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Categoria: Italia

tagli alle tasse

gatosan 13/07/2008 @ 20:05

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l'energia fai-da-te ci salverà dal nucleare

gatosan 07/06/2008 @ 18:33

Le centrali sono una "soluzione di retroguardia" e non risolveranno il problema
Dopo l'incidente di Krsko il guru dell'economia all'idrogeno spiega perché l'Italia sbaglia

Rifkin, l'energia fai-da-te
così ci salveremo dal nucleare

di RICCARDO STAGLIANÒ


<b>Rifkin, l'energia fai-da-te<br /> così ci salveremo dal nucleare</b>

Jeremy Rifkin

UNA fatica inutile. Perché se anche rimpiazzassimo nei prossimi anni tutte le centrali nucleari esistenti nel mondo, il risparmio di emissioni sarebbe comunque un'inezia. Un quarto di quel che serve per cominciare a rimettere le briglie a un clima impazzito. Jeremy Rifkin non ha dubbi: quella atomica è una strada sbagliata, di retroguardia. Come curare malattie nuovissime con la penicillina. E non c'è neppure bisogno dei campanelli di allarme tipo Krsko per capirlo.

Basta guardare i numeri senza le lenti dell'ideologia. Proprio l'attitudine che, in Italia, scarseggia di più per il guru dell'economia all'idrogeno. Si vedrebbe così che l'uranio, come il petrolio, presto imboccherà la sua parabola discendente: ce ne sarà di meno e costerà di più. E che il problema dello smaltimento delle scorie è drammaticamente aperto anche negli Stati Uniti dove lo studiano da anni. "Vi immaginate uno scenario tipo Napoli, ma dove i rifiuti fossero radioattivi?" è il suo inquietante memento. Meglio puntare su quella che lui chiama la "terza rivoluzione industriale".

L'incidente all'impianto sloveno arroventa il dibattito italiano, a pochi giorni dall'annuncio del ritorno al nucleare. Cosa ne pensa?
"Ho parlato con persone che hanno conoscenza di prima mano dell'incidente, e mi hanno tranquillizzato. Non ci sono state fughe radioattive e il governo ha gestito bene tutta la vicenda. Ho lavorato con l'amministrazione Jan%u0161a e posso dire che hanno sempre dimostrato una leadership illuminata nel traghettare la Slovenia verso le energie rinnovabili. Non posso dire lo stesso di tutti i paesi europei, ma posso lodare le politiche energetiche di Ljubljana".



Superata questa crisi, in generale possiamo sentirci sicuri?
"Il problema col nucleare è che si tratta di un'energia con basse probabilità di incidente, ma ad alto rischio. Ovvero: non succede quasi mai niente di brutto, ma se qualcosa va storto può essere una catastrofe. Come Chernobyl".

Il governo italiano ha confermato l'inizio della costruzione delle nuove centrali entro il 2013. Coerenza o azzardo?
"Non capisco i termini della discussione in corso in Italia. Amo il vostro paese, lo seguo da anni ma questa volta mi sento davvero perso. I sostenitori dicono: il nucleare è pulito, non produce diossido di carbonio, quindi contribuirà a risolvere il cambiamento climatico. Un ragionamento che non torna se solo si guarda allo scenario globale. Oggi sono in funzione nel mondo 439 centrali nucleari e producono circa il 5% dell'energia totale. Nei prossimi 20 anni molte di queste centrali andranno rimpiazzate. E nessuno dei top manager del settore energetico crede che lo saranno in una misura maggiore della metà. Ma anche se lo fossero tutte si tratterebbe di un risparmio del 5%. Ora, per avere un qualche impatto nel ridurre il riscaldamento del pianeta, si dovrebbe ridurre del 20% il Co2, un risultato che certo non può venire da qui".

Un finto argomento quindi quello del nucleare "verde"?
"Non in assoluto, ma relativamente alla realtà, sì. Perché il passaggio al nucleare avesse un impatto sull'ambiente bisognerebbe costruire 3 centrali ogni 30 giorni per i prossimi 60 anni. Così facendo fornirebbe il 20% di energia totale, la soglia critica che comincia a fare una differenza. C'è qualcuno sano di mente che pensa che si potrebbe procedere a questo ritmo? La Cina ha ordinato 44 nuove centrali nei prossimi 40 anni per raddoppiare la sua potenza produttiva. Ma si avvia ad essere il principale consumatore di energia...".

Ci sono altri ostacoli lungo questa strada?
"Io ne conto cinque, e adesso vi dico il secondo. Non sappiamo ancora come trasportare e stoccare le scorie. Gli Stati Uniti hanno straordinari scienziati e hanno investito 8 miliardi di dollari in 18 anni per stoccare i residui all'interno delle montagne Yucca dove avrebbero dovuto restare al sicuro per quasi 10 mila anni. Bene, hanno già cominciato a contaminare l'area nonostante i calcoli, i fondi e i super-ingegneri. Davvero l'Italia crede di poter far meglio di noi? L'esperienza di Napoli non autorizza troppo ottimismo. E questa volta i rifiuti sarebbero nucleari, con conseguenze inimmaginabili".

Ecoballe all'uranio, un pensiero da brividi. E il terzo ostacolo?
"Stando agli studi dell'agenzia internazionale per l'energia atomica l'uranio comincerà a scarseggiare dal 2025-2035. Come il petrolio sta per raggiungere il suo peak. I prezzi, quindi, andranno presto su. Ciò si ripercuoterà sui costi per produrre energia togliendo ulteriori argomenti a questo malpensato progetto. Aggiungo il quarto punto. Si potrebbe puntare sul plutonio. Ma con quello è più facile costruire bombe. La Casa Bianca e molti altri governi fanno un gran parlare dei rischi dell'atomica in mani nemiche. Ma i governi buoni di oggi diventano le canaglie di domani".

Siamo arrivati così all'ultima considerazione. Qual è?
"Che non c'è abbastanza acqua nel mondo per gestire impianti nucleari. Temo che non sia noto a tutti che circa il 40% dell'acqua potabile francese serve a raffreddare i reattori. L'estate di cinque anni fa, quando molti anziani morirono per il caldo, uno dei danni collaterali che passarono sotto silenzio fu che scarseggiò l'acqua per raffreddare gli impianti. Come conseguenza fu ridotta l'erogazione di energia elettrica. E morirono ancora più anziani per mancanza di aria condizionata".

Se questi sono i dati che uso ne fa la politica?
"Posso sostenere un dibattito con qualsiasi statista sulla base di questi numeri e dimostrargli che sono giusti, inoppugnabili. Ma la politica a volte segue altre strade rispetto alla razionalità. E questo discorso, anche in Italia, è inquinato da considerazioni ideologiche".

In che senso? C'è un'energia di destra e una di sinistra?
"Direi modelli energetici élitari e altri democratici. Il nucleare è centralizzato, dall'alto in basso, appartiene al XX secolo, all'epoca del carbone. Servono grossi investimenti iniziali e altrettanti di tipo geopolitico per difenderlo".

E il modello democratico, invece?
"È quello che io chiamo la "terza rivoluzione industriale". Un sistema distribuito, dal basso verso l'alto, in cui ognuno si produce la propria energia rinnovabile e la scambia con gli altri attraverso "reti intelligenti" come oggi produce e condivide l'informazione, tramite internet".

Immagina che sia possibile applicarlo anche in Italia?
"Sta scherzando? Voi siete messi meglio di tutti: avete il sole dappertutto, il vento in molte località, in Toscana c'è anche il geotermico, in Trentino si possono sfruttare le biomasse. Eppure, con tutto questo ben di dio, siete indietro rispetto a Germania, Scandinavia e Spagna per quel che riguarda le rinnovabili".

Ci dica come si affronta questa transizione.
"Bisogna cominciare a costruire abitazioni che abbiano al loro interno le tecnologie per produrre energie rinnovabili, come il fotovoltaico. Non è un'opzione, ma un obbligo comunitario quello di arrivare al 20%: voi da dove avete cominciato? Oggi il settore delle costruzioni è il primo fattore di riscaldamento del pianeta, domani potrebbe diventare parte della soluzione. Poi serviranno batterie a idrogeno per immagazzinare questa energia. E una rete intelligente per distribuirla".

Oltre che motivi etici, sembrano essercene anche di economici molto convincenti. È così?
"In Spagna, che sta procedendo molto rapidamente verso le rinnovabili, alcune nuove compagnie hanno fatto un sacco di soldi proprio realizzando soluzioni "verdi". Il nucleare, invece, è una tecnologia matura e non creerà nessun posto di lavoro. Le energie alternative potrebbero produrne migliaia".

A questo punto solo un pazzo potrebbe scegliere un'altra strada. Eppure non è solo Roma ad aver riconsiderato il nucleare. Perché?
"Credo che abbia molto a che fare con un gap generazionale. E ve lo dice uno che ha 63 anni. I vecchi politici, cresciuti con la sindrome del controllo, si sentono più a loro agio in un mondo in cui anche l'energia è somministrata da un'entità superiore".

(7 giugno 2008)

ex vescovo indagato per aver coperto un prete pedofilo

gatosan 13/05/2008 @ 18:10

Maggiolini iscritto sul registro degli indagati nel processo dell'ex parroco di Laglio
Nel 2004 convocò in Curia don Stefanoni riferendogli dell'indagine a suo carico

Pedofilia, l'ex vescovo di Como
indagato per favoreggiamento


<B>Pedofilia, l'ex vescovo di Como<br /> indagato per favoreggiamento</B>

Monsignor Maggiolini

COMO - Sul registro degli indagati della procura di Como è stato iscritto il nome di Alessandro Maggiolini, vescovo emerito della città lariana, con l'accusa di reato di favoreggiamento personale nei confronti di don Mauro Stefanoni, ex parroco di Laglio, attualmente a processo per violenza sessuale. Secondo l'ipotesi accusatoria, Maggiolini il 16 novembre del 2004 avrebbe convocato in Curia don Stefanoni per riferirgli dell'indagine penale a suo carico.

Proprio ieri, a conclusione della requisitoria durata oltre quattro ore, il pm Vittoria Isella ha chiesto che il sacerdote sia condannato a otto anni di reclusione. La notizia dell'iscrizione sul registro degli indagati nei confronti dell'ex vescovo - non ancora confermata dalla procura - è giunta a margine del processo che vede sul banco degli imputati don Stefanoni.

Il religioso è accusato di violenza sessuale nei confronti di un ex parrocchiano minorenne, affetto da un lieve ritardo mentale, che nel 2004 lo denunciò prima ai suoi compagni di scuola e ai familiari e in un secondo momento all'autorità giudiziaria. Stefanoni ha sempre respinto tutte le accuse, ma secondo quanto ha ricostruito in aula il pm "la videocassetta omopornografica trovata nella casa parrocchiale, la tipologia dei film acquistati sulla tv via satellite, i siti internet navigati, le chat frequentate, i soprannomi utilizzati e i rapporti intrattenuti con un suo ex parrocchiano di Ponte Tresa costituiscono una cornice perfetta per il quadro dipinto dalla vittima".

L'iscrizione del vescovo è indirettamente emersa nel corso della requisitoria del viceprocuratore della Repubblica di Como Maria Vittoria Isella. Il magistrato ha ripercorso la vicenda, sostenendo che l'inchiesta è nata sostanzialmente zoppa, dato che durante la fase delle indagini preliminari l'imputato era stato avvisato dell'esistenza delle stesse e di conseguenza furono impediti alcuni accertamenti. Che l'avviso fosse partito dal vescovo era emerso dalle indagini della polizia, dalle intercettazioni telefoniche e infine dallo stesso parroco di Laglio, che in aula aveva ammesso di essere stato convocato in Curia e poi avvisato da Maggiolini dell'esistenza di una denuncia a suo carico.

Nel pomeriggio sono intervenuti gli avvocati Bomparola e Martinelli, che difendono don Mauro. "Le accuse nei confronti del nostro assistito sono frutto di una macchinazione che ha preso spunto dalle devianze e dalle fantasie mentali di quel ragazzino" hanno detto i difensori, che puntano molto su una perizia medica.

Riguardo alla vicenda la Curia comasca ha sempre difeso l'indagato e lo stesso Maggiolini diffuse un comunicato per criticare gli organi stampa che si occuparono del caso:"Non si riesce a capire - scrisse - il perché di questa insistenza nell'accusare un prete che non è ancora stato condannato e c'è da augurarsi che non lo sia. Un cittadino è da considerare innocente finchè non sia giudicato con sentenza definitiva". Maggiolini chiarì anche perché, fino a quel momento, non avesse assunto una posizione ufficiale: "La Curia ha taciuto perché è meglio il silenzio che il cicaleccio, quando le vicende non sono ancora chiarite". Infine sottolineò che "la gente semplice e pacata guarda a don Mauro nella speranza di vederlo reintegrato pienamente nell'attività del ministero sacerdotale. Il resto è chiacchiera non sempre del tutto benevola. Per don Mauro prego. A lui sono vicino con affetto".

La sua opinione fu molto criticata: non solo don Mauro non fu mai sospeso in attesa di chiarire la sua posizione, ma, dopo un periodo di arresti domiciliari e l'autosospensione "per ragioni di salute", fu trasferito a Colico (Lecco) come coadiutore a contatto con bambini.

(13 maggio 2008)

suora schiava scappa

gatosan 12/04/2008 @ 00:40

Roma, religiosa di origini filippine scappa dal convento
La madre superiora sotto accusa nega e parla di una vendetta

Confessione choc di una suora
"Io, trattata come una schiava"

<B>Confessione choc di una suora<br />

Il convento albergo delle suore dello Spirito Santo

di MARINO BISSO e CARLO PICOZZA
ROMA - Scappa dal convento e si rifugia in un centro contro la violenza alle donne. È la storia di una suora trattata come schiava. Vittima di ricatti psicologici, si sottopone a visita ginecologica per far certificare la sua verginità. Angherie e vessazioni: cure mediche negate, mortificazioni e punizioni come "il bacio al pavimento". Le accuse sono finite ora al centro di un'inchiesta della procura di Roma che ha iscritto la madre superiora nel registro degli indagati contestandole il reato di maltrattamenti.

Il racconto choc della suora è stato confermato da due consorelle sentite ieri a palazzo di giustizia a Roma. L'inchiesta è coordinata dal sostituto procuratore Nicola Maiorano che ha affidato le indagini alla polizia giudiziaria diretta dal vicequestore Orlando Parrella.

Scenario dei presunti maltrattamenti è un convento, vicino all'ospedale Gemelli, della Congregazione dello Spirito Santo, che funziona da "albergo a una stella". Vittima, suor Maria (chiamiamola così), nata 48 anni fa nelle Filippine e sbarcata a Roma nel giugno del '97. Un anno fa, l'otto marzo giorno dedicato alle donne, la religiosa lo ricorda così: "Sono stata costretta ad allontanarmi dal convento perché gravemente ammalata e vittima di maltrattamenti da parte delle mie superiore". "Ora", continua, "ho trovato rifugio in un centro antiviolenza". Le sue sofferenze sono condensate in una denuncia presentata dall'avvocato Teresa Manente, dell'ufficio legale di "Differenza donna".

Al centro antiviolenza era stata accompagnata da due connazionali dell'associazione "Donne filippine". Una ventina di giorni dopo, "colpita da una grave emorragia", era stata costretta a lasciare il centro alla volta dell'ospedale San Camillo per essere operata. "Nonostante fossi gravemente malata da tempo", racconta, "la madre superiora mi privava di qualsiasi cura e assistenza medica, delle medicine e mi ordinava di continuare a lavorare". Già, i lavori: "Quando sono arrivata a Roma con altre consorelle", ricorda suor Maria, "mi era stato detto che avrei dovuto imparare l'italiano e dedicarmi all'apostolato con periodi di formazione e meditazione". "Ma - continua - ho sempre e solo lavorato nel convento che, in realtà, è una pensione a una stella, "Albergo suore dello Spirito Santo", con oltre 50 stanze". All'inizio, "da sola, dovevo preparare ogni giorno colazione, pranzo e cena per almeno 15 persone: al lavoro alle 6 per far mangiare le consorelle; alle 6.30 preghiera e messa e alle 8.30 servivo le colazioni in refettorio. Poi di nuovo ai fornelli per il pranzo delle 12.30. Quindi rassettavo la cucina per tornarvi alle 17 a preparare la cena". "Tre giorni a settimana, tra le 15 e le 17, pulizie in chiesa".

Cinque mesi e, "nel dicembre 1997, mi comparvero spaccature della pelle sulle mani: "Dermatite grave", diagnosticò il dermatologo", invitandola a tenere al riparo le mani. Ma la superiora minimizza e prescrive un'altra terapia: "Crema e guanti di gomma". "Le ferite facevano molto male ma non avevo il coraggio di chiedere di cambiare mansioni per paura che la superiora si arrabbiasse e mi accusasse di non aver voglia di lavorare". Ma le piaghe si infettano. Arriva la febbre. "Allora mi accompagnò in ospedale: il dermatologo avvertì che l'infezione metteva a rischio le dita". A suor Maria viene assegnato un altro lavoro: "Lavare e stirare biancheria di consorelle e ospiti". Tra le mura della Congregazione, suor Maria viene "sottoposta a continue aggressioni e umiliazioni". "Mi venivano consegnati 20 euro al mese", racconta, "e di ogni acquisto dovevo mostrare alla superiora gli scontrini". Quest'ultima, alcune settimane fa, è stata interrogata. Assistita dall'avvocato Stefano Merlini ha negato gli addebiti dicendo di essere vittima di una vendetta e di accuse inventate dalle tre suore.

(11 aprile 2008)

prego, ammazzateci pure, tanto siamo solo italiani...

gatosan 01/04/2008 @ 13:22

Dieci anni dopo il pilota chiede clemenza e rivela: ci fu un accordo sulla condanna
I due militari Usa non vogliono essere radiati con disonore

"Cermis, patto segreto
dietro il processo"

di ANDREA VISCONTI


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NEW YORK - A dieci anni dalla tragedia del Cermis il pilota e il co-pilota del Prowler che il 3 febbraio 1998 tranciò i cavi della funivia di Cavalese non sono ancora convinti di meritare di essere radiati dai Marines con disonore. È in corso infatti una procedura in appello per Richard Ashby e Joseph Schweitzer che quel giorno erano ai comandi di un aereo decollato da Aviano che aveva sorvolato Cavalese in maniera spericolata.

Velocità eccessiva e violazione dei limiti minimi di altitudine di volo furono i fattori esaminati dalla Corte marziale che scagionò i due Marines dall'accusa di omicidio colposo. Furono però radiati con disonore dalle forze militari per avere interferito con la giustizia. Avevano nascosto un videotape che riprendeva le manovre spericolate di quel giorno e lo avevano distrutto gettandolo il un falò. Una punizione all'acqua di rose: Ashby fu condannato a sei mesi di reclusione, di cui ne scontò solo quattro per buona condotta, e Schweitzer non passò neppure un giorno in carcere.

Andando in appello i due Marines hanno dimostrato di non accettare neppure questo verdetto così benevolo. Vorrebbero vedere rovesciata la radiazione con disonore per ottenere la pensione e altri vantaggi amministrativi. Richard Ashby ha chiesto che il giudice conceda la clemenza: bisognerà aspettare il 15 febbraio per vedere se l'autorità giudiziaria militare è intenzionata a concederla. Ashby basa la sua richiesta su quello che secondo lui fu un vizio nelle procedure giuridiche.

Sostiene infatti che ai tempi del processo che si tenne a Camp Lejeune, in North Carolina e durò quasi un anno - ci fu un patto riservato fra accusa e difesa per scagionare lui e il co-pilota delle accuse più gravi riservando però loro una bacchettata sulle mani, forse per soddisfare le pressioni che venivano dall'Italia. Ashby e Schweitzer ritengono che dieci anni fa i due team legali si erano messi d'accordo per mettere sotto il tappeto l'accusa di omicidio colposo multiplo. Ma l'accordo prevedeva di tenere duro per quanto riguarda l'accusa di avere occultato e distrutto le prove.

La loro colpevolezza significava perdere tutti i benefici di una carriera militare. Non soltanto la pensione ma anche condizioni favorevoli come il diritto a mutui a tassi agevolati, assicurazioni mediche e sulla vita basso costo e l'accesso a banche che offrono prodotti finanziari attraenti esclusivamente per militari sia attivi che in pensione. Ad Ashby, che oggi ha 42 anni, non andava giù di perdere tutti questi privilegi ed è andato in appello. A prendere in mano la situazione è stato il generale Joseph Weber, comandante del Marine Corps Forces Command, che ha messo in moto un procedimento per rivisitare il caso di Ashby e Schweitzer.

Nel caso di quest'ultimo la decisione è arrivata il 28 novembre scorso. Il generale Weber ha deciso che la procedura giuridica fu corretta e non c'era motivo di cambiare il verdetto. Era stato questo giovane di Long Island a distruggere le prove qualche giorno dopo la tragedia. Schweitzer il 1 novembre scorso aveva testimoniato davanti al tribunale di Camp Lejeune facendosi perfino venire le lacrime agli occhi. Aveva dichiarato di non aver mai visionato le immagini del videotape girate quel lontano 3 febbraio. "Accetto la responsabilità per le mie azioni e rispetto la decisione che fu presa dalla giuria", aveva detto Schweitzer.

Per Ashby invece la questione è ancora aperta e non è detto che Weber debba pronunciarsi in modo analogo. Una cosa il generale non ha il potere di fare: non può aumentare la sentenza che fu imposta allora. Potrebbe eventualmente ridurla eliminando le conseguenze amministrative negative. Si saprà solo dopo il 15 di febbraio se la clemenza è una strada percorribile.

Quel giorno di dieci anni fa c'erano altri due piloti dei Marines a bordo del Prowler. Anche loro furono sottoposti a Corte marziale ma sia William Rainey che Chandler Seagraves furono giudicati non colpevoli in quanto non solo non erano ai comandi ma, seduti dietro, avevano anche scarsa visibilità delle manovre. Nonostante questo sorprende perfino coloro che seguono da vicino il sistema di giustizia militare Usa il fatto che Seagraves abbia continuato a volare.

Anzi nel settembre 2002 gli fu data addirittura l'opportunità di distinguersi diventando pilota d'élite con i cosiddetti "Angeli Azzurri". Da allora ha accumulato oltre 1900 ore di volo ottenendo tre medaglie e vari riconoscimenti. Una volta ha perfino partecipato al noto David Letterman Show in tarda serata facendo battute sui privilegi riservati a questi piloti.


(2 febbraio 2008)

infame chi denuncia i poliziotti che delinquono

gatosan 18/03/2008 @ 22:07

Marco Poggi, infermiere penitenziario, era in servizio in quei tre giorni
Il racconto al pm e un libro sulla vicenda: "Quegli uomini dovevano essere sospesi"

"Io, l'infame della caserma
che ha denunciato quelle torture"

di GIUSEPPE D'AVANZO


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Marco Poggi

MARCO Poggi, infermiere penitenziario, entrò in servizio a Bolzaneto alle 20 di venerdì 20 luglio 2001 e ci rimase fino alle 15, 15.30 di domenica 22 luglio. "Ho visto picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti con schiaffi, pugni, calci, testate contro il muro". "Picchiava la polizia di stato ma soprattutto il "gruppo operativo mobile" e il "nucleo traduzioni" della polizia penitenziaria. Ho visto trascinare un detenuto in bagno, da tre o quattro agenti della "penitenziaria". Gli dicevano: "Devi pisciare, vero?". Una volta arrivati nell'androne del bagno, ho sentito che lo sottoponevano a un vero e proprio linciaggio...".

Marco Poggi dice che sa che cos'è la violenza. "Ci sono cresciuto dentro. Ho "rubato" la terza elementare ai corsi serali delle 150 ore e sono andato infermiere in carcere per buscarmi il mio pezzo di pane. Per anni ho lavorato al carcere della Dozza a Bologna. Un posto mica da ridere. Tossici, ladri di galline, mafiosi, trans, stupratori. La violenza la respiravi come aria, ma quel che ho visto a Bolzaneto in quei giorni non l'avrei mai ritenuto possibile, prima. Alcuni detenuti non capivano come fare le flessioni di routine previste dalla perquisizione di primo ingresso in carcere. Meno capivano e più venivano picchiati a pugni e calci dagli agenti della polizia penitenziaria. Gli ufficiali, i sottufficiali guardavano, ridevano e non intervenivano. Ho visto il medico, vestito con tuta mimetica, anfibi, maglietta blu con stampato sopra il distintivo degli agenti della polizia penitenziaria, togliere un piercing dal naso di una ragazza che era in quel momento sottoposta a visita medica e intanto le diceva: "Sei una brigatista?"".

Marco Poggi è "l'infame di Bolzaneto". Così lo chiamavano alcuni agenti della "penitenziaria" e lui, in risposta, per provocazione, per orgoglio, per sfida, proprio in quel modo - Io, l'infame di Bolzaneto - ha voluto titolare il libro che raccoglie la sua testimonianza. Poggi è stato il primo - tra chi era dall'altra parte - a sentire il dovere di rompere il cerchio del silenzio. "Delle violenze nelle strade di Genova - dice - c'erano le immagini, le foto, i filmati. Tutto è avvenuto alla luce del sole. A Bolzaneto, no. Le violenze, le torture si sono consumate dietro le mura di una caserma, in uno spazio chiuso e protetto, in un ambiente che prometteva impunità. Solo chi l'ha visto, poteva raccontarlo. Solo chi c'era poteva confermare che il racconto di quei ragazzi vittime delle violenze era autentico. Io ero tra quelli. Che dovevo fare, allora? Dopo che sono tornato a casa da Genova, per giorni me ne sono stato zitto, anche con i miei. Io sono un pavido, dico sempre. Ma in quei giorni avevo come un dolore al petto, un sapore di amaro nella bocca quando ascoltavo il bla bla bla dei ministri, le menzogne, la noncuranza e infine le accuse contro quei ragazzi. Non ho studiato - l'ho detto - ma la mia famiglia mi ha insegnato il senso della giustizia. Non ho la fortuna di credere in Dio, ho la fortuna di credere in questa cosa - nella giustizia - e allora mi sono ripetuto che non potevo fare anch'io scena muta come stavano facendo tutti gli altri che erano con me, accanto a me e avevano visto che quel che io avevo visto. Ne ho parlato con i miei e loro mi hanno detto che dovevo fare ciò che credevo giusto perché mi sarebbero stati sempre accanto. E l'ho fatta, la cosa giusta. Interrogato dal magistrato, ho detto quel che avevo visto e non ci ho messo coraggio, come mi dicono ora esagerando. Non sono matto. Ci ho messo, credo, soltanto l'ossequio per lo stato, il rispetto per il mio lavoro e per gli agenti della polizia carceraria - e sono la stragrande maggioranza - che non menano le mani".

Marco Poggi ha pagato il prezzo della sua testimonianza. "Beh! - dice - un po' sì, devo dirlo. Dopo la testimonianza, in carcere mi hanno consigliato - vivamente, per dire così - di lasciare il lavoro. Dicevano che quel posto per me non era più sicuro. Qualcuno si è divertito con la mia auto, rovinandomela. Qualche altro mi ha spedito la mia foto con su scritto: "Te la faremo pagare". Il medico con la mimetica e gli anfibi mi ha denunciato per calunnia. Ma il giudice ha archiviato la mia posizione e con il lavoro mi sono arrangiato con contratti part-time in case di riposo per anziani. Oggi, anche se molti continuano a preoccuparsi della mia integrità più di quanto faccia solitamente la mia famiglia, sono tornato a lavorare in carcere, allo psichiatrico di Castelfranco Emilia. Mi faccio 160 chilometri al giorno, ma va bene così. Sono tutti gentili con me, l'infame di Bolzaneto".

Dice Marco Poggi che "se i reati non ci sono - se la tortura non è ancora un reato - non è che te li puoi inventare". Dice che lui "lo sapeva fin dall'inizio che poi le condanne sarebbero state miti e magari cancellate con la prescrizione". Dice Poggi che però "quel che conta non è la vendetta. La vendetta è sempre oscena. Il direttore del carcere di Bologna Chirolli - una gran brava persona che mi ha insegnato molte cose sul mio lavoro - ci ripeteva sempre che lo Stato ha il dovere di punire e mai il diritto di vendicarsi. Mi sembra che sia una frase da tenere sempre a mente. Voglio dire che importanza ha che quelli di Bolzaneto, i picchiatori, non andranno in carcere? Non è che uno voglia vederli per forza in gabbia. La loro detenzione potrebbe apparire oggi soltanto una vendetta, mi pare. Quel che conta è che siano puniti e che la loro punizione sia monito per altri che, come loro, hanno la tentazione di abusare dell'autorità che hanno in quel luogo nascosto e chiuso che è il carcere, la questura, la caserma. Per come la penso io, la debolezza di questa storia non è nel carcere che quelli non faranno, ma nella sanzione amministrativa che non hanno ancora avuto e che non avranno mai. Che ci vuole a sospenderli da servizio? Non dico per molto. Per una settimana. Per segnare con un buco nero la loro carriera professionale. È questa la mia amarezza: vedere i De Gennaro, i Canterini, i Toccafondi al loro posto, spesso più prestigioso del passato, come se a Genova non fosse accaduto nulla. Io credo che bisogna espellere dal corpo sano i virus della malattia e ricordarsi che qualsiasi corpo si può ammalare se non è assistito con attenzione. Quella piccola minoranza di poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, medici che è si abbandonata alle torture di Bolzaneto è il virus che minaccia il corpo sano. Sono i loro comportamenti che hanno creato e possono creare, se impuniti, sfiducia nelle istituzioni, diffidenza per lo Stato. Possono trasformare gli uomini in divisa - tutti, i moltissimi buoni e i pochissimi cattivi - in nemici del cittadino. Non ci vuole molto a comprendere - lo capisco anch'io e non ho studiato - che soltanto se si fa giustizia si potrà restituire alle vittime di Genova, ai giovani che vanno in strada per manifestare le loro idee, fiducia nella democrazia e non rancore e frustrazione. I giudici fanno il loro lavoro, ma devono fare i conti con quel che c'è scritto nei codici, con quel che viene fuori dai processi. Non parlo soltanto dei processi, è chiaro. Parlo della responsabilità della politica. Che cosa ha fatto la politica per sanare le ferite di Genova? Gianfranco Fini, che era al governo in quei giorni, disse che, se fossero emerse delle responsabilità, sarebbero state severamente punite. Perché non ne parla più, ora che quelle responsabilità sono alla luce del sole? Perché Luciano Violante si oppose alla commissione parlamentare d'inchiesta? Dopo sette anni questa pagina nera rischia di chiudersi con una notizia di cronaca che dà conto di una sentenza di condanna, peraltro inefficace, senza che la politica abbia fatto alcuno sforzo per riconciliare lo Stato e le istituzioni con i suoi giovani. Ecco quel che penso, e temo".

Cesare Geronzi indagato anche a Perugia

gatosan 18/03/2008 @ 19:42

Il processo per calunnia intentato dal banchiere contro Gaucci
Il presidente di Mediobanca in difficoltà sui rapporti con l'ex paron del Perugia Calcio

Geronzi indagato anche a Perugia
'Disse il falso sulla vendita di Nakata'

di CORRADO ZUNINO


<B>Geronzi indagato anche a Perugia<br /> 'Disse il falso sulla vendita di Nakata'</B>

Cesare Geronzi

ROMA - E ora Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca, è indagato anche a Perugia. Il sostituto procuratore Antonella Duchini lo ha messo sotto inchiesta perché avrebbe detto il falso a proposito della vendita del giapponese Hidetoshi Nakata alla Roma di Franco Sensi, all'inizio del Duemila. Il fatto è emerso questa mattina a Roma, nell'aula 6 del Tribunale dove si sta celebrando un processo per calunnia. L'avrebbe subita lo stesso Geronzi da parte di Luciano Gaucci.

L'interrogatorio del banchiere è stato sospeso per consentire al giudice romano Giuseppina Guglielmi di farsi spedire l'atto dell'iscrizione nel registro degli indagati di Geronzi. "False informazioni al pm", era l'accusa. Confermata a metà mattina.

Si è scoperto che il sostituto procuratore di Perugia ha indagato Geronzi dopo aver confrontato la memoria spedita da Santo Domingo da Gaucci, latitante ai Caraibi con l'accusa di bancarotta fraudolenta, con un dossier realizzato dall'ex allenatore del Perugia Arcadio Spinozzi, numero due di Vujadin Boskov nella stagione '98-'99, realizzato e spedito in procura nel tentativo di recuperare un credito di 65 milioni di lire nei confronti del club fallito. Con le nuove carte ora vengono messe in discussione alcune ragioni di quell'affare: ovvero, il prezzo di vendita di Nakata, che secondo le nuove fonti potrebbe salire a 42 miliardi di lire, il reale valore del giocatore e l'intervento sull'affare di Cesare Geronzi, presidente della banca Capitalia che all'epoca aveva in pegno il 99 per cento delle azioni del Perugia di Gaucci. Nell'atto di Arcadio Spinozzi si parla anche, marginalmente, dell'ex presidente della Federcalcio, Franco Carraro. "Sono accuse prive di riscontri", ha detto il difensore di Geronzi, l'avvocato Emilio Ricci, "chiederemo presto l'archiviazione".

Tutta la questione ruota intorno a un punto decisivo per l'intera vicenda calcio: quali sono stati gli interessi di Cesare Geronzi nel campionato e nei suoi club? Quale il rapporto professionale con la figlia Chiara, fondatrice della società di procuratori Gea World, e con la figlia Benedetta, prima dipendente della Lega calcio e poi consulente della Federcalcio di Franco Carraro. Carraro, va ricordato, oltre a presiedere la Figc in quegli anni è stato il numero uno della merchant bank di Capitalia, il Mediocredito centrale (lo è tuttora).


Nel corso del processo romano, alzando spesso i toni, il banchiere Geronzi ha respinto i tentativi dei difensori di Gaucci, l'avvocato Catullo e il professor Sammarco, di accostarlo alla finanza del calcio utilizzando carte del processo Gea. Tra queste, un interrogatorio di Callisto Tanzi in cui l'ex presidente Parmalat ha confessato che la genesi della Gea World era da cercare in un accordo tra Cesare Geronzi e Luciano Moggi. Il motivo del processo in corso - il reato di calunnia - non ha consentito di allargare il tiro sulla parabola processual-finanziaria del calcio contemporaneo.

Geronzi ha invece zoppicato nel tentativo di smentire il dossier realizzato da Gaucci sul suo conto. Il finanziere prima ha negato ogni rapporto personale e familiare tra la sua famiglia e quella dell'ex patron del Perugia, poi, però, ha dovuto ammettere di aver invitato al matrimonio di sua figlia Chiara l'ex autista Luciano Gaucci: "Chiara fu praticamente costretta a farlo dopo aver ricevuto in regalo un quadro di Pino Maggio". Geronzi ha anche spiegato che le pratiche sui fidi a Gaucci - arrivato a un'esposizione con Capitalia di 22 milioni di euro, poi transati con un accordo per 5 milioni - venivano affidati automaticamente alle filiali e agli uffici della banca, ma ha dovuto ammettere di aver incontrato Gaucci "due o tre volte". Ha ricordato, ancora, come il presidente del Perugia gli fosse stato presentato nella seconda metà degli anni '80 da Giulio Andreotti con una telefonata: "Gaucci venne alla Banca di Roma e per mezz'ora mi parlò della sue imprese".

Il presidente di Mediobanca ha confermato in aula di essere sotto processo per bancarotta in due procedimenti a Roma e a Parma (Cirio e Parmalat) e, sulla questione "regalie di Gaucci", di aver ricevuto a più riprese, "per Natale, per Pasqua e i miei compleanni", pesce in abbondanza, pane casareccio, bottiglie di champagne, cesti "che poi davamo in beneficenza a Don Picchi". Ha parlato di insistenza fastidiosa del presidente del Perugia, ma poi ha dovuto ammettere di aver montato nel giardino della sua villa a Marino, ai Castelli romani, una vasca costituita da cinque blocchi di pietra "che mi aveva portato l'autista di Gaucci, il signor Macellari, un signore molto invadente a cui non ho voluto fare una scortesia rifiutando quelli che erano pezzi dismessi da una villa di Gaucci".

Di fronte alle perplessità del giudice - "ma non sarebbe stato più opportuno rifiutare gli avanzi della villa di Gaucci?" - , Geronzi si è scomposto: "Ho fatto un errore, ci sono motivi di opportunità...". E ha poi ha inciampato alla successiva domanda sulle tre "statue di valore" ricevute in dono: "Ora non ricordo... Forse sì... ma non sono antiche, non sono di valore...". Infine, ha negato con decisione di aver preso tangenti da Gaucci: l'ex patron ha messo per iscritto di avergli dato 200 milioni lire per ognuno dei 18 finanziamenti concessi dalla sua banca tra l'89 e il '92.

(17 marzo 2008)

"Aborti nella clinica delle suore"

gatosan 15/03/2008 @ 19:05

I sospetti su Villa Serena dopo le intercettazioni telefoniche agli atti dell'inchiesta
Indagata anche un'assistente del ginecologo suicida e alcuni suoi colleghi

Genova, lo scandalo si allarga
"Aborti nella clinica delle suore"

di GIUSEPPE FILETTO


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L'ingresso di Villa Serena

GENOVA - Le suore di Villa Serena, la clinica gestita dalle religiose, dove il ginecologo Ermanno Rossi avrebbe praticato l'aborto clandestino, ripetono che "nella casa di cura si sono effettuati semplici raschiamenti". Ma a contraddirle sarebbe un'intercettazione telefonica: "Dottor Rossi, ho deciso di interrompere la gravidanza", dice la donna al telefono. "Va bene, ci vediamo al più presto - risponde il medico, indagato e suicida lunedì scorso - prendo l'agenda e le cerco un appuntamento".

La telefonata è di una delle due pazienti che si sono sottoposte all'aborto clandestino a "Villa Serena", clinica elegante nel quartiere residenziale di Albaro. A Genova, nella città del cardinale Angelo Bagnasco, il presidente della Cei, che guida anche l'ospedale Galliera, dove anche la procreazione assistita è un "imbarazzo".

Altre simili intercettazioni, raccolte dai Nas, sarebbero contestate alle 8 donne indagate, ieri interrogate dal pm Sabrina Monteverde. Gli atti dell'inchiesta sono secretati, ma da Palazzo di Giustizia trapela che potrebbero esserci nuovi avvisi di garanzia. Infatti, la donna sotto interrogatorio avrebbe ammesso al pm l'aborto e non il raschiamento. Giura, però, che era all'oscuro di violare la legge 194 ed avrebbe raccontato che in sala operatoria, oltre al ginecologo, erano presenti un anestesista e un'infermiera ferrista.
E forse anche un altro ginecologo.

Così nell'inchiesta oltre alle otto donne indagate potrebbero essere coinvolti anche anestesisti e ferristi che avrebbero aiutato il medico. Stando a quanto dicono i ginecologi, sarebbe impossibile che uno specialista possa praticare l'aborto senza il sostegno di altro personale qualificato. Non solo nella clinica Villa Serena, ma anche negli studi di Genova e di Rapallo.

Ieri, seconda giornata di interrogatori, è stata anche un'assistente del ginecologo, una quarantenne con due figli, che saputo di essere incinta per la terza volta, ha chiesto di abortire. Nello stesso studio medico in cui lavorava. Una funzionaria di 35 anni avrebbe interrotto la gravidanza a Villa Serena, con la prognosi ufficiale di "raschiamento". Le indagini avrebbero accertato che si trattava di un aborto. "Non ci risulta dalla documentazione clinica", ripete Pierpaolo Bottino, legale della casa di cura.

Comunque, nei giorni scorsi i carabinieri hanno sequestrato alcune cartelle cliniche e ieri il consiglio di amministrazione di Villa Serena ha comunicato che "non sono mai state praticate interruzioni volontarie di gravidanza in quanto casa di cura retta, fin dalla sua fondazione, da personale religioso ovviamente contrario sia dal punto di vista del diritto naturale sia per morale cristiana all'aborto volontario".

In ogni modo, la scelta della clinica privata sarebbe stata motivata dalla riservatezza e dai tempi rapidi, cose che stando alle dichiarazioni delle donne indagate, "non sarebbero garantite dalle strutture pubbliche". In proposito l'assessore regionale alla Sanità, Claudio Montaldo, assicura che la Regione anticiperà le linee guida redatte dal ministro Livia Turco sull'applicazione della "194".

(15 marzo 2008)

Se un voto si compra con cinquanta euro...

gatosan 15/03/2008 @ 16:19

L'autore di "Gomorra" e le elezioni: nessuno vincerà se si ignora la criminalità organizzata
"Le mafie dominano un terzo del Paese e condizionano interi settori dell'economia legale"

Se un voto si compra
con cinquanta euro

di ROBERTO SAVIANO


<B>Se un voto si compra<br /> con cinquanta euro</B>

Roberto Saviano

NESSUNO vincerà le elezioni in Italia. Nessuno. Perché finora tutti sembrano ignorare una questione fondamentale che si chiama "organizzazioni criminali" e ancor più "economia criminale". Non molto tempo fa il rapporto di Confesercenti valutò il fatturato delle mafie intorno a 90 miliardi di euro, pari al 7 per cento del Pil, l'equivalente di cinque manovre finanziarie. Il titolo "La mafia s. p. a. è la più grande impresa italiana" fece il giro di tutti i giornali del mondo, eppure in campagna elettorale nessuno ne ha parlato ancora.

E nessuna parte politica sino a oggi è riuscita a prescindere dalla relazione con il potere economico dei clan. Mettersi contro di loro significa non solo perdere consenso e voti, ma anche avere difficoltà a realizzare opere pubbliche.

Non le vincerà nessuno, queste elezioni. Perché se non si affronta subito la questione delle mafie le vinceranno sempre loro. Indipendentemente da quale schieramento governerà il paese. Sono già pronte, hanno già individuato con quali politici accordarsi, in entrambi i schieramenti. Non c'è elezione in Italia che non si vinca attraverso il voto di scambio, un'arma formidabile al sud dove la disoccupazione è alta e dopo decenni ricompare persino l'emigrazione verso l'estero. E' cosa risaputa ma che nessuno osa affrontare.

Quando ero ragazzino il voto di scambio era più redditizio. Un voto: un posto di lavoro. Alle poste, ai ministeri, ma anche a scuola, negli ospedali, negli uffici comunali. Mentre crescevo il voto è stato venduto per molto meno. Bollette del telefono e della luce pagate per i due mesi precedenti alle elezioni e per il mese successivo. Nelle penultime la novità era il cellulare. Ti regalavano un telefonino modificato per fotografare la scheda in cabina senza far sentire il click. Solo i più fortunati ottenevano un lavoro a tempo determinato.

Alle ultime elezioni il valore del voto era sceso a 50 euro. Quasi come al tempo di Achille Lauro, l'imprenditore sindaco di Napoli che negli anni cinquanta regalava pacchi di pasta e la scarpa sinistra di un paio nuovo di zecca, mentre la destra veniva recapitata dopo la vittoria. Oggi si ottengono voti per poco, per pochissimo. La disperazione del meridione che arriva a svendere il proprio voto per 50 euro sembra inversamente proporzionale alla potenza della più grande impresa italiana che lo domina.

Mai come in questi anni la politica in Italia viene unanimemente disprezzata. Dagli italiani è percepita come prosecuzione di affari privati nella sfera pubblica. Ha perso la sua vocazione primaria: creare progetti, stabilire obiettivi, mettere mano con determinazione alla risoluzione dei problemi. Nessuno pretende che possa rigenerarsi nell'arco di una campagna elettorale.

Ma nel vuoto di potere in cui si è fatta serva di maneggi e interessate miopie prevalgono poteri incompatibili con una democrazia avanzata. E' una democrazia avanzata quella in cui 172 amministrazioni comunali negli ultimi anni sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa? O dove dal '92 a oggi, le organizzazioni hanno ucciso più di 3.100 persone? Più che a Beirut? Se vuole essere davvero nuovo, il Partito Democratico di Walter Veltroni non abbia paura di cambiare. Non scenda a compromessi per paura di perdere.

Il governo Prodi è caduto in terra di camorra. Ha forse sottovalutato non tanto Clemente Mastella, il leader del piccolo partito Udeur, ma i rischi che comportava l'inserimento nelle liste di una parte dei suoi uomini. Personaggi sconosciuti all'opinione pubblica, ma che negli atti di alcuni magistrati vengono descritti come cerniera tra pubblica amministrazione e criminalità organizzata. Nel frattempo il governo ha permesso al governatore della Campania Bassolino di galleggiare nonostante il suo fallimento nella gestione dell'emergenza rifiuti. E non ha capito che quella situazione rappresenta solo l'esempio più clamoroso di quel che può accadere quando il cedimento anche solo passivo della politica ad interessi criminali porta allo scacco.

Tutto questo mentre il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi assisteva muto o giustificatorio ai festeggiamenti del governatore della Sicilia Cuffaro per una condanna che confermava i suoi favori a vantaggio di un boss, limitandosi a scagionarlo dall'accusa di essere lui stesso un mafioso vero e proprio.

La questione della trasparenza tocca tutti i partiti e il paese intero. Inoltre molta militanza antimafiosa si forma nei gruppi di giovani cattolici i cui voti non sempre vanno al centrosinistra. Anche questi elettori dovrebbero pretendere che non siano candidate soubrette o personaggi capaci solo di difendere il proprio interesse. Pretendano gli elettori di centrodestra che non ci siano solo soubrette e a sud esponenti di consorterie imprenditoriali. E mi vengono in mente le parole che Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993 rivolse dalla collina di Agrigento alla Sicilia e all'Italia ferita dalle stragi di mafia: "Questo popolo... talmente attaccato alla vita, che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte... Mi rivolgo ai responsabili... Un giorno verrà il giudizio di Dio". Parole che avrebbero dovuto crescere nelle coscienze.

È tempo di rendersi conto che la richiesta di candidati non compromessi va ben oltre la questione morale. Strappare la politica al suo connubio con la criminalità organizzata non è una scelta etica, ma una necessità di vitale autodifesa.

Io non entrerò in politica. Il mio mestiere è quello di scrittore. E fin quando riuscirò a scrivere, continuerò a considerare questo lo strumento di impegno più forte che possiedo. Racconto il potere, ma non riuscirei a gestirlo. Non si tratta di rinunciare ad assumersi la propria responsabilità, ma considerarla parte del proprio lavoro. Tentare di impedire che il chiasso delle polemiche distolga l'attenzione verso problemi che meno fanno rumore, più fanno danno. O che le disquisizioni morali coprano le scelte concrete a cui sono chiamati tutti i partiti. È questo il compito che a mio avviso resta nelle mani di un intellettuale. Credo sia giunto il momento di non permettere più che un voto sia comprabile con pochi spiccioli. Che futuri ministri, assessori, sindaci, consiglieri comunali possano ottenere consenso promettendo qualche misero favore. Forse è arrivato il momento di non accontentarci.

Nel 1793 la Costituzione francese aveva previsto il diritto all'insurrezione: forse è il momento di far valere in Italia il diritto alla non sopportazione. A non svendere il proprio voto. A dare ancora un senso alla scelta democratica, scegliendo di non barattare il proprio destino con un cellulare o la luce pagata per qualche mese.

© 2008 by Roberto Saviano
Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency 

una tangente da 97 milioni per avere gratis Wind

gatosan 29/02/2008 @ 13:25

Il retroscena: l'ipotesi dei pm è che sia servita
a convincere Enel ad accordarsi con il gruppo egiziano

Una tangente da 97 milioni di euro
per eliminare gli americani

di CARLO BONINI


<B>Una tangente da 97 milioni di euro<br /> per eliminare gli americani</B>

ROMA - La storia che muove le perquisizioni di Roma, Milano, Londra, che scuote il secondo gruppo industriale italiano, è, al momento, una storia di corruzione. In cui, se la ricostruzione proposta dall'istruttoria dei pubblici ministeri Giuseppe Cascini e Rodolfo Sabelli è corretta, balla una tangente di 97 milioni di euro che, nella primavera del 2005, consegna l'azienda telefonica Wind, allora controllata da Enel, al finanziere egiziano Naguib Sawiris e alla sua "Orascom" per un prezzo nominale di 12,5 miliardi di euro (5 in meno di quanti, nel 1997, era costato ad Enel la start-up di Wind). Quei 97 milioni di euro - è l'ipotesi - servono infatti a convincere il management Enel a eliminare dalla trattativa gli americani di "Blackstone", oggettivamente più competitivi sia nell'offerta economica che nelle garanzie tecniche, e a oliare le ruote della politica.

A dispetto di un incipit apparentemente trasparente, l'affare è complesso e quantomeno controversi appaiono le mosse e il profilo dei suoi protagonisti. Nel maggio del 2005, l'allora amministratore delegato di Enel (oggi numero uno di Eni), Paolo Scaroni, annuncia che la trattativa per la cessione di Wind è chiusa con reciproca soddisfazione di compratore e venditore (il contratto sarà firmato in agosto). Sawiris rilancia infatti di 300 milioni l'offerta di "Blackstone" e chiude l'acquisto del gestore telefonico a 12,2 miliardi di euro. L'operazione ha due registi finanziari: le banche e un signore che si chiama Alessandro Benedetti, uomo che si muove all'ombra di Forza Italia, che ha conosciuto la galera nel '96, inquisito dalla Procura di Milano per bancarotta (sfugge alla condanna nel 2007 per prescrizione), casa e portafoglio a Londra, uffici, un tempo, a Palazzo Odescalchi, in piazza santi Apostoli, nel cuore di Roma (la società "Managest"). Benedetti mette a disposizione il veicolo societario sotto il cui controllo passerà Wind: la "Weather Investment", società lussemburghese di cui è presidente e che ha come socio lo stesso Sawiris.

Ma, soprattutto, definisce (attraverso la "Managest") l'architettura di un contratto in cui l'acquisto del gestore telefonico ha una peculiarità. Enel incassa dalla cessione 2,9 miliardi di euro cash, acquisendo contestualmente una partecipazione del 5 per cento nel capitale della stessa "Weather".

Sembra non se ne debba parlare più. Fino a quando, il 17 maggio dello scorso anno, Paolo Mondani firma per "Report" di Milena Gabanelli un'inchiesta televisiva ("Il mistero del Faraone") in cui un testimone, che chiede l'anonimato, denuncia una conduzione opaca dell'Enel della trattativa con Sawiris. Wind ed Enel protestano vivacemente per una rappresentazione dei fatti che dicono essere imprecisa e suggestiva. La Procura di Roma apre un'inchiesta contro ignoti.

I pubblici ministeri acquisiscono la documentazione finanziaria dell'operazione e ne colgono quelle che gli appaiono due significative anomalie. La prima è l'ingresso di Enel nel capitale della "Weather Investment". Perché - chiedono - Enel anziché scegliere la via più semplice di conservare una partecipazione azionaria di minoranza in Wind, decide di sottoscrivere un aumento di capitale della società del compratore, acquisendone una partecipazione? La risposta che si danno è una pessima notizia per Enel e per Sawiris. Perché così come congegnato, il contratto di compravendita - osservano - consente al finanziere egiziano di non spendere un solo centesimo di euro di tasca propria. Enel riconosce infatti un costo di transazione (transaction fee) per l'operazione pari a 414 milioni di euro. Vale a dire la somma matematica dei 317 milioni di euro di spese per la linea di credito bancaria accesa da Sawiris per entrare personalmente nella partita e dei 97 milioni di euro riconosciuti a Benedetti - che di "Weather" è presidente - a titolo di consulenze.

La seconda anomalia è il destino di quei 97 milioni di euro. Benedetti - per quello che le indagini della Procura avrebbero accertato documentalmente - fa rimbalzare più volte quel denaro attraverso una catena di società e conti esteri, frazionandolo a beneficio di destinatari finali della cui identità, allo stato, ancora non si sarebbe venuti a capo con certezza. Ma che fanno concludere alla Procura che quella somma tutto sia meno che una consulenza e, al contrario, somigli molto a una tangente.

Incassata da chi? In attesa che gli esiti delle perquisizioni diano o meno una risposta documentale, i due pubblici ministeri di Roma hanno in mano una qualche testimonianza non ancora decisiva che accusa l'ex direttore finanziario e oggi amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, e un testimone improvvisamente reticente, ora iscritto al registro degli indagati per il reato di false informazioni al pubblico ministero. L'uomo si chiama Tommaso Pompei. E' stato amministratore delegato di "Tiscali", ma è stato soprattutto, al momento della vendita a Sawiris, amministratore delegato di "Wind". La Procura accerta che è Pompei il misterioso testimone di "Report".

Ascolta la registrazione audio completa (anche quella dunque non andata in onda) del suo colloquio con Mondani in cui denuncia l'opacità del management Enel ed allude a tangenti alla politica, indicando in Benedetti (il consulente da 97 milioni di euro) l'uomo che le avrebbe distribuite. Eppure, al momento dell'interrogatorio, Pompei fa marcia indietro. Anche di fronte all'evidenza della registrazione, sostiene di essere stato "male interpretato".

Ne guadagna, come detto, un'iscrizione al registro degli indagati, e convince definitivamente i pubblici ministeri di Roma di essere sulla strada giusta. E dunque che sia necessario bussare, tanto per cominciare, anche alla porta di Salvatore Cirafici, ex ufficiale dei carabinieri, capo della sicurezza Wind (i suoi uffici sono stati perquisiti ieri), già apparso nella vicenda Telecom e ora ritenuto il custode di informazioni in grado di spiegare alcuni passaggi cruciali di questa vicenda. A cominciare dalle mosse curiosamente ondivaghe di Pompei nelle more della trattativa per la cessione di Wind, quando, dopo aver sostenuto con convinzione "Blackstone", sposerà la causa Sawiris, appoggiandosi proprio a Benedetti e alla sua "Managest". Per finire al ruolo e alla figura di Luigi Gubitosi, ex manager Fiat messo alla porta da Marchionne, chiamato nella nuova "Wind" al ruolo di direttore finanziario e ora, appunto, indagato per corruzione insieme a Benedetti, Sawiris e Conti.