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Aldo Moro e Gheddafi

Dall'archivio privato del politico ucciso trenta anni fa dalle Brigate Rosse
spuntano carte segrete con particolari inediti della sua attività di ministro degli Esteri

Aldo Moro e quella mano tesa
verso la Libia di Gheddafi

Quando era alla Farnesina mise in atto una politica filoaraba, favorendo la vendita di armi
di ALBERTO CUSTODERO


Aldo Moro e quella mano tesa verso la Libia di Gheddafi

Aldo Moro

ROMA - Aldo Moro era favorevole a vendere armi ai Paesi arabi amici non solo a quelli più moderati, ma anche aerei e elicotteri da addestramento alla Libia di Gheddafi. A trent'anni dal sequestro da parte delle Brigate Rosse, spuntano dall'archivio privato di Moro alcune carte segrete che svelano particolari inediti della sua attività di ministro degli Esteri nel periodo a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta.

Nelle pagine ancora sconosciute della sua lunga attività di ministro degli Esteri durata dal 1969 al 1974 durante la quale avviò la nuova fase "mediterranea" della politica estera italiana, emerge, a sorpresa, un Moro "consapevole - come ha osservato lo storico Agostino Giovagnoli - che il mercato degli armamenti giocava in quegli anni un ruolo importante in politica estera".

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Dietro quella sua aria "imperturbabile - così Gaetano Scardocchia lo descriveva ai quei tempi - e quella espressione intensamente enigmatica che aveva sempre uguale in tutti i suoi viaggi", il ministro degli Esteri Moro era favorevole che l'Italia (che stava vivendo un periodo di crisi), fornisse armamenti, seppur con "discrezione", soprattutto ai Paesi arabi produttori di petrolio, compresa la Libia del colonnello Gheddafi. Nel tentativo di ingraziarsi quei Paesi del mediterraneo, la ricerca di nuovi canali diplomatici si fece intensa ed avventurosa.

La sintesi della politica estera di Aldo Moro a proposito della questione araba è riassunta in un telegramma classificato segreto a firma Moro del 26 settembre 1969, spedito da Tunisi, alle ore 22, per il presidente del consiglio Emilio Colombo e quello della Repubblica Giuseppe Saragat intitolato "posizone Tunisia". Con estrema chiarezza, da quel documento inedito redatto durante la sua visita a Bourghiba, emerge la svolta rispetto all'azione di Amintore Fanfani agli Esteri durante gli anni del centro-sinistra, dal 1965 al 1968. Moro, da poco insediato alla Farnesina, traccia le linee fondamentali della sua politica estera che seguirà fino al '74, mantenendo l'Italia in equilibrio fra arabi e Europa continentale da una parte, e inglesi e americani dall'altra.

"La nostra politica - enuncia Moro - proprio in quanto solo Paese che sia stato sin qui in grado di conservare rapporti diplomatici con tutti i Paesi arabi, è stata sempre quella di facilitare il ritorno degli occidentali negli Stati da cui erano stati estromessi, e quindi auspichiamo una politica che rafforzi la presenza dei nostri alleati". La politica, però, non basta. "Oggi più che mai - prosegue Moro - si tratta di agire con discrezione puntando ogni sforzo su metodi politici, economici, e comunque di apertura verso quelle ragionevoli richieste di forniture anche militari, purché eseguite con discrezione". Dalle armi, all'insofferenza verso la politica anglo-americana. Ancora Moro: "Noi abbiamo regolarmente, e di recente anche i francesi, fatto toccare i porti tunisini da nostre unità navali, ma se vedremmo con favore visite da parte di unità della Marina Turca, non potremmo non avere riserve di fronte ad affacciarsi di unità britanniche e americane che, mentre sul momento potrebbero dare soddisfazione a Bourghiba, non tarderebbero a rivelarsi un'arma controproducente sostanziando i sospetti che Tripoli nutre nei confronti dei due predetti Paesi".

Moro non esita, un anno dopo, il 6 settembre del 1970 (all'indomani della presa del potere dei colonnelli in Libia del primo settembre del 1969), a ricevere discretamente dal ministro della giustizia tunisino Bourghiba jr "interessanti indicazioni" sulla situazione libica (fornendo una curiosa interpretazione sulla cacciata della comunità italiana da parte di Gheddafi). Ecco cosa annota Moro in un telegramma segreto diretto al capo dello Stato e al premier: "L'esproprio e la cacciata della comunità italiana servono in parte anche a coprire la ritirata ideologica di Gheddafi sul fronte della lotta a Israele, oltre che a ribadire il carattere rivoluzionario del regime. I Colonnelli han bisogno di gesti del genere (anche nel settore del petrolio, ove si contenteranno per ora dell'aumento del prezzo), così come continueranno ad avere bisogno di complotti, veri o falsi. A organizzare questi ultimi pensano i servizi speciali egiziani".

È solo nel 1971, però, che Aldo Moro incontra per la prima volta il presidente Gheddafi. Era il 5 maggio, un momento di particolare tensione fra i due Paesi: a partire dall'annuncio del Colonnello libico del 21 luglio 1970, furono espulsi 12 mila italiani in tre mesi: la reazione del governo di Roma fu improntata ad un dialogo da cui, per motivi economici, politici e strategici, non sembrava poter prescindere. Il faccia a faccia Moro-Gheddafi è riassunto in un telex segreto spedito in Italia 5 giorni dopo, a firma Roberto Gaja, segretario generale del ministero degli Affari esteri.

Alla domanda del Colonnello se, a parere degli italiani, "gli americani possano esercitare pressione determinante", il ministro degli Esteri rispose che "possono svolgere un'azione importante entro certi limiti, dovendo fronteggiare nel Mediterraneo la presenza Sovietica". "Ad accenno libico a possibili forniture italiane di armamenti", è stato risposto da Moro che "l'Italia è sempre contraria per un principio generale della sua politica a simili iniziative". "Non si è esclusa, però, fornitura mezzi di trasporto navale ed aerei, in particolare elicotteri o aerei da addestramento".

Dal Nord Africa al Medio Oriente, Moro continua a tessere la sua strategia diplomatica, mantenendosi sempre informato sul mercato internazionale delle armi. Nel 1970 incontra lo Scià di Persia che gli confida di acquistare armi dall'Unione Sovietica. Il curioso e inedito particolare è contenuto in un telegramma riservato spedito alle due massime autorità italiane il 17 settembre. In quel momento di grave crisi in Medio Oriente, "lo Scià - riferisce Moro - non ha mancato muovere qualche critica agli Stati Uniti, per le passate incertezze, e per il subitaneo accostamento all'Urss, la cui influenza vorrebbe contraddittoriamente contenere ed estromettere. L'Iran (mi ha detto lo Scià), pur restando fedele alle sue alleanze ed amicizie, è riuscito a migliorare e equilibrare i suoi rapporti con l'Urss con cui ormai intrattiene relazioni seguite nel campo economico e industriale e finanche in quello delle forniture di armamenti".

Lo Scià - prosegue Moro - a proposito della necessità di una più stretta cooperazione fra Europa e Iran - "ha rilevato che i progressisti arabi intendono fare del petrolio, di cui hanno le più grandi riserve, la loro arma per ricattare l'Occidente. Di fronte a questi dichiarati propositi, gli riuscivano incomprensibili le esitazioni occidentali nel far leva sull'Iran sia aumentando le importazioni di grezzo, sia rafforzandone l'economia".

(9 agosto 2008)

gatosan — 2008-08-09 GTM 1 @ 13:35 Tags:

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tagli alle tasse

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gatosan — 2008-07-13 GTM 1 @ 20:05 Tags:

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l'energia fai-da-te ci salverà dal nucleare

Le centrali sono una "soluzione di retroguardia" e non risolveranno il problema
Dopo l'incidente di Krsko il guru dell'economia all'idrogeno spiega perché l'Italia sbaglia

Rifkin, l'energia fai-da-te
così ci salveremo dal nucleare

di RICCARDO STAGLIANÒ


<b>Rifkin, l'energia fai-da-te<br /> così ci salveremo dal nucleare</b>

Jeremy Rifkin

UNA fatica inutile. Perché se anche rimpiazzassimo nei prossimi anni tutte le centrali nucleari esistenti nel mondo, il risparmio di emissioni sarebbe comunque un'inezia. Un quarto di quel che serve per cominciare a rimettere le briglie a un clima impazzito. Jeremy Rifkin non ha dubbi: quella atomica è una strada sbagliata, di retroguardia. Come curare malattie nuovissime con la penicillina. E non c'è neppure bisogno dei campanelli di allarme tipo Krsko per capirlo.

Basta guardare i numeri senza le lenti dell'ideologia. Proprio l'attitudine che, in Italia, scarseggia di più per il guru dell'economia all'idrogeno. Si vedrebbe così che l'uranio, come il petrolio, presto imboccherà la sua parabola discendente: ce ne sarà di meno e costerà di più. E che il problema dello smaltimento delle scorie è drammaticamente aperto anche negli Stati Uniti dove lo studiano da anni. "Vi immaginate uno scenario tipo Napoli, ma dove i rifiuti fossero radioattivi?" è il suo inquietante memento. Meglio puntare su quella che lui chiama la "terza rivoluzione industriale".

L'incidente all'impianto sloveno arroventa il dibattito italiano, a pochi giorni dall'annuncio del ritorno al nucleare. Cosa ne pensa?
"Ho parlato con persone che hanno conoscenza di prima mano dell'incidente, e mi hanno tranquillizzato. Non ci sono state fughe radioattive e il governo ha gestito bene tutta la vicenda. Ho lavorato con l'amministrazione Jan%u0161a e posso dire che hanno sempre dimostrato una leadership illuminata nel traghettare la Slovenia verso le energie rinnovabili. Non posso dire lo stesso di tutti i paesi europei, ma posso lodare le politiche energetiche di Ljubljana".



Superata questa crisi, in generale possiamo sentirci sicuri?
"Il problema col nucleare è che si tratta di un'energia con basse probabilità di incidente, ma ad alto rischio. Ovvero: non succede quasi mai niente di brutto, ma se qualcosa va storto può essere una catastrofe. Come Chernobyl".

Il governo italiano ha confermato l'inizio della costruzione delle nuove centrali entro il 2013. Coerenza o azzardo?
"Non capisco i termini della discussione in corso in Italia. Amo il vostro paese, lo seguo da anni ma questa volta mi sento davvero perso. I sostenitori dicono: il nucleare è pulito, non produce diossido di carbonio, quindi contribuirà a risolvere il cambiamento climatico. Un ragionamento che non torna se solo si guarda allo scenario globale. Oggi sono in funzione nel mondo 439 centrali nucleari e producono circa il 5% dell'energia totale. Nei prossimi 20 anni molte di queste centrali andranno rimpiazzate. E nessuno dei top manager del settore energetico crede che lo saranno in una misura maggiore della metà. Ma anche se lo fossero tutte si tratterebbe di un risparmio del 5%. Ora, per avere un qualche impatto nel ridurre il riscaldamento del pianeta, si dovrebbe ridurre del 20% il Co2, un risultato che certo non può venire da qui".

Un finto argomento quindi quello del nucleare "verde"?
"Non in assoluto, ma relativamente alla realtà, sì. Perché il passaggio al nucleare avesse un impatto sull'ambiente bisognerebbe costruire 3 centrali ogni 30 giorni per i prossimi 60 anni. Così facendo fornirebbe il 20% di energia totale, la soglia critica che comincia a fare una differenza. C'è qualcuno sano di mente che pensa che si potrebbe procedere a questo ritmo? La Cina ha ordinato 44 nuove centrali nei prossimi 40 anni per raddoppiare la sua potenza produttiva. Ma si avvia ad essere il principale consumatore di energia...".

Ci sono altri ostacoli lungo questa strada?
"Io ne conto cinque, e adesso vi dico il secondo. Non sappiamo ancora come trasportare e stoccare le scorie. Gli Stati Uniti hanno straordinari scienziati e hanno investito 8 miliardi di dollari in 18 anni per stoccare i residui all'interno delle montagne Yucca dove avrebbero dovuto restare al sicuro per quasi 10 mila anni. Bene, hanno già cominciato a contaminare l'area nonostante i calcoli, i fondi e i super-ingegneri. Davvero l'Italia crede di poter far meglio di noi? L'esperienza di Napoli non autorizza troppo ottimismo. E questa volta i rifiuti sarebbero nucleari, con conseguenze inimmaginabili".

Ecoballe all'uranio, un pensiero da brividi. E il terzo ostacolo?
"Stando agli studi dell'agenzia internazionale per l'energia atomica l'uranio comincerà a scarseggiare dal 2025-2035. Come il petrolio sta per raggiungere il suo peak. I prezzi, quindi, andranno presto su. Ciò si ripercuoterà sui costi per produrre energia togliendo ulteriori argomenti a questo malpensato progetto. Aggiungo il quarto punto. Si potrebbe puntare sul plutonio. Ma con quello è più facile costruire bombe. La Casa Bianca e molti altri governi fanno un gran parlare dei rischi dell'atomica in mani nemiche. Ma i governi buoni di oggi diventano le canaglie di domani".

Siamo arrivati così all'ultima considerazione. Qual è?
"Che non c'è abbastanza acqua nel mondo per gestire impianti nucleari. Temo che non sia noto a tutti che circa il 40% dell'acqua potabile francese serve a raffreddare i reattori. L'estate di cinque anni fa, quando molti anziani morirono per il caldo, uno dei danni collaterali che passarono sotto silenzio fu che scarseggiò l'acqua per raffreddare gli impianti. Come conseguenza fu ridotta l'erogazione di energia elettrica. E morirono ancora più anziani per mancanza di aria condizionata".

Se questi sono i dati che uso ne fa la politica?
"Posso sostenere un dibattito con qualsiasi statista sulla base di questi numeri e dimostrargli che sono giusti, inoppugnabili. Ma la politica a volte segue altre strade rispetto alla razionalità. E questo discorso, anche in Italia, è inquinato da considerazioni ideologiche".

In che senso? C'è un'energia di destra e una di sinistra?
"Direi modelli energetici élitari e altri democratici. Il nucleare è centralizzato, dall'alto in basso, appartiene al XX secolo, all'epoca del carbone. Servono grossi investimenti iniziali e altrettanti di tipo geopolitico per difenderlo".

E il modello democratico, invece?
"È quello che io chiamo la "terza rivoluzione industriale". Un sistema distribuito, dal basso verso l'alto, in cui ognuno si produce la propria energia rinnovabile e la scambia con gli altri attraverso "reti intelligenti" come oggi produce e condivide l'informazione, tramite internet".

Immagina che sia possibile applicarlo anche in Italia?
"Sta scherzando? Voi siete messi meglio di tutti: avete il sole dappertutto, il vento in molte località, in Toscana c'è anche il geotermico, in Trentino si possono sfruttare le biomasse. Eppure, con tutto questo ben di dio, siete indietro rispetto a Germania, Scandinavia e Spagna per quel che riguarda le rinnovabili".

Ci dica come si affronta questa transizione.
"Bisogna cominciare a costruire abitazioni che abbiano al loro interno le tecnologie per produrre energie rinnovabili, come il fotovoltaico. Non è un'opzione, ma un obbligo comunitario quello di arrivare al 20%: voi da dove avete cominciato? Oggi il settore delle costruzioni è il primo fattore di riscaldamento del pianeta, domani potrebbe diventare parte della soluzione. Poi serviranno batterie a idrogeno per immagazzinare questa energia. E una rete intelligente per distribuirla".

Oltre che motivi etici, sembrano essercene anche di economici molto convincenti. È così?
"In Spagna, che sta procedendo molto rapidamente verso le rinnovabili, alcune nuove compagnie hanno fatto un sacco di soldi proprio realizzando soluzioni "verdi". Il nucleare, invece, è una tecnologia matura e non creerà nessun posto di lavoro. Le energie alternative potrebbero produrne migliaia".

A questo punto solo un pazzo potrebbe scegliere un'altra strada. Eppure non è solo Roma ad aver riconsiderato il nucleare. Perché?
"Credo che abbia molto a che fare con un gap generazionale. E ve lo dice uno che ha 63 anni. I vecchi politici, cresciuti con la sindrome del controllo, si sentono più a loro agio in un mondo in cui anche l'energia è somministrata da un'entità superiore".

(7 giugno 2008)

gatosan — 2008-06-07 GTM 1 @ 18:33 Tags:

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ex vescovo indagato per aver coperto un prete pedofilo

Maggiolini iscritto sul registro degli indagati nel processo dell'ex parroco di Laglio
Nel 2004 convocò in Curia don Stefanoni riferendogli dell'indagine a suo carico

Pedofilia, l'ex vescovo di Como
indagato per favoreggiamento


<B>Pedofilia, l'ex vescovo di Como<br /> indagato per favoreggiamento</B>

Monsignor Maggiolini

COMO - Sul registro degli indagati della procura di Como è stato iscritto il nome di Alessandro Maggiolini, vescovo emerito della città lariana, con l'accusa di reato di favoreggiamento personale nei confronti di don Mauro Stefanoni, ex parroco di Laglio, attualmente a processo per violenza sessuale. Secondo l'ipotesi accusatoria, Maggiolini il 16 novembre del 2004 avrebbe convocato in Curia don Stefanoni per riferirgli dell'indagine penale a suo carico.

Proprio ieri, a conclusione della requisitoria durata oltre quattro ore, il pm Vittoria Isella ha chiesto che il sacerdote sia condannato a otto anni di reclusione. La notizia dell'iscrizione sul registro degli indagati nei confronti dell'ex vescovo - non ancora confermata dalla procura - è giunta a margine del processo che vede sul banco degli imputati don Stefanoni.

Il religioso è accusato di violenza sessuale nei confronti di un ex parrocchiano minorenne, affetto da un lieve ritardo mentale, che nel 2004 lo denunciò prima ai suoi compagni di scuola e ai familiari e in un secondo momento all'autorità giudiziaria. Stefanoni ha sempre respinto tutte le accuse, ma secondo quanto ha ricostruito in aula il pm "la videocassetta omopornografica trovata nella casa parrocchiale, la tipologia dei film acquistati sulla tv via satellite, i siti internet navigati, le chat frequentate, i soprannomi utilizzati e i rapporti intrattenuti con un suo ex parrocchiano di Ponte Tresa costituiscono una cornice perfetta per il quadro dipinto dalla vittima".

L'iscrizione del vescovo è indirettamente emersa nel corso della requisitoria del viceprocuratore della Repubblica di Como Maria Vittoria Isella. Il magistrato ha ripercorso la vicenda, sostenendo che l'inchiesta è nata sostanzialmente zoppa, dato che durante la fase delle indagini preliminari l'imputato era stato avvisato dell'esistenza delle stesse e di conseguenza furono impediti alcuni accertamenti. Che l'avviso fosse partito dal vescovo era emerso dalle indagini della polizia, dalle intercettazioni telefoniche e infine dallo stesso parroco di Laglio, che in aula aveva ammesso di essere stato convocato in Curia e poi avvisato da Maggiolini dell'esistenza di una denuncia a suo carico.

Nel pomeriggio sono intervenuti gli avvocati Bomparola e Martinelli, che difendono don Mauro. "Le accuse nei confronti del nostro assistito sono frutto di una macchinazione che ha preso spunto dalle devianze e dalle fantasie mentali di quel ragazzino" hanno detto i difensori, che puntano molto su una perizia medica.

Riguardo alla vicenda la Curia comasca ha sempre difeso l'indagato e lo stesso Maggiolini diffuse un comunicato per criticare gli organi stampa che si occuparono del caso:"Non si riesce a capire - scrisse - il perché di questa insistenza nell'accusare un prete che non è ancora stato condannato e c'è da augurarsi che non lo sia. Un cittadino è da considerare innocente finchè non sia giudicato con sentenza definitiva". Maggiolini chiarì anche perché, fino a quel momento, non avesse assunto una posizione ufficiale: "La Curia ha taciuto perché è meglio il silenzio che il cicaleccio, quando le vicende non sono ancora chiarite". Infine sottolineò che "la gente semplice e pacata guarda a don Mauro nella speranza di vederlo reintegrato pienamente nell'attività del ministero sacerdotale. Il resto è chiacchiera non sempre del tutto benevola. Per don Mauro prego. A lui sono vicino con affetto".

La sua opinione fu molto criticata: non solo don Mauro non fu mai sospeso in attesa di chiarire la sua posizione, ma, dopo un periodo di arresti domiciliari e l'autosospensione "per ragioni di salute", fu trasferito a Colico (Lecco) come coadiutore a contatto con bambini.

(13 maggio 2008)

gatosan — 2008-05-13 GTM 1 @ 18:10 Tags:

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suora schiava scappa

Roma, religiosa di origini filippine scappa dal convento
La madre superiora sotto accusa nega e parla di una vendetta

Confessione choc di una suora
"Io, trattata come una schiava"

<B>Confessione choc di una suora<br />

Il convento albergo delle suore dello Spirito Santo

di MARINO BISSO e CARLO PICOZZA
ROMA - Scappa dal convento e si rifugia in un centro contro la violenza alle donne. È la storia di una suora trattata come schiava. Vittima di ricatti psicologici, si sottopone a visita ginecologica per far certificare la sua verginità. Angherie e vessazioni: cure mediche negate, mortificazioni e punizioni come "il bacio al pavimento". Le accuse sono finite ora al centro di un'inchiesta della procura di Roma che ha iscritto la madre superiora nel registro degli indagati contestandole il reato di maltrattamenti.

Il racconto choc della suora è stato confermato da due consorelle sentite ieri a palazzo di giustizia a Roma. L'inchiesta è coordinata dal sostituto procuratore Nicola Maiorano che ha affidato le indagini alla polizia giudiziaria diretta dal vicequestore Orlando Parrella.

Scenario dei presunti maltrattamenti è un convento, vicino all'ospedale Gemelli, della Congregazione dello Spirito Santo, che funziona da "albergo a una stella". Vittima, suor Maria (chiamiamola così), nata 48 anni fa nelle Filippine e sbarcata a Roma nel giugno del '97. Un anno fa, l'otto marzo giorno dedicato alle donne, la religiosa lo ricorda così: "Sono stata costretta ad allontanarmi dal convento perché gravemente ammalata e vittima di maltrattamenti da parte delle mie superiore". "Ora", continua, "ho trovato rifugio in un centro antiviolenza". Le sue sofferenze sono condensate in una denuncia presentata dall'avvocato Teresa Manente, dell'ufficio legale di "Differenza donna".

Al centro antiviolenza era stata accompagnata da due connazionali dell'associazione "Donne filippine". Una ventina di giorni dopo, "colpita da una grave emorragia", era stata costretta a lasciare il centro alla volta dell'ospedale San Camillo per essere operata. "Nonostante fossi gravemente malata da tempo", racconta, "la madre superiora mi privava di qualsiasi cura e assistenza medica, delle medicine e mi ordinava di continuare a lavorare". Già, i lavori: "Quando sono arrivata a Roma con altre consorelle", ricorda suor Maria, "mi era stato detto che avrei dovuto imparare l'italiano e dedicarmi all'apostolato con periodi di formazione e meditazione". "Ma - continua - ho sempre e solo lavorato nel convento che, in realtà, è una pensione a una stella, "Albergo suore dello Spirito Santo", con oltre 50 stanze". All'inizio, "da sola, dovevo preparare ogni giorno colazione, pranzo e cena per almeno 15 persone: al lavoro alle 6 per far mangiare le consorelle; alle 6.30 preghiera e messa e alle 8.30 servivo le colazioni in refettorio. Poi di nuovo ai fornelli per il pranzo delle 12.30. Quindi rassettavo la cucina per tornarvi alle 17 a preparare la cena". "Tre giorni a settimana, tra le 15 e le 17, pulizie in chiesa".

Cinque mesi e, "nel dicembre 1997, mi comparvero spaccature della pelle sulle mani: "Dermatite grave", diagnosticò il dermatologo", invitandola a tenere al riparo le mani. Ma la superiora minimizza e prescrive un'altra terapia: "Crema e guanti di gomma". "Le ferite facevano molto male ma non avevo il coraggio di chiedere di cambiare mansioni per paura che la superiora si arrabbiasse e mi accusasse di non aver voglia di lavorare". Ma le piaghe si infettano. Arriva la febbre. "Allora mi accompagnò in ospedale: il dermatologo avvertì che l'infezione metteva a rischio le dita". A suor Maria viene assegnato un altro lavoro: "Lavare e stirare biancheria di consorelle e ospiti". Tra le mura della Congregazione, suor Maria viene "sottoposta a continue aggressioni e umiliazioni". "Mi venivano consegnati 20 euro al mese", racconta, "e di ogni acquisto dovevo mostrare alla superiora gli scontrini". Quest'ultima, alcune settimane fa, è stata interrogata. Assistita dall'avvocato Stefano Merlini ha negato gli addebiti dicendo di essere vittima di una vendetta e di accuse inventate dalle tre suore.

(11 aprile 2008)

gatosan — 2008-04-12 GTM 1 @ 00:40 Tags:

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prego, ammazzateci pure, tanto siamo solo italiani...

Dieci anni dopo il pilota chiede clemenza e rivela: ci fu un accordo sulla condanna
I due militari Usa non vogliono essere radiati con disonore

"Cermis, patto segreto
dietro il processo"

di ANDREA VISCONTI


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NEW YORK - A dieci anni dalla tragedia del Cermis il pilota e il co-pilota del Prowler che il 3 febbraio 1998 tranciò i cavi della funivia di Cavalese non sono ancora convinti di meritare di essere radiati dai Marines con disonore. È in corso infatti una procedura in appello per Richard Ashby e Joseph Schweitzer che quel giorno erano ai comandi di un aereo decollato da Aviano che aveva sorvolato Cavalese in maniera spericolata.

Velocità eccessiva e violazione dei limiti minimi di altitudine di volo furono i fattori esaminati dalla Corte marziale che scagionò i due Marines dall'accusa di omicidio colposo. Furono però radiati con disonore dalle forze militari per avere interferito con la giustizia. Avevano nascosto un videotape che riprendeva le manovre spericolate di quel giorno e lo avevano distrutto gettandolo il un falò. Una punizione all'acqua di rose: Ashby fu condannato a sei mesi di reclusione, di cui ne scontò solo quattro per buona condotta, e Schweitzer non passò neppure un giorno in carcere.

Andando in appello i due Marines hanno dimostrato di non accettare neppure questo verdetto così benevolo. Vorrebbero vedere rovesciata la radiazione con disonore per ottenere la pensione e altri vantaggi amministrativi. Richard Ashby ha chiesto che il giudice conceda la clemenza: bisognerà aspettare il 15 febbraio per vedere se l'autorità giudiziaria militare è intenzionata a concederla. Ashby basa la sua richiesta su quello che secondo lui fu un vizio nelle procedure giuridiche.

Sostiene infatti che ai tempi del processo che si tenne a Camp Lejeune, in North Carolina e durò quasi un anno - ci fu un patto riservato fra accusa e difesa per scagionare lui e il co-pilota delle accuse più gravi riservando però loro una bacchettata sulle mani, forse per soddisfare le pressioni che venivano dall'Italia. Ashby e Schweitzer ritengono che dieci anni fa i due team legali si erano messi d'accordo per mettere sotto il tappeto l'accusa di omicidio colposo multiplo. Ma l'accordo prevedeva di tenere duro per quanto riguarda l'accusa di avere occultato e distrutto le prove.

La loro colpevolezza significava perdere tutti i benefici di una carriera militare. Non soltanto la pensione ma anche condizioni favorevoli come il diritto a mutui a tassi agevolati, assicurazioni mediche e sulla vita basso costo e l'accesso a banche che offrono prodotti finanziari attraenti esclusivamente per militari sia attivi che in pensione. Ad Ashby, che oggi ha 42 anni, non andava giù di perdere tutti questi privilegi ed è andato in appello. A prendere in mano la situazione è stato il generale Joseph Weber, comandante del Marine Corps Forces Command, che ha messo in moto un procedimento per rivisitare il caso di Ashby e Schweitzer.

Nel caso di quest'ultimo la decisione è arrivata il 28 novembre scorso. Il generale Weber ha deciso che la procedura giuridica fu corretta e non c'era motivo di cambiare il verdetto. Era stato questo giovane di Long Island a distruggere le prove qualche giorno dopo la tragedia. Schweitzer il 1 novembre scorso aveva testimoniato davanti al tribunale di Camp Lejeune facendosi perfino venire le lacrime agli occhi. Aveva dichiarato di non aver mai visionato le immagini del videotape girate quel lontano 3 febbraio. "Accetto la responsabilità per le mie azioni e rispetto la decisione che fu presa dalla giuria", aveva detto Schweitzer.

Per Ashby invece la questione è ancora aperta e non è detto che Weber debba pronunciarsi in modo analogo. Una cosa il generale non ha il potere di fare: non può aumentare la sentenza che fu imposta allora. Potrebbe eventualmente ridurla eliminando le conseguenze amministrative negative. Si saprà solo dopo il 15 di febbraio se la clemenza è una strada percorribile.

Quel giorno di dieci anni fa c'erano altri due piloti dei Marines a bordo del Prowler. Anche loro furono sottoposti a Corte marziale ma sia William Rainey che Chandler Seagraves furono giudicati non colpevoli in quanto non solo non erano ai comandi ma, seduti dietro, avevano anche scarsa visibilità delle manovre. Nonostante questo sorprende perfino coloro che seguono da vicino il sistema di giustizia militare Usa il fatto che Seagraves abbia continuato a volare.

Anzi nel settembre 2002 gli fu data addirittura l'opportunità di distinguersi diventando pilota d'élite con i cosiddetti "Angeli Azzurri". Da allora ha accumulato oltre 1900 ore di volo ottenendo tre medaglie e vari riconoscimenti. Una volta ha perfino partecipato al noto David Letterman Show in tarda serata facendo battute sui privilegi riservati a questi piloti.


(2 febbraio 2008)

gatosan — 2008-04-01 GTM 1 @ 13:22 Tags:

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altri due giornalisti uccisi in Russia

Ilia Shurpaiev, inviato tv per il Caucaso russo, trovato morto in casa a Mosca
Gadji Abachilov ucciso mentre guidava l'auto a Makhatchkala, nel Daghestan

Russia, due giornalisti uccisi
Entrambi esperti di Caucaso

Gli investigatori negano collegamenti tra i delitti. Allarme nella comunità dei reporter
Lunga la lista delle morti sospette. La Politkovskaia il caso più clamoroso

MOSCA - Due giornalisti uccisi nello stesso giorno. Uno è stato trovato cadavere nel suo appartamento a Mosca. L'altro a Makhatchkala, capitale della repubblica del Daghestan (Caucaso russo). Il primo strangolato, al secondo hanno sparato in auto mentre guidava. Luoghi, modalità e dinamiche diverse ma i due delitti hanno un legame molto forte: entrambi i reporter erano esperti di affari caucasici per i rispettivi media. La polizia è cauta nello stabilire nessi e causalità tra i due delitti. Ma ce ne è quanto basta per mettere in allarme la comunità internazionale e russa dei reporter.

Il giornalista di Mosca. Il cadavere di Ilia Shurpaiev, 33 anni, originario del Daghestan e inviato del primo canale televisivo per il Caucaso russo, è stato trovato nella camera da letto con ferite da taglio e una cintura attorno al collo. Morto per strangolamento, dicono i primi esami. Shurpaiev non si considerava affatto un dissidente: ma il suo nome era apparso su un quotidiano daghestano, Il tempo attuale, come uno dei cronisti che discreditavano la piccola repubblica autonoma del Caucaso del nord. Gli investigatori non escludono la pista dell'attività professionale. Il giornalista aveva lavorato molto nei teatri più caldi del paese e del Caucaso ex sovietico, dalla Cecenia al Daghestan, dall'Inguscezia alle repubbliche georgiane secessioniste di Ossezia del sud e Abkhazia. Teneva un blog su internet dove poche ore prima della morte aveva commentato la decisione di 'Il tempo attuale' di includerlo in una lista nera: "Così ora sarei un dissidente? Che stupidaggine! Non ho mai fatto politica in Daghestan, neanche a livello di piccoli enti locali, perché sono troppo pigro e non ho mai tempo".

La seconda vittima. Si chiama Gadji Abachilov ed è stato trovato cadavere nell'auto a Makhatchkala, capitale della repubblica del Daghestan (Caucaso russo). "E' stato ucciso da alcuni sconosciuti che gli hanno sparato mentre era a bordo della sua automobile a Makhatchkala. Il suo autista, gravemente ferito, è stato ricoverato in ospedale", ha dichiarato per telefono all'agenzia France Presse Mark Tolchinski, portavoce del ministero dell'interno russo nel Daghestan. Abachilov dirigeva l'emittente televisiva Daghestan, antenna locale de la catena pubblica Russia.

La lunga lista dei reporter uccisi. Nonostante investigatori e politici non stabiliscano collegamenti, i due delitti potrebbero inserirsi nella lunga lista di giornalisti uccisi nella Russia post-sovietica col sistema degli omicidi su commissione. Fra i casi più eclatanti, va ricordato negli anni '90 il molto noto opinionista televisivo Vladislav Listiev, ucciso nel 1995 a colpi di pistola davanti alla sua abitazione: una morte che ai tempi di Boris Ieltsin aveva fatto un enorme scandalo e che la stampa riteneva legata alle guerre fra oligarchi per il controllo del promettente settore della pubblicità in tv. L'anno prima, era stato ucciso con un pacco esplosivo Dmitri Kholodov, un giovane cronista che stava svolgendo una inchiesta su un traffico di armi che coinvolgeva pezzi grossi del ministero della difesa. Nell'era di Vladimir Putin, lo stillicidio è continuato: Paul Khlebnikov, direttore dell'edizione russa della rivista Forbes, è stato ucciso nel luglio del 2004 mentre usciva dalla sua redazione. Era un reporter scomodo per molti: per l'ex oligarca Boris Berezovski, da lui denunciato in un libro, per il potere del Cremlino e la sua deriva autoritaria, per la guerriglia cecena, messa alla berlina con un altro testo, Conversazioni con un barbaro.

Poi l'uccisione che più ha fatto scalpore in Occidente, quella di Anna Politkovskaia, ottobre del 2006: le sue denunce degli abusi russi in Cecenia e i suoi legami con le organizzazioni per i diritti umani ne avevano fatta una cronista simbolo della lotta al potere costituito. Infine, nel marzo 2007, il misterioso 'suicidio' colpì Ivan Safronov, esperto militare del quotidiano Kommersant e colonnello in congedo. Stava indagando su un presunto traffico di armi con la Siria, secondo alcune fonti. Si sarebbe gettato dal pianerottolo della sua abitazione con in mano una busta di mandarini che aveva appena acquistato al mercato.

(21 marzo 2008)

gatosan — 2008-03-22 GTM 1 @ 20:25 Tags:

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infame chi denuncia i poliziotti che delinquono

Marco Poggi, infermiere penitenziario, era in servizio in quei tre giorni
Il racconto al pm e un libro sulla vicenda: "Quegli uomini dovevano essere sospesi"

"Io, l'infame della caserma
che ha denunciato quelle torture"

di GIUSEPPE D'AVANZO


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Marco Poggi

MARCO Poggi, infermiere penitenziario, entrò in servizio a Bolzaneto alle 20 di venerdì 20 luglio 2001 e ci rimase fino alle 15, 15.30 di domenica 22 luglio. "Ho visto picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti con schiaffi, pugni, calci, testate contro il muro". "Picchiava la polizia di stato ma soprattutto il "gruppo operativo mobile" e il "nucleo traduzioni" della polizia penitenziaria. Ho visto trascinare un detenuto in bagno, da tre o quattro agenti della "penitenziaria". Gli dicevano: "Devi pisciare, vero?". Una volta arrivati nell'androne del bagno, ho sentito che lo sottoponevano a un vero e proprio linciaggio...".

Marco Poggi dice che sa che cos'è la violenza. "Ci sono cresciuto dentro. Ho "rubato" la terza elementare ai corsi serali delle 150 ore e sono andato infermiere in carcere per buscarmi il mio pezzo di pane. Per anni ho lavorato al carcere della Dozza a Bologna. Un posto mica da ridere. Tossici, ladri di galline, mafiosi, trans, stupratori. La violenza la respiravi come aria, ma quel che ho visto a Bolzaneto in quei giorni non l'avrei mai ritenuto possibile, prima. Alcuni detenuti non capivano come fare le flessioni di routine previste dalla perquisizione di primo ingresso in carcere. Meno capivano e più venivano picchiati a pugni e calci dagli agenti della polizia penitenziaria. Gli ufficiali, i sottufficiali guardavano, ridevano e non intervenivano. Ho visto il medico, vestito con tuta mimetica, anfibi, maglietta blu con stampato sopra il distintivo degli agenti della polizia penitenziaria, togliere un piercing dal naso di una ragazza che era in quel momento sottoposta a visita medica e intanto le diceva: "Sei una brigatista?"".

Marco Poggi è "l'infame di Bolzaneto". Così lo chiamavano alcuni agenti della "penitenziaria" e lui, in risposta, per provocazione, per orgoglio, per sfida, proprio in quel modo - Io, l'infame di Bolzaneto - ha voluto titolare il libro che raccoglie la sua testimonianza. Poggi è stato il primo - tra chi era dall'altra parte - a sentire il dovere di rompere il cerchio del silenzio. "Delle violenze nelle strade di Genova - dice - c'erano le immagini, le foto, i filmati. Tutto è avvenuto alla luce del sole. A Bolzaneto, no. Le violenze, le torture si sono consumate dietro le mura di una caserma, in uno spazio chiuso e protetto, in un ambiente che prometteva impunità. Solo chi l'ha visto, poteva raccontarlo. Solo chi c'era poteva confermare che il racconto di quei ragazzi vittime delle violenze era autentico. Io ero tra quelli. Che dovevo fare, allora? Dopo che sono tornato a casa da Genova, per giorni me ne sono stato zitto, anche con i miei. Io sono un pavido, dico sempre. Ma in quei giorni avevo come un dolore al petto, un sapore di amaro nella bocca quando ascoltavo il bla bla bla dei ministri, le menzogne, la noncuranza e infine le accuse contro quei ragazzi. Non ho studiato - l'ho detto - ma la mia famiglia mi ha insegnato il senso della giustizia. Non ho la fortuna di credere in Dio, ho la fortuna di credere in questa cosa - nella giustizia - e allora mi sono ripetuto che non potevo fare anch'io scena muta come stavano facendo tutti gli altri che erano con me, accanto a me e avevano visto che quel che io avevo visto. Ne ho parlato con i miei e loro mi hanno detto che dovevo fare ciò che credevo giusto perché mi sarebbero stati sempre accanto. E l'ho fatta, la cosa giusta. Interrogato dal magistrato, ho detto quel che avevo visto e non ci ho messo coraggio, come mi dicono ora esagerando. Non sono matto. Ci ho messo, credo, soltanto l'ossequio per lo stato, il rispetto per il mio lavoro e per gli agenti della polizia carceraria - e sono la stragrande maggioranza - che non menano le mani".

Marco Poggi ha pagato il prezzo della sua testimonianza. "Beh! - dice - un po' sì, devo dirlo. Dopo la testimonianza, in carcere mi hanno consigliato - vivamente, per dire così - di lasciare il lavoro. Dicevano che quel posto per me non era più sicuro. Qualcuno si è divertito con la mia auto, rovinandomela. Qualche altro mi ha spedito la mia foto con su scritto: "Te la faremo pagare". Il medico con la mimetica e gli anfibi mi ha denunciato per calunnia. Ma il giudice ha archiviato la mia posizione e con il lavoro mi sono arrangiato con contratti part-time in case di riposo per anziani. Oggi, anche se molti continuano a preoccuparsi della mia integrità più di quanto faccia solitamente la mia famiglia, sono tornato a lavorare in carcere, allo psichiatrico di Castelfranco Emilia. Mi faccio 160 chilometri al giorno, ma va bene così. Sono tutti gentili con me, l'infame di Bolzaneto".

Dice Marco Poggi che "se i reati non ci sono - se la tortura non è ancora un reato - non è che te li puoi inventare". Dice che lui "lo sapeva fin dall'inizio che poi le condanne sarebbero state miti e magari cancellate con la prescrizione". Dice Poggi che però "quel che conta non è la vendetta. La vendetta è sempre oscena. Il direttore del carcere di Bologna Chirolli - una gran brava persona che mi ha insegnato molte cose sul mio lavoro - ci ripeteva sempre che lo Stato ha il dovere di punire e mai il diritto di vendicarsi. Mi sembra che sia una frase da tenere sempre a mente. Voglio dire che importanza ha che quelli di Bolzaneto, i picchiatori, non andranno in carcere? Non è che uno voglia vederli per forza in gabbia. La loro detenzione potrebbe apparire oggi soltanto una vendetta, mi pare. Quel che conta è che siano puniti e che la loro punizione sia monito per altri che, come loro, hanno la tentazione di abusare dell'autorità che hanno in quel luogo nascosto e chiuso che è il carcere, la questura, la caserma. Per come la penso io, la debolezza di questa storia non è nel carcere che quelli non faranno, ma nella sanzione amministrativa che non hanno ancora avuto e che non avranno mai. Che ci vuole a sospenderli da servizio? Non dico per molto. Per una settimana. Per segnare con un buco nero la loro carriera professionale. È questa la mia amarezza: vedere i De Gennaro, i Canterini, i Toccafondi al loro posto, spesso più prestigioso del passato, come se a Genova non fosse accaduto nulla. Io credo che bisogna espellere dal corpo sano i virus della malattia e ricordarsi che qualsiasi corpo si può ammalare se non è assistito con attenzione. Quella piccola minoranza di poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, medici che è si abbandonata alle torture di Bolzaneto è il virus che minaccia il corpo sano. Sono i loro comportamenti che hanno creato e possono creare, se impuniti, sfiducia nelle istituzioni, diffidenza per lo Stato. Possono trasformare gli uomini in divisa - tutti, i moltissimi buoni e i pochissimi cattivi - in nemici del cittadino. Non ci vuole molto a comprendere - lo capisco anch'io e non ho studiato - che soltanto se si fa giustizia si potrà restituire alle vittime di Genova, ai giovani che vanno in strada per manifestare le loro idee, fiducia nella democrazia e non rancore e frustrazione. I giudici fanno il loro lavoro, ma devono fare i conti con quel che c'è scritto nei codici, con quel che viene fuori dai processi. Non parlo soltanto dei processi, è chiaro. Parlo della responsabilità della politica. Che cosa ha fatto la politica per sanare le ferite di Genova? Gianfranco Fini, che era al governo in quei giorni, disse che, se fossero emerse delle responsabilità, sarebbero state severamente punite. Perché non ne parla più, ora che quelle responsabilità sono alla luce del sole? Perché Luciano Violante si oppose alla commissione parlamentare d'inchiesta? Dopo sette anni questa pagina nera rischia di chiudersi con una notizia di cronaca che dà conto di una sentenza di condanna, peraltro inefficace, senza che la politica abbia fatto alcuno sforzo per riconciliare lo Stato e le istituzioni con i suoi giovani. Ecco quel che penso, e temo".

gatosan — 2008-03-18 GTM 1 @ 22:07 Tags:

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Cesare Geronzi indagato anche a Perugia

Il processo per calunnia intentato dal banchiere contro Gaucci
Il presidente di Mediobanca in difficoltà sui rapporti con l'ex paron del Perugia Calcio

Geronzi indagato anche a Perugia
'Disse il falso sulla vendita di Nakata'

di CORRADO ZUNINO


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Cesare Geronzi

ROMA - E ora Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca, è indagato anche a Perugia. Il sostituto procuratore Antonella Duchini lo ha messo sotto inchiesta perché avrebbe detto il falso a proposito della vendita del giapponese Hidetoshi Nakata alla Roma di Franco Sensi, all'inizio del Duemila. Il fatto è emerso questa mattina a Roma, nell'aula 6 del Tribunale dove si sta celebrando un processo per calunnia. L'avrebbe subita lo stesso Geronzi da parte di Luciano Gaucci.

L'interrogatorio del banchiere è stato sospeso per consentire al giudice romano Giuseppina Guglielmi di farsi spedire l'atto dell'iscrizione nel registro degli indagati di Geronzi. "False informazioni al pm", era l'accusa. Confermata a metà mattina.

Si è scoperto che il sostituto procuratore di Perugia ha indagato Geronzi dopo aver confrontato la memoria spedita da Santo Domingo da Gaucci, latitante ai Caraibi con l'accusa di bancarotta fraudolenta, con un dossier realizzato dall'ex allenatore del Perugia Arcadio Spinozzi, numero due di Vujadin Boskov nella stagione '98-'99, realizzato e spedito in procura nel tentativo di recuperare un credito di 65 milioni di lire nei confronti del club fallito. Con le nuove carte ora vengono messe in discussione alcune ragioni di quell'affare: ovvero, il prezzo di vendita di Nakata, che secondo le nuove fonti potrebbe salire a 42 miliardi di lire, il reale valore del giocatore e l'intervento sull'affare di Cesare Geronzi, presidente della banca Capitalia che all'epoca aveva in pegno il 99 per cento delle azioni del Perugia di Gaucci. Nell'atto di Arcadio Spinozzi si parla anche, marginalmente, dell'ex presidente della Federcalcio, Franco Carraro. "Sono accuse prive di riscontri", ha detto il difensore di Geronzi, l'avvocato Emilio Ricci, "chiederemo presto l'archiviazione".

Tutta la questione ruota intorno a un punto decisivo per l'intera vicenda calcio: quali sono stati gli interessi di Cesare Geronzi nel campionato e nei suoi club? Quale il rapporto professionale con la figlia Chiara, fondatrice della società di procuratori Gea World, e con la figlia Benedetta, prima dipendente della Lega calcio e poi consulente della Federcalcio di Franco Carraro. Carraro, va ricordato, oltre a presiedere la Figc in quegli anni è stato il numero uno della merchant bank di Capitalia, il Mediocredito centrale (lo è tuttora).


Nel corso del processo romano, alzando spesso i toni, il banchiere Geronzi ha respinto i tentativi dei difensori di Gaucci, l'avvocato Catullo e il professor Sammarco, di accostarlo alla finanza del calcio utilizzando carte del processo Gea. Tra queste, un interrogatorio di Callisto Tanzi in cui l'ex presidente Parmalat ha confessato che la genesi della Gea World era da cercare in un accordo tra Cesare Geronzi e Luciano Moggi. Il motivo del processo in corso - il reato di calunnia - non ha consentito di allargare il tiro sulla parabola processual-finanziaria del calcio contemporaneo.

Geronzi ha invece zoppicato nel tentativo di smentire il dossier realizzato da Gaucci sul suo conto. Il finanziere prima ha negato ogni rapporto personale e familiare tra la sua famiglia e quella dell'ex patron del Perugia, poi, però, ha dovuto ammettere di aver invitato al matrimonio di sua figlia Chiara l'ex autista Luciano Gaucci: "Chiara fu praticamente costretta a farlo dopo aver ricevuto in regalo un quadro di Pino Maggio". Geronzi ha anche spiegato che le pratiche sui fidi a Gaucci - arrivato a un'esposizione con Capitalia di 22 milioni di euro, poi transati con un accordo per 5 milioni - venivano affidati automaticamente alle filiali e agli uffici della banca, ma ha dovuto ammettere di aver incontrato Gaucci "due o tre volte". Ha ricordato, ancora, come il presidente del Perugia gli fosse stato presentato nella seconda metà degli anni '80 da Giulio Andreotti con una telefonata: "Gaucci venne alla Banca di Roma e per mezz'ora mi parlò della sue imprese".

Il presidente di Mediobanca ha confermato in aula di essere sotto processo per bancarotta in due procedimenti a Roma e a Parma (Cirio e Parmalat) e, sulla questione "regalie di Gaucci", di aver ricevuto a più riprese, "per Natale, per Pasqua e i miei compleanni", pesce in abbondanza, pane casareccio, bottiglie di champagne, cesti "che poi davamo in beneficenza a Don Picchi". Ha parlato di insistenza fastidiosa del presidente del Perugia, ma poi ha dovuto ammettere di aver montato nel giardino della sua villa a Marino, ai Castelli romani, una vasca costituita da cinque blocchi di pietra "che mi aveva portato l'autista di Gaucci, il signor Macellari, un signore molto invadente a cui non ho voluto fare una scortesia rifiutando quelli che erano pezzi dismessi da una villa di Gaucci".

Di fronte alle perplessità del giudice - "ma non sarebbe stato più opportuno rifiutare gli avanzi della villa di Gaucci?" - , Geronzi si è scomposto: "Ho fatto un errore, ci sono motivi di opportunità...". E ha poi ha inciampato alla successiva domanda sulle tre "statue di valore" ricevute in dono: "Ora non ricordo... Forse sì... ma non sono antiche, non sono di valore...". Infine, ha negato con decisione di aver preso tangenti da Gaucci: l'ex patron ha messo per iscritto di avergli dato 200 milioni lire per ognuno dei 18 finanziamenti concessi dalla sua banca tra l'89 e il '92.

(17 marzo 2008)

gatosan — 2008-03-18 GTM 1 @ 19:42 Tags:

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"Aborti nella clinica delle suore"

I sospetti su Villa Serena dopo le intercettazioni telefoniche agli atti dell'inchiesta
Indagata anche un'assistente del ginecologo suicida e alcuni suoi colleghi

Genova, lo scandalo si allarga
"Aborti nella clinica delle suore"

di GIUSEPPE FILETTO


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L'ingresso di Villa Serena

GENOVA - Le suore di Villa Serena, la clinica gestita dalle religiose, dove il ginecologo Ermanno Rossi avrebbe praticato l'aborto clandestino, ripetono che "nella casa di cura si sono effettuati semplici raschiamenti". Ma a contraddirle sarebbe un'intercettazione telefonica: "Dottor Rossi, ho deciso di interrompere la gravidanza", dice la donna al telefono. "Va bene, ci vediamo al più presto - risponde il medico, indagato e suicida lunedì scorso - prendo l'agenda e le cerco un appuntamento".

La telefonata è di una delle due pazienti che si sono sottoposte all'aborto clandestino a "Villa Serena", clinica elegante nel quartiere residenziale di Albaro. A Genova, nella città del cardinale Angelo Bagnasco, il presidente della Cei, che guida anche l'ospedale Galliera, dove anche la procreazione assistita è un "imbarazzo".

Altre simili intercettazioni, raccolte dai Nas, sarebbero contestate alle 8 donne indagate, ieri interrogate dal pm Sabrina Monteverde. Gli atti dell'inchiesta sono secretati, ma da Palazzo di Giustizia trapela che potrebbero esserci nuovi avvisi di garanzia. Infatti, la donna sotto interrogatorio avrebbe ammesso al pm l'aborto e non il raschiamento. Giura, però, che era all'oscuro di violare la legge 194 ed avrebbe raccontato che in sala operatoria, oltre al ginecologo, erano presenti un anestesista e un'infermiera ferrista.
E forse anche un altro ginecologo.

Così nell'inchiesta oltre alle otto donne indagate potrebbero essere coinvolti anche anestesisti e ferristi che avrebbero aiutato il medico. Stando a quanto dicono i ginecologi, sarebbe impossibile che uno specialista possa praticare l'aborto senza il sostegno di altro personale qualificato. Non solo nella clinica Villa Serena, ma anche negli studi di Genova e di Rapallo.

Ieri, seconda giornata di interrogatori, è stata anche un'assistente del ginecologo, una quarantenne con due figli, che saputo di essere incinta per la terza volta, ha chiesto di abortire. Nello stesso studio medico in cui lavorava. Una funzionaria di 35 anni avrebbe interrotto la gravidanza a Villa Serena, con la prognosi ufficiale di "raschiamento". Le indagini avrebbero accertato che si trattava di un aborto. "Non ci risulta dalla documentazione clinica", ripete Pierpaolo Bottino, legale della casa di cura.

Comunque, nei giorni scorsi i carabinieri hanno sequestrato alcune cartelle cliniche e ieri il consiglio di amministrazione di Villa Serena ha comunicato che "non sono mai state praticate interruzioni volontarie di gravidanza in quanto casa di cura retta, fin dalla sua fondazione, da personale religioso ovviamente contrario sia dal punto di vista del diritto naturale sia per morale cristiana all'aborto volontario".

In ogni modo, la scelta della clinica privata sarebbe stata motivata dalla riservatezza e dai tempi rapidi, cose che stando alle dichiarazioni delle donne indagate, "non sarebbero garantite dalle strutture pubbliche". In proposito l'assessore regionale alla Sanità, Claudio Montaldo, assicura che la Regione anticiperà le linee guida redatte dal ministro Livia Turco sull'applicazione della "194".

(15 marzo 2008)

gatosan — 2008-03-15 GTM 1 @ 19:05 Tags:

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