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Categoria: Stati Uniti d'America

prego, ammazzateci pure, tanto siamo solo italiani...

gatosan 01/04/2008 @ 13:22

Dieci anni dopo il pilota chiede clemenza e rivela: ci fu un accordo sulla condanna
I due militari Usa non vogliono essere radiati con disonore

"Cermis, patto segreto
dietro il processo"

di ANDREA VISCONTI


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NEW YORK - A dieci anni dalla tragedia del Cermis il pilota e il co-pilota del Prowler che il 3 febbraio 1998 tranciò i cavi della funivia di Cavalese non sono ancora convinti di meritare di essere radiati dai Marines con disonore. È in corso infatti una procedura in appello per Richard Ashby e Joseph Schweitzer che quel giorno erano ai comandi di un aereo decollato da Aviano che aveva sorvolato Cavalese in maniera spericolata.

Velocità eccessiva e violazione dei limiti minimi di altitudine di volo furono i fattori esaminati dalla Corte marziale che scagionò i due Marines dall'accusa di omicidio colposo. Furono però radiati con disonore dalle forze militari per avere interferito con la giustizia. Avevano nascosto un videotape che riprendeva le manovre spericolate di quel giorno e lo avevano distrutto gettandolo il un falò. Una punizione all'acqua di rose: Ashby fu condannato a sei mesi di reclusione, di cui ne scontò solo quattro per buona condotta, e Schweitzer non passò neppure un giorno in carcere.

Andando in appello i due Marines hanno dimostrato di non accettare neppure questo verdetto così benevolo. Vorrebbero vedere rovesciata la radiazione con disonore per ottenere la pensione e altri vantaggi amministrativi. Richard Ashby ha chiesto che il giudice conceda la clemenza: bisognerà aspettare il 15 febbraio per vedere se l'autorità giudiziaria militare è intenzionata a concederla. Ashby basa la sua richiesta su quello che secondo lui fu un vizio nelle procedure giuridiche.

Sostiene infatti che ai tempi del processo che si tenne a Camp Lejeune, in North Carolina e durò quasi un anno - ci fu un patto riservato fra accusa e difesa per scagionare lui e il co-pilota delle accuse più gravi riservando però loro una bacchettata sulle mani, forse per soddisfare le pressioni che venivano dall'Italia. Ashby e Schweitzer ritengono che dieci anni fa i due team legali si erano messi d'accordo per mettere sotto il tappeto l'accusa di omicidio colposo multiplo. Ma l'accordo prevedeva di tenere duro per quanto riguarda l'accusa di avere occultato e distrutto le prove.

La loro colpevolezza significava perdere tutti i benefici di una carriera militare. Non soltanto la pensione ma anche condizioni favorevoli come il diritto a mutui a tassi agevolati, assicurazioni mediche e sulla vita basso costo e l'accesso a banche che offrono prodotti finanziari attraenti esclusivamente per militari sia attivi che in pensione. Ad Ashby, che oggi ha 42 anni, non andava giù di perdere tutti questi privilegi ed è andato in appello. A prendere in mano la situazione è stato il generale Joseph Weber, comandante del Marine Corps Forces Command, che ha messo in moto un procedimento per rivisitare il caso di Ashby e Schweitzer.

Nel caso di quest'ultimo la decisione è arrivata il 28 novembre scorso. Il generale Weber ha deciso che la procedura giuridica fu corretta e non c'era motivo di cambiare il verdetto. Era stato questo giovane di Long Island a distruggere le prove qualche giorno dopo la tragedia. Schweitzer il 1 novembre scorso aveva testimoniato davanti al tribunale di Camp Lejeune facendosi perfino venire le lacrime agli occhi. Aveva dichiarato di non aver mai visionato le immagini del videotape girate quel lontano 3 febbraio. "Accetto la responsabilità per le mie azioni e rispetto la decisione che fu presa dalla giuria", aveva detto Schweitzer.

Per Ashby invece la questione è ancora aperta e non è detto che Weber debba pronunciarsi in modo analogo. Una cosa il generale non ha il potere di fare: non può aumentare la sentenza che fu imposta allora. Potrebbe eventualmente ridurla eliminando le conseguenze amministrative negative. Si saprà solo dopo il 15 di febbraio se la clemenza è una strada percorribile.

Quel giorno di dieci anni fa c'erano altri due piloti dei Marines a bordo del Prowler. Anche loro furono sottoposti a Corte marziale ma sia William Rainey che Chandler Seagraves furono giudicati non colpevoli in quanto non solo non erano ai comandi ma, seduti dietro, avevano anche scarsa visibilità delle manovre. Nonostante questo sorprende perfino coloro che seguono da vicino il sistema di giustizia militare Usa il fatto che Seagraves abbia continuato a volare.

Anzi nel settembre 2002 gli fu data addirittura l'opportunità di distinguersi diventando pilota d'élite con i cosiddetti "Angeli Azzurri". Da allora ha accumulato oltre 1900 ore di volo ottenendo tre medaglie e vari riconoscimenti. Una volta ha perfino partecipato al noto David Letterman Show in tarda serata facendo battute sui privilegi riservati a questi piloti.


(2 febbraio 2008)

abbiamo liberato o schiavizzato il popolo iracheno?

gatosan 11/03/2008 @ 21:30

DI JOELLE PENOCHET
Mondialisation.ca

L’agricultura millenaria irachena distrutta dalle multinazionali agro-alimentari statunitensi

"Controllate il petrolio e controllerete nazioni intere; controllate il sistema alimentare e controllerete le popolazioni." Henry Kissinger

E’ nel cuore della Mesopotamia che è stata inventata l’agricoltura – con un sofisticato sistema d’irrigazione – più di dieci mila anni orsono. La pianura alluvionale eccezionalmente fertile situata tra il Tigri e l’Eufrate offre condizioni ideali per la coltura dei cereali. E’ là che nell’antichità è apparso il grano selvatico. Vi sono state fatte crescere quasi tutte le varietà conosciute attualmente nel mondo (più di 200.000). Le palme da datteri, che forniscono l’altra risorsa vitale del paese, proteggevano le più varie piante da frutto.

I "semi della democrazia" *

Dopo essere stato invaso nel 2003, l’Iraq non è stato spogliato dai suoi aggressori solamente della sua sovranità politica, del suo patrimonio archeologico, delle sue risorse petrolifere, ma anche della sua sovranità alimentare.

In violazione della Costituzione Irachena e delle convenzioni dell’Aia e di Ginevra, che stabiliscono che l’occupante debba rispettare la giurisdizione del paese occupato, l’amministrazione provvisoria di Paul Bremer (ex collaboratore di Kissinger) ha deliberato, prima dell’installazione del governo fantoccio, cento ordinanze scellerate che hanno lo statuto di leggi e che non possono essere abolite né modificate da alcun governo iracheno (articolo 26 della nuova Costituzione). Il paese è così caduto sotto il giogo economico totale dell’Occupante, che aveva deciso di riformare drasticamente la sua economia sul modello economico neo-liberista americano.

L’ordinanza 81 del 26 aprile 2004 ha dato il paese in pasto alle gigantesche necro-imprese che controllano il commercio mondiale dei semi, come la Monsanto (produttrice dell’agente Orange), Syngenta e Dow Chemicals. Essa conduce alla irreversibile distruzione dell’agricoltura irachena. L’Afghanistan aveva subito la stessa sorte nel 2002.

Biopirateria nel giardino del’Eden

Questa ordinanza, redatta in maniera assai perversa, ha di fatto istituito l’obbligo per i coltivatori iracheni di comprare ogni anno una licenza e le sementi transgeniche dalle multinazionali americane – quando la legislazione irachena proibiva ogni privatizzazione delle risorse biologiche.

La regola della "Protezione delle varietà di piante" (PVP), al centro di questa legge, non tratta della conservazione della biodiversità, ma la protezione degli interessi delle multinazionali delle sementi americane (le quali, in virtù delle ordinanze Bremer, sono esonerate dal pagamento delle imposte, non sono obbligate a reinvestire nel paese ed hanno il diritto di esportare in patria tutti i loro profitti). Per essere qualificate, le piante devono essere "nuove, distinte, uniformi e stabili", criteri che le piante tradizionali non possono soddisfare.

Queste società straniere detengono un diritto di proprietà intellettuale (simile a quello che Washington ha introdotto nel WTO, di cui l’Iraq non fa parte) che concede loro, per vent’anni, il monopolio su produzione, riproduzione, vendita, esportazione, importazione e stoccaggio di tutte le sementi geneticamente modificate e sulle varietà di piante "similari".

Monsanto ha compiuto una rapina delle sementi millenarie dell’Iraq per modificarle geneticamente e brevettarle. E gli agricoltori sono adesso obbligati a pagare per poterle coltivare [1].

In un primo tempo, per facilitare l’introduzione dell’agricoltura transgenica, il "ministero" iracheno dell’Agricoltura, alla maniera di uno spacciatore di droga, ha distribuito quasi gratuitamente i "nuovi semi" ai contadini iracheni. Senza dire loro che stavano entrando in un sistema infernale da cui non sarebbero più potuti uscire.


[Contadini nella regione di Kufa, Iraq.]

I contadini iracheni ricattati dai giganti delle sementi

L’ordinanza 81 ha reso illegali le antiche tradizioni degli agricoltori di selezionare i semi migliori per riutilizzarli da un anno all’altro e gli scambi tra vicini. (Secondo la FAO, nel 2002, il 97% dei coltivatori iracheni riutilizzavano i loro semi o li acquistavano sul mercato locale). Attraverso gli incroci, lungo le generazioni, avevano creato varietà ibride adatte al duro clima della regione.

Gli agricoltori "colpevoli" di aver seminato semi non acquistati, o il cui campo è stato accidentalmente contaminato, incorrono in pesanti sanzioni, fino a pene detentive, alla distruzione del raccolto, dei loro attrezzi e installazioni!

Il terrorismo alimentare praticato da multinazionali come Monsanto nei paesi che colonizzano ha portato al suicidio decine di migliaia di contadini del Terzo Mondo – rovinati dall’acquisto annuale dei semi transgenici e dei pesticidi, erbicidi e fungicidi estremamente tossici che vi sono necessariamente associati. Così, nel solo anno 2003, 17.000 agricoltori indiani, ai quali le banche avevano rifiutato prestiti per l’acquisto dei semi Monsanto, si sono suicidati.

Verso il controllo totale della catena alimentare da parte delle multinazionali americane

Gli incessanti bombardamenti, a partire dal 1991, con armi all’uranio impoverito – che hanno trasformato il paese in una vasta discarica radioattiva – e i tredici anni d’embargo, avevano già iniziato a distruggere l’agricoltura irachena: annientamento del sistema d’irrigazione, del materiale agricolo e delle palme da datteri [2]. Dal 1990 (data dell’inizio delle sanzioni) al 2003, il volume della produzione dei cereali era diminuito della metà. Gli animali d’allevamento erano stati decimati.

Oltre a subire i tributi quotidiani agli occupanti, i coltivatori iracheni, diventati servi, sono ormai condannati a produrre piante artificiali, destinate per metà all’esportazione nel mondo (o alle truppe d’occupazione, come le varietà di grano riservato alla fabbricazione di pasta, estranea al regime alimentare iracheno), a solo beneficio della Monsanto e simili. Questo anche quando la popolazione irachena muore di fame [3]. E’ per questo che, analogamente ai loro omologhi afgani, sempre più contadini abbandonano la coltivazione dei cereali in favore di quella dell’oppio.

Le chimere provenienti dalle necro-tecnologie rappresentano un grave pericolo sul piano ambientale, sanitario, economico e etico. Esse portano un inquinamento ambientale irreversibile come quello provocato dall’uranio impoverito. Peraltro, possono essere utilizzate nel quadro di guerre biologiche o batteriologice silenziose [4].

Gli OGM costituiscono una delle principali armi dei propugnatori del Nuovo Ordine Mondiale per asservire uno dopo l’altro i popoli del mondo intero. L’Iraq è diventato un nuovo laboratorio in dimensione reale di questo diabolico strumento di dominazione e gli iracheni le cavie.

*Allusione alla frase di Bush dopo l’invasione: "Siamo in Iraq per spargervi i semi della democrazia in modo che essi vi possano prosperare e propagarsi in tutta la regione dove regna l’autoritarismo".

Note

[1] Dei campioni di ogni loro varietà erano conservati nella Banca nazionale delle sementi a …Abu Ghraib, distrutta dagli Occupanti.

[2] Cfr http://www.planetenonviolence.org/
Link

[3] Nel 2004, la polizia militare americana ha chiuso il giornale Al Hawza che aveva pubblicato un articolo dove si affermava che Bremer "conduceva una politica finalizzata ad affamare la popolazione irachena affinché, interamente occupata a procurarsi il pane quotidiano, non abbia alcuna possibilità di reclamare le libertà politiche e individuali"

[4] Cfr gli articoli di Mae Wang Ho e Joe Cumming dall’Intitute of Science in Society (ISIS)

Fonti

Michel Chossudosvky:
Sowing the Seeds of Famine in Ethiopia 10 settembre 2001.

William Engdhal:
WTO, GMO and Total Spectrum Dominance, 29 marzo 2006.
Le pillage «libéral» de l'Irak, 14 novembre 2005.

Ghali Hassan:
Iraq’s New Constitution, 17agosto 2005.
Biopiracy and GMOs: The Fate of Iraq's Agriculture, 12 dicembre 2005.

Stephen Lendman:
Unleashing GMO Seeds: "Food is Power" Reviewing F. William Engdahl's Seeds of Destruction, Part 3. 19 gennaio 2008.
Agribusiness Giants seek to gain Worldwide Control over our Food Supply, 7 gennaio 2008.

Arun Shrivastava:
Suicides en masse de fermiers indiens : ce qui se profile à l’horizon , 14 novembre 2006.

Jeffrey Smith:
Genetically Modified Foods Unsafe? Evidence that Links GM Foods to Allergic Responses Mounts, 8 novembre 2007.

ORDER 81: Re-engineering Iraqi agriculture, 27 agosto 2005.

Altri documenti e articoli consultati:

L'ordinanza n° 81

William Engdahl, Iraq and Washington’s ‘seeds of democracy,

Christopher D. Cook, Plowing for Profits U.S. Agribusiness Eyes Iraq’s Fledgling Markets, In These Times, 15mar2005

Iraq's New Patent Law: A Declaration of War Against Farmers Focus on the Global South and GRAIN 15oct04 :

Iraq's Crop Patent Law A Threat To Food Security By GM Free Cymru, 3 marzo 2005

Patrick Cockburn, Desesperate Iraqi Farmers Turn to Opium, 24 gennaio 2008

Vedere anche l’ultimo libro di William Enghdal: Seeds of Destruction

Titolo originale: "Monsanto à Babylone"

Fonte: http://www.mondialisation.ca
Link
13.02.2008

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da MATTEO BOVIS

una tangente da 97 milioni per avere gratis Wind

gatosan 29/02/2008 @ 13:25

Il retroscena: l'ipotesi dei pm è che sia servita
a convincere Enel ad accordarsi con il gruppo egiziano

Una tangente da 97 milioni di euro
per eliminare gli americani

di CARLO BONINI


<B>Una tangente da 97 milioni di euro<br /> per eliminare gli americani</B>

ROMA - La storia che muove le perquisizioni di Roma, Milano, Londra, che scuote il secondo gruppo industriale italiano, è, al momento, una storia di corruzione. In cui, se la ricostruzione proposta dall'istruttoria dei pubblici ministeri Giuseppe Cascini e Rodolfo Sabelli è corretta, balla una tangente di 97 milioni di euro che, nella primavera del 2005, consegna l'azienda telefonica Wind, allora controllata da Enel, al finanziere egiziano Naguib Sawiris e alla sua "Orascom" per un prezzo nominale di 12,5 miliardi di euro (5 in meno di quanti, nel 1997, era costato ad Enel la start-up di Wind). Quei 97 milioni di euro - è l'ipotesi - servono infatti a convincere il management Enel a eliminare dalla trattativa gli americani di "Blackstone", oggettivamente più competitivi sia nell'offerta economica che nelle garanzie tecniche, e a oliare le ruote della politica.

A dispetto di un incipit apparentemente trasparente, l'affare è complesso e quantomeno controversi appaiono le mosse e il profilo dei suoi protagonisti. Nel maggio del 2005, l'allora amministratore delegato di Enel (oggi numero uno di Eni), Paolo Scaroni, annuncia che la trattativa per la cessione di Wind è chiusa con reciproca soddisfazione di compratore e venditore (il contratto sarà firmato in agosto). Sawiris rilancia infatti di 300 milioni l'offerta di "Blackstone" e chiude l'acquisto del gestore telefonico a 12,2 miliardi di euro. L'operazione ha due registi finanziari: le banche e un signore che si chiama Alessandro Benedetti, uomo che si muove all'ombra di Forza Italia, che ha conosciuto la galera nel '96, inquisito dalla Procura di Milano per bancarotta (sfugge alla condanna nel 2007 per prescrizione), casa e portafoglio a Londra, uffici, un tempo, a Palazzo Odescalchi, in piazza santi Apostoli, nel cuore di Roma (la società "Managest"). Benedetti mette a disposizione il veicolo societario sotto il cui controllo passerà Wind: la "Weather Investment", società lussemburghese di cui è presidente e che ha come socio lo stesso Sawiris.

Ma, soprattutto, definisce (attraverso la "Managest") l'architettura di un contratto in cui l'acquisto del gestore telefonico ha una peculiarità. Enel incassa dalla cessione 2,9 miliardi di euro cash, acquisendo contestualmente una partecipazione del 5 per cento nel capitale della stessa "Weather".

Sembra non se ne debba parlare più. Fino a quando, il 17 maggio dello scorso anno, Paolo Mondani firma per "Report" di Milena Gabanelli un'inchiesta televisiva ("Il mistero del Faraone") in cui un testimone, che chiede l'anonimato, denuncia una conduzione opaca dell'Enel della trattativa con Sawiris. Wind ed Enel protestano vivacemente per una rappresentazione dei fatti che dicono essere imprecisa e suggestiva. La Procura di Roma apre un'inchiesta contro ignoti.

I pubblici ministeri acquisiscono la documentazione finanziaria dell'operazione e ne colgono quelle che gli appaiono due significative anomalie. La prima è l'ingresso di Enel nel capitale della "Weather Investment". Perché - chiedono - Enel anziché scegliere la via più semplice di conservare una partecipazione azionaria di minoranza in Wind, decide di sottoscrivere un aumento di capitale della società del compratore, acquisendone una partecipazione? La risposta che si danno è una pessima notizia per Enel e per Sawiris. Perché così come congegnato, il contratto di compravendita - osservano - consente al finanziere egiziano di non spendere un solo centesimo di euro di tasca propria. Enel riconosce infatti un costo di transazione (transaction fee) per l'operazione pari a 414 milioni di euro. Vale a dire la somma matematica dei 317 milioni di euro di spese per la linea di credito bancaria accesa da Sawiris per entrare personalmente nella partita e dei 97 milioni di euro riconosciuti a Benedetti - che di "Weather" è presidente - a titolo di consulenze.

La seconda anomalia è il destino di quei 97 milioni di euro. Benedetti - per quello che le indagini della Procura avrebbero accertato documentalmente - fa rimbalzare più volte quel denaro attraverso una catena di società e conti esteri, frazionandolo a beneficio di destinatari finali della cui identità, allo stato, ancora non si sarebbe venuti a capo con certezza. Ma che fanno concludere alla Procura che quella somma tutto sia meno che una consulenza e, al contrario, somigli molto a una tangente.

Incassata da chi? In attesa che gli esiti delle perquisizioni diano o meno una risposta documentale, i due pubblici ministeri di Roma hanno in mano una qualche testimonianza non ancora decisiva che accusa l'ex direttore finanziario e oggi amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, e un testimone improvvisamente reticente, ora iscritto al registro degli indagati per il reato di false informazioni al pubblico ministero. L'uomo si chiama Tommaso Pompei. E' stato amministratore delegato di "Tiscali", ma è stato soprattutto, al momento della vendita a Sawiris, amministratore delegato di "Wind". La Procura accerta che è Pompei il misterioso testimone di "Report".

Ascolta la registrazione audio completa (anche quella dunque non andata in onda) del suo colloquio con Mondani in cui denuncia l'opacità del management Enel ed allude a tangenti alla politica, indicando in Benedetti (il consulente da 97 milioni di euro) l'uomo che le avrebbe distribuite. Eppure, al momento dell'interrogatorio, Pompei fa marcia indietro. Anche di fronte all'evidenza della registrazione, sostiene di essere stato "male interpretato".

Ne guadagna, come detto, un'iscrizione al registro degli indagati, e convince definitivamente i pubblici ministeri di Roma di essere sulla strada giusta. E dunque che sia necessario bussare, tanto per cominciare, anche alla porta di Salvatore Cirafici, ex ufficiale dei carabinieri, capo della sicurezza Wind (i suoi uffici sono stati perquisiti ieri), già apparso nella vicenda Telecom e ora ritenuto il custode di informazioni in grado di spiegare alcuni passaggi cruciali di questa vicenda. A cominciare dalle mosse curiosamente ondivaghe di Pompei nelle more della trattativa per la cessione di Wind, quando, dopo aver sostenuto con convinzione "Blackstone", sposerà la causa Sawiris, appoggiandosi proprio a Benedetti e alla sua "Managest". Per finire al ruolo e alla figura di Luigi Gubitosi, ex manager Fiat messo alla porta da Marchionne, chiamato nella nuova "Wind" al ruolo di direttore finanziario e ora, appunto, indagato per corruzione insieme a Benedetti, Sawiris e Conti.

Wikileaks.org censurato perchè svela le illegalità di una banca svizzera

gatosan 28/02/2008 @ 20:03

Roma - Da alcune ore la rete è stata privata dell'accesso più semplice ed ovvio a 1,2 milioni di documenti incandescenti. Tanto era il "bottino" accumulato dal 2006 ad oggi dal sito meno politically correct della rete, quel Wikileaks.org divenuto celebre per aver dato voce agli anonimi e svelato misteri talvolta particolarmente imbarazzanti per questo o quel soggetto. Un materiale ora inaccessibile ai più: il motivo è una ordinanza di un giudice californiano che sta indagando su quanto pubblicato sul sito.

il logo del sitoChi si recasse in queste ore alla URL del celebre spazio web si troverebbe dinanzi ad una pagina di errore, come se quel sito non fosse mai esistito. Secondo la decisione di un tribunale della California il provvedimento si è reso necessario per approfondire un caso imbastito da una banca svizzera, del gruppo Julius Baer, che si sarebbe sentita diffamata da documenti che l'accuserebbero di pratiche illegali, riciclaggio di denaro, evasione fiscale e via dicendo. Tutti documenti pubblicati in modo anonimo, com'è nella filosofia e nella struttura di Wikileaks, studiato per proteggere gli autori delle rivelazioni e per consentire a chiunque di raccontare la propria verità pubblicando documenti a propria discrezione.

Una scelta, quella californiana, che potrebbe portare alla fine di un esperimento globale che molti già avevano promosso come un essenziale strumento di trasparenza. In tema di cose di rete, è grazie a Wikileaks se sono emersi certi giochini della Difesa statunitense su Wikipedia o venute alla luce le tentazioni di ordine e controllo che maturano in Baviera. Ma questi sono solo alcuni esempi: sul sito veniva pubblicato materiale proveniente da tutto il mondo. Contenuti accessibili per paese, con segnalazioni di fatti di attualità ma anche analisi, biografie e, appunto, leaks, le "spiate" degli anonimi frequentatori del sito.

Stando ai legali della società svizzera, su Wikileaks sarebbero apparsi centinaia di documenti considerati diffamanti. Documenti che sarebbero stati pubblicati da un dirigente che aveva lavorato alle Isole Cayman per conto dell'istituto svizzero. Commenti ufficiali da Julius Baer non sono però giunti perché, han spiegato i portavoce, l'azienda non commenta su "contenziosi aperti".

Il giudice ha ordinato al provider che ospita il sito, Dynadot, di rimuovere i record DNS di Wikileaks dai propri server. Non solo: l'operatore dovrà "impedire che il nome a dominio che porta alla pagina web di wikileaks.org porti a qualsiasi altro sito o server diverso da una pagina bianca, fino a quando non riceverà nuovi ordini da questo tribunale". Il nome a dominio è stato lucchettato per evitare che venga trasferito altrove per far ripartire il sito. Questo però non toglie che quello spazio web continui ad essere accessibile: non alla massa degli utenti che conoscono la URL ora indisponibile, ma a coloro che digitano direttamente l'indirizzo IP 88.80.13.160. Il fatto che i documenti siano accessibili in questo modo sta naturalmente spingendo blog e sostenitori a diffondere il verbo anticensura e i numerini magici a più non posso.

la home page del sito

Di censura brutta e cattiva parlano peraltro proprio gli amministratori di Wikileaks: operativo dal 2006, i suoi gestori avevano diramato un annuncio ufficiale della sua esistenza e dei suoi scopi a gennaio 2007, spiegando che per chi postava materiali l'anonimato veniva garantito attraverso l'impiego di Privacy Enhancing Technologies, crittografia e via dicendo. I promotori di Wikileaks hanno criticato le modalità con cui si è deciso di procedere, dichiarando di non essere potuti intervenire all'udienza in cui è scattata la censura solo perché la notifica dell'udienza stessa è arrivata loro "poche ore prima" del suo inizio, perdipiù via email.

Proprio Wikileaks, come ovvio, ha già pubblicato sul "sito clandestino" una pagina in cui racconta le vicissitudini in cui si sta imbattendo, e spiega: "Per affrontare la censura cinese, Wikileaks ha attivato molti siti di backup come wikileaks.be (Belgio) e wikileaks.de (Germania), che rimangono attivi. Wikileaks non si sarebbe mai aspettato di utilizzare questi server alternativi per gestire gli attacchi della censura che provengono proprio dagli Stati Uniti". "L'ordinanza - insistono i gestori del sito - è chiaramente incostituzionale e viola i limiti della giurisdizione. Wikileaks continuerà a pubblicare e anzi (...) pubblicherà sempre più documenti legati a pratiche bancarie illegali o non etiche".

Ma per i gestori, quanto avvenuto in queste ore potrebbe essere solo l'avvio di un lungo procedimento legale. Il tribunale ha già chiesto a Dynadot di fornire tutti i record ed account amministrativi e qualsiasi altra informazione su wikileaks.org, compresi i contatti, i dati di pagamento e ogni dato, come ad esempio l'indirizzo IP, relativo alle persone "che hanno avuto accesso all'account di quel nome a dominio".

Come ben sanno i lettori di Punto Informatico, i gestori di Wikileaks hanno sempre considerato la propria creatura per quello che è: una "bacheca" su cui chiunque può postare propri materiali. Alle critiche di chi ha accusato il sito di permettere qualsiasi diffamazione, hanno sempre opposto la luce dell'intelligenza collettiva, capace di discernere e trarre conclusioni non affrettate su quanto viene reso pubblico. Credono in una società civile elettronica in cui il controllo e la revisione si possano esercitare dal basso, fra pari, mediante un dibattito democratico e aperto. Un esperimento, evidentemente, reso possibile dalla rete.

CONFESSIONI SU AL QAEDA: PERCHE' I VIDEO SONO STATI DISTRUTTI?

gatosan 22/02/2008 @ 14:10

DI PAUL CRAIG ROBERTS
Counterpunch

Molti americani si accontentano del rapporto redatto dalla Commissione istituita per indagare sull’11 settembre, ma due presidenti della stessa commissione, Thomas Kean e Lee Hamilton non si accontentano. Non è soddisfatto neanche Max Cleland, membro della commissione, nonché senatore americano che si è dimesso dalla Commissione sull’11 settembre dichiarando al Boston Globe (13 nov. 2003): “queste indagini sono compromesse”. Anche l’ex direttore dell’FBI Louis Freeh ha dichiarato al Wall Streeet Journal (17 nov. 2005) che c’erano delle inesattezze nel rapporto della Commissione e che “rimangono domande che necessitano risposte”.

Entrambi, sia Kean che Hamilton, hanno dichiarato in due occasioni, una nel loro libro del 2006 “Senza precedenti: la vera storia della Commissione dell’11 settembre”, e di nuovo il 2 gennaio 2008 al N.Y. Times che ci sono delle inesattezze nel rapporto della Commissione con domande che restano senza una risposta o che hanno avuto una risposta errata.

Il 2 gennaio infatti Kean ed Hamilton hanno accusato la CIA di ostacolare le loro indagini: “Ciò che di sicuro sappiamo è che funzionari di governo hanno deciso di non mettere a conoscenza dei fatti un organo legalmente costituito e creato dal Congresso e dal Presidente per investigare su una delle più grandi tragedie che questo paese ha vissuto. Questo noi lo chiamiamo intralciare”.

Nel loro libro Kean ed Hamilton hanno scritto che non erano in grado di ottenere contatti con i più importanti testimoni che erano in custodia e che erano l’unica possibile fonte di informazioni sul complotto dell’11 settembre.

Le sole informazioni che la Commissione era autorizzata ad ottenere erano quelle che derivavano dagli interrogatori dei presunti capi del complotto, come ad esempio Khalid Sheikh Mohammed, provenienti da fonti terze. Alla Commissione non era consentito interrogare i presunti colpevoli presi in custodia, né tanto meno incontrare coloro che li avevano interrogati. Di conseguenza, scrivono Kean ed Hamilton, “era impossibile valutare l’attendibilità delle informazioni ottenute” poiché ricevute da una terza parte. “Come potevamo dire che qualcuno come Khalid Sheikh Mohammed ci stesse dicendo la verità?”

L’esistenza dei documenti video degli interrogatori fu tenuta segreta alla Commissione sull’11 settembre.

Tali registrazioni sono state distrutte. La distruzione è divenuta un problema poiché la decisione ad essa relativa coinvolge la Casa Bianca e perché potrebbero rivelare dei metodi di tortura che l’amministrazione Bush ha sempre negato di usare.

Quella delle torture è un depistaggio? La Commissione non era incaricata di investigare sui metodi di interrogazione o di trattamento dei detenuti. Alla Commissione era richiesto di investigare la partecipazione di al Qaeda all’attacco dell’11 settembre ed individuare i colpevoli dell’attentato terroristico. Non c’erano valide ragioni per sottrarre al vaglio della Commissione i video delle confessioni che implicano al Qaeda e Osama Bin Laden.

I video furono sottratti all’investigazione della Commissione perché i presunti partecipanti al complotto non hanno mai confessato, non implicano al Qaeda, né tanto meno Bin Laden?

Non ci sono motivi per cui l’amministrazione Bush debba temere la questione delle torture. Il Dipartimento di Giustizia ha infatti legalizzato tale pratica, ed il Congresso ha approvato la relativa normativa, firmata dal presidente Bush, dando retroattiva protezione a coloro che hanno eseguito gli interrogatori e le torture. Il “Military Commission act” che è stato approvato nel settembre 2006 e firmato da Bush nell’ottobre 2006 priva i detenuti delle protezioni previste dalla Convenzione di Ginevra. “Un nemico straniero che combatte illegalmente ed è soggetto a processo da parte della Commissione Militare con tali capi d’accusa non può invocare la Convezione di Ginevra come fonte di diritti”. Altre clausole dell’atto privano i detenuti del diritto a processi rapidi e legittima nei loro confronti la tortura e l’autoincriminazione. La legge ha una postilla che retroattivamente protegge i torturatori da eventuali incriminazioni future contro di loro per crimini di guerra.

È stata forse l’amministrazione Bush a trarre astutamente vantaggio dalla questione sulle torture al fine di esercitare pressioni sulla CIA per la distruzione dei nastri “con le torture”. Ciò che sembra più plausibile è che i nastri con le registrazioni furono distrutti perché non contenevano alcun tipo di confessione dell’attentato da parte dei detenuti. Ciò che Kean ed Hamilton si chiedono è: come facciamo a conoscere la verità sull’accaduto senza alcuna prova?

Ciò che abbiamo è solo la parola che ha dato l’amministrazione Bush, la stessa che disse che Saddam Hussein era in possesso di armi di distruzione di massa, e mentre aveva già un rapporto NIE che diceva che l’Iran aveva concluso il suo programma di armamenti nel 2003, ci diceva che tale paese aveva in corso un programma di armamento nucleare ed era vicino a possedere armi nucleari.

Paul Craig Robert è stato assistente di segreteria al Tesoro sotto l’amministrazione Reagan. Era editore associato del Wall Street Journal e coeditore di National Review. E’ anche coautore di “La tirannia delle buone intenzioni”. Può essere contattato all’indirizzo e-mail: PaulCraigRoberts@yahoo.com

Titolo originale: "Why Were the 9/11 Tapes Destroyed?"

Fonte: http://www.counterpunch.org/
Link
04.02.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANTO SARNO

Il diritto relegato in una "gabbia" ecco il testamento di Bush

gatosan 13/02/2008 @ 19:03

Torture atroci, pessime condizioni igieniche e detenuti in cella senza prove
Insieme agli orrori di Abu Ghraib, "Gitmo" è stata la più grave sconfitta civile degli Usa

Il diritto relegato in una "gabbia"
ecco il testamento di Bush

dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI


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Il presidente Usa George W. Bush

WASHINGTON - Dopo sei anni di esistenza, dalla creazione nel 2002, e dopo 775 prigionieri passati nelle sue stie da polli senza incriminazione né accuse formali, il campo di concentramento per "combattenti nemici" creato da Bush nella base di Guantanamo a Cuba produce finalmente i primi sette processi a sette imputati di terrorismo, con ovvie richieste di pena capitale per sei di loro.

Sei anni per arrivare all'annuncio dei primi processi sono un periodo di tempo straordinariamente lungo, per una giustizia americana che si muove con ben altra celerità. Ma Guantanamo, o Gitmo secondo il solito acronimo militare, non è qualcosa che appartenga alla storia di cui l'America, la nazione dell'Habeas Corpus, dei diritti dell'arrestato e del "Giusto Processo" possa andare orgogliosa. E' amministrativamente, perché Gitmo è territorio cubano in affitto, e moralmente, un corpo estraneo a quello che il mondo, e ormai una larga maggioranza di americani, vuole considerare l'America.

Insieme con gli orrori del carcere di Abu Ghraib, i tre campi di prigionia costruiti in fretta in questa base dei Marines, Camp Iguana, Camp Delta e Camp X-Ray, ora chiuso, sono stati negli anni della "guerra di civiltà" la più grave sconfitta civile che gli Stati Uniti abbiano dovuto subire, assai più devastante delle aggressioni terroristiche ai propri soldati al fronte. Sono stati il retrobottega maleodorante e settico che ha incrinato la vetrina della retorica, agli occhi di miliardi di persone.

Non soltanto, e non principalmente, per maltrattamenti e disumanizzazioni deliberate dei prigionieri, certamente trattati meglio a Gitmo che in qualsiasi segreta di regimi totalitari od organizzazioni terroriste, ma per l'insulto quotidiano a quei principi di legalità e di costituzionalità che sono, da oltre due secoli, il fondamento di una democrazia che si considera la "città luminosa sulla collina", secondo la famosa definizione di Ronald Reagan.



Guantanamo, con i suoi prigionieri acciuffati a casaccio, come dimostra il fatto che 450 dei 775 sono stati liberati dopo anni di detenzione nell'assenza di qualsiasi ragione per trattenerli e uno soltanto, un australiano, è stato condannato a nove mesi per "fiancheggiamento", è stata per questi sei anni la negazione materiale della superiorità morale. È stata la gabbia nella quale la presidenza Bush si è voluta rinchiudere nel panico delle giornate successive alll'11 settembre, per dare a un popolo americano giustamente sconvolto e smarrito la sensazione di una pronta e decisa risposta alla minaccia. Ma una volta aperta la gabbia, questa Presidenza non ha più trovato la maniera per uscirne senza smentire se stessa. E senza violare ogni articolo, emendamento, codice e precedente.

Per questo, dietro l'annuncio formale del Pentagono, che ha la responsabilità del campo e dei processi, c'è il sospetto di un'intenzione politica nella scelta di tempo della Casa Bianca. Il fatto che la richiesta di pena di morte per cinque, tra cui il "cervello" dell'11 settembre, il pakistano Khalid Sheikh Mohammed, arrivi oggi, in piena campagna elettorale, rappresenta, insieme con le quotidiane proclamazioni di mirabili progressi in Iraq, il tentativo un estremo di modificare in meglio il testamento politico che questa Amministrazione sta scrivendo per se stessa.

Ed è ansiosa di produrre qualche risultato tangibile per i sette anni di guerra in Afghanistan, i cinque in Iraq, i quattromila e cinquecento soldati uccisi, i mille miliardi spesi e i sei anni d di Guantanamo. Un trompe l'oeil, un gioco di prestigio per lasciare nel cilindro la sostanza di tutti i problemi intatti al successero, si chiami MacCain, Clinton od Obama.

I processi ai "Gitmo six", a Khalid, cadranno sicuramente nel grembo del futuro presidente, con tutti i nodi costituzionali che in questi anni si sono aggrovigliati. Non si sa neppure esattamente come dovrebbero funzionare queste commissioni militari che dovranno giudicare gli imputati, quali forme di ricorso e di rappresentanza avranno gli accusati, quali materiali a carico e discarico potranno essere utilizzati, perché nessuna di questa commissioni, create per essere un compromesso fra un tribunale ordinario e una corte marziale, ha mai funzionato finora. E si può contare fin d'ora su raffiche di ricorsi e di petizioni a ogni giudice competente, di nuovo fino alla Corte Suprema,

Ma nessuna delle acrobazie legali o verbali usate finora dalla Casa Bianca per aggirare la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra pesa quanto pesa l'impiego della tortura usata per farli confessare. Nessun tribunale americano, neppure negli anni della seconda Guerra Mondiale quando lo Fbi arrestava gli agenti hitleriani in Usa avendo sospeso, come è legittimo fare in tempo di guerra, lo habeas corpus, ha mai accettato confessioni estorte con la tortura e con quella tecnica del "waterboarding", della simulazione atroce dell'annegamento, che soltanto Bush e i suoi ministri fingono di non considerare tortura. Mentre tale è giudicata, e quindi proibita, dagli stessi manuali militari americani.

Toccherà dunque al repubblicano John MacCain, se vincerà lui, rimangiarsi quello che ha finora sempre sostenuto da veterano delle sevizie vietnamite, che il "waterboarding" è tortura, se vuole celebrare i processi militari o ai democratici Clinton e Obama spiegare che cosa intendano fare di quegli imputati e di quel campo di concentramento nel quale, da sei anni, l'America della "politics of fear", della strategia della paura, ha rinchiuso e umiliato se stessa.

ATTENTATI DELL’11 SETTEMBRE: IL PARLAMENTO GIAPPONESE PONE DELLE DOMANDE

gatosan 30/01/2008 @ 20:58

DI THIERRY MEYSSAN
Réseau Voltaire

I telespettatori giapponesi hanno avuto il privilegio, l’11 gennaio 2008, di assistere in diretta ad una sorprendente audizione al Senato: il presidente di una commissione parlamentare ha riunito il Primo Ministro, i Ministri degli Affari Esteri, delle Finanze e della Difesa per fare loro constatare che, sei anni dopo gli attentati dell’11 settembre, non erano ancora in grado di spiegare i fatti e di confermare che gli attentati erano stati commissionati a partire da una grotta afgana. Riproduciamo l’integrale di questo crimine di lesa maestà degli Stati Uniti.

A partire dal mese di settembre 2001, il Réseau Voltaire s’interroga sulla responsabilità attribuita all’emirato non riconosciuto dei Talebani negli attentati dell’11 settembre 2001. Nel marzo 2002, Thierry Meyssan ha posto la questione politica della legittimità dell’intervento anglosassone in Afghanistan ed ha annunciato la successiva guerra in Iraq in un libro ormai celebre, "L' Incredibilie Menzogna". All’epoca, la stampa dominante ha condotto una campagna per screditare l’opera riducendola ad una semplice inchiesta sugli attentati in sé stessi e passando sotto silenzio l’analisi politica che ne conseguiva. Sei anni più tardi, centinaia di personalità politiche e militari di primo piano, nel mondo intero compresi gli Stati Uniti, si sono schierati con queste tesi.

Dopo capi di stato in carica (lo sceicco Zayed degli Emirati Arabi, Bachar el-Assad in Siria, Hugo Chavez in Venezuela, Mahmoud Ahmadinejad in Iran, Fidel Castro a Cuba) il Parlamento del Venezuela ha espresso i sui dubbi, infine questo 11 gennaio è stata la volta di alcuni parlamentari giapponesi.

Riproduciamo qui la trascrizione integrale delle audizioni tenute dalla Commissione Affari Esteri e Difesa della camera alta giapponese in occasione del dibattito sulla nuova legge antiterrorismo e sull’impegno giapponese a fianco degli Stati Uniti in Afghanistan.

Audizione dell’11 gennaio 2008 della Commissione Affari Esteri e Difesa della Camera dei Consiglieri (Senato), Dieta del Giappone (Parlamento).

Consigliere Yukihisa Fujita: Vorrei parlare delle origini della "Guerra al terrorismo". Senza dubbio ricorderete che in novembre ho domandato se il terrorismo costituisse una guerra o un crimine. La "Guerra al terrorismo" è iniziata in seguito agli attentati dell’11 settembre.
Quello che desidero sapere è se questi attentati siano stati o no commessi da Al Qaeda. Finora il governo si è limitato a dire che crediamo nella responsabilità di Al Qaeda perché è quello che ci ha detto l’Amministrazione Bush. Non abbiamo visto alcuna prova reale della colpevolezza di Al Qaeda.

Perciò desidererei sapere perché il Primo ministro pensa che i Talebani siano i responsabili degli attentati dell’11 settembre.

Vorrei saperlo perché il Primo Ministro era a quell’epoca segretario del Capo di Gabinetto [1]. Yasuo Fukuda, Primo Ministro: dopo gli attentati abbiamo comunicato con il governo americano e con altri governi a diversi livelli e ci siamo scambiati informazioni. Secondo informazioni segrete ottenute dal nostro governo, e da rapporti compilati da altri governi, gli attentati dell’11 settembre sono stati realizzati dall’organizzazione terrorista internazionale conosciuta sotto il nome di Al Qaeda.

Consigliere Yukihisa Fujita: Così, lei si riferisce al contempo ad informazioni segrete e pubbliche. La mia domanda è: il governo giapponese ha condotto una sua inchiesta per mezzo della polizia e di altre risorse?

Si tratta di un crimine, quindi un’inchiesta deve essere aperta.
Quando un giornalista è stato ucciso in Myanmar, avete condotto una vostra inchiesta.
Ugualmente, poiché 20 giapponesi sono morti l’11 settembre, il governo ha condotto una propria inchiesta e stabilito che Al Qaeda era responsabile?
Che genere d’inchiesta è stata fatta? All’epoca lei era segretario del Capo di Gabinetto, dunque nella migliore posizione [per rispondere]. Cosa ne è di questa inchiesta?

Yasuo Fukuda, Primo Ministro: Dopo gli attentati, l’Agenzia Nazionale di Polizia ha inviato a New York con urgenza una squadra anti-terrorismo. Si sono incontrati con le autorità americane e hanno potuto raccogliere informazioni sui giapponesi scomparsi.

Consigliere Yukihisa Fujita: Dunque, lei dice che almeno 20 giapponesi sono stati vittime di questo crimine e che essi lavoravano a New York.
Vi erano anche giapponesi sugli aerei dirottati.
Desidererei sapere il numero esatto dei morti nelle torri e sugli aerei. Potete confermarlo?
Desidererei avere la risposta dal ministro degli Affari Esteri.

Masahiko Komura, ministro degli Affari Esteri: Abbiamo trovato i corpi di una dozzina di vittime giapponesi negli attacchi dell’11 settembre.
Siamo stati anche informati dalle autorità americane della morte di altre 11 persone. Ciò porta ad un totale di 24 vittime giapponesi di cui 2 negli aerei.

Consigliere Yukihisa Fujita: Vorrei chiedere in quali voli si trovavano le due vittime giapponesi e come vi siete sincerati della loro identità.
Se il ministro degli Affari Esteri non è in grado di rispondere saremo soddisfatti anche dalla risposta di un suo collaboratore.

Ryoji Tanizaki, capo divisione del ministero degli Affari Esteri: Poiché ci interroga sui fatti, le risponderò. Come ha detto il ministro degli Affari Esteri, tra le 24 vittime due erano a bordo degli aerei. Una era a bordo del volo 93 e l’altra a bordo del volo 11 delle American Airlines.

Come lo sappiamo? Bene, non ho l’informazione sotto gli occhi, ma le autorità americane lo hanno affermato e in generale utilizzano il test del DNA.
Pensiamo quindi che sia in questo modo che siamo stati informati dell’identità di queste due persone.

Consigliere Yukihisa Fujita: Dunque lei dice che non sa perché non ha la documentazione. Dice anche di pensare che siano stati effettuati test del DNA, ma senza esserne sicuro.
Quello che voglio dire oggi è che si è trattato di un crimine e i crimini richiedono delle inchieste. Il governo deve informare i famigliari delle vittime dei risultati delle inchieste. Così, invece di limitarvi a commemorare ogni anno l’anniversario dell’11 settembre, dovreste raccogliere informazioni e agire di conseguenza.
Nel corso degli ultimi sei anni, avete dato informazioni alle famiglie delle vittime? Vorrei che il ministro degli Affari Esteri mi rispondesse.

Masahiko Komura, ministro degli Affari Esteri: Dunque, lei non chiede più come abbiamo fatto a confermare la morte di cittadini giapponesi, ma vuole sapere quali informazioni abbiamo dato ai famigliari delle vittime. Abbiamo fornito alle famiglie informazioni sui corpi e a proposito dei fondi di risarcimento. Inoltre, riguardo i 13 giapponesi di cui sono stati trovati i resti, abbiamo aiutato le famiglie a prendersi cura dei corpi.
E ad ogni anniversario ci prendiamo carico finanziariamente della visita dei famigliari al World Trade Center.

Consigliere Yukihisa Fujita: Non ho molto tempo. Parliamo di tutte le informazioni che sono state dissimulate e dei dubbi che persone nel mondo intero hanno a proposito dell’11 settembre.

Molti scettici sono persone influenti. In tali circostanze credo che il governo giapponese, che afferma che gli attentati sono stati perpetrati da Al Qaeda, debba fornire queste nuove informazioni alle famiglie delle vittime.

In questo contesto, vorrei porre alcune domande.
Vorrei chiedere a tutti i membri di questa assemblea di guardare le foto e le immagini che vi ho fornito.
Esse costituiscono prove concrete sotto forma di fotografie e di altri elementi d’informazione. Nella prima foto, una simulazione al computer mostra quanto era grande l’aereo che ha colpito il Pentagono. Un 757 è un aereo piuttosto grande con una larghezza di 38 metri.

Come vedete, anche se un grosso aereo ha colpito il Pentagono, c’è solo un buco troppo piccolo rispetto all’aereo.

In questa foto vediamo dei pompieri al lavoro e non vi sono i danni che un aereo così grande dovrebbe provocare. Guardate il prato davanti e notate che non c’è alcun rottame di aereo.

Guardiamo la terza foto - sempre del Pentagono – presa da un reportage televisivo americano. Il testo spiega che il tetto del Pentagono è ancora intatto.
Ancora una volta, nonostante il grande aereo che si suppone essersi schiantato là sopra, non vi sono danni corrispondenti.
Passiamo adesso alla foto successiva, che mostra un buco. Come il ministro Komura sa bene, il Pentagono è un edificio molto solido e con molti muri.
Però l’aereo lo ha attraversato.


[Yukihisa Fujita]

Ma, come sapete, gli aerei sono fatti con i materiali più leggeri che ci siano.

Un aereo fatto con tali leggeri materiali non potrebbe fare un buco così. Adesso ecco una foto che mostra come l’aereo ha colpito l’edificio. L’aereo ha fatto un’inversione, evitando l’ufficio del ministro della Difesa, per colpire l’unica parte del Pentagono che era stata rinforzata per resistere ad un bombardamento.

Al centro della pagina 5 possiamo leggere il commento di un responsabile dell’US Air Force.

"Ho pilotato i due tipi di aerei utilizzati l’11 settembre, e non posso credere che sia possibile, per qualcuno che pilota per la prima volta, riuscire a compiere una tale manovra."

Come sapete, non sono state ritrovate le scatole nere della maggior parte degli aerei.
C’erano più di 80 telecamere di sicurezza al Pentagono, ma si sono rifiutati di esibire la maggior parte dei video. Come avete potuto constatare, non ci sono immagini dell’aereo o dei suoi rottami in nessuna di queste foto.

E’ molto strano che nessuna di tali immagini ci sia stata mostrata. Come sapete, le forze di difesa giapponesi hanno il loro quartier generale a Ichigaya.
Potete immaginare che, un’ora dopo che un aereo ha colpito una città come New York, che un altro possa colpire il Pentagono? In una tale situazione, come hanno potuto i nostri alleati permettere che si compisse un tale attacco?
Desidererei che il ministro della Difesa rispondesse.

Shigeru Ishiba, ministro della Difesa: Non ho preparato nulla, quindi devo improvvisare. Se accadesse una situazione simile, la Difesa invierebbe aerei da caccia per abbattere l’aereo.
La Corte Costituzionale tedesca ha deliberato in proposito.
Nel caso del Giappone, la nostra reazione dipenderebbe dal tipo di aereo in questione, da quali persone si trovino ai comandi e dalle loro intenzioni.
Tuttavia, secondo le nostre leggi, potrebbe essere difficile ordinare di abbattere un aereo semplicemente perché vola a bassa altitudine. Probabilmente avremmo forze della difesa che volerebbero accanto a lui e chiederebbero una decisione al Gabinetto. Se l’aereo avesse a bordo numerose persone, ci sarebbe da discutere sull’azione da intraprendere. Molto tempo fa un Cessna si è schiantato sull’abitazione di una persona di nome Yoshio Kodama [2]. E’ anche successo che un aereo della All Japan Airlines sia stato dirottato e il suo pilota ucciso.

Sarebbe meglio se non accadesse nulla di simile, ma dobbiamo predisporre nuove leggi per tali situazioni e dibatterne in Parlamento.

Consigliere Yukihisa Fujita: Dato che abbiamo poco tempo, vorrei presentare una nuova prova. Guardate, per favore, questo pannello. La prima foto è una di quelle che si vedono spesso con le due torri che sono state colpite dagli aerei dirottati.
Potrei capire che ciò accada subito dopo lo schianto degli aerei, ma qui vediamo grossi pezzi di materiale che percorrono una grande distanza in aria.
Alcuni frammenti sono stati proiettati a 150 metri. In questa immagine, potete vedere degli oggetti volare come se ci fosse stata un’esplosione.
Ecco una foto tratta da un libro. Mostra a quale distanza siano stati proiettati gli oggetti.
La terza foto è quella di un pompiere che ha partecipato ai soccorsi. Parla di una serie di esplosioni nell’edificio che assomigliano ad una demolizione professionale.

Non possiamo, adesso, visionare dei filmati, perciò ho tradotto quello che dice il pompiere.
Ecco cosa dice: "Faceva boom, boom, boom come il rumore di esplosioni".

Una squadra giapponese composta da membri ufficiali del corpo dei pompieri del ministero del Territorio, delle Infrastrutture e dei Trasporti [3] ha interrogato una sopravvissuta giapponese che ha detto che mentre fuggiva ha sentito delle esplosioni.
Questa testimonianza figura in un rapporto realizzato con l’aiuto del corpo dei pompieri del ministero del Territorio, delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Adesso, vorrei mostrarvi l’immagine seguente. Normalmente si dice che le torri gemelle (WTC1 e 2) sono crollate perché colpite dagli aerei. Tuttavia, a un isolato dalle torri gemelle si trovava la torre n. 7 (WTC7).
Si può vedere nella cartina seguente che si trovava a un isolato di distanza. Questa torre è crollata sette ore dopo l’attacco alle torri gemelle. Se avessi potuto mostrarvi il video sarebbe stato facile da capire ma guardate questa foto.

E’ un edificio di 47 piani che è caduto in questa maniera. La torre crolla in 5 o 6 secondi. E’ più o meno la stessa velocità alla quale cade un oggetto nel vuoto. Questa torre cade come potreste vedere in uno spettacolo di Kabuki. Inoltre, cade mantenendo la sua forma geometrica. Ricordatevi che non è stata colpita da un aereo. Dovreste domandarvi se una torre può crollare in questo modo a causa di un incendio di 7 ore.

Qui, abbiamo una copia del Rapporto della Commissione dell’11 settembre. Si tratta di un rapporto pubblicato dal governo degli Stati Uniti nel luglio 2004 e non parla del crollo della torre di cui vi sto parlando. Non viene affatto menzionata in tutto il rapporto. Anche la FEMA ha pubblicato un rapporto ma ha ugualmente omesso di menzionare questa torre (WTC7). Molte persone, soprattutto dopo aver preso conoscenza della storia della torre n. 7, pensano che ci sia qualcosa di strano.

Trattandosi di un incidente in cui hanno perso la vita numerose persone, bisognerebbe seguire numerose piste.

Non abbiamo molto tempo, ma vorrei ugualmente fare cenno alle opzioni di vendita [vendita di azioni sospette prima dell’11 settembre]. Proprio prima degli attacchi dell’11 settembre, il 6, 7 e 8, sono state poste opzioni sulle azioni delle due compagnie aeree [American e United Airlines] che sono state dirottate dai pirati dell’aria.

Ci sono state anche opzioni di vendita su Merril Lynch, uno dei principali affittuari del World Trade Center. In altri termini, qualcuno sapeva che bisognava fare delle scommesse al ribasso su queste azioni per guadagnare una fortuna.

Ernst Welteke, all’epoca presidente della Deutschen Bundesbank, l’equivalente del governatore della Banca del Giappone, ha detto che vi sono numerosi fatti che provano come le persone implicate negli attacchi abbiano approfittato di informazioni confidenziali. Ha detto che prima degli attentati vi sono state molte negoziazioni sospette che hanno coinvolto società finanziarie. Il presidente della banca tedesca ha voluto che ciò si sapesse. Vorrei interrogare il ministro delle Finanze riguardo queste opzioni di vendita.

Il governo giapponese ne era al corrente e lei cosa ne pensa ?

Vorrei sentire in merito il ministro Nukaga.

Fukushiro Nukaga, ministro delle Finanze: Ero in Burkina Faso, in Africa, quando ho saputo dell’incidente. Ho deciso di volare subito negli Stati Uniti ma quando sono arrivato a Parigi mi è stato detto che non c’erano più voli per gli Stati Uniti. Quindi ho solamente sentito quello che è stato successivamente riferito sugli avvenimenti. So che vi sono numerosi rapporti sui punti da lei sollevati.

Perciò abbiamo reso obbligatorio che le persone forniscano un ID [identificativo] per le transazioni riservate e per le transazioni sospette ed abbiamo decretato che il finanziamento di organizzazioni terroristiche è un crimine. In ogni caso il terrorismo è una cosa orribile e deve essere condannato. Il terrorismo non può essere fermato da un solo paese ma per farlo c’è bisogno di tutta la comunità internazionale.

Consigliere Yukihisa Fujita: Vorrei sentire lo specialista in finanza signor Asao perché mi parli ulteriormente delle opzioni di vendita.

Un gruppo di persone deve disporre di ingenti quantità di denaro, d’informazioni confidenziali e di competenza finanziaria perché ciò possa realizzarsi.

E’ possibile che qualche terrorista in Afghanistan o in Pakistan realizzi un insieme di transazioni così sofisticate e su tale scala?
Vorrei che il signor Asao mi rispondesse.

Consigliere Keiichiro Asao: Le opzioni di vendita sono una scommessa di vendere delle azioni a un certo prezzo in un dato momento.

In questo caso, qualcuno deve aver avuto informazioni confidenziali per effettuare questo genere di transazioni perché normalmente nessuno poteva prevedere che alcuni aerei di queste compagnie sarebbero stati dirottati. Di conseguenza, penso si sia trattato certamente di un crimine di esperti.

Consigliere Yukihisa Fujita: Signor Primo Ministro, lei all’epoca era segretario del Capo di Gabinetto e, come ha sottolineato qualcuno, si è trattato di un evento con il quale l’umanità non si era mai confrontata.
Sembra che in questi tempi stiano uscendo più informazioni che non nei mesi immediatamente successivi agli attentati.
Oggi siamo nella società di internet, queste informazioni sono rese pubbliche, quindi se guardiamo la situazione, l’intero punto di partenza di queste due leggi, il punto di partenza della stessa "Guerra al terrorismo", come avete visto dalle informazioni che vi ho presentato, non è stato oggetto di un’inchiesta o un’analisi seria.

Non credo che il governo abbia indagato convenientemente, né richiesto spiegazioni al governo degli Stati Uniti.

Non abbiamo ancora cominciato a rifornire di carburante le navi statunitensi, penso dunque che dobbiamo tornare all’inizio e non fare ciecamente affidamento nelle spiegazioni del governo degli Stati Uniti, né nelle informazioni indirette che ci fornisce.

Ci sono state troppe vittime, penso dunque che dobbiamo ripartire dal principio. Dobbiamo chiederci chi sono le vere vittime della "Guerra al terrorismo".
Penso che siano i cittadini del mondo ad esserne le vittime.

Qui in Giappone spariscono le pensioni alle vittime delle trasfusioni di sangue contaminato dall’epatite C, ma tutto quello che ho presentato qui oggi è basato su fatti e prove verificabili. Parliamo delle scatole nere evaporate, degli aerei evaporati, dei resti evaporati. Anche molte macerie degli edifici sono scomparse.

La stessa FEMA [4] ha detto che ciò le aveva impedito di indagare adeguatamente.
Dobbiamo guardare queste prove e chiederci cosa è veramente questa "Guerra al terrorismo".
Vedo che i ministri annuiscono, ma vorrei fare una domanda al Primo Ministro Fukuda.
Mi guardi, per favore. Ho appreso che quando era Capo di Gabinetto del ministro di allora, lei ha sentito cose strane a proposito di questi attentati.

Non pensa che ci sia stato qualcosa di strano?

Yasuo Fukuda, Primo Ministro: Non ho mai detto che pensavo ci fosse qualcosa di strano.

Consigliere Yukihisa Fujita: Signor Primo Ministro, cosa c’è all’origine della "Guerra al terrorismo"e all’idea che sia giusto o meno parteciparvi?
C’è veramente una ragione per partecipare a questa "Guerra al terrorismo"?
Abbiamo davvero bisogno di parteciparvi?
Vorrei anche chiedere come fermare davvero il terrorismo.

Yasuo Fukuda, Primo Ministro: Sulla base delle prove che ci sono state fornite dal governo americano, noi crediamo che gli attentati dell’11 settembre siano stati perpetrati da Al Qaeda. Dobbiamo porre fine a questo terrorismo di Al Qaeda. Per questo la comunità internazionale è unita nella lotta contro il terrorismo. Riguardo una legge votata dal suo Partito Democratico l’anno scorso e basata sulla risoluzione 1368 delle Nazioni Unite – una risoluzione votata in risposta agli attentati terroristici contro gli Stati Uniti – lei non ha forse votato la legge in accordo con questa risoluzione?

Consigliere Yukihisa Fujita: Lei ha confermato per i corpi e per i fatti dietro la risoluzione? Perché questa è la ragione per cui lei afferma di partecipare a questa "Guerra al terrorismo". Io credo che per mettere fine al terrorismo, dobbiamo votare una legge per aiutare veramente la gente in Afghanistan.
Vorrei ascoltare il signor Inuzuka che ci parli della legge e della lotta contro il terrorismo.

Consigliere Tadashi Inuzuka: Tra i numerosi problemi sollevati dal consigliere Fujita, quello di cui dovremmo più preoccuparci ... è che gli Afghani possano vivere in pace. Ciò è al centro del tema della lotta contro il terrorismo.
Se non si discute di questo problema e ci si contenta di fornire della benzina, senza pensare alla situazione globale, né alle persone che vi sono coinvolte, il dibattito intorno a questa legge non ha senso.
Questa legge deve essere fatta per la pace e la sicurezza in Afghanistan. Il nostro paese deve votare una legge antiterrorismo.

Filmati della Seduta

Note:

[1] In Giappone, il segretario del Capo di Gabinetto (naikaku shokikancho) ha rango ministeriale. E’ allo stesso tempo il portavoce del governo e il segretario del Consiglio dei Ministri. L’attuale Primo Ministro, Yasuo Fukuda, ha esercitato tale funzione per 1289 giorni, accanto a due Primi Ministri consecutivi, Yoshiro Mori e Junichiro Koizumi, record assoluto nella storia del paese.

[2] Vedere "Yoshio Kodama, le yakusa de la CIA" di Denis Boneau, Réseau Voltaire, 8 settembre 2004.

[3] In Giappone il corpo dei pompieri dipende dal MLIT, il potente ministero dei Trasporti (Kokudo Ko-tsu-sho), il più grande ente amministrativo del paese.

[4] La FEMA (Federal Emergency Management Agency) è l’ente statunitense per la gestione delle situazioni di crisi.

Titolo originale: " Attentats du 11 septembre 2001 : le Parlement japonais pose les questions de Thierry Meyssan "

Fonte: http://www.voltairenet.org
Link
21.01.2008

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MATTEO BOVIS

USA: Come la polizia crea crimini

gatosan 04/01/2008 @ 20:32

USA: Come la polizia crea crimini


Questa è la traduzione di un articolo pubblicato su CounterPunch pochi giorni fa, che riprende questa notizia della ABC sulle operazioni sting della polizia americana contro gli uomini, che vengono "adescati" da donne in topless messe come "esca" nei parchi pubblici dell'Ohio e poi arrestati per "perversione".

Pur non aggiungendo niente di nuovo, a parte qualche riflessione personale dell'autore, è tuttavia un articolo degno di nota perché pubblicato su uno dei siti americani di analisi politica più letti e soprattutto perché l'autore è Paul Craig Roberts, giornalista ben noto negli USA ed ex assistente-segretario del tesoro durante l'amministrazione Reagan. Nel 1993 la rivista Forbes Media Guide lo classificò come uno dei 7 più importanti giornalisti negli Stati Uniti.[1]

In questo articolo Roberts prende le difese degli uomini contro la criminalizzazione della sessualità maschile e chiama le cose con il proprio nome, tirando in ballo anche le "intoccabili" femministe. Che intoccabili non sono per niente ma anzi vanno "toccate" e anche molto, solo non nel modo in cui piacerebbe a loro.

Come la Polizia Crea Crimini
Criminali Con il Distintivo
di PAUL CRAIG ROBERTS - Gennaio 2, 2008
Traduzione: AntiFeminist.Altervista.org

State attenti, voi vigorosi maschi Americani. La polizia sta mettendo in atto una nuova operazione sting disegnata per distruggere la vostra vita.

La polizia sta piazzando attraenti donne mezze nude nei parchi. Queste attraggono i passanti maschi, iniziano a fare conversazione, si sdraiano, allungano le gambe e posano i loro piedi nelle spalle degli uomini.

Dopo esser state il più amichevoli e seducenti possibile, poi vi chiedono di mostrar loro il vostro pene.

Non mostrateglielo. State venendo monitorati dalla polizia. Se mostrate lei il vostro pene, verrete arrestati per esser stati dei pervertiti.

Solo la polizia Americana, i giudici, e le giurie potevano pensare che rispondere all'invito di una donna seducente sia prova di perversione. Ma, hey, voi vivete in America, dove i Cristiani credono che uccidere quanti più Musulmani possibile per Israele sia un'opera di Dio. Non aspettatevi che una stupida giuria Americana, o un ipocrita giudice Repubblicano, o uno stolto professore di legge capiscano cosa sia l'entrapment.

No, questo non è uno scherzo. Sta succedendo per davvero. Lo scorso Maggio al Berliner Park di Columbus, nell'Ohio, un vigile del fuoco di 42 anni di nome Robin Garrison è stato attratto da una donna mezza nuda sotto un albero.

Riportando questa storia, l'idiota che ha scritto il titolo per ABC News--probabilmente qualche femminista dedito al pestaggio antimaschile--ha descritto tutto quanto così: "Donna in Topless Attirava Pervertiti in un'Operazione Sting della Polizia".

Avete capito, vigorosi maschi americani ? Se mostrate il vostro pene ad una donna che vi sta seducendo siete dei pervertiti.

Il reporter, Marcus Baram, non si è mostrato indignato riguardo a questa operazione sting. E nemmeno Gabriel Chin, un professore di legge della University of Arizona, che ha detto: "Non è entrapment dare a qualcuno l'opportunità di commettere un crimine".

Furono gli Anglosassoni che inventarono le leggi contro l'entrapment. Grazie a professori di legge come Chin, giornalisti ingenui e giurati, e la polizia corrotta, i pubblici ministeri e i giudici, adesso gli Americani non possono più godere della protezione della legge. Nel mondo Orwelliano in cui viviamo, un maschio che soccombe alla seduzione femminile è un pervertito.

La polizia Americana non ha mai prevenuto i crimini. Nei vecchi tempi, la polizia trovava la soluzione dei crimini individuando il colpevole. Adesso non più. Di questi tempi, la polizia crea crimini. E questo è il motivo del perché la popolazione carceraria degli Stati Uniti è il doppio di quella della Cina, un paese dittatoriale con una popolazione che è quattro o cinque volte più grande di quella dell'America.

E non solo a Columbus, nell'Ohio, i crimini vengono creati dalla polizia. Il corrotto Dipartimento di Polizia di New York ha intrappolato 300 innocenti durante il 2007 attraverso "Operazione Borsa Fortunata". La polizia piazza iPods, cellulari, portafogli, e buste della spesa contenenti oggetti nelle stazioni delle metropolitane. Gli oggetti sembrano siano stati persi, o abbandonati. Qualsiasi persona che raccoglie uno degli oggetti piazzati dalla polizia viene arrestato per "grave furto in metropolitana".

Questa particolare atrocità della polizia va in contrasto con le leggi di New York, che permettono ad una persona che trova un oggetto di avere 10 giorni di tempo per restituirlo al proprietario o portarlo alla polizia.

Il corrotto Dipartimento di Polizia di New York dice che la proprietà lasciata come esca non è stata abbandonata, ma si tratta invece di proprietà lasciata intenzionalmente da un agente che rimane nelle vicinanze.

Ecco qui. La Polizia Americana--"sostieni la tua Gestapo locale"--spende il proprio tempo a fabbricare falsi crimini invece di investigare i crimini veri. Gli Americani corrono più rischi dalla polizia che dai criminali.

Il 29 Dicembre ho ricevuto l'ennesima email da una famiglia Americana rispettosa della legge che è stata molestata dalla polizia. La famiglia si rifiutava di vendere un pezzo della loro proprietà, del valore di 75,000 dollari, ad uno sceriffo per 4,000 dollari. I lavori nella loro fattoria vennero allora ostacolati. La madre veniva fermata ogni volta che scendeva dalla macchina. Il figlio è stato "incastrato" e spedito in carcere.

Non fate mai l'errore di chiamare la polizia, e non lasciate mai che un poliziotto vi fermi mentre siete in macchina. Correte il rischio che faccia cadere una bustina di droga nella vostra macchina per poi avere la scusa di arrestarvi. Se incontrate un ufficiale di polizia, assicuratevi di avere decine di migliaia di dollari con voi per corromperlo per evitare che faccia delle false accuse contro di voi. La maggior parte delle accuse fatte dai poliziotti sono false. Gli Americani devono darsi una svegliata e rendersi conto di cosa sta succedendo, prima che la popolazione carceraria Americana diventi più numerosa di tutta la popolazione carceraria mondiale messa assieme.

[ FONTE: CounterPunch ]
[ TRADUZIONE: Antifeminist.altervista.org ]


Note
[1] http://en.wikipedia.org/wiki/Paul_Craig_Roberts

Coca Cola: sai quello che bevi?

gatosan 30/12/2007 @ 09:38

DI CARLA DAVICO
Rebelion

La Coca Cola è la bibita più conosciuta nel mondo, il prodotto più capillarmente distribuito nel pianeta e acquistabile attualmente in 232 paesi, molti di più delle nazioni che formano l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).

Nel 1886 il farmacista John Pemberton creò la formula della Coca Cola fidandosi del successo del famoso vino Mariani, una bevanda alcolica corroborante a base di vino e foglie di coca macerate, formulata dal chimico italiano Angelo Mariani.

In seguito, i fratelli Cadler comprarono la bevanda al farmacista e furono loro ad iniziare l’intensa campagna pubblicitaria che fece diventare la Compagnia in quello che è attualmente. Tuttavia agli esordi, la Coca Cola fu presentata commercialmente come “un tonico efficace per il cervello e i nervi”. Si dice che un giorno si presentò un uomo con un forte mal di testa nella farmacia di Jacob, dove si vendeva l’estratto di Coca mischiato all’acqua, che volle, invece dell’acqua, aggiungere soda. L’uomo vuotò il bicchiere e così nacque la Coca Cola con le bollicine tale e quale la conosciamo oggi.

Divenne il fornitore ufficiale di bibite dell’esercito statunitense nella seconda guerra mondiale e fu grazie all’appoggio di questo governo che poté espandersi in tutto il mondo.

La Coca Cola internazionale è un’azienda significativa non solo dell’imperialismo yanki, ma anche di qualcosa di più profondo ed efficace nel dominio culturale che esercita su gran parte del mondo.

Composizione, effetti e conseguenze

Nel 1902 il Dr. Charles Crampton [1] analizzò diversi campioni della bibita imbottigliata dove trovò tracce di cocaina e alcol, così come dichiarò nel suo rapporto al Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti. In base ai risultati di queste scoperte il dottor Harvery Washington [2] stabilì che la Coca fosse considerata come droga e classificata come “veleno per il suo alto contenuto di caffeina”. Tuttavia, la suprema corte degli Stati Uniti si pronunciò a favore della multinazionale e questa dovette presentare solo l’analisi chimica della sua formula, durante il giudizio.

Secondo la AMEDEC [3], la bibita Cola “costituisce la più grave distorsione delle nostre abitudini alimentari, anche perché induce a ingerire calorie vuote, cioè con zero proteine, vitamine e sali minerali”. Il 10% di ogni bottiglia dà la sensazione di energia, tuttavia non si può dire che la Coca Cola sia una bibita nutriente, è lo zucchero più che la caffeina ciò che produce l’assuefazione; ricevendo cinque cucchiaiate di zucchero in una sorsata di bibita, il pancreas deve secernere molta insulina nel sangue per contrastare questo feroce attacco, l’ironico risultato è un drastico abbassamento del livello di zucchero nel sangue, seguito dalla necessità di ancora più zucchero.

Allo stesso tempo, la caffeina, estratta dalla noce di cola, è uno stimolante del sistema nervoso che produce sensazioni aggravanti, e se si ingerisce in quantità elevata può produrre insonnia, tachicardia, mal di testa e ansia.

La grande quantità di zucchero unita all’acido fosforico altera l’equilibrio del calcio e del fosforo nel corpo e impedisce il normale assorbimento del ferro, che produce malnutrizione e anemia.

L’OMS [4] ha tentato di informare sui pericoli dell’uso eccessivo di zucchero. Le grandi multinazionali legate allo zucchero hanno tentato di impedire la pubblicazione del documento; la Coca Cola minacciò facendo pressioni sul Congresso statunitense per far cessare i sussidi all’OMS se questa non avesse ritirato il documento.

Gli zuccheri che la bibita contiene, gradualmente, fanno sparire lo smalto dei denti, indebolendoli e producendo carie ma non solo, gli zuccheri che l’organismo non arriva ad assimilare si trasformano in grassi producendo come possibile conseguenza soprappeso e anche problemi di obesità.

Nel caso della Coca Light, esistono studi che indicano come il consumo dei surrogati dello zucchero in grandi quantità produce danni cerebrali, perdita della memoria e confusione mentale, dato che l’aspartame è una sostanza che provoca queste disfunzioni.

L’anno scorso, ci fu un test all’università di Delhi: “Chi può bere più Coca Cola?”. Il vincitore si scolò 8 bottiglie e morì all’istante in quanto aveva molta anidride carbonica nel sangue e non sufficiente ossigeno. Da allora, il direttore dell’università ha proibito tutte le bibite.

Marketing

Quasi nessuno lo ricorda, ma Babbo Natale si rappresentava con i colori verde, azzurro, nero e giallo. La riscoperta di Santa Claus fu di Houddon Sundblom di origine svedese, che per diversi anni fu disegnatore della multinazionale, anche se non apprezzava la bibita. Allo svedese venne in mente di rappresentare il personaggio come un vecchio gioviale e simpatico, ma con qualcosa di speciale: i colori del marchio Coca-Cola.

La sua strategia di vendita e l’enorme pubblicità usata sono alcuni dei motivi che rendono più facile incontrare una Coca nel più sperduto e povero villaggio del mondo, che un pò d’acqua. Nella storia, questa è l’azienda che ha speso maggiormente in pubblicità.

Grazie a questo investimento pubblicitario ha ottenuto che l’immaginario collettivo associ la Coca Cola a tutta una serie di valori positivi: amicizia, amore, solidarietà, cooperazione.

Inoltre, secondo quanto dicono i suoi annunci, questa bibita è la migliore che placa la sete e costituisce un elemento essenziale per la pratica sportiva. Gli annunci spettacolari diventano più aggressivi e insultanti. La Coca non toglie solo le incrostazioni e l’ossido dai metalli e bulloni, ma ti toglie anche la bruttezza. Tra le leggende di questi grandi annunci: “Non essere brutto, hai personalità. Prendi il bello, Coca-Cola”.

Perciò, davanti alla quantità di cose che possono accadere nel prendere una lattina di bibita, che importa la formula segreta di questa bevanda? Il mito della composizione chimica della Coca non si considera, dato che il potere di questo marchio è giustamente in tutto ciò che le viene associato e non fisicamente nel prodotto.

Indifferenza

D’altronde, la multinazionale è stata oggetto di indagini da parte di diverse organizzazioni e movimenti sociali di vari paesi che si sono soffermate soprattutto su alcuni impatti: la contaminazione, la distruzione delle falde acquifere e i maltrattamenti dei dipendenti.

Come hanno accertato diverse organizzazioni, la multinazionale vanta una lunga storia di repressione contro sindacalisti in Turchia, Pakistan, Guatemala, Nicaragua, Russia e Colombia. Esattamente il caso delle violazioni dei diritti umani della Coca in Colombia è stato giudicato in sede di tribunale permanente dei popoli. In questa udienza sono stati presentati abbondanti dati e documenti che mettono in relazione la multinazionale statunitense con molestie e intimidazioni ai suoi dipendenti, così come con l’assassinio di nove sindacalisti”. (Pietro Ramiro, La Coca è così, http://www.omal.info/www/artiche.php3?id_artiche=222&var_recherche=coca+cola)

Le accuse alla multinazionale per danni alle falde acquifere di diverse comunità provengono principalmente dall’India.

Attualmente si calcola che la Coca-Cola possegga 1.145 stabilimenti d’imbottigliamento in tutto il mondo.

Il marchio chiede abbondante quantità d’acqua per le sue attività, per cui ha bisogno di controllare le sorgenti. La conseguenza è che sta prosciugando alcune comunità e contaminando i sistemi acquiferi e i campi coltivabili con la creazione di residui tossici.

Ogni fabbrica di Coca consuma 1-2 milioni di litri d’acqua al giorno, questa quantità coprirebbe il fabbisogno di acqua potabile di milioni di persone. La Coca ha bisogno di quasi 4 litri d’acqua pulita per produrre un litro del suo prodotto, perciò la multinazionale trasforma il 75 % dell’acqua pura che usa in acqua di rifiuto, la quale a sua volta contamina la scarsa acqua che resta nel sottosuolo e nella terra. Tutto il ciclo produttivo della Coca dal prelievo dell’acqua fino alla commercializzazione dei suoi prodotti, contaminato dai pesticidi, è pieno di problemi.

In Messico, le fabbriche della multinazionale non pagano l’acqua che consumano, grazie a concessioni governative.

La Coca-Cola ha immesso nel mercato britannico la marca d’acqua imbottigliata “da sani”.

Nel 2004, l’azienda statunitense “riconobbe che ciò che questo marchio vende è in realtà acqua comune e corrente da rubinetto(…)”. L’acqua del suo marchio Desani esce dal sistema d’acqua potabile nazionale di Londra “arriva di fatto alla fabbrica di Coca a Sidcup per mezzo dei tubi del Thames Water (Acqua del Tamigi)” che è la compagnia britannica del servizio dell’acqua potabile.

Non basta, si evidenziò che l’acqua imbottigliata aveva livelli di bromato maggiori di quelli legali in Gran Bretagna. Anche se la Coca-Cola promise una maggiore purezza dell’acqua Dasani, alla fine dovette ritirare quella sua marchio dal mercato.

Tutte queste attività hanno provocato l’attivazione di diverse campagne contro l’impresa multinazionale. Un chiaro esempio di ciò è che il Foro Sociale Mondiale di Porto Alegre definì il 22 di luglio come il Giorno Internazionale contro la Coca-Cola. Inoltre esistono diversi processi di boicottaggio contro la multinazionale in molti paesi del mondo. Ma l’azienda non può sopportare che si danneggi la sua principale attività, e perciò ha messo in moto tutta una strategia di contro-pubblicità, contrapposta al moltiplicarsi di campagne che criticano la sua pubblicità e la confrontano con la realtà degli impatti dell’azienda, creando una pagina web ( www.killercoke.com) dove spiega tutti i suoi effetti positivi.

Attenzione!

Il fiume è per gli indigeni ciò che l’acqua è per la Coca-Cola…

Se si mettesse tutta la Coca-Cola finora prodotta in bottiglie normali e le si mettesse una dietro l’altra, si otterrebbe 1045 volte il percorso di andata e ritorno fino alla luna, cioè un viaggio quotidiano per più di due anni.

Ogni giorno, inconsapevolmente, e per l’atteggiamento del consumatore, si orientano le scelte della commercializzazione verso le multinazionali, tuttavia, la possibilità che queste azioni si trasformino in scelte dipende alla quantità e dalla qualità dell’informazione che circola su questo prodotto. Ma si deve consumare criticamente essendo questo un gesto politico quotidiano.

Se si ha il diritto di scegliere ciò che consumiamo, perché lasciare che questo multimiliardario monopolio decida sulla salute e sulla dignità della vita, senza che nessuno gli abbia mai esplicitamente conferito questo potere?

Carla Davico Laureanda in Biodiversità – UNL –FHUC

Fonte: www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=58193
28.10.07

Note:
[1] Ingegnere chimico del governo statunitense.
[2] Dirigente di chimica del dipartimento dell’agricoltura.
[3] Associazione Messicana di Studi per la Difesa del Consumatore.
[4] Organizzazione Mondiale della Salute.

Traduzione per www.comedonchisciotte.org di GIAN PAOLO MARCIALIS

testimonianza di un ex-marine di ritorno dall'Iraq

gatosan 26/12/2007 @ 11:47

DI ROSA MIRIAM ELIZALDE
Cubadebate

Testimonianza di Jimmy Massey, un ex Marine statunitense di ritorno dall’Iraq

Per più di dodici anni il sergente Jimmy Massey è stato un Marine dai nervi d’acciaio e il cuore di pietra. È stato inviato in Iraq dove ha partecipato a varie atrocità prima di aprire gli occhi e lottare contro la politica bellicista del suo paese. Oggi anima l’associazione dei veterani dell’Iraq contro la guerra. Al salone del libro di Caracas, dove ha presentato la sua testimonianza Cowboys del infierno, ha risposto alle domande della giornalista cubana Rosa Miriam Elizalde, del Cubadebate.

“Ho 32 anni e sono un assassino psicopatico ben addestrato. Tutto quello che so fare è vendere ai giovani l’idea di arruolarsi nei Marine e uccidere. Non riesco a tenermi un lavoro. Per me i civili sono persone da disprezzare, ritardati mentali, deboli, un gregge di pecore. Ed io sono il cane da pastore. Il predatore. Nell’esercito mi chiamavano 'Jimmy lo squalo'."

Questo è il secondo paragrafo del libro che Jimmy Massey ha scritto tre anni fa con l’aiuto della giornalista Natasha Saulnier. Kill ! Kill ! Kill ! ["Uccidi! Uccidi! Uccidi!", ndt] è stato presentato al Salone del libro di Caracas. E' la testimonianza più violenta che sia stata mai scritta da un ex membro del corpo dei Marine arrivato in Iraq nel 2003 con le truppe d’invasione. Ha deciso di raccontare tante volte quante ce ne sarà bisogno come ha potuto essere per dodici anni un Marine spietato e perché questa guerra lo ha cambiato.

Jimmy ha partecipato al dibattito più importante del Salone del libro il cui titolo era a dir poco polemico: “È possibile una rivoluzione negli Stati Uniti?” e la sua testimonianza è sicuramente quella che più ha colpito il pubblico. Ha i capelli corti (taglio militare), occhiali scuri, un passo marziale e le braccia coperte di tatuaggi. Sembra proprio ciò che era: un Marine. Ma quando parla si trasforma: è profondamente segnato da un’esperienza allucinante che vorrebbe risparmiare ad altri ragazzi ingenui. Come scrive nel suo libro, non è il solo ad avere ucciso in Iraq, era un esercizio quotidiano anche per i suoi commilitoni. Quattro anni dopo aver lasciato il teatro delle operazioni, gli incubi lo perseguitano ancora.

Rosa Miriam Elizalde: Cosa significano questi tatuaggi?

Jimmy Massey: Ne ho molti. Me li sono fatti fare quando ero nell’esercito. Sulla mano (mostra la zona compresa tra il pollice e l’anulare) il simbolo di Blackwater, un esercito mercenario formatosi in Carolina del Nord, dove sono nato. Me lo sono fatto per spirito di contestazione perché i Marine non possono avere tatuaggi sui polsi e sulle mani. Un giorno, io e gli altri membri del mio plotone ci siamo ubriacati e ci siamo fatti fare lo stesso tatuaggio: un cow boy con gli occhi iniettati di sangue sopra alcuni assi, l’immagine della morte. Si, significa proprio quello che pensi: “hai ucciso una persona”. Sul braccio destro il simbolo dei Marine, la bandiera degli Stati Uniti e quella del Texas, dove mi sono arruolato. Sul petto, a sinistra, c’è un drago cinese che squarcia la pelle. Sta a significare che il dolore è la debolezza che abbandona il corpo. Ciò che non ci uccide ci rende più forti.


[Copertina del libro Cowboys del infierno in edizione spagnola, presentata al Salone del libro di Caracas alla presanza di Jimmy Massey. Si può acquistare il libro rivolgendosi direttamente alla casa editrice Timeli (mail@timeli.ch). L’edizione francese è apparsa con il titolo Kill ! Kill ! Kill !. La versione originale in inglese non è stata ancora pubblicata perché nessun editore vuole assumersi questo rischio]

Rosa Miriam Elizalde: Perché ha affermato di aver incontrato tra i Marine i peggiori individui che ha mai conosciuto?

Jimmy Massey: Gli Stati Uniti utilizzano i Marine in due modi: nelle missioni umanitarie e per ammazzare. Io ho passato dodici anni nel Corpo dei Marine degli Stati Uniti e non sono mai partito per missioni umanitarie.

Rosa Miriam Elizalde: Prima di partire per l’Iraq lei ha arruolato dei giovani? Cosa vuol dire essere reclutatore negli Stati Uniti?

Jimmy Massey: Per reclutare bisogna mentire. L’amministrazione Bush ha costretto i giovani statunitensi ad arruolarsi nell’esercito. Come? Usando lo stesso metodo che ho usato io: offerte economiche. In tre anni ne ho arruolati settantaquattro, nessuno mi ha detto che voleva entrare nell’esercito per difendere il proprio paese, nessuno aveva motivazioni patriottiche. Avevano bisogno di denaro per l’Università o per un’assicurazione medica. Cominciavo elencando tutti i vantaggi e solo alla fine aggiungevo che avrebbero servito la causa della patria. Non ho mai reclutato figli di persone abbienti. Quando si fa il reclutatore e si vuole continuare a lavorare, non bisogna farsi scrupoli.

Rosa Miriam Elizalde: Il Pentagono ha ridotto le condizioni richieste per entrare nell’esercito. Che significa tutto ciò?

Jimmy Massey: Gli standard di reclutamento si sono ridotti di molto perché quasi nessuno vuole arruolarsi. Avere problemi con la giustizia o di salute mentale non costituisce più un ostacolo. Persone che hanno commesso atti costati più di un anno di prigione, delitti seri, possono entrare nell’esercito, lo stesso vale per i giovani che non hanno terminato gli studi secondari. Se passano il test psicologico sono ammessi.

Rosa Miriam Elizalde: Lei è cambiato dopo la guerra, ma prima quali erano i suoi sentimenti?

Jimmy Massey: Prima ero un soldato semplice, credevo a tutto quello che mi dicevano. Ma quando sono diventato reclutatore ho cominciato ad avvertire un senso di malessere: dovevo sempre mentire.

Rosa Miriam Elizalde: Ciò nonostante era convinto che il suo paese si stesse impegnando in una guerra giusta contro l’Iraq.

Jimmy Massey: Si, i rapporti che ricevevamo ripetevano che Saddam aveva armi di distruzione di massa. Solo più tardi abbiamo capito che era una menzogna.

Rosa Miriam Elizalde: Quando l’ha capito?

Jimmy Massey: In Iraq, dove sono arrivato nel marzo del 2003. Il mio plotone era stato inviato sui luoghi occupati precedentemente dall’esercito iracheno. Lì abbiamo travato migliaia e migliaia di munizioni in casse etichettate negli Stati Uniti. Si trovavano lì da quando gli Stati Uniti avevano deciso di aiutare il governo di Saddam nella lotta contro l’Iraq. Ho visto casse e addirittura carri armati con la bandiera statunitense. I miei marine –ero sergente di categoria E6, superiore di un grado al semplice sergente, e comandavo 45 Marine-, i miei uomini mi domandarono perché ci fossero munizioni statunitensi in Iraq. Non capivano. I rapporti della CIA ci avevano convinti che Salmon Pac era un campo di terroristi e che vi avremmo trovato armi chimiche e biologiche. Ma non abbiamo trovato nulla di tutto questo. E' stato in quel momento che ho cominciato a sospettare che ci avessero mandati lì per il petrolio.

Rosa Miriam Elizalde: I brani più terribili del suo libro sono quelli in cui riconosce che in quel periodo era un assassino psicopatico. Mi può spiegare perché lo è diventato?

Jimmy Massey: Sono diventato un assassino psicopatico perché ero addestrato per uccidere. Non sono nato così. È l’esercito che ha fatto di me un gangster al servizio delle grandi multinazionali statunitensi, un ignobile delinquente. Ero stato addestrato per eseguire ciecamente gli ordini del presidente degli Stati Uniti e portare al paese ciò che lui aveva richiesto senza una qualsiasi considerazione morale. Ero uno psicopatico perché ho imparato prima a sparare e poi a domandare, come un malato e non come un soldato professionista che deve affrontare solo un altro soldato. Se bisognava ammazzare donne e bambini, noi lo facevamo. Quindi non eravamo più soldati ma mercenari.

Rosa Miriam Elizalde: Come è giunto a questa conclusione?

Jimmy Massey: Dopo parecchie esperienze. Il nostro lavoro consisteva nell’entrare nei quartieri urbani che ci avevano indicato e occuparci della sicurezza delle strade. C’è stato un incidente, uno dei molti, che mi ha fatto arrivare al limite: una macchina che trasportava civili iracheni. Tutti i rapporti dei servizi segreti che ci arrivavano dicevano che le automobili erano cariche di bombe ed esplosivo. Non avevamo altre informazioni. Le automobili arrivavano e noi sparavamo qualche colpo a salve come avvertimento; se non rallentavano e non andavano alla velocità che noi indicavamo, sparavamo senza esitare.

Rosa Miriam Elizalde: Con i mitra?

Jimmy Massey: Si e aspettavamo le esplosioni visto che le auto erano crivellate di colpi. Ma non c’è mai stata una sola esplosione. Poi guardavamo nella macchina e cosa trovavamo? Morti e feriti, ma mai un’arma, nessuna propaganda di Al Qaeda, niente. Erano civili capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Rosa Miriam Elizalde: Racconta anche che il suo plotone ha sparato su una manifestazione pacifica. Com’è successo?

Jimmy Massey: Era nei dintorni del complesso militare di Rasheeed, a sud di Bagdad, vicino al Tigri. C’erano dei manifestanti alla punta della strada. Erano giovani e non avevano armi. Eravamo avanzati e avevamo visto un carro fermo su un lato della strada. Il conducente del carro ci disse che si trattava di manifestazioni pacifiche. Se gli Iracheni avessero voluto fare qualcosa, avrebbero potuto far saltare il carro, ma non l’hanno fatto. Eravamo tranquilli, pensavamo “se avessero voluto sparare l’avrebbero già fatto”. Erano circa a duecento metri di distanza...

Rosa Miriam Elizalde: E chi ha dato l’ordine di sparare sui manifestanti?

Jimmy Massey: L’alto comando ci disse di non perdere di vista i civili, perchè parecchi feddayin della Guardia repubblicana si toglievano l’uniforme e si mascheravano da civili per organizzare attacchi terroristici contro i soldati statunitensi. I rapporti erano noti a tutti i membri della catena di comando. Tutti i Marine avevano un’idea chiara della struttura della catena di comando organizzata in Iraq. Credo che l’ordine di sparare fosse partito dagli alti funzionari dell’Amministrazione, sia dai centri di informazione militare che del governo.

Rosa Miriam Elizalde: Cosa avete fatto?

Jimmy Massey: Ho raggiunto il mio veicolo, un humvee (una jeep attrezzatissima) e ho sentito passare una pallottola sulla testa. I Marine avevano cominciato a sparare, ed io ho fatto lo stesso. Non ci fu risposta da parte dei manifestanti. Avevo sparato dodici volte, e nemmeno una risposta... Volli assicurarmi che avevamo ucciso secondo le norme di combattimento della Convenzione di Ginevra e i processi regolamentari delle operazioni. Cercai di dimenticare quei visi e mi misi a cercare le armi, ma non ce n’erano.

Rosa Miriam Elizalde: Come hanno reagito i suoi superiori?

Jimmy Massey: M’hanno detto “ Capita di sbagliare “

Rosa Miriam Elizalde: Come hanno reagito i suoi commilitoni quando hanno capito che erano stati tratti in inganno?

Jimmy Massey: Ero comandante in seconda. I miei Marine mi chiesero perché uccidessimo tanti civili. “Non puoi parlarne al luogotenente?” mi dissero. “ Fai notare che abbiamo bisogno di un’attrezzatura adeguata”. La risposta è stata “No!”. Quando i Marine si sono resi conto che si trattava di una grande bugia, persero la pazienza.

La nostra prima missione in Iraq non era finalizzata a portare degli aiuti alimentari, come invece ripetevano i media, ma ad assicurare il controllo dello sfruttamento del petrolio di Bassora. A Karbala abbiamo usato l’artiglieria per ventiquattro ore di seguito. È stata la prima città che abbiamo attaccato. Io invece credevo che dovessimo portare cibo e medicine alla popolazione. No. Abbiamo continuato fino alle zone di sfruttamento del petrolio. Prima dell’Iraq eravamo in Kuwait.

Siamo arrivati nel gennaio 2003. I veicoli erano pieni di cibo e medicine. Ho domandato al luogotenente cosa dovessimo fare, perché con tutte quelle provviste a bordo non c’era quasi più spazio per noi. Mi rispose che il capitano gli aveva ordinato di lasciare tutto in Kuwait. Poco dopo abbiamo avuto l’ordine di bruciare tutto, tutti i viveri e le medicine.

Rosa Miriam Elizalde: Ha anche denunciato l’uso di uranio impoverito...

Jimmy Massey: Ho 35 anni e la mia capacità polmonare si è ridotta del 20%. Secondo i medici soffro di una malattia degenerativa della colonna vertebrale che comporta stanchezza cronica e dolori ai tendini. Una volta mi piaceva correre tutti i giorni per dieci chilometri, ed ora riesco a stento a camminare per cinque o sei chilometri. Ho anche paura di avere dei figli. Ho infiammazioni al viso. Guardi questa foto (mi mostra quella che c’è sul suo cartellino del Salone del libro), me l’hanno scattata subito dopo il mio ritorno dall’Iraq. Sembro una creatura di Frankestein e questo è dovuto all’uranio impoverito. Immagini ciò che gli iracheni hanno dovuto patire...

Rosa Miriam Elizalde: Cosa è successo al suo ritorno negli Stati Uniti?

Jimmy Massey: Mi prendevano per pazzo, pensavano fossi un vile, un traditore.

Rosa Miriam Elizalde: I suoi superiori dicono che lei racconta menzogne.

Jimmy Massey: Ma le prove contro di loro sono schiaccianti. L’esercito statunitense è sfinito. Più durerà questa guerra, più la mia verità potrà venire a galla.

Rosa Miriam Elizalde: Il libro che ha presentato in Venezuela è stato pubblicato in spagnolo e francese. Perché non è uscito negli Stati Uniti?

Jimmy Massey: Gli editori hanno preteso che i nomi delle persone implicate fossero cancellati e che la guerra in Iraq fosse presentata in maniera più nebulosa, meno cruda. Ma non sono disposto a farlo. Un editore come New Press, apparentemente di sinistra, ha rifiutato di pubblicare il libro per paura di azioni giudiziarie, visto che le persone citate li avrebbero querelati.


[L’associazione di Jimmy Massey, IVAW “Veterani dell’Iraq contro la guerra” -Iraq Veterans Against the War, IVAW- organizza negli Stati Uniti una manifestazione per denunciare quest’invasione illegale]

Rosa Miriam Elizalde: Perché dei media come il New York Times e il Washington Post non danno voce alla sua testimonianza?

Jimmy Massey: Non ripeterò la versione ufficiale, secondo cui le truppe erano in Iraq per aiutare la popolazione, e non dico neppure che i civili muoiono accidentalmente. Mi rifiuto di dirlo. Non ho mai visto uno sparo accidentale contro gli iracheni e mi rifiuto di mentire.

Rosa Miriam Elizalde: Hanno cambiato atteggiamento?

Jimmy Massey: No, hanno aperto le pagine all’obiezione di coscienza: le opinioni e i libri di persone che sono contro la guerra ma che non hanno vissuto questo genere d’esperienza. Non vogliono mai guardare in faccia la realtà.

Rosa Miriam Elizalde: Ha delle foto o altri documenti che provino ciò che dice?

Jimmy Massey: No, tutto ciò che avevo mi è stato requisito quando ho avuto l’ordine di rientrare negli Stati Uniti. Sono tornato dall’Iraq con due armi: la mia testa e un coltello.

Rosa Miriam Elizalde: Secondo lei c’è un modo per fermare la guerra a breve?

Jimmy Massey: No, da quello che vedo, visto che repubblicani e democratici sono d’accordo su questa politica. La guerra è un affare enorme per i due partiti che dipendono dai complessi industriali e militari. Avremmo bisogno di un terzo partito.

Rosa Miriam Elizalde: Quale?

Jimmy Massey: Quello del socialismo.

Rosa Miriam Elizalde: Ha partecipato al dibattito che s’intitolava “È possibile una rivoluzione negli Stati Uniti?”. Ci crede davvero?

Jimmy Massey: E' già cominciata nel Sud, dove sono nato.

Rosa Miriam Elizalde: Ma il Sud è tradizionalmente la parte più conservatrice del paese.

Jimmy Massey: Dopo l’uragano Katrina le cose sono cambiate. New Orleans assomiglia a Bagdad. La gente del Sud s’indigna e si domanda tutti i giorni come è possibile che si investino delle fortune in una guerra inutile a Bagdad e allo stesso tempo non si trovi un soldo per New Orleans. Ricorda che nel Sud è cominciata la più grande ribellione della nazione?

Rosa Miriam Elizalde: Andrà a Cuba?

Jimmy Massey: Ammiro molto Fidel Castro e il popolo di Cuba. Se mi invitassero ci andrei molto volentieri. Non m’interessa quello che dice il mio governo. Nessuno può decidere dove posso o non posso andare.

Rosa Miriam Elizalde: Sa che il simbolo del disprezzo imperiale verso la nostra nazione è una fotografia di alcuni Marine che urinano sulla statua di José Martin, l’eroe della nostra indipendenza?

Jimmy Massey: Certamente. Quando ero nel corpo dei Marine ci parlavano di Cuba come se si trattasse di una colonia degli Stati Uniti e ci insegnavano un po’ di storia. Un Marine deve sempre sapere qualcosa del paese che sta per invadere, come dice la canzone...

Rosa Miriam Elizalde: La canzone dei Marine?

Jimmy Massey: (Canta) “From the halls of Montezuma, to the shores of Tripoli” [Dalle sale di Montezuma, fino alle spiagge di Tripoli… ndt]

Rosa Miriam Elizalde: Vale a dire il mondo intero...

Jimmy Massey: Effettivamente il sogno è quello di dominare il mondo... anche se per realizzarlo dobbiamo diventare tutti degli assassini.

Titolo originale: "Jimmy Massey: «He sido un asesino psicópata» "

Fonte:http://www.cubadebate.cu/
Link
15.11.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di NUNZIA VINCENZA DE PALMA