE che diceva che l’Iran aveva concluso il suo programma di armamenti nel 2003, ci diceva che tale paese aveva in corso un programma di armamento nucleare ed era vicino a possedere armi nucleari.

Paul Craig Robert è stato assistente di segreteria al Tesoro sotto l’amministrazione Reagan. Era editore associato del Wall Street Journal e coeditore di National Review. E’ anche coautore di “La tirannia delle buone intenzioni”. Può essere contattato all’indirizzo e-mail: PaulCraigRoberts@yahoo.com

Titolo originale: "Why Were the 9/11 Tapes Destroyed?"

Fonte: http://www.counterpunch.org/
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04.02.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANTO SARNO

gatosan — 2008-02-22 GTM 1 @ 14:10 Tags:

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Istituto Opere Religiose

L'Istituto Opere Religiose è la banca del Vaticano. In deposito 5 miliardi di euro
Ai correntisti offre rendimenti record, impermeabilità ai controlli e segretezza totale

Scandali, affari e misteri
tutti i segreti dello Ior

di CURZIO MALTESE

<B>Scandali, affari e misteri<br /> tutti i segreti dello Ior</B>

LA CHIESA cattolica è l'unica religione a disporre di una dottrina sociale, fondata sulla lotta alla povertà e la demonizzazione del danaro, "sterco del diavolo". Vangelo secondo Matteo: "E' più facile che un cammello passi nella cruna dell'ago, che un ricco entri nel regno dei cieli". Ma è anche l'unica religione ad avere una propria banca per maneggiare affari e investimenti, l'Istituto Opere Religiose.

La sede dello Ior è uno scrigno di pietra all'interno delle mura vaticane. Una suggestiva torre del Quattrocento, fatta costruire da Niccolò V, con mura spesse nove metri alla base. Si entra attraverso una porta discreta, senza una scritta, una sigla o un simbolo. Soltanto il presidio delle guardie svizzere notte e giorno ne segnala l'importanza. All'interno si trovano una grande sala di computer, un solo sportello e un unico bancomat. Attraverso questa cruna dell'ago passano immense e spesso oscure fortune. Le stime più prudenti calcolano 5 miliardi di euro di depositi. La banca vaticana offre ai correntisti, fra i quali come ha ammesso una volta il presidente Angelo Caloia "qualcuno ha avuto problemi con la giustizia", rendimenti superiori ai migliori hedge fund e un vantaggio inestimabile: la totale segretezza. Più impermeabile ai controlli delle isole Cayman, più riservato delle banche svizzere, l'istituto vaticano è un vero paradiso (fiscale) in terra. Un libretto d'assegni con la sigla Ior non esiste. Tutti i depositi e i passaggi di danaro avvengono con bonifici, in contanti o in lingotti d'oro. Nessuna traccia.

Da vent'anni, quando si chiuse il processo per lo scandalo del Banco Ambrosiano, lo Ior è un buco nero in cui nessuno osa guardare. Per uscire dal crac che aveva rovinato decine di migliaia di famiglie, la banca vaticana versò 406 milioni di dollari ai liquidatori. Meno di un quarto rispetto ai 1.159 milioni di dollari dovuti secondo l'allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta. Lo scandalo fu accompagnato da infinite leggende e da una scia di cadaveri eccellenti. Michele Sindona avvelenato nel carcere di Voghera, Roberto Calvi impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, il giudice istruttore Emilio Alessandrini ucciso dai colpi di Prima Linea, l'avvocato Giorgio Ambrosoli freddato da un killer della mafia venuto dall'America al portone di casa.

Senza contare il mistero più inquietante, la morte di papa Luciani, dopo soli 33 giorni di pontificato, alla vigilia della decisione di rimuovere Paul Marcinkus e i vertici dello Ior. Sull'improvvisa fine di Giovanni Paolo I si sono alimentate macabre dicerie, aiutate dalla reticenza vaticana. Non vi sarà autopsia per accertare il presunto e fulminante infarto e non sarà mai trovato il taccuino con gli appunti sullo Ior che secondo molti testimoni il papa portò a letto l'ultima notte.
Era lo Ior di Paul Marcinkus, il figlio di un lavavetri lituano, nato a Cicero (Chicago) a due strade dal quartier generale di Al Capone, protagonista di una delle più clamorose quanto inspiegabili carriere nella storia recente della chiesa. Alto e atletico, buon giocatore di baseball e golf, era stato l'uomo che aveva salvato Paolo VI dall'attentato nelle Filippine. Ma forse non basta a spiegare la simpatia di un intellettuale come Montini, autore della più avanzata enciclica della storia, la Populorum Progressio, per questo prete americano perennemente atteggiato da avventuriero di Wall Street, con le mazze da golf nella fuoriserie, l'Avana incollato alle labbra, le stupende segreterie bionde e gli amici di poker della P2.

Con il successore di papa Luciani, Marcinkus trova subito un'intesa. A Karol Wojtyla piace molto quel figlio di immigrati dell'Est che parla bene il polacco, odia i comunisti e sembra così sensibile alle lotte di Solidarnosc. Quando i magistrati di Milano spiccano mandato d'arresto nei confronti di Marcinkus, il Vaticano si chiude come una roccaforte per proteggerlo, rifiuta ogni collaborazione con la giustizia italiana, sbandiera i passaporti esteri e l'extraterritorialità. Ci vorranno altri dieci anni a Woytjla per decidersi a rimuovere uno dei principali responsabili del crac Ambrosiano dalla presidenza dello Ior. Ma senza mai spendere una parola di condanna e neppure di velata critica: Marcinkus era e rimane per le gerarchie cattoliche "una vittima", anzi "un'ingenua vittima".

Dal 1989, con l'arrivo alla presidenza di Angelo Caloia, un galantuomo della finanza bianca, amico e collaboratore di Gianni Bazoli, molte cose dentro lo Ior cambiano. Altre no. Il ruolo di bonificatore dello Ior affidato al laico Caloia è molto vantato dalle gerarchie vaticane all'esterno quanto ostacolato all'interno, soprattutto nei primi anni. Come confida lo stesso Caloia al suo diarista, il giornalista cattolico Giancarlo Galli, autore di un libro fondamentale ma introvabile, Finanza bianca (Mondadori, 2003). "Il vero dominus dello Ior - scrive Galli - rimaneva monsignor Donato De Bonis, in rapporti con tutta la Roma che contava, politica e mondana. Francesco Cossiga lo chiamava Donatino, Giulio Andreotti lo teneva in massima considerazione. E poi aristocratici, finanzieri, artisti come Sofia Loren. Questo spiegherebbe perché fra i conti si trovassero anche quelli di personaggi che poi dovevano confrontarsi con la giustizia. Bastava un cenno del monsignore per aprire un conto segreto".

A volte monsignor De Bonis accompagnava di persona i correntisti con i contanti o l'oro nel caveau, attraverso una scala, in cima alla torre, "più vicino al cielo". I contrasti fra il presidente Caloia e De Bonis, in teoria sottoposto, saranno frequenti e duri. Commenta Giancarlo Galli: "Un'aurea legge manageriale vuole che, in caso di conflitto fra un superiore e un inferiore, sia quest'ultimo a soccombere. Ma essendo lo Ior istituzione particolarissima, quando un laico entra in rotta di collisione con una tonaca non è più questione di gradi".

La glasnost finanziaria di Caloia procede in ogni caso a ritmi serrati, ma non impedisce che l'ombra dello Ior venga evocata in quasi tutti gli scandali degli ultimi vent'anni. Da Tangentopoli alle stragi del '93 alla scalata dei "furbetti" e perfino a Calciopoli. Ma come appare, così l'ombra si dilegua. Nessuno sa o vuole guardare oltre le mura impenetrabili della banca vaticana.

L'autunno del 1993 è la stagione più crudele di Tangentopoli. Subito dopo i suicidi veri o presunti di Gabriele Cagliari e di Raul Gardini, la mattina del 4 ottobre arriva al presidente dello Ior una telefonata del procuratore capo del pool di Mani Pulite, Francesco Saverio Borrelli: "Caro professore, ci sono dei problemi, riguardanti lo Ior, i contatti con Enimont...". Il fatto è che una parte considerevole della "madre di tutte le tangenti", per la precisione 108 miliardi di lire in certificati del Tesoro, è transitata dallo Ior. Sul conto di un vecchio cliente, Luigi Bisignani, piduista, giornalista, collaboratore del gruppo Ferruzzi e faccendiere in proprio, in seguito condannato a 3 anni e 4 mesi per lo scandalo Enimont e di recente rispuntato nell'inchiesta "Why Not" di Luigi De Magistris. Dopo la telefonata di Borrelli, il presidente Caloia si precipita a consulto in Vaticano da monsignor Renato Dardozzi, fiduciario del segretario di Stato Agostino Casaroli. "Monsignor Dardozzi - racconterà a Galli lo stesso Caloia - col suo fiorito linguaggio disse che ero nella merda e, per farmelo capire, ordinò una brandina da sistemare in Vaticano. Mi opposi, rispondendogli che avrei continuato ad alloggiare all'Hassler. Tuttavia accettai il suggerimento di consultare d'urgenza dei luminari di diritto. Una risposta a Borrelli bisognava pur darla!". La risposta sarà di poche ma definitive righe: "Ogni eventuale testimonianza è sottoposta a una richiesta di rogatoria internazionale".

I magistrati del pool valutano l'ipotesi della rogatoria. Lo Ior non ha sportelli in terra italiana, non emette assegni e, in quanto "ente fondante della Città del Vaticano", è protetto dal Concordato: qualsiasi richiesta deve partire dal ministero degli Esteri. Le probabilità di ottenere la rogatoria in queste condizioni sono lo zero virgola. In compenso l'effetto di una richiesta da parte dei giudici milanesi sarebbe devastante sull'opinione pubblica. Il pool si ritira in buon ordine e si accontenta della spiegazione ufficiale: "Lo Ior non poteva conoscere la destinazione del danaro".

Il secondo episodio, ancora più cupo, risale alla metà degli anni Novanta, durante il processo per mafia a Marcello Dell'Utri. In video conferenza dagli Stati Uniti il pentito Francesco Marino Mannoia rivela che "Licio Gelli investiva i danari dei corleonesi di Totò Riina nella banca del Vaticano". "Lo Ior garantiva ai corleonesi investimenti e discrezione". Fin qui Mannoia fornisce informazioni di prima mano. Da capo delle raffinerie di eroina di tutta la Sicilia occidentale, principale fonte di profitto delle cosche. Non può non sapere dove finiscono i capitali mafiosi. Quindi va oltre, con un'ipotesi. "Quando il Papa (Giovanni Paolo II, ndr) venne in Sicilia e scomunicò i mafiosi, i boss si risentirono soprattutto perché portavano i loro soldi in Vaticano. Da qui nacque la decisione di far esplodere due bombe davanti a due chiese di Roma". Mannoia non è uno qualsiasi.

E' secondo Giovanni Falcone "il più attendibile dei collaboratori di giustizia", per alcuni versi più prezioso dello stesso Buscetta. Ogni sua affermazione ha trovato riscontri oggettivi. Soltanto su una non si è proceduto ad accertare i fatti, quella sullo Ior. I magistrati del caso Dell'Utri non indagano sulla pista Ior perché non riguarda Dell'Utri e il gruppo Berlusconi, ma passano le carte ai colleghi del processo Andreotti. Scarpinato e gli altri sono a conoscenza del precedente di Borrelli e non firmano la richiesta di rogatoria. Al palazzo di giustizia di Palermo qualcuno in alto osserva: "Non ci siamo fatti abbastanza nemici per metterci contro anche il Vaticano?".

Sulle trame dello Ior cala un altro sipario di dieci anni, fino alla scalata dei "furbetti del quartierino". Il 10 luglio dell'anno scorso il capo dei "furbetti", Giampiero Fiorani, racconta in carcere ai magistrati: "Alla Bsi svizzera ci sono tre conti della Santa Sede che saranno, non esagero, due o tre miliardi di euro". Al pm milanese Francesco Greco, Fiorani fa l'elenco dei versamenti in nero fatti alle casse vaticane: "I primi soldi neri li ho dati al cardinale Castillo Lara (presidente dell'Apsa, l'amministrazione del patrimonio immobiliare della chiesa, ndr), quando ho comprato la Cassa Lombarda. M'ha chiesto trenta miliardi di lire, possibilmente su un conto estero".

Altri seguiranno, molti a giudicare dalle lamentele dello stesso Fiorani nell'incontro con il cardinale Giovanni Battista Re, potente prefetto della congregazione dei vescovi e braccio destro di Ruini: "Uno che vi ha sempre dato i soldi, come io ve li ho sempre dati in contanti, e andava tutto bene, ma poi quando è in disgrazia non fate neanche una telefonata a sua moglie per sapere se sta bene o male".
Il Vaticano molla presto Fiorani, ma in compenso difende Antonio Fazio fino al giorno prima delle dimissioni, quando ormai lo hanno abbandonato tutti. Avvenire e Osservatore Romano ripetono fino all'ultimo giorno di Fazio in Bankitalia la teoria del "complotto politico" contro il governatore. Del resto, la carriera di questo strano banchiere che alle riunioni dei governatori centrali non ha mai citato una volta Keynes ma almeno un centinaio di volte le encicliche, si spiega in buona parte con l'appoggio vaticano. In prima persona di Camillo Ruini, presidente della Cei, e poi di Giovanni Battista Re, amico intimo di Fazio, tanto da aver celebrato nel 2003 la messa per il venticinquesimo anniversario di matrimonio dell'ex governatore con Maria Cristina Rosati.

Naturalmente neppure i racconti di Fiorani aprono lo scrigno dei segreti dello Ior e dell'Apsa, i cui rapporti con le banche svizzere e i paradisi fiscali in giro per il mondo sono quantomeno singolari. E' difficile per esempio spiegare con esigenze pastorali la decisione del Vaticano di scorporare le Isole Cayman dalla naturale diocesi giamaicana di Kingston, per proclamarle "missio sui iuris" alle dirette dipendenze della Santa Sede e affidarle al cardinale Adam Joseph Maida, membro del collegio dello Ior.

Il quarto e ultimo episodio di coinvolgimento dello Ior negli scandali italiani è quasi comico rispetto ai precedenti e riguarda Calciopoli. Secondo i magistrati romani Palamara e Palaia, i fondi neri della Gea, la società di mediazione presieduta dal figlio di Moggi, sarebbero custoditi nella banca vaticana. Attraverso i buoni uffici di un altro dei banchieri di fiducia della Santa Sede dalla fedina penale non immacolata, Cesare Geronzi, padre dell'azionista di maggioranza della Gea. Nel caveau dello Ior sarebbe custodito anche il "tesoretto" personale di Luciano Moggi, stimato in 150 milioni di euro. Al solito, rogatorie e verifiche sono impossibili. Ma è certo che Moggi gode di grande considerazione in Vaticano. Difeso dalla stampa cattolica sempre, accolto nei pellegrinaggi a Lourdes dalla corte di Ruini, Moggi è da poco diventato titolare di una rubrica di "etica e sport" su Petrus, il quotidiano on-line vicino a papa Benedetto XVI, da dove l'ex dirigente juventino rinviato a giudizio ha subito cominciato a scagliare le prime pietre contro la corruzione (altrui).

Con l'immagine di Luciano Moggi maestro di morale cattolica si chiude l'ultima puntata dell'inchiesta sui soldi della Chiesa. I segreti dello Ior rimarranno custoditi forse per sempre nella torre-scrigno. L'epoca Marcinkus è archiviata ma l'opacità che circonda la banca della Santa Sede è ben lontana dallo sciogliersi in acque trasparenti. Si sa soltanto che le casse e il caveau dello Ior non sono mai state tanto pingui e i depositi continuano ad affluire, incoraggiati da interessi del 12 per cento annuo e perfino superiori. Fornire cifre precise è, come detto, impossibile. Le poche accertate sono queste. Con oltre 407 mila dollari di prodotto interno lordo pro capite, la Città del Vaticano è di gran lunga lo "stato più ricco del mondo", come si leggeva nella bella inchiesta di Marina Marinetti su Panorama Economy. Secondo le stime della Fed del 2002, frutto dell'unica inchiesta di un'autorità internazionale sulla finanza vaticana e riferita soltanto agli interessi su suolo americano, la chiesa cattolica possedeva negli Stati Uniti 298 milioni di dollari in titoli, 195 milioni in azioni, 102 in obbligazioni a lungo termine, più joint venture con partner Usa per 273 milioni.

Nessuna autorità italiana ha mai avviato un'inchiesta per stabilire il peso economico del Vaticano nel paese che lo ospita. Un potere enorme, diretto e indiretto. Negli ultimi decenni il mondo cattolico ha espugnato la roccaforte tradizionale delle minoranze laiche e liberali italiane, la finanza. Dal tramonto di Enrico Cuccia, il vecchio azionista gran nemico di Sindona, di Calvi e dello Ior, la "finanza bianca" ha conquistato posizioni su posizioni. La definizione è certo generica e comprende personaggi assai distanti tra loro. Ma tutti in relazione stretta con le gerarchie ecclesiastiche, con le associazioni cattoliche e con la prelatura dell'Opus Dei. In un'Italia dove la politica conta ormai meno della finanza, la chiesa cattolica ha più potere e influenza sulle banche di quanta ne avesse ai tempi della Democrazia Cristiana.
(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)

gatosan — 2008-02-17 GTM 1 @ 15:03 Tags:

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