Amministra sito

Nuovo blog Nireblog


Categoria: Italia

All'inizio del 1993 la Fininvest è sull'orlo del fallimento

gatosan 05/01/2008 @ 15:48

All'inizio del 1993 la Fininvest è sull'orlo del fallimento.

di Marco Travaglio

ALL'INIZIO DEL 1993 la Fininvest è sull'orlo del fallimento.

Indebitata e inquisita fino al collo, I «comitati corporate» dei top
manager e dei dirigenti del gruppo si riuniscono quasi ogni giorno con Silvio Berlusconi nel quartier generale di Milano2 per l'estremo
salvataggio.

L'ingegner Guido Possa, segretario particolare del Cavaliere, verbalizza in «report» che finiranno in mano al pool di Milano.

Il 22 gennaio il direttore finanziario Ubaldo Livolsi fa il punto sui
debiti: 4550 miliardi di lire, 700 in più del '91.

E «il sistema bancario non è disposto ad aumentare l'affidamento nei nostri confronti (alcune banche anzi han chiesto a noi, come a tanti altri clienti, piccole ma significative riduzioni dell'esposizione (...). La situazione è molto seria».

Il rischio è il fallimento:
«Basterebbe una sia pur lieve flessione delle entrate pubblicitarie della tv (non improbabile vista la recessione) (...) per porci in grosse difficoltà».

Anche il Cavaliere vede nero: «La nostra tv è un'azienda matura, con buona redditività, ma lentamente si avvia al decli no». Ci vorrebbe un'idea.

Un'idea meravigliosa

I dirigenti suggeriscono di vendere un pezzo di Telepiù o di quotare la partecipazione della Silvio Berlusconi Editore in Mondadori, così da rimborsare le banche.

Ma il Cavaliere dice no e il 22 febbraio illustra, ai suoi uomini attoniti, un piano temerario.

Possa annota: «L'unica concreta azione possibile a breve è un accordo con la Rai: potrebbe ridurre i costi di 300-350 miliardi l'anno.

È urgente intervenire nel processo di ridefinizione della struttura Rai, per far sì che le massime responsabilità siano assunte da veri manager (coi quali sarebbe più agevole raggiungere un buon accordo) e prega Roberto Spingardi (capo del personale Fininvest) di suggerirgli nominativi di persone papabili (congiuntamente a G. Letta)».

Il padrone della Fininvest vuole scegliersi i capi della Rai.

Imbottirla di manager «amici» perché «tengano bassa» la programmazione, dando fiato alle boccheggianti reti di Milano2.

Nel '93 la guerra dell'audience ha dissanguato le casse Fininvest.

Se - ragiona Berlusconi - si convince la Rai a un disarmo bilanciato, i due contendenti abbassano gl'investimenti, la qualità e i costi. Intanto la Rai perde il primato negli ascolti e Fininvest incamera più spot e alza i prezzi (mentre la Rai ha un tetto di spot invalicabile, già al limite).

Ma nel nuovo governo «tecnico» Ciampi non ha amici. E nemmeno nel nuovo Cda Rai.

In Viale Mazzini arrivano i «professori», sotto la presidenza di Claudio Demattè, che danno spazio a professionisti come Guglielmi, Iseppi, Freccero, Aldo Grasso.

Torna persino Beppe Grillo.
Il Cavaliere è disperato, ricorderà Dell'Utri: «Nel settembre '93 Berlusconi mi convocò ad Arcore e mi disse:
"Marcello, dobbiamo fare un partito"(...).

C'era l'aggressione delle Procure e la Fininvest aveva 5000 miliardi di debiti. Franco Tatò, amministratore delegato del gruppo, non vedeva vie d'uscita:
"Cavaliere dobbiamo portare i libri in tribunale"».

Così Berlusconi si fa avanti con Demattè e butta lì la proposta indecente: un accordo di cartello per spartirsi audience e pubblicità.

Come annoterà il consigliere Paolo Murialdi, i rappresentanti delle due aziende discutono come «ridurre le spese degli acquisti e di produzione di Rai e Fininvest».

Con tanti saluti al libero mercato, il Cavaliere pretende «una ripartizione dell'audience in parti uguali, nella misura del 45%».

A vantaggio di Mediaset, che sta sotto la Rai: «All'epoca un punto di audience equivaleva 20 miliardi di introito pubblicitario».

Proposta indecente

Demattè rifiuta perché «era inaccettabile: un accordo di ferro per dividerci in partenza le quote di audience.
Se uno dei due superava la quota, doveva provvedere a scaricare il palinsesto (...): inserire programmi di bassa qualità e basso costo per permettere alla rete concorrente di riguadagnare le quote perdute».
Demattè pagherà caro il gran rifiuto. Il 9 giugno '94, al governo da un mese, Berlusconi attacca la Rai perché fa concorrenza a Fininvest: «È un servizio pubblico, non dovrebbe curarsi di raggiungere il massimo di ascolto, casomai coprire i vuoti che le tv commerciali lasciano aperti>.

Il 26 giugno, in gran segreto, riunisce ad Arcore i manager di Publitalia per esaminare il piano triennale di risanamento Rai elaborato da Demattè: aumenti automatici del canone legati al costo dei programmi trasmessi e crescita del 5% annuo del fatturato pubblicitario.

Ma i manager Fininvest lo bocciano: se la Rai cresce ancora, il Biscione tracolla.

La contro-proposta è contenere i ricavi pubblicitari della Rai, con «un tetto di 1000-1100 miliardi annui».
Berlusconi boccerà come «scandaloso» il piano triennale della Rai e, visto che i professori non si dimettono, il 31 giugno li licenzia con un emendamento di 5 righe al decreto salva-Rai.

Il nuovo vertice di Viale Mazzini è di stretta osservanza berlusconiana.
Presidente Letizia Moratti, al Tg1 Carlo Rossella, al Tg2 Clemente Mimun, e così via.
Qualche mese più tardi, cambio della guardia anche al vertice della Sipra: via Edoardo Giliberti, che nel '93 ha aumentato il fatturato del 7% (contro l'1.5% di Publitalia), dentro Antonello Perricone, ex Publltalia.

La presidente Moratti è stata chiara: «La Rai dev'essere complementare alla Fininvest».
Dice Demattè: «Giliberti ha ottenuto risultati straordinari, ma non si sarebbe fatto corrompere».
Giliberti conferma: «Era un accordo sull'audience che avrebbe inciso sulla pubblicità.
Abbassare l'audience è facile: basta spostare i programmi pomeridiani in prima serata e viceversa.
L'audience crolla nello spazio di un mattino».

Pubblicità, la grande torta

Il primo governo Berlusconi dura solo 7 mesi.
Ma nel '96 Berlusconi quota in Borsa le sue tv (nuovo marchio: Mediaset), scaricando i debiti sul mercato.
Nel 2001 torna a Palazzo Chigi, infiltra i suoi uo­mini alla Rai e il piano del '93-'94 si concretizza.

Per cinque anni. Calisto Tanzi, patron della Parmalat racconta che
Berlusconi nel '94 gli aveva chiesto «un aiuto»:
«Insie­me concordammo di utilizzare il canale della pubblicità per
finan­ziare occultamente Forza Italia.

Trasferimmo quote di pubblicità Rai a Publitalia, anche se non ne sono sicurissimo, ma certamente l'accordo con Berlusconi prevede­va che le tariffe degli spot non go­dessero di particolari sconti e/o promozioni.
Parlai con Barili, ca­po del settore, dicendogli di favori­re Mediaset, cosa che fece».

Non c'è solo Parmalat, a trasferire i suoi spot dalla Rai alle reti
Mediaset per compiacere il nuovo inquilino di Palazzo Chigi:
nel 2001 Telecom ri­tira dalla Rai investimenti per 77,5 miliardi di lire, la Nestlè per 20, la Fiat per 9.

Nel 2003 70 aziende di­stolgono i loro investimenti dalla stampa per girarli alle reti Mediaset, sottraendo 165 milioni di euro alla stampa e trasferendone un centinaio al Biscione.

Secondo il Garante, i ricavi di Mediaset salgo­no dai 1497 milioni di euro del 1998 ai 2157 del 2004, mentre quelli della Rai salgono solo fino al 2000, poi si bloccano dal 2001 al 2003.

Anche perché tra il 2002 e il 2003, grazie alla gestione Baldassarre-Saccà e alla cacciata di Biagi, Santoro e Luttazzi, la Rai ha perso la sfida - prima sempre vinta - del prime time, passando dal 47.6% di share (contro il 43 di Mediaset) a un misero 43.6% (contro il 46.4% di Mediaset).

Uno crollo di 4 punti, talmente plateale da por­tare al «Raibaltone» del 2003, con l'arrivo del duo Annunziata-Cattaneo che recupererà qualche pun­to, portando i due colossi al pareggio.

Intanto però alla Rai coman­dano uomini Mediaset, da Deborah Bergamini ad Alessio Gorla, in costante contatto con la "concor­renza" e con lo staff del premier pa­drone.
Proprio quel che Berlusco­ni sognava nel '93.
Mediaset or­mai è una gigantesca macchina da soldi: altissimi ricavi pubblicitari (2,5 miliardi di euro l'anno), bassis­sime spese per i palinsesti (1 miliar­do). Il 22 marzo 2005 Mediaset an­nuncia «i migliori risultati econo­mici e finanziari dal '96».
Utile net­to a 500 milioni (+35,3%), raccol­ta pubblicitaria a +9,1.

Un'azione Mediaset vale 187% in più del '96. E Berlusconi, ha triplicato il suo pa­trimonio dal '94: da 3,1 a 9,6 mi­liardi di euro.

Niente male.

Nel '94, diceva a Montanelli e Biagi:
«Se non entro in politica finisco in galera e fallisco per debiti».
l'Unità (26 novembre 2007)

Marco Travaglio

fonte: Max Disprezzo

DAL SISDE ALLA MAFIA LA CARRIERA DE “‘U DUTTURI”

gatosan 04/01/2008 @ 19:57

DI MARCO TRAVAGLIO
L’ Unità

Sulle ragioni umanitarie di "eccezionale urgenza" che hanno indotto il ministro Mastella a istruire immediatamente la pratica per la grazia a Bruno Contrada, condannato definitivamente sette mesi fa a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, bastano le considerazioni di Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo: "Il giudice di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere si è pronunciato il 12 dicembre contro il differimento della pena del Contrada poiché le patolo­gie dello stesso potrebbero essere curate in carcere o in apposite strutture esterne. Se peraltro tutti gli affetti di patologie come il diabete dovessero avanzare domanda di grazia e ottenerla in tempi cosi rapidi, il sovraffollamento delle carceri sarebbe rapidamente risolto.."

Se poi Contrada non avesse avviato lo sciopero della fame, ma avesse continuato a nutrirsi, le sue condizioni di salute sarebbero senz'altro migliori. Il detenuto malato dev'essere curato, nell'infermeria del carcere o in ospedale, secondo le leggi vigenti, non essendo la grazia una terapia anti-diabete. Quanto alle ragioni giuridiche di un'eventuale demenza, sono ancor più deboli di quelle umanitarie. Mai è stato graziato un personaggio di quel calibro condannato per mafia. E mai è stato graziato un condannato a distanza così ravvicinata dalla sua condanna (Contrada ha scontato 7 me­si dei 10 anni previsti). Si è molto discusso, a proposito di Adriano Sofri, se il candidato alla grazia debba almeno chiederla o possa riceverla d'ufficio, se debba accettare la sen­tenza o la possa rifiutare: ma, se anche prevalesse la seconda tesi, sareb­be ben strano graziare un signore, stipendiato per una vita dallo Stato, che ha dipinto i suoi giudici come strumenti in mano alla mafia per condannare un nemico della mafia, giudici al servizio di un manipolo di manigoldi, di criminali, di pendagli da forca che hanno inventato le cose più assurde mettendosi d'accordo. E tuttora chiede la revi­sione del processo. Graziarlo addirittura prima dell'eventuale revisione, significherebbe usare impropriamente la clemenza per ribaltare il verdetto della Cassazione: un'invasione di campo del potere politico in quello giudiziario. Ultimo punto: sollecitata per un parere dal giudice di sorveglianza di Santa Maria Ca­pua Vetere, la Procura di Palermo ha risposto che Contrada non risul­ta aver mai interrotto i suoi rapporti con Cosa Nostra, ragion per cui si ritiene che potrebbe - una volta libero - riallacciarli.

Restano da esaminare le possibili ragioni Politiche di tanta fretta. Ragioni che risalgono alle sua lunga e controversa carriera di poliziotto e agente segreto alle dipendenze dello Stato, ma al servizio dell'Antistato.

Già capo della Mobile e della Criminalpol di Palermo, già numero tre del Sisde (alla guida del dipartimento Criminalità organizzata) fino al Natale del 1992, quando fu arrestato, Contrada è indicato come trait d'union fra Stato e mafia non solo da una ventina di mafiosi pentiti, ma pure da una gran quantità di autorevolissimi testimoni. A cominciare dai colleghi di Giovanni Falcone, che raccontano la diffidenza che il giudice nutriva nei confronti di "'u’ Dutturi": i giudici Del Pon­te, Caponnetto, Almerighi, Vito D'Ambrosio, Ayala. E poi Laura Cassarà, vedova di Ninni (uno dei colleghi di Contrada alla Questura di Palermo assassinati dalla mafia mentre lui colludeva con la mafia). Tutti a ripetere davanti ai giudici di Palermo che Contrada passava in­formazioni a Cosa Nostra, incontrando anche personalmente alcuni boss, come Rosario Riccobono e Calogero Musso.

Nelle sentenze succedutesi in 15 anni, si legge che Con­trada concesse la patente ai boss Ste­fano Bontate e Giuseppe Greco; che agevolò la latitanza di Riina e la fu­ga di Salvatore Inzerillo e John Gambino; che intratteneva rapporti privilegiati con Michele e Salvatore Greco; che spifferava segreti d'indagine ai mafiosi in cambio di favori e regali (come i 10 milioni di lire accantonati dal bilancio di Cosa No­stra, nel Natale del 1981, per acquistare un'auto a un'amante del su­perpoliziotto); che ha portato al pro­cesso falsi testimoni a sua difesa. Decisivo il caso di Oliviero Tognoli, l'imprenditore bresciano arrestato in Svizzera nel 1988 come riciclato­re della mafia. Secondo Carla Del Ponte, che lo interrogò a Lugano in­sieme a Falcone,Tognoli ammise che a farlo fuggire dall'Italia era sta­to Contrada, anche se, terrorizzato da quel nome, rifiutò di metterlo a verbale. Poi, in un successivo interrogatorio, ritrattò. Quattro mesi dopo, Cosa Nostra tentò di assassinare Falcone e la Del Ponte con la bomba all'Addaura. Nemmeno Borsellino si fidava di Contrada. E nemme­no Boris Giuliano: finì anche lui morto ammazzato. Il che spiega, forse, lo sconcerto dei familiari delle vittime della mafia all'idea che lo Stato, dopo aver speso 15 anni per condannare Contrada, impieghi 7 mesi per liberarlo.

Ma c'è un ultimo capitolo, che sfugge alle sentenze: uno dei tanti tasselli che compongono il mosaico del "non detto", o dell'indicibile sulla strage di via d'Amelio, dove morì Borsellino con gli uomini della sua scorta (ancora oggetto di indagini della Procura di Caltanissetta, che pure ha archiviato la posizione di Contrada). Quel pomeriggio del 19 luglio '92 Contra­da è in gita in barca al largo di Paler­mo con gli amici Gianni Valentino (un commerciante in contatto col boss Raffaele Ganci) e Lorenzo Nar­racci (funzionario del Sisde). Rac­conterà Contrada che, dopo pran­zo, Valentino riceve una telefonata della figlia “che lo avvertiva del fatto che a Palermo era scoppiata una bomba e comunque c'era stato un attentato. Subito dopo il Narracci, credo con il suo cellulare, ma non escludo che possa anche aver usato il mio, ha chiamato il centro Sisde di Palermo per informazioni più pre­cise. Appreso che la bomba è esplosa in via d'Amelio, dove abita la madre di Borsellino, Contrada si fa accompagnare a riva, passa da casa e, in serata, giunge in via d'Ame­lio.

Ma gli orari - ricostruiti dal consulente tecnico dei magistrati, Gioacchino Genchi - non tornano. L'ora esatta della strage e stata fis­sata dall'Osservatorio geosismico alle 16, 58 minuti e 20 secondi. Alle 17 in punto, cioè 80 secondi dopo l'esplosione, Contrada chiama dal suo cellulare il centro Sisde di via Ro­ma. Ma, fra lo scoppio e la chiama­ta, c'è almeno un'altra telefonata: quella che ha avvertito Valentino dell'esplosione. Dunque, in 80 secondi, accadono le seguenti cose: la bomba sventra via d'Amelio; un misterioso informatore (Contrada dice la figlia dell'amico) afferra la cornet­ta di un telefono fisso (dunque non identificabile dai tabulati), forma il numero di Valentino e l'avverte del­l'accaduto. Valentino informa Contrada egli altri sulla barca. Contra­da afferra a sua volta il cellulare, compone il numero del Sisde e ottiene la risposta dagli efficientissimi agenti presenti negli uffici solita­mente chiusi di domenica, ma tutti presenti proprio quella domenica. Tutto in un minuto e 20 secondi. Misteri su misteri.

Come poteva la figlia di Valentino sapere, a pochi secondi dal botto, che - parola di Contrada - c'era stato un attentato? Le prime volanti della polizia giunsero sul posto 10-15 minuti dopo lo scoppio. E come potevano, al centro operativo Sisde, sapere che era esplosa una bomba in via D'Amelio già un istante dopo lo scoppio? Le pri­me notizie confuse sull'attentato sono delle 17.30. Escludendo che la figlia di Valentino e gli uomini del Si­sde siano dei veggenti, e ricordando i rapporti del commerciante con i Ganci, il dubbio che l'informazione sia giunta da chi per motivi - dicia­mo così - professionali, ne sapeva molto di più. Qualcuno che magari si trovava appostato in via D'Amelio, o nelle vicinanze, in un ottimo punto di osservazione più distante (il Monte Pellegrino, dove sorge il castello Utveggiom (sede di alcuni uffici del Sisde in contatto con un mafioso coinvolto nella strage). E attendeva buon esito dell'attentato per poi co­municarlo in tempo reale a chi di dovere.

Prima di concedere la grazia a Contrada, si dovrebbe almeno pre­tendere che dica la verità su quel giorno. Altrimenti qualcuno potrebbe so­spettare - con i parenti delle vittime - che lo si voglia liberare per paura che dica la verità.

Marco Travaglio

su ComeDonChisciotte

MILITARI ITALIANI IN IRAQ, ANCORA

gatosan 30/12/2007 @ 13:25

A CURA DI UMANITA' NOVA

La notizia era cominciata a girare, seppure sottovoce, su alcuni giornali nello scorso luglio, eppure a tutt'oggi nel sito web del ministero della Difesa, non ve ne è ancora una seria conferma.

Da tale sito, è pur vero, si apprende che tra le operazioni all'estero in corso vi è quella in Iraq "con il Deputy Commander della NTM-I, il generale di divisione Alessandro Pompegnani, e un team impiegato prevalentemente nell'ambito del Joint Staff College, ove sono in corso di svolgimento corsi per Senior Staff Officer e per Junior Staff Office"; ma da tale vaga descrizione non si può certo comprendere a cosa esattamente ci si riferisce.

In realtà si tratta di una missione Nato, iniziata nel 2004, per l'addestramento e l'assistenza alle forze militari e di sicurezza irachene, a cui da settembre partecipano 41 carabinieri. Lo stato italiano, infatti, ricopre un ruolo di primo piano nell'Accademia istituita dalla Nato a Rustamyah, nei pressi di Baghdad, e con la legge 38 approvata dal Parlamento il 29 marzo scorso ha finanziato la missione con oltre 10 milioni di euro.

Compito dei carabinieri-addestratori selezionare e istruire in due anni 8 battaglioni, di 400 agenti iracheni ciascuno, alle tecniche antisommossa e antiguerriglia e anti-terrorismo. Il personale iracheno a sua volta svolgerà compiti di istruttore per altre 6 brigate (24 battaglioni) che rappresenteranno l'elite della Iraqi National Police.

Nonostante le rassicuranti dichiarazioni ufficiali, si tratterà di costituire reparti simili come struttura e formazione alle unità Msu (Multinational Specialized Unit) che l'Arma dei carabinieri ha creato dieci anni or sono per l'impiego nei Balcani in ambito Nato e che hanno operato anche in Iraq durante l'operazione Antica Babilonia.

Gli istruttori italiani distaccati a Camp Dublin, una base Usa situata nei pressi dell'aeroporto di Baghdad, proverranno quindi in gran parte dalla Seconda Brigata Mobile, la grande unità dei carabinieri per le operazioni all'estero con comando a Livorno e composta dai reggimenti 13° e 7° di Laives (Bz) e Gorizia e dalle forze d'élite del reggimento paracadutisti Tuscania, mentre per le specializzazioni più tecniche potrebbero essere impiegati in Iraq anche istruttori del Gis. In realtà, questa missione si ricollega a quella d'addestramento, conclusasi il 2 febbraio 2007, realizzata a Baghdad da un team denominato MALT (Military Advise & Liaison Team) con compiti di affiancamento, tutoring e mentoring del personale dell'Iraqi Base Defense Unit; inoltre, tutt'ora, opera, presso il ministero della difesa iracheno, un ufficiale della marina militare italiana quale consulente del comandante delle forze navali irachene.

Continua così, con il silenzio imbarazzato e colpevole dei partiti di sinistra, la politica interventista italiana in Iraq dopo che il governo Prodi si era vantato d'averla conclusa.

Ma se tutto appare rimosso attorno alla missione di guerra in Iraq, la strage di Nassiriya rimane una questione aperta, anche se l'inchiesta della procura di Roma è destinata all'archiviazione, dopo l'impiccagione avvenuta il 13 settembre dell'unico indagato, Abu Omar Al Kurdi. Resta aperta, infatti, l'inchiesta avviata dalla magistratura militare e, proprio negli ultimi giorni di settembre, ancora una volta in un silenzio pressoché totale dell'informazione ufficiale, è stato reso noto che i familiari degli italiani, militari e civili, morti nell'attentato contro la base Maestrale, così come alcuni dei feriti, sono stati ammessi come parti civili nel procedimento penale a carico contro tre alti gradi dell'esercito e dei carabinieri, incriminati per "omissione aggravata di provvedimento per la difesa militare", responsabilità ben più grave di quella imputata a quanti non vollero associarsi alla retorica militarista del lutto nazionale, così come accaduto al romano Salvatore Vampo condannato a sette mesi di reclusione e diecimila euro di multa, per i reati di vilipendio del tricolore e resistenza a pubblico ufficiale commessi in occasione dei funerali di stato.

Altra Informazione - Umanità Nova n. 32
Fonte: http://isole.ecn.org/uenne/
Link

La vera storia di don Pierino “Quattro anni passati in carcere” Don Pierino Gelmini

gatosan 26/12/2007 @ 12:54

La vera storia di don Pierino
“Quattro anni passati in carcere”

Francesco Grignetti su La Stampa ricostruisce il passato del prete in lotta contro la droga che in giardino aveva una Jaguar: per due volte finì dietro le sbarre con accuse di truffa e bancarotta fraudolenta

Don piero gelmini Milano, 5 agosto 2007 - C’è stato un altro don Pierino prima di don Pierino. Un prete che ha sempre sfidato le convenzioni, ma che di guai con la giustizia ne ha avuti tanti, ed è pure finito in carcere un paio di volte. A un certo punto è stato anche sospeso «a divinis», salvo poi essere perdonato da Santa Romana Chiesa.
E’ il don Gelmini che non figura nelle biografie ufficiali. I fatti accadono tra il 1969 e il 1977, quando don Pierino era ancora considerato un «fratello di». Una figura minore che viveva di luce riflessa rispetto al più esuberante padre Eligio, confessore di calciatori, amico di Gianni Rivera, frequentatore di feste, fondatore delle comunità antidroga «Mondo X» e del Telefono Amico.
Anni che furono in salita per don Pierino e che non vengono mai citati nelle pubblicazioni di Comunità Incontro. Per forza. Era il 13 novembre 1969 quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta, nella sua villa all’Infernetto, zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E già all’epoca fece scalpore che questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino.
Lui, don Pierino, nella sua autobiografia scrive che lì, nella villa dell’Infernetto, dopo un primissimo incontro-choc con un drogato, tale Alfredo, nel 1963, cominciò a interessarsi agli eroinomani. In tanti bussavano alla sua porta. «Ed è là che, ospitando, ancora senza tempi o criteri precisi, ragazzi che si rivolgono a lui, curando la loro assistenza legale e visitandoli in carcere, mette progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituiranno l’ossatura della Comunità Incontro».
All’epoca, Gelmini aveva un certo ruolo nella Curia. Segretario di un cardinale, Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires. Ma aveva scoperto la nuova vocazione. «Rinunciai alla carriera per salire su una corriera di balordi», la sua battuta preferita.
I freddi resoconti di giustizia dicono in verità che fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E restò impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe costruire palazzine all’Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura.
Don Pierino, che amava farsi chiamare «monsignore», e per questo motivo si era beccato anche una diffida della Curia, sparì dalla circolazione. Si saprà poi che era finito nel cattolicissimo Vietnam del Sud dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hué. Ma la storia finì di nuovo male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: «Chi è il monsignore che raggirò la vedova di Presidente vietnamita».
Dovette rientrare in Italia. Però l’aspettavano al varco. Si legge su un ingiallito ritaglio del Messaggero: «Gli danno quattro anni di carcere, nel luglio del ‘71. Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi». Cattiverie.
Fatto sta che le biografie ufficiali sorvolano su questi episodi. Non così i giornali dell’epoca. Anche perché nel 1976, quando queste vicende sembravano ormai morte e sepolte, e don Pierino aveva scontato la sua condanna, nonché trascorso un periodo di purgatorio ecclesiale in Maremma, lo arrestarono di nuovo.
Questa volta finì in carcere assieme al fratello, ad Alessandria, per un giro di presunte bustarelle legate all’importazione clandestina di latte e di burro destinati all’Africa. Si vide poi che era un’accusa infondata. Ma nel frattempo, nessuna testata aveva rinunciato a raccontare le spericolate vite parallele dei due Gelmini. Ci fu anche chi esagerò. Sul conto di padre Eligio, si scrisse che non aveva rinunciato al lusso neppure in cella.
Passata quest’ennesima bufera, comunque, don Pierino tornò all’Infernetto. Sulla Stampa la descrivevano così: «Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera».
Tre anni dopo, nel 1979, sbarcava con un pugno di seguaci, e alcuni tossicodipendenti che stravedevano per lui, ad Amelia, nel cuore di un’Umbria che nel frattempo si è spopolata. Adocchiò un rudere in una valletta che lì chiamavano delle Streghe, e lo ottenne dal Comune in concessione quarantennale. Era un casale diroccato. Diventerà il Mulino Silla, casa-madre di un movimento impetuoso di comunità.
Gli riesce insomma quello che non era riuscito al fratello, che aveva anche lui ottenuto in concessione (dal proprietario, il conte Ludovico Gallarati Scotti, nel 1974) un rudere, il castello di Cozzo Lomellina, e l’aveva trasformato, grazie al lavoro duro di tanti volontari e tossicodipendenti, in uno splendido maniero. Ma ormai la parabola di padre Eligio era discendente. Don Pierino, invece, stava diventando don Pierino.

vedi anche

Don Gelmini: “Chiedo scusa agli ebrei”

Mastella: “Nessuna interferenza”

tratto da:  http://qn.quotidiano.net/2007/08/05/29205-vera_storia_pierino.shtml

LA STRAGE DEL MOBY PRINCE. 140 MORTI, L'ENNESIMA VERGOGNA ITALIANA

gatosan 26/12/2007 @ 11:38

DI SOLANGE MANFREDI
paolofranceschetti.blogspot

I giornali di questi giorni riportano la notizia dell’aggressione a un consulente tecnico che si occupa della vicenda del Moby Prince. Aggredito da 4 persone con il passamontagna è stato immobilizzato, stordito con una sostanza spray e scaraventato nell’auto a cui poi hanno dato fuoco. Fortunatamente è riuscito a salvarsi. Anche l’avvocato Carlo Palermo, legale delle vittime del Moby Prince, da quando ha ripreso in mano il caso, ha già ricevuto numerose intimidazioni e minacce. Perché?

Era la sera del 10 aprile 1991 quando 140 persone morirono bruciate sul Moby Prince davanti al porto di Livorno. Se domandi a qualcuno cosa causò la tragedia ancora oggi ti senti rispondere: c’era una fitta nebbia, l’equipaggio era davanti alla televisione a vedere una partita di calcio e, a causa di una manovra incauta, è entrato in collisione con la Petroliera Agip Abruzzi. In soldoni la causa della tragedia è da attribuirsi a nebbia e negligenza. Questo d’altronde è quanto affermato, nelle loro conclusioni, dalle Commissioni di Inchiesta della Capitaneria di Porto di Livorno e del Ministero della Marina Mercantile. Ma se è così perché chi si occupa del caso è vittima di intimidazioni, minacce o tentati omicidi? La risposta è semplice: quello che è stato detto è falso e la verità non deve venire fuori.

Con Ustica successe la stessa cosa. Ricordate? Anche in quel caso la Commissione di inchiesta stabilì che l’aereo Itavia era caduto per un cedimento strutturale. Non a caso la strage del Moby Prince viene chiamata l’Ustica del mare. Certe “vergogne” devono restare nascoste e quando qualcuno lotta per far emergere la verità ecco che il collaudato meccanismo si rimette in moto: isolamento, calunnie, intimidazioni, minacce e, se queste non bastano a far desistere, ecco le immancabili morti mascherate da suicidio od incidente. Ma la domanda che sorge spontanea a questo punto è: chi è che uccide con queste modalità? La mafia? La ‘ndrangheta? La camorra? Il terrorista? Un inesperto rapinatore? Indovinate un po’? La risposta non è difficile ma prima di rispondere poniamoci un’altra domanda: cosa successe la sera della strage del Moby Prince al porto di Livorno e quali sono i soggetti coinvolti?

Per sapere la verità sulla tragedia del Moby Prince non si deve fare chissà quali ipotesi fantasiose, non si deve aderire a strampalate ipotesi degli amanti dei complotti o altro, basta leggere gli atti, i documenti, le testimonianze (lavoro che la maggior parte dei giornalisti hanno dimenticato da tempo, trasformatisi, ormai, in megafono dei poteri forti ) ed ecco che allora si scopre che:

- quella sera la visibilità era perfetta, nessuna nebbia né prima, né durante né subito dopo la collisione (come dimostrano foto, e video amatoriali, uno dei quali trasmesso anche dal TG1);

- nessuno dell’equipaggio stava guardando la partita (nella cabina di comando non vi erano televisori);

- l’impatto non è stato improvviso. Tutti i passeggeri erano nel salone De Lux (stanza provvista di porte tagliafuoco) con bagagli e giubbotti di salvataggio.
Questo significa che erano stati richiamati dalle cabine presso cui si trovavano, alcuni stavano mettendo a letto i bambini, invitati a rifare i bagagli, indossare i giubbotti e radunarsi nel salone, là dove sono stati trovati. Nessuno dei corpi presentava traumi. Difficile conciliare tutto ciò con un impatto improvviso causato dalla negligenza dal personale che guardava la partita;

- Nel corso della lunga procedura, che ha portato tutti i passeggeri con bagagli e giubbotti salvagente nel salone, nell’impossibilità di manovrare la nave, impossibilità di comunicare, come se un cono d’ombra avesse fatto impazzire tutte le strumentazioni di bordo;

- Le persone a bordo del Moby Prince non sono morte in pochi minuti, ma dopo ore come dimostrano le autopsie;

- I soccorsi, partiti immediatamente si sono diretti tutti sulla Agip Abruzzi. Nessuno verso la Moby Prince che, abbandonata, viene lasciata andare alla deriva in fiamme… con il suo carico di passeggeri che, diligentemente, aspettano di essere salvati. Moriranno dopo ore di paura e disperazione. Eppure la Moby era visibile come dimostra la vicenda di due semplici ormeggiatori che, con la loro piccola imbarcazione priva di strumentazione, accorrono spontaneamente a prestare i soccorsi e salvano l’unico sopravvissuto: il mozzo Barnard. E sono ancora loro che, venuti a sapere che ci sono altri passeggeri, comunicano via radio alla capitaneria di porto la loro posizione e che ci sono persone da salvare. Niente, la Capitaneria di Porto rimane silente. I vertici della capitaneria, che dovrebbero coordinare le operazioni di salvataggio, tacciono per più di 5 ore. Mentre i soccorritori aspettano istruzioni sulla Moby si muore.

- Soccorsi impossibili? Assolutamente no. I responsabili sosterranno che, data la temperatura delle lamiere, era impossibile salire sul Moby Prince. Falso perché quella maledetta notte alle ore 3.30 un semplice marinaio, Giovanni Veneruso, senza alcun tipo di indumento ignifugo, con il suo rimorchiatore privato decide di avvicinarsi al traghetto ed agganciarlo, mentre le motovedette della Capitaneria osservano immobili a distanza. Tocca le lamiere con le mani, nessun problema, sale, ma ha appena il tempo di guardarsi intorno quando arriva l’ordine di ritornare immediatamente sul rimorchiatore. Nessuno si deve avvicinare, nessuno deve salire sul Moby Prince. Perché?

Come nella migliore tradizione italiana anche in questo caso troviamo:

- testimoni non ascoltati;
- responsabili di quella notte non interrogati;
- tracciati radar non acquisiti, negati, distrutti;
- posizioni delle navi in rada non accertate;
- fascicoli scomparsi dalla Procura;
- relazioni sparite;
- scatole nere distrutte;
- giornali di bordo dimenticati;
- manomissioni e sabotaggi operati sul relitto del Moby Prince;
- tracce di esplosivo militare a bordo del Moby mai considerati;
- nastri registrati scomparsi;
- cassette VHS manomesse;
- elicottero militare che sorvolava la zona al momento della collisione dimenticato;
- navi “fantasma “ che si allontanano dal luogo dell’impatto velocemente;
- presenza di pescherecci italo-somali i cui nomi ritroveremo tristemente nell’omicidio di Ilaria Alpi;
- ufficiali che quella sera vedono, e relazionano, su movimentazioni di materiale bellico tra navi nel porto di Livorno ma i cui rapporti scompaiono;
- alcuni importanti documenti che confermano che nella rada di Livorno era in corso una operazione destinata a rimanere “coperta” e che coinvolgeva un numero imprecisato di imbarcazioni;
- 5 navi militari americane cariche di armi provenienti dal Golfo Persico dove si era appena conclusa l’operazione Desert Storm;
- Il relitto della Moby Prince fatto demolire in fretta, lontano dall’Italia, in Turchia, ad Allaga, località tristemente nota, come più volte denunciato da Greenpeace, perché specializzata in far sparire di navi pericolose;
- ecc..ecc.., ecc...

Ancora un dato. Come già detto quella sera nel porto di Livorno vi erano 5 navi americane militarizzate cariche di armi, una operazione che doveva restare coperta e movimentazioni di materiale bellico tra navi nel porto. Tutto questo porta a ritenere che, quella sera, la zona del porto di Livorno dovesse essere tra le più sorvegliate d’Italia da tutti, servizi segreti compresi. Ora la risposta dovrebbe essere facile, facile: chi è che vuole insabbiare l’inchiesta? Per chi desidera saperne di più, e nell’attesa di conoscere le nuove prove depositate dall’avv. Carlo Palermo, consigliamo di leggere il libro di Enrico Fedrighini: "Moby Prince. Un caso ancora aperto".

Fonte: http://paolofranceschetti.blogspot.com
Link
20.11.2007

Consultate "Associazione 10 Aprile - Familiari delle vittime del Moby Prince" - Sito ufficiale per aggiornamenti sull'inchiesta!

Mele (UDC) va a puttane: parla la squillo

gatosan 26/12/2007 @ 10:47

La ragazza squillo che ha avuto il malore: la mia vita è rovinata
"Del mio lavoro la famiglia non sapeva nulla, ho un fratello poliziotto"

"Vi racconto quella notte
ma la coca non l'ho portata io"

di VALERIA ABATE e MASSIMO LUGLI


<B> ma la coca non l'ho portata io" " width="280" />

Il deputato Cosimo Mele

ROMA - "Sono distrutta, la mia vita è finita dopo questa storia con il politico, mia madre e mio fratello, che fa il poliziotto, hanno scoperto come vivo e cosa faccio ma io ho la coscienza a posto, non ho commesso reati, non ho neanche bisogno di un avvocato".
Voce incrinata di stanchezza e di rabbia, uno sfogo come un fiume in piena quello di F. Z., la ragazza squillo finita all'ospedale dopo una notte di sesso e cocaina all'Hotel Flora assieme al parlamentare dell'Udc Cosimo Mele.

"Ho letto le sue dichiarazioni ai giornali e la verità è stata completamente stravolta. Io non l'ho denunciato e lui non solo non mi ha neanche telefonato per ringraziarmi ma, anzi, mi fa apparire in questo modo".

Era la prima volta che lo incontrava?
"Si, la prima. Me l'ha presentato una persona".

L'onorevole Mele ha detto: "Non sapevo che fosse una squillo". E' vero?
"Certo, come no? Ma se la prima cosa che ha fatto è stata quella di darmi i soldi, ma andiamo...".

Quanto le ha dato?
"Senta, io non ho voglia di parlare di queste cose. Sono rovinata, i miei clienti hanno capito che sono io e nessuno mi chiama più. Io ho un mutuo da pagare, i Rid, come faccio se non lavoro più? Io uso il mio nome, quello vero, perché sono una persona vera. E adesso mia madre e mio fratello hanno scoperto tutto e non mi parlano più, la persona con cui stavo, che sapeva benissimo tutto, mi ha lasciata dall'oggi al domani, non ho lavoro, non ho un compagno, non ho una famiglia, sono distrutta".

Torniamo a quella sera al Flora. L'onorevole Mele dice che, a un certo punto, si è addormentato.

"No, nessuno ha mai dormito quella notte. Siamo rimasti dalle 2 alle 5 del mattino, in tre in una stanza. E poi alla fine mi sono sentita male, ho visto delle cose che mi hanno fatto paura".

L'onorevole Mele ha chiamato l'ambulanza?
"Macché, ha cercato di strapparmi il cellulare di mano. Io ho telefonato al mio compagno e poi a mio fratello".

Lei ha portato la droga? Cosa ha preso? Pasticche? Coca?
"Io non ho portato assolutamente nulla. Mai. E le pasticche non le ho mai prese in vita mia, tra l'altro mi fanno paura. E poi ci sono le analisi che parlano chiaro"

Overdose di cocaina quindi. Chi l'ha portata?
"Ascolti, come sono andate le cose lo so io e lo sa la polizia. Mi hanno torchiata dalle 8 del mattino alle 6 di sera, sono venuti a prendermi in ospedale. Ero sporca, sudata, semisvestita. E' stato un vero tormento, non mi sono mai sentita così umiliata in vita mia. Sa quanti mi hanno chiamata dicendo: lo so che sei tu. Nel nostro ambiente mettersi troppo in vista, finire sui giornali non va bene. Io sono una persona comune, voglio vivere una vita anonima".

(31 luglio 2007)

dal sito di la Repubblica 

IL CASO DI ILARIA ALPI E IL MOBY PRINCE: UNA CURIOSA COINCIDENZA

gatosan 26/12/2007 @ 00:31

DI SOLANGE MANFREDI
paolofranceschetti.blogspot

Pubblicato l’articolo sul Moby Prince in molti mi hanno scritto chiedendo chiarimenti circa l’accenno fatto, all’interno dell’articolo, ad Ilaria Alpi. Ecco dunque la risposta.

L’accenno è stato fatto perché queste morti (quelle del Moby Prince e di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin) hanno molto in comune: Il traffico internazionale di armi e la flotta di pescherecci Shifco.

Il 20 marzo 1994 a Mogadiscio vengono uccisi la giornalista Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin. Ad 800 metri di distanza dal luogo dell’agguato ci sono due navi militari italiane, la San Giorgio e la Garibaldi. Su una di esse è in corso una gara di pesca. I nostri soldati stanno aspettando di finire le procedure di imbarco per tornare a casa. Vengono avvisati dell’agguato teso ai nostri connazionali, ma nessuno si muove, nemmeno per andare a recuperare i corpi.

Rientrate le salme in Italia la Procura di Roma non viene neanche avvisata. Sarà il responsabile del cimitero ad accorgersi che, sulla persona da tumulare morta per colpo da arma da fuoco (Ilaria Alpi), non è stata fatta alcuna autopsia. Su cosa stavano lavorando Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia? Stavano indagando sul traffico di armi e rifiuti tossici che dall’Italia giungono nel paese africano.

La loro attenzione si era incentrata sulla flotta Shifco, una flotta di pescherecci donata dalla Coooperazione italiana alla Somalia e che invece di trasportare pesce, da diverse testimonianze, pare trasporti armi. Una informativa della Digos di Udine del 1994 riferisce quanto segue: che al porto di Livorno ha fatto scalo “per lunghi periodi un peschereccio battente bandiera somala di colore bianco con scritta nera chiamato 'Shifco' [...] che sarebbe in realtà stato utilizzato per traffico internazionale di armi”.


[Ilaria Alpi e Miran Hrovatin]

Veniamo allora al Moby Prince.

La sera del 10 aprile 1991 al porto di Livorno è presente il peschereccio “21 Oktobar II”, la nave numero uno della flotta di pescherecci Shifco. Ufficialmente si trova lì per riparazioni (dovrebbe quindi trovarsi a secco in officina) eppure - la notte della strage del Moby Prince - chiede di essere rifornita di carburante e si mette in navigazione. Tornerà al porto di Livorno il giorno dopo.

Perché una imbarcazione ricoverata in banchina per lunghi interventi di riparazione effettua un pieno di carburante? Doveva effettuare delle manovre portuali? E quali? Perché non vi è traccia dei suoi movimenti? Eppure la nave non è piccola, è lunga 70 metri. La notte del rogo del Moby Prince alcuni ufficiali della Marina testimoniano che, nel Porto di Livorno, è in corso movimentazione di materiale bellico. Dove venivano caricate queste armi? Sulla “21 Oktobar II”?

Il timoniere somalo della 21 Oktobar II parla apertamente d traffici d’armi svolti dal peschereccio. Era questo che aveva scoperto Ilaria Alpi? Non si sa. Quello che però è certo è che anche nella morte di Ilaria Alpi ritroviamo attivati tutti i meccanismi, operati con successo per il Moby Prince, quei meccanismi che non permettono di giungere alla verità. Vediamoli:

- testimoni non ascoltati;

- fascicoli spariti;

- block notes e videocassette di Ilaria Alpi scomparse;

- macchina fotografica di Ilaria Alpi scomparsa;

- l’elenco degli effetti personali della giornalista compilato sulla nave "Garibaldi" scomparsa

- il riscontro esterno dei corpi e le foto scattate sulla nave "Garibaldi" scomparsi;

- il "Body Anatomy Sketching Report" redatto da signor Victor Baiza della compagnia mortuaria privata americana Brown-Root di Houston, scomparso;

- informazioni false date per depistare le indagini;

- registri di bordo incompleti;

- informative trasmesse e mai arrivate;

- inchiesta sottratta (avocata immotivatamente come accerterà l’ispettore ministeriale) al PM Pititto due giorni prima di ascoltare due testimoni oculari dell’esecuzione. Il dott. Pititto ha dichiarato in una intervista: “…perché accertare le vere ragioni per cui l'inchiesta mi è stata sottratta è, secondo me, un passaggio fondamentale per accertare la verità…Se la ragione per cui l'inchiesta mi è stata sottratta non è il contrasto tra me e De Gasperis, allora dev'essere un'altra: una ragione occulta. E ciò che è segreto, e incide su un'inchiesta giudiziaria per un duplice omicidio pregiudicando l'accertamento delle responsabilità, non può che allarmare... Coiro mi affida l'inchiesta il 22 marzo 1996. Pochi mesi dopo, nell'estate '96, viene destituito senza alcuna valida ragione. Arriva Salvatore Vecchione che, a due mesi e undici giorni dal suo insediamento, me la sottrae con una motivazione falsa, su cui le istituzioni paiono determinate a mantenere il silenzio. Neppure l'appello dei coniugi Alpi al capo dello Stato ha sortito il minimo effetto. Per converso, da quando l'inchiesta mi è stata tolta, contro di me è iniziata un'opera di persecuzione senza limiti, né legali, né morali, né di decenza”;

- morti sospette: maresciallo Li Causi, un ufficiale del servizio segreto Sismi, capo struttura Gladio di Trapani, in contatto con Ilaria Alpi, ucciso quattro mesi prima di Ilaria e di Miran;

- di monsignor Colombo, vescovo di Mogadiscio, assassinato perché nelle omelie denunciava chi avvelenava con i rifiuti tossici donne e bambini, ecc. tutti morti attribuiti a piccoli banditi di strada. Facile in un paese straniero. Troppo facile!

- I sostituti procuratori che confermano, dinanzi alla commissione bicamerale di inchiesta, che i servizi segreti stagliano la loro ombra su alcuni traffici della Cooperazione italiana in Somalia, in particolare sull’attività della navi della Shifco e su alcuni atti inerenti l’omicidio Alpi-Hrovatin: ”… mi viene riferita la notizia che la Camera di commercio Italo-somala, e in particolare Bettino Craxi e Paolo Pillitteri, facessero scambio di armi come contropartita della forniture di opere, servizi e costruzioni o quant’altro ancora in quel territorio [Somalia, ndr]. Dette persone riferivano altresì che si trattava di un fatto generalmente noto e che nei mercatini di Mogadiscio bastava sollevare il leggero tessutino che copriva la bancarella per trovare [pistole] Beretta di fabbricazione italiana[1]”.

Sono state numerose le Procure che hanno indagato sul traffico internazionale di armi, rifiuti tossici e radioattivi in partenza ed in transito dall'Italia, ma nessuna delle indagini risulta essere mai arrivata a dibattimento. Perché? Forse perché il traffico internazionale di rifiuti è uno snodo di più attività illecite: ripulitura di denaro sporco, metodo di pagamento per forniture di materiale bellico e forma illegale di realizzazione di ingenti guadagni per ulteriori investimenti leciti ed illeciti?

E il terribile gioco continua con la Commissione bicamerale che nella relazione finale scriverà che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, in vacanza in Somalia, sono stati vittime di banditi da strada alla ricerca di un magro bottino e la procura di Roma che, sul duplice omicidio, chiede l’archiviazione.

E la mancata autopsia su Ilaria Alpi? Una distrazione.

Il mancato intervento? Un'altra fatalità.

Il fatto che Ilaria Alpi stesse indagando su traffici di quella portata? Una coincidenza.

E il peschereccio che la Digos segnala come nave per il traffico di armi, presente in entrambe le tragedie? Un'altra coincidenza.

[1] Audizione del 13 giugno 1995 del sostituto procuratore di Milano Gemma Gualdi dinnanzi alla Commissione bicamerale di inchiesta sulla Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo (Legge 46, del 17 gennaio 1994).

Fonte: http://paolofranceschetti.blogspot.com
Link