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Archivi: Marzo 2008

altri due giornalisti uccisi in Russia

gatosan 22/03/2008 @ 20:25

Ilia Shurpaiev, inviato tv per il Caucaso russo, trovato morto in casa a Mosca
Gadji Abachilov ucciso mentre guidava l'auto a Makhatchkala, nel Daghestan

Russia, due giornalisti uccisi
Entrambi esperti di Caucaso

Gli investigatori negano collegamenti tra i delitti. Allarme nella comunità dei reporter
Lunga la lista delle morti sospette. La Politkovskaia il caso più clamoroso

MOSCA - Due giornalisti uccisi nello stesso giorno. Uno è stato trovato cadavere nel suo appartamento a Mosca. L'altro a Makhatchkala, capitale della repubblica del Daghestan (Caucaso russo). Il primo strangolato, al secondo hanno sparato in auto mentre guidava. Luoghi, modalità e dinamiche diverse ma i due delitti hanno un legame molto forte: entrambi i reporter erano esperti di affari caucasici per i rispettivi media. La polizia è cauta nello stabilire nessi e causalità tra i due delitti. Ma ce ne è quanto basta per mettere in allarme la comunità internazionale e russa dei reporter.

Il giornalista di Mosca. Il cadavere di Ilia Shurpaiev, 33 anni, originario del Daghestan e inviato del primo canale televisivo per il Caucaso russo, è stato trovato nella camera da letto con ferite da taglio e una cintura attorno al collo. Morto per strangolamento, dicono i primi esami. Shurpaiev non si considerava affatto un dissidente: ma il suo nome era apparso su un quotidiano daghestano, Il tempo attuale, come uno dei cronisti che discreditavano la piccola repubblica autonoma del Caucaso del nord. Gli investigatori non escludono la pista dell'attività professionale. Il giornalista aveva lavorato molto nei teatri più caldi del paese e del Caucaso ex sovietico, dalla Cecenia al Daghestan, dall'Inguscezia alle repubbliche georgiane secessioniste di Ossezia del sud e Abkhazia. Teneva un blog su internet dove poche ore prima della morte aveva commentato la decisione di 'Il tempo attuale' di includerlo in una lista nera: "Così ora sarei un dissidente? Che stupidaggine! Non ho mai fatto politica in Daghestan, neanche a livello di piccoli enti locali, perché sono troppo pigro e non ho mai tempo".

La seconda vittima. Si chiama Gadji Abachilov ed è stato trovato cadavere nell'auto a Makhatchkala, capitale della repubblica del Daghestan (Caucaso russo). "E' stato ucciso da alcuni sconosciuti che gli hanno sparato mentre era a bordo della sua automobile a Makhatchkala. Il suo autista, gravemente ferito, è stato ricoverato in ospedale", ha dichiarato per telefono all'agenzia France Presse Mark Tolchinski, portavoce del ministero dell'interno russo nel Daghestan. Abachilov dirigeva l'emittente televisiva Daghestan, antenna locale de la catena pubblica Russia.

La lunga lista dei reporter uccisi. Nonostante investigatori e politici non stabiliscano collegamenti, i due delitti potrebbero inserirsi nella lunga lista di giornalisti uccisi nella Russia post-sovietica col sistema degli omicidi su commissione. Fra i casi più eclatanti, va ricordato negli anni '90 il molto noto opinionista televisivo Vladislav Listiev, ucciso nel 1995 a colpi di pistola davanti alla sua abitazione: una morte che ai tempi di Boris Ieltsin aveva fatto un enorme scandalo e che la stampa riteneva legata alle guerre fra oligarchi per il controllo del promettente settore della pubblicità in tv. L'anno prima, era stato ucciso con un pacco esplosivo Dmitri Kholodov, un giovane cronista che stava svolgendo una inchiesta su un traffico di armi che coinvolgeva pezzi grossi del ministero della difesa. Nell'era di Vladimir Putin, lo stillicidio è continuato: Paul Khlebnikov, direttore dell'edizione russa della rivista Forbes, è stato ucciso nel luglio del 2004 mentre usciva dalla sua redazione. Era un reporter scomodo per molti: per l'ex oligarca Boris Berezovski, da lui denunciato in un libro, per il potere del Cremlino e la sua deriva autoritaria, per la guerriglia cecena, messa alla berlina con un altro testo, Conversazioni con un barbaro.

Poi l'uccisione che più ha fatto scalpore in Occidente, quella di Anna Politkovskaia, ottobre del 2006: le sue denunce degli abusi russi in Cecenia e i suoi legami con le organizzazioni per i diritti umani ne avevano fatta una cronista simbolo della lotta al potere costituito. Infine, nel marzo 2007, il misterioso 'suicidio' colpì Ivan Safronov, esperto militare del quotidiano Kommersant e colonnello in congedo. Stava indagando su un presunto traffico di armi con la Siria, secondo alcune fonti. Si sarebbe gettato dal pianerottolo della sua abitazione con in mano una busta di mandarini che aveva appena acquistato al mercato.

(21 marzo 2008)

infame chi denuncia i poliziotti che delinquono

gatosan 18/03/2008 @ 22:07

Marco Poggi, infermiere penitenziario, era in servizio in quei tre giorni
Il racconto al pm e un libro sulla vicenda: "Quegli uomini dovevano essere sospesi"

"Io, l'infame della caserma
che ha denunciato quelle torture"

di GIUSEPPE D'AVANZO


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Marco Poggi

MARCO Poggi, infermiere penitenziario, entrò in servizio a Bolzaneto alle 20 di venerdì 20 luglio 2001 e ci rimase fino alle 15, 15.30 di domenica 22 luglio. "Ho visto picchiare con violenza e ripetutamente i detenuti presenti con schiaffi, pugni, calci, testate contro il muro". "Picchiava la polizia di stato ma soprattutto il "gruppo operativo mobile" e il "nucleo traduzioni" della polizia penitenziaria. Ho visto trascinare un detenuto in bagno, da tre o quattro agenti della "penitenziaria". Gli dicevano: "Devi pisciare, vero?". Una volta arrivati nell'androne del bagno, ho sentito che lo sottoponevano a un vero e proprio linciaggio...".

Marco Poggi dice che sa che cos'è la violenza. "Ci sono cresciuto dentro. Ho "rubato" la terza elementare ai corsi serali delle 150 ore e sono andato infermiere in carcere per buscarmi il mio pezzo di pane. Per anni ho lavorato al carcere della Dozza a Bologna. Un posto mica da ridere. Tossici, ladri di galline, mafiosi, trans, stupratori. La violenza la respiravi come aria, ma quel che ho visto a Bolzaneto in quei giorni non l'avrei mai ritenuto possibile, prima. Alcuni detenuti non capivano come fare le flessioni di routine previste dalla perquisizione di primo ingresso in carcere. Meno capivano e più venivano picchiati a pugni e calci dagli agenti della polizia penitenziaria. Gli ufficiali, i sottufficiali guardavano, ridevano e non intervenivano. Ho visto il medico, vestito con tuta mimetica, anfibi, maglietta blu con stampato sopra il distintivo degli agenti della polizia penitenziaria, togliere un piercing dal naso di una ragazza che era in quel momento sottoposta a visita medica e intanto le diceva: "Sei una brigatista?"".

Marco Poggi è "l'infame di Bolzaneto". Così lo chiamavano alcuni agenti della "penitenziaria" e lui, in risposta, per provocazione, per orgoglio, per sfida, proprio in quel modo - Io, l'infame di Bolzaneto - ha voluto titolare il libro che raccoglie la sua testimonianza. Poggi è stato il primo - tra chi era dall'altra parte - a sentire il dovere di rompere il cerchio del silenzio. "Delle violenze nelle strade di Genova - dice - c'erano le immagini, le foto, i filmati. Tutto è avvenuto alla luce del sole. A Bolzaneto, no. Le violenze, le torture si sono consumate dietro le mura di una caserma, in uno spazio chiuso e protetto, in un ambiente che prometteva impunità. Solo chi l'ha visto, poteva raccontarlo. Solo chi c'era poteva confermare che il racconto di quei ragazzi vittime delle violenze era autentico. Io ero tra quelli. Che dovevo fare, allora? Dopo che sono tornato a casa da Genova, per giorni me ne sono stato zitto, anche con i miei. Io sono un pavido, dico sempre. Ma in quei giorni avevo come un dolore al petto, un sapore di amaro nella bocca quando ascoltavo il bla bla bla dei ministri, le menzogne, la noncuranza e infine le accuse contro quei ragazzi. Non ho studiato - l'ho detto - ma la mia famiglia mi ha insegnato il senso della giustizia. Non ho la fortuna di credere in Dio, ho la fortuna di credere in questa cosa - nella giustizia - e allora mi sono ripetuto che non potevo fare anch'io scena muta come stavano facendo tutti gli altri che erano con me, accanto a me e avevano visto che quel che io avevo visto. Ne ho parlato con i miei e loro mi hanno detto che dovevo fare ciò che credevo giusto perché mi sarebbero stati sempre accanto. E l'ho fatta, la cosa giusta. Interrogato dal magistrato, ho detto quel che avevo visto e non ci ho messo coraggio, come mi dicono ora esagerando. Non sono matto. Ci ho messo, credo, soltanto l'ossequio per lo stato, il rispetto per il mio lavoro e per gli agenti della polizia carceraria - e sono la stragrande maggioranza - che non menano le mani".

Marco Poggi ha pagato il prezzo della sua testimonianza. "Beh! - dice - un po' sì, devo dirlo. Dopo la testimonianza, in carcere mi hanno consigliato - vivamente, per dire così - di lasciare il lavoro. Dicevano che quel posto per me non era più sicuro. Qualcuno si è divertito con la mia auto, rovinandomela. Qualche altro mi ha spedito la mia foto con su scritto: "Te la faremo pagare". Il medico con la mimetica e gli anfibi mi ha denunciato per calunnia. Ma il giudice ha archiviato la mia posizione e con il lavoro mi sono arrangiato con contratti part-time in case di riposo per anziani. Oggi, anche se molti continuano a preoccuparsi della mia integrità più di quanto faccia solitamente la mia famiglia, sono tornato a lavorare in carcere, allo psichiatrico di Castelfranco Emilia. Mi faccio 160 chilometri al giorno, ma va bene così. Sono tutti gentili con me, l'infame di Bolzaneto".

Dice Marco Poggi che "se i reati non ci sono - se la tortura non è ancora un reato - non è che te li puoi inventare". Dice che lui "lo sapeva fin dall'inizio che poi le condanne sarebbero state miti e magari cancellate con la prescrizione". Dice Poggi che però "quel che conta non è la vendetta. La vendetta è sempre oscena. Il direttore del carcere di Bologna Chirolli - una gran brava persona che mi ha insegnato molte cose sul mio lavoro - ci ripeteva sempre che lo Stato ha il dovere di punire e mai il diritto di vendicarsi. Mi sembra che sia una frase da tenere sempre a mente. Voglio dire che importanza ha che quelli di Bolzaneto, i picchiatori, non andranno in carcere? Non è che uno voglia vederli per forza in gabbia. La loro detenzione potrebbe apparire oggi soltanto una vendetta, mi pare. Quel che conta è che siano puniti e che la loro punizione sia monito per altri che, come loro, hanno la tentazione di abusare dell'autorità che hanno in quel luogo nascosto e chiuso che è il carcere, la questura, la caserma. Per come la penso io, la debolezza di questa storia non è nel carcere che quelli non faranno, ma nella sanzione amministrativa che non hanno ancora avuto e che non avranno mai. Che ci vuole a sospenderli da servizio? Non dico per molto. Per una settimana. Per segnare con un buco nero la loro carriera professionale. È questa la mia amarezza: vedere i De Gennaro, i Canterini, i Toccafondi al loro posto, spesso più prestigioso del passato, come se a Genova non fosse accaduto nulla. Io credo che bisogna espellere dal corpo sano i virus della malattia e ricordarsi che qualsiasi corpo si può ammalare se non è assistito con attenzione. Quella piccola minoranza di poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria, medici che è si abbandonata alle torture di Bolzaneto è il virus che minaccia il corpo sano. Sono i loro comportamenti che hanno creato e possono creare, se impuniti, sfiducia nelle istituzioni, diffidenza per lo Stato. Possono trasformare gli uomini in divisa - tutti, i moltissimi buoni e i pochissimi cattivi - in nemici del cittadino. Non ci vuole molto a comprendere - lo capisco anch'io e non ho studiato - che soltanto se si fa giustizia si potrà restituire alle vittime di Genova, ai giovani che vanno in strada per manifestare le loro idee, fiducia nella democrazia e non rancore e frustrazione. I giudici fanno il loro lavoro, ma devono fare i conti con quel che c'è scritto nei codici, con quel che viene fuori dai processi. Non parlo soltanto dei processi, è chiaro. Parlo della responsabilità della politica. Che cosa ha fatto la politica per sanare le ferite di Genova? Gianfranco Fini, che era al governo in quei giorni, disse che, se fossero emerse delle responsabilità, sarebbero state severamente punite. Perché non ne parla più, ora che quelle responsabilità sono alla luce del sole? Perché Luciano Violante si oppose alla commissione parlamentare d'inchiesta? Dopo sette anni questa pagina nera rischia di chiudersi con una notizia di cronaca che dà conto di una sentenza di condanna, peraltro inefficace, senza che la politica abbia fatto alcuno sforzo per riconciliare lo Stato e le istituzioni con i suoi giovani. Ecco quel che penso, e temo".

Cesare Geronzi indagato anche a Perugia

gatosan 18/03/2008 @ 19:42

Il processo per calunnia intentato dal banchiere contro Gaucci
Il presidente di Mediobanca in difficoltà sui rapporti con l'ex paron del Perugia Calcio

Geronzi indagato anche a Perugia
'Disse il falso sulla vendita di Nakata'

di CORRADO ZUNINO


<B>Geronzi indagato anche a Perugia<br /> 'Disse il falso sulla vendita di Nakata'</B>

Cesare Geronzi

ROMA - E ora Cesare Geronzi, presidente di Mediobanca, è indagato anche a Perugia. Il sostituto procuratore Antonella Duchini lo ha messo sotto inchiesta perché avrebbe detto il falso a proposito della vendita del giapponese Hidetoshi Nakata alla Roma di Franco Sensi, all'inizio del Duemila. Il fatto è emerso questa mattina a Roma, nell'aula 6 del Tribunale dove si sta celebrando un processo per calunnia. L'avrebbe subita lo stesso Geronzi da parte di Luciano Gaucci.

L'interrogatorio del banchiere è stato sospeso per consentire al giudice romano Giuseppina Guglielmi di farsi spedire l'atto dell'iscrizione nel registro degli indagati di Geronzi. "False informazioni al pm", era l'accusa. Confermata a metà mattina.

Si è scoperto che il sostituto procuratore di Perugia ha indagato Geronzi dopo aver confrontato la memoria spedita da Santo Domingo da Gaucci, latitante ai Caraibi con l'accusa di bancarotta fraudolenta, con un dossier realizzato dall'ex allenatore del Perugia Arcadio Spinozzi, numero due di Vujadin Boskov nella stagione '98-'99, realizzato e spedito in procura nel tentativo di recuperare un credito di 65 milioni di lire nei confronti del club fallito. Con le nuove carte ora vengono messe in discussione alcune ragioni di quell'affare: ovvero, il prezzo di vendita di Nakata, che secondo le nuove fonti potrebbe salire a 42 miliardi di lire, il reale valore del giocatore e l'intervento sull'affare di Cesare Geronzi, presidente della banca Capitalia che all'epoca aveva in pegno il 99 per cento delle azioni del Perugia di Gaucci. Nell'atto di Arcadio Spinozzi si parla anche, marginalmente, dell'ex presidente della Federcalcio, Franco Carraro. "Sono accuse prive di riscontri", ha detto il difensore di Geronzi, l'avvocato Emilio Ricci, "chiederemo presto l'archiviazione".

Tutta la questione ruota intorno a un punto decisivo per l'intera vicenda calcio: quali sono stati gli interessi di Cesare Geronzi nel campionato e nei suoi club? Quale il rapporto professionale con la figlia Chiara, fondatrice della società di procuratori Gea World, e con la figlia Benedetta, prima dipendente della Lega calcio e poi consulente della Federcalcio di Franco Carraro. Carraro, va ricordato, oltre a presiedere la Figc in quegli anni è stato il numero uno della merchant bank di Capitalia, il Mediocredito centrale (lo è tuttora).


Nel corso del processo romano, alzando spesso i toni, il banchiere Geronzi ha respinto i tentativi dei difensori di Gaucci, l'avvocato Catullo e il professor Sammarco, di accostarlo alla finanza del calcio utilizzando carte del processo Gea. Tra queste, un interrogatorio di Callisto Tanzi in cui l'ex presidente Parmalat ha confessato che la genesi della Gea World era da cercare in un accordo tra Cesare Geronzi e Luciano Moggi. Il motivo del processo in corso - il reato di calunnia - non ha consentito di allargare il tiro sulla parabola processual-finanziaria del calcio contemporaneo.

Geronzi ha invece zoppicato nel tentativo di smentire il dossier realizzato da Gaucci sul suo conto. Il finanziere prima ha negato ogni rapporto personale e familiare tra la sua famiglia e quella dell'ex patron del Perugia, poi, però, ha dovuto ammettere di aver invitato al matrimonio di sua figlia Chiara l'ex autista Luciano Gaucci: "Chiara fu praticamente costretta a farlo dopo aver ricevuto in regalo un quadro di Pino Maggio". Geronzi ha anche spiegato che le pratiche sui fidi a Gaucci - arrivato a un'esposizione con Capitalia di 22 milioni di euro, poi transati con un accordo per 5 milioni - venivano affidati automaticamente alle filiali e agli uffici della banca, ma ha dovuto ammettere di aver incontrato Gaucci "due o tre volte". Ha ricordato, ancora, come il presidente del Perugia gli fosse stato presentato nella seconda metà degli anni '80 da Giulio Andreotti con una telefonata: "Gaucci venne alla Banca di Roma e per mezz'ora mi parlò della sue imprese".

Il presidente di Mediobanca ha confermato in aula di essere sotto processo per bancarotta in due procedimenti a Roma e a Parma (Cirio e Parmalat) e, sulla questione "regalie di Gaucci", di aver ricevuto a più riprese, "per Natale, per Pasqua e i miei compleanni", pesce in abbondanza, pane casareccio, bottiglie di champagne, cesti "che poi davamo in beneficenza a Don Picchi". Ha parlato di insistenza fastidiosa del presidente del Perugia, ma poi ha dovuto ammettere di aver montato nel giardino della sua villa a Marino, ai Castelli romani, una vasca costituita da cinque blocchi di pietra "che mi aveva portato l'autista di Gaucci, il signor Macellari, un signore molto invadente a cui non ho voluto fare una scortesia rifiutando quelli che erano pezzi dismessi da una villa di Gaucci".

Di fronte alle perplessità del giudice - "ma non sarebbe stato più opportuno rifiutare gli avanzi della villa di Gaucci?" - , Geronzi si è scomposto: "Ho fatto un errore, ci sono motivi di opportunità...". E ha poi ha inciampato alla successiva domanda sulle tre "statue di valore" ricevute in dono: "Ora non ricordo... Forse sì... ma non sono antiche, non sono di valore...". Infine, ha negato con decisione di aver preso tangenti da Gaucci: l'ex patron ha messo per iscritto di avergli dato 200 milioni lire per ognuno dei 18 finanziamenti concessi dalla sua banca tra l'89 e il '92.

(17 marzo 2008)

"Aborti nella clinica delle suore"

gatosan 15/03/2008 @ 19:05

I sospetti su Villa Serena dopo le intercettazioni telefoniche agli atti dell'inchiesta
Indagata anche un'assistente del ginecologo suicida e alcuni suoi colleghi

Genova, lo scandalo si allarga
"Aborti nella clinica delle suore"

di GIUSEPPE FILETTO


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L'ingresso di Villa Serena

GENOVA - Le suore di Villa Serena, la clinica gestita dalle religiose, dove il ginecologo Ermanno Rossi avrebbe praticato l'aborto clandestino, ripetono che "nella casa di cura si sono effettuati semplici raschiamenti". Ma a contraddirle sarebbe un'intercettazione telefonica: "Dottor Rossi, ho deciso di interrompere la gravidanza", dice la donna al telefono. "Va bene, ci vediamo al più presto - risponde il medico, indagato e suicida lunedì scorso - prendo l'agenda e le cerco un appuntamento".

La telefonata è di una delle due pazienti che si sono sottoposte all'aborto clandestino a "Villa Serena", clinica elegante nel quartiere residenziale di Albaro. A Genova, nella città del cardinale Angelo Bagnasco, il presidente della Cei, che guida anche l'ospedale Galliera, dove anche la procreazione assistita è un "imbarazzo".

Altre simili intercettazioni, raccolte dai Nas, sarebbero contestate alle 8 donne indagate, ieri interrogate dal pm Sabrina Monteverde. Gli atti dell'inchiesta sono secretati, ma da Palazzo di Giustizia trapela che potrebbero esserci nuovi avvisi di garanzia. Infatti, la donna sotto interrogatorio avrebbe ammesso al pm l'aborto e non il raschiamento. Giura, però, che era all'oscuro di violare la legge 194 ed avrebbe raccontato che in sala operatoria, oltre al ginecologo, erano presenti un anestesista e un'infermiera ferrista.
E forse anche un altro ginecologo.

Così nell'inchiesta oltre alle otto donne indagate potrebbero essere coinvolti anche anestesisti e ferristi che avrebbero aiutato il medico. Stando a quanto dicono i ginecologi, sarebbe impossibile che uno specialista possa praticare l'aborto senza il sostegno di altro personale qualificato. Non solo nella clinica Villa Serena, ma anche negli studi di Genova e di Rapallo.

Ieri, seconda giornata di interrogatori, è stata anche un'assistente del ginecologo, una quarantenne con due figli, che saputo di essere incinta per la terza volta, ha chiesto di abortire. Nello stesso studio medico in cui lavorava. Una funzionaria di 35 anni avrebbe interrotto la gravidanza a Villa Serena, con la prognosi ufficiale di "raschiamento". Le indagini avrebbero accertato che si trattava di un aborto. "Non ci risulta dalla documentazione clinica", ripete Pierpaolo Bottino, legale della casa di cura.

Comunque, nei giorni scorsi i carabinieri hanno sequestrato alcune cartelle cliniche e ieri il consiglio di amministrazione di Villa Serena ha comunicato che "non sono mai state praticate interruzioni volontarie di gravidanza in quanto casa di cura retta, fin dalla sua fondazione, da personale religioso ovviamente contrario sia dal punto di vista del diritto naturale sia per morale cristiana all'aborto volontario".

In ogni modo, la scelta della clinica privata sarebbe stata motivata dalla riservatezza e dai tempi rapidi, cose che stando alle dichiarazioni delle donne indagate, "non sarebbero garantite dalle strutture pubbliche". In proposito l'assessore regionale alla Sanità, Claudio Montaldo, assicura che la Regione anticiperà le linee guida redatte dal ministro Livia Turco sull'applicazione della "194".

(15 marzo 2008)

Se un voto si compra con cinquanta euro...

gatosan 15/03/2008 @ 16:19

L'autore di "Gomorra" e le elezioni: nessuno vincerà se si ignora la criminalità organizzata
"Le mafie dominano un terzo del Paese e condizionano interi settori dell'economia legale"

Se un voto si compra
con cinquanta euro

di ROBERTO SAVIANO


<B>Se un voto si compra<br /> con cinquanta euro</B>

Roberto Saviano

NESSUNO vincerà le elezioni in Italia. Nessuno. Perché finora tutti sembrano ignorare una questione fondamentale che si chiama "organizzazioni criminali" e ancor più "economia criminale". Non molto tempo fa il rapporto di Confesercenti valutò il fatturato delle mafie intorno a 90 miliardi di euro, pari al 7 per cento del Pil, l'equivalente di cinque manovre finanziarie. Il titolo "La mafia s. p. a. è la più grande impresa italiana" fece il giro di tutti i giornali del mondo, eppure in campagna elettorale nessuno ne ha parlato ancora.

E nessuna parte politica sino a oggi è riuscita a prescindere dalla relazione con il potere economico dei clan. Mettersi contro di loro significa non solo perdere consenso e voti, ma anche avere difficoltà a realizzare opere pubbliche.

Non le vincerà nessuno, queste elezioni. Perché se non si affronta subito la questione delle mafie le vinceranno sempre loro. Indipendentemente da quale schieramento governerà il paese. Sono già pronte, hanno già individuato con quali politici accordarsi, in entrambi i schieramenti. Non c'è elezione in Italia che non si vinca attraverso il voto di scambio, un'arma formidabile al sud dove la disoccupazione è alta e dopo decenni ricompare persino l'emigrazione verso l'estero. E' cosa risaputa ma che nessuno osa affrontare.

Quando ero ragazzino il voto di scambio era più redditizio. Un voto: un posto di lavoro. Alle poste, ai ministeri, ma anche a scuola, negli ospedali, negli uffici comunali. Mentre crescevo il voto è stato venduto per molto meno. Bollette del telefono e della luce pagate per i due mesi precedenti alle elezioni e per il mese successivo. Nelle penultime la novità era il cellulare. Ti regalavano un telefonino modificato per fotografare la scheda in cabina senza far sentire il click. Solo i più fortunati ottenevano un lavoro a tempo determinato.

Alle ultime elezioni il valore del voto era sceso a 50 euro. Quasi come al tempo di Achille Lauro, l'imprenditore sindaco di Napoli che negli anni cinquanta regalava pacchi di pasta e la scarpa sinistra di un paio nuovo di zecca, mentre la destra veniva recapitata dopo la vittoria. Oggi si ottengono voti per poco, per pochissimo. La disperazione del meridione che arriva a svendere il proprio voto per 50 euro sembra inversamente proporzionale alla potenza della più grande impresa italiana che lo domina.

Mai come in questi anni la politica in Italia viene unanimemente disprezzata. Dagli italiani è percepita come prosecuzione di affari privati nella sfera pubblica. Ha perso la sua vocazione primaria: creare progetti, stabilire obiettivi, mettere mano con determinazione alla risoluzione dei problemi. Nessuno pretende che possa rigenerarsi nell'arco di una campagna elettorale.

Ma nel vuoto di potere in cui si è fatta serva di maneggi e interessate miopie prevalgono poteri incompatibili con una democrazia avanzata. E' una democrazia avanzata quella in cui 172 amministrazioni comunali negli ultimi anni sono stati sciolti per infiltrazione mafiosa? O dove dal '92 a oggi, le organizzazioni hanno ucciso più di 3.100 persone? Più che a Beirut? Se vuole essere davvero nuovo, il Partito Democratico di Walter Veltroni non abbia paura di cambiare. Non scenda a compromessi per paura di perdere.

Il governo Prodi è caduto in terra di camorra. Ha forse sottovalutato non tanto Clemente Mastella, il leader del piccolo partito Udeur, ma i rischi che comportava l'inserimento nelle liste di una parte dei suoi uomini. Personaggi sconosciuti all'opinione pubblica, ma che negli atti di alcuni magistrati vengono descritti come cerniera tra pubblica amministrazione e criminalità organizzata. Nel frattempo il governo ha permesso al governatore della Campania Bassolino di galleggiare nonostante il suo fallimento nella gestione dell'emergenza rifiuti. E non ha capito che quella situazione rappresenta solo l'esempio più clamoroso di quel che può accadere quando il cedimento anche solo passivo della politica ad interessi criminali porta allo scacco.

Tutto questo mentre il centrodestra guidato da Silvio Berlusconi assisteva muto o giustificatorio ai festeggiamenti del governatore della Sicilia Cuffaro per una condanna che confermava i suoi favori a vantaggio di un boss, limitandosi a scagionarlo dall'accusa di essere lui stesso un mafioso vero e proprio.

La questione della trasparenza tocca tutti i partiti e il paese intero. Inoltre molta militanza antimafiosa si forma nei gruppi di giovani cattolici i cui voti non sempre vanno al centrosinistra. Anche questi elettori dovrebbero pretendere che non siano candidate soubrette o personaggi capaci solo di difendere il proprio interesse. Pretendano gli elettori di centrodestra che non ci siano solo soubrette e a sud esponenti di consorterie imprenditoriali. E mi vengono in mente le parole che Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993 rivolse dalla collina di Agrigento alla Sicilia e all'Italia ferita dalle stragi di mafia: "Questo popolo... talmente attaccato alla vita, che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte... Mi rivolgo ai responsabili... Un giorno verrà il giudizio di Dio". Parole che avrebbero dovuto crescere nelle coscienze.

È tempo di rendersi conto che la richiesta di candidati non compromessi va ben oltre la questione morale. Strappare la politica al suo connubio con la criminalità organizzata non è una scelta etica, ma una necessità di vitale autodifesa.

Io non entrerò in politica. Il mio mestiere è quello di scrittore. E fin quando riuscirò a scrivere, continuerò a considerare questo lo strumento di impegno più forte che possiedo. Racconto il potere, ma non riuscirei a gestirlo. Non si tratta di rinunciare ad assumersi la propria responsabilità, ma considerarla parte del proprio lavoro. Tentare di impedire che il chiasso delle polemiche distolga l'attenzione verso problemi che meno fanno rumore, più fanno danno. O che le disquisizioni morali coprano le scelte concrete a cui sono chiamati tutti i partiti. È questo il compito che a mio avviso resta nelle mani di un intellettuale. Credo sia giunto il momento di non permettere più che un voto sia comprabile con pochi spiccioli. Che futuri ministri, assessori, sindaci, consiglieri comunali possano ottenere consenso promettendo qualche misero favore. Forse è arrivato il momento di non accontentarci.

Nel 1793 la Costituzione francese aveva previsto il diritto all'insurrezione: forse è il momento di far valere in Italia il diritto alla non sopportazione. A non svendere il proprio voto. A dare ancora un senso alla scelta democratica, scegliendo di non barattare il proprio destino con un cellulare o la luce pagata per qualche mese.

© 2008 by Roberto Saviano
Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency 

abbiamo liberato o schiavizzato il popolo iracheno?

gatosan 11/03/2008 @ 21:30

DI JOELLE PENOCHET
Mondialisation.ca

L’agricultura millenaria irachena distrutta dalle multinazionali agro-alimentari statunitensi

"Controllate il petrolio e controllerete nazioni intere; controllate il sistema alimentare e controllerete le popolazioni." Henry Kissinger

E’ nel cuore della Mesopotamia che è stata inventata l’agricoltura – con un sofisticato sistema d’irrigazione – più di dieci mila anni orsono. La pianura alluvionale eccezionalmente fertile situata tra il Tigri e l’Eufrate offre condizioni ideali per la coltura dei cereali. E’ là che nell’antichità è apparso il grano selvatico. Vi sono state fatte crescere quasi tutte le varietà conosciute attualmente nel mondo (più di 200.000). Le palme da datteri, che forniscono l’altra risorsa vitale del paese, proteggevano le più varie piante da frutto.

I "semi della democrazia" *

Dopo essere stato invaso nel 2003, l’Iraq non è stato spogliato dai suoi aggressori solamente della sua sovranità politica, del suo patrimonio archeologico, delle sue risorse petrolifere, ma anche della sua sovranità alimentare.

In violazione della Costituzione Irachena e delle convenzioni dell’Aia e di Ginevra, che stabiliscono che l’occupante debba rispettare la giurisdizione del paese occupato, l’amministrazione provvisoria di Paul Bremer (ex collaboratore di Kissinger) ha deliberato, prima dell’installazione del governo fantoccio, cento ordinanze scellerate che hanno lo statuto di leggi e che non possono essere abolite né modificate da alcun governo iracheno (articolo 26 della nuova Costituzione). Il paese è così caduto sotto il giogo economico totale dell’Occupante, che aveva deciso di riformare drasticamente la sua economia sul modello economico neo-liberista americano.

L’ordinanza 81 del 26 aprile 2004 ha dato il paese in pasto alle gigantesche necro-imprese che controllano il commercio mondiale dei semi, come la Monsanto (produttrice dell’agente Orange), Syngenta e Dow Chemicals. Essa conduce alla irreversibile distruzione dell’agricoltura irachena. L’Afghanistan aveva subito la stessa sorte nel 2002.

Biopirateria nel giardino del’Eden

Questa ordinanza, redatta in maniera assai perversa, ha di fatto istituito l’obbligo per i coltivatori iracheni di comprare ogni anno una licenza e le sementi transgeniche dalle multinazionali americane – quando la legislazione irachena proibiva ogni privatizzazione delle risorse biologiche.

La regola della "Protezione delle varietà di piante" (PVP), al centro di questa legge, non tratta della conservazione della biodiversità, ma la protezione degli interessi delle multinazionali delle sementi americane (le quali, in virtù delle ordinanze Bremer, sono esonerate dal pagamento delle imposte, non sono obbligate a reinvestire nel paese ed hanno il diritto di esportare in patria tutti i loro profitti). Per essere qualificate, le piante devono essere "nuove, distinte, uniformi e stabili", criteri che le piante tradizionali non possono soddisfare.

Queste società straniere detengono un diritto di proprietà intellettuale (simile a quello che Washington ha introdotto nel WTO, di cui l’Iraq non fa parte) che concede loro, per vent’anni, il monopolio su produzione, riproduzione, vendita, esportazione, importazione e stoccaggio di tutte le sementi geneticamente modificate e sulle varietà di piante "similari".

Monsanto ha compiuto una rapina delle sementi millenarie dell’Iraq per modificarle geneticamente e brevettarle. E gli agricoltori sono adesso obbligati a pagare per poterle coltivare [1].

In un primo tempo, per facilitare l’introduzione dell’agricoltura transgenica, il "ministero" iracheno dell’Agricoltura, alla maniera di uno spacciatore di droga, ha distribuito quasi gratuitamente i "nuovi semi" ai contadini iracheni. Senza dire loro che stavano entrando in un sistema infernale da cui non sarebbero più potuti uscire.


[Contadini nella regione di Kufa, Iraq.]

I contadini iracheni ricattati dai giganti delle sementi

L’ordinanza 81 ha reso illegali le antiche tradizioni degli agricoltori di selezionare i semi migliori per riutilizzarli da un anno all’altro e gli scambi tra vicini. (Secondo la FAO, nel 2002, il 97% dei coltivatori iracheni riutilizzavano i loro semi o li acquistavano sul mercato locale). Attraverso gli incroci, lungo le generazioni, avevano creato varietà ibride adatte al duro clima della regione.

Gli agricoltori "colpevoli" di aver seminato semi non acquistati, o il cui campo è stato accidentalmente contaminato, incorrono in pesanti sanzioni, fino a pene detentive, alla distruzione del raccolto, dei loro attrezzi e installazioni!

Il terrorismo alimentare praticato da multinazionali come Monsanto nei paesi che colonizzano ha portato al suicidio decine di migliaia di contadini del Terzo Mondo – rovinati dall’acquisto annuale dei semi transgenici e dei pesticidi, erbicidi e fungicidi estremamente tossici che vi sono necessariamente associati. Così, nel solo anno 2003, 17.000 agricoltori indiani, ai quali le banche avevano rifiutato prestiti per l’acquisto dei semi Monsanto, si sono suicidati.

Verso il controllo totale della catena alimentare da parte delle multinazionali americane

Gli incessanti bombardamenti, a partire dal 1991, con armi all’uranio impoverito – che hanno trasformato il paese in una vasta discarica radioattiva – e i tredici anni d’embargo, avevano già iniziato a distruggere l’agricoltura irachena: annientamento del sistema d’irrigazione, del materiale agricolo e delle palme da datteri [2]. Dal 1990 (data dell’inizio delle sanzioni) al 2003, il volume della produzione dei cereali era diminuito della metà. Gli animali d’allevamento erano stati decimati.

Oltre a subire i tributi quotidiani agli occupanti, i coltivatori iracheni, diventati servi, sono ormai condannati a produrre piante artificiali, destinate per metà all’esportazione nel mondo (o alle truppe d’occupazione, come le varietà di grano riservato alla fabbricazione di pasta, estranea al regime alimentare iracheno), a solo beneficio della Monsanto e simili. Questo anche quando la popolazione irachena muore di fame [3]. E’ per questo che, analogamente ai loro omologhi afgani, sempre più contadini abbandonano la coltivazione dei cereali in favore di quella dell’oppio.

Le chimere provenienti dalle necro-tecnologie rappresentano un grave pericolo sul piano ambientale, sanitario, economico e etico. Esse portano un inquinamento ambientale irreversibile come quello provocato dall’uranio impoverito. Peraltro, possono essere utilizzate nel quadro di guerre biologiche o batteriologice silenziose [4].

Gli OGM costituiscono una delle principali armi dei propugnatori del Nuovo Ordine Mondiale per asservire uno dopo l’altro i popoli del mondo intero. L’Iraq è diventato un nuovo laboratorio in dimensione reale di questo diabolico strumento di dominazione e gli iracheni le cavie.

*Allusione alla frase di Bush dopo l’invasione: "Siamo in Iraq per spargervi i semi della democrazia in modo che essi vi possano prosperare e propagarsi in tutta la regione dove regna l’autoritarismo".

Note

[1] Dei campioni di ogni loro varietà erano conservati nella Banca nazionale delle sementi a …Abu Ghraib, distrutta dagli Occupanti.

[2] Cfr http://www.planetenonviolence.org/
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[3] Nel 2004, la polizia militare americana ha chiuso il giornale Al Hawza che aveva pubblicato un articolo dove si affermava che Bremer "conduceva una politica finalizzata ad affamare la popolazione irachena affinché, interamente occupata a procurarsi il pane quotidiano, non abbia alcuna possibilità di reclamare le libertà politiche e individuali"

[4] Cfr gli articoli di Mae Wang Ho e Joe Cumming dall’Intitute of Science in Society (ISIS)

Fonti

Michel Chossudosvky:
Sowing the Seeds of Famine in Ethiopia 10 settembre 2001.

William Engdhal:
WTO, GMO and Total Spectrum Dominance, 29 marzo 2006.
Le pillage «libéral» de l'Irak, 14 novembre 2005.

Ghali Hassan:
Iraq’s New Constitution, 17agosto 2005.
Biopiracy and GMOs: The Fate of Iraq's Agriculture, 12 dicembre 2005.

Stephen Lendman:
Unleashing GMO Seeds: "Food is Power" Reviewing F. William Engdahl's Seeds of Destruction, Part 3. 19 gennaio 2008.
Agribusiness Giants seek to gain Worldwide Control over our Food Supply, 7 gennaio 2008.

Arun Shrivastava:
Suicides en masse de fermiers indiens : ce qui se profile à l’horizon , 14 novembre 2006.

Jeffrey Smith:
Genetically Modified Foods Unsafe? Evidence that Links GM Foods to Allergic Responses Mounts, 8 novembre 2007.

ORDER 81: Re-engineering Iraqi agriculture, 27 agosto 2005.

Altri documenti e articoli consultati:

L'ordinanza n° 81

William Engdahl, Iraq and Washington’s ‘seeds of democracy,

Christopher D. Cook, Plowing for Profits U.S. Agribusiness Eyes Iraq’s Fledgling Markets, In These Times, 15mar2005

Iraq's New Patent Law: A Declaration of War Against Farmers Focus on the Global South and GRAIN 15oct04 :

Iraq's Crop Patent Law A Threat To Food Security By GM Free Cymru, 3 marzo 2005

Patrick Cockburn, Desesperate Iraqi Farmers Turn to Opium, 24 gennaio 2008

Vedere anche l’ultimo libro di William Enghdal: Seeds of Destruction

Titolo originale: "Monsanto à Babylone"

Fonte: http://www.mondialisation.ca
Link
13.02.2008

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da MATTEO BOVIS