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Archivi: Dicembre 2007

MILITARI ITALIANI IN IRAQ, ANCORA

gatosan 30/12/2007 @ 13:25

A CURA DI UMANITA' NOVA

La notizia era cominciata a girare, seppure sottovoce, su alcuni giornali nello scorso luglio, eppure a tutt'oggi nel sito web del ministero della Difesa, non ve ne è ancora una seria conferma.

Da tale sito, è pur vero, si apprende che tra le operazioni all'estero in corso vi è quella in Iraq "con il Deputy Commander della NTM-I, il generale di divisione Alessandro Pompegnani, e un team impiegato prevalentemente nell'ambito del Joint Staff College, ove sono in corso di svolgimento corsi per Senior Staff Officer e per Junior Staff Office"; ma da tale vaga descrizione non si può certo comprendere a cosa esattamente ci si riferisce.

In realtà si tratta di una missione Nato, iniziata nel 2004, per l'addestramento e l'assistenza alle forze militari e di sicurezza irachene, a cui da settembre partecipano 41 carabinieri. Lo stato italiano, infatti, ricopre un ruolo di primo piano nell'Accademia istituita dalla Nato a Rustamyah, nei pressi di Baghdad, e con la legge 38 approvata dal Parlamento il 29 marzo scorso ha finanziato la missione con oltre 10 milioni di euro.

Compito dei carabinieri-addestratori selezionare e istruire in due anni 8 battaglioni, di 400 agenti iracheni ciascuno, alle tecniche antisommossa e antiguerriglia e anti-terrorismo. Il personale iracheno a sua volta svolgerà compiti di istruttore per altre 6 brigate (24 battaglioni) che rappresenteranno l'elite della Iraqi National Police.

Nonostante le rassicuranti dichiarazioni ufficiali, si tratterà di costituire reparti simili come struttura e formazione alle unità Msu (Multinational Specialized Unit) che l'Arma dei carabinieri ha creato dieci anni or sono per l'impiego nei Balcani in ambito Nato e che hanno operato anche in Iraq durante l'operazione Antica Babilonia.

Gli istruttori italiani distaccati a Camp Dublin, una base Usa situata nei pressi dell'aeroporto di Baghdad, proverranno quindi in gran parte dalla Seconda Brigata Mobile, la grande unità dei carabinieri per le operazioni all'estero con comando a Livorno e composta dai reggimenti 13° e 7° di Laives (Bz) e Gorizia e dalle forze d'élite del reggimento paracadutisti Tuscania, mentre per le specializzazioni più tecniche potrebbero essere impiegati in Iraq anche istruttori del Gis. In realtà, questa missione si ricollega a quella d'addestramento, conclusasi il 2 febbraio 2007, realizzata a Baghdad da un team denominato MALT (Military Advise & Liaison Team) con compiti di affiancamento, tutoring e mentoring del personale dell'Iraqi Base Defense Unit; inoltre, tutt'ora, opera, presso il ministero della difesa iracheno, un ufficiale della marina militare italiana quale consulente del comandante delle forze navali irachene.

Continua così, con il silenzio imbarazzato e colpevole dei partiti di sinistra, la politica interventista italiana in Iraq dopo che il governo Prodi si era vantato d'averla conclusa.

Ma se tutto appare rimosso attorno alla missione di guerra in Iraq, la strage di Nassiriya rimane una questione aperta, anche se l'inchiesta della procura di Roma è destinata all'archiviazione, dopo l'impiccagione avvenuta il 13 settembre dell'unico indagato, Abu Omar Al Kurdi. Resta aperta, infatti, l'inchiesta avviata dalla magistratura militare e, proprio negli ultimi giorni di settembre, ancora una volta in un silenzio pressoché totale dell'informazione ufficiale, è stato reso noto che i familiari degli italiani, militari e civili, morti nell'attentato contro la base Maestrale, così come alcuni dei feriti, sono stati ammessi come parti civili nel procedimento penale a carico contro tre alti gradi dell'esercito e dei carabinieri, incriminati per "omissione aggravata di provvedimento per la difesa militare", responsabilità ben più grave di quella imputata a quanti non vollero associarsi alla retorica militarista del lutto nazionale, così come accaduto al romano Salvatore Vampo condannato a sette mesi di reclusione e diecimila euro di multa, per i reati di vilipendio del tricolore e resistenza a pubblico ufficiale commessi in occasione dei funerali di stato.

Altra Informazione - Umanità Nova n. 32
Fonte: http://isole.ecn.org/uenne/
Link

Coca Cola: sai quello che bevi?

gatosan 30/12/2007 @ 09:38

DI CARLA DAVICO
Rebelion

La Coca Cola è la bibita più conosciuta nel mondo, il prodotto più capillarmente distribuito nel pianeta e acquistabile attualmente in 232 paesi, molti di più delle nazioni che formano l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).

Nel 1886 il farmacista John Pemberton creò la formula della Coca Cola fidandosi del successo del famoso vino Mariani, una bevanda alcolica corroborante a base di vino e foglie di coca macerate, formulata dal chimico italiano Angelo Mariani.

In seguito, i fratelli Cadler comprarono la bevanda al farmacista e furono loro ad iniziare l’intensa campagna pubblicitaria che fece diventare la Compagnia in quello che è attualmente. Tuttavia agli esordi, la Coca Cola fu presentata commercialmente come “un tonico efficace per il cervello e i nervi”. Si dice che un giorno si presentò un uomo con un forte mal di testa nella farmacia di Jacob, dove si vendeva l’estratto di Coca mischiato all’acqua, che volle, invece dell’acqua, aggiungere soda. L’uomo vuotò il bicchiere e così nacque la Coca Cola con le bollicine tale e quale la conosciamo oggi.

Divenne il fornitore ufficiale di bibite dell’esercito statunitense nella seconda guerra mondiale e fu grazie all’appoggio di questo governo che poté espandersi in tutto il mondo.

La Coca Cola internazionale è un’azienda significativa non solo dell’imperialismo yanki, ma anche di qualcosa di più profondo ed efficace nel dominio culturale che esercita su gran parte del mondo.

Composizione, effetti e conseguenze

Nel 1902 il Dr. Charles Crampton [1] analizzò diversi campioni della bibita imbottigliata dove trovò tracce di cocaina e alcol, così come dichiarò nel suo rapporto al Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti. In base ai risultati di queste scoperte il dottor Harvery Washington [2] stabilì che la Coca fosse considerata come droga e classificata come “veleno per il suo alto contenuto di caffeina”. Tuttavia, la suprema corte degli Stati Uniti si pronunciò a favore della multinazionale e questa dovette presentare solo l’analisi chimica della sua formula, durante il giudizio.

Secondo la AMEDEC [3], la bibita Cola “costituisce la più grave distorsione delle nostre abitudini alimentari, anche perché induce a ingerire calorie vuote, cioè con zero proteine, vitamine e sali minerali”. Il 10% di ogni bottiglia dà la sensazione di energia, tuttavia non si può dire che la Coca Cola sia una bibita nutriente, è lo zucchero più che la caffeina ciò che produce l’assuefazione; ricevendo cinque cucchiaiate di zucchero in una sorsata di bibita, il pancreas deve secernere molta insulina nel sangue per contrastare questo feroce attacco, l’ironico risultato è un drastico abbassamento del livello di zucchero nel sangue, seguito dalla necessità di ancora più zucchero.

Allo stesso tempo, la caffeina, estratta dalla noce di cola, è uno stimolante del sistema nervoso che produce sensazioni aggravanti, e se si ingerisce in quantità elevata può produrre insonnia, tachicardia, mal di testa e ansia.

La grande quantità di zucchero unita all’acido fosforico altera l’equilibrio del calcio e del fosforo nel corpo e impedisce il normale assorbimento del ferro, che produce malnutrizione e anemia.

L’OMS [4] ha tentato di informare sui pericoli dell’uso eccessivo di zucchero. Le grandi multinazionali legate allo zucchero hanno tentato di impedire la pubblicazione del documento; la Coca Cola minacciò facendo pressioni sul Congresso statunitense per far cessare i sussidi all’OMS se questa non avesse ritirato il documento.

Gli zuccheri che la bibita contiene, gradualmente, fanno sparire lo smalto dei denti, indebolendoli e producendo carie ma non solo, gli zuccheri che l’organismo non arriva ad assimilare si trasformano in grassi producendo come possibile conseguenza soprappeso e anche problemi di obesità.

Nel caso della Coca Light, esistono studi che indicano come il consumo dei surrogati dello zucchero in grandi quantità produce danni cerebrali, perdita della memoria e confusione mentale, dato che l’aspartame è una sostanza che provoca queste disfunzioni.

L’anno scorso, ci fu un test all’università di Delhi: “Chi può bere più Coca Cola?”. Il vincitore si scolò 8 bottiglie e morì all’istante in quanto aveva molta anidride carbonica nel sangue e non sufficiente ossigeno. Da allora, il direttore dell’università ha proibito tutte le bibite.

Marketing

Quasi nessuno lo ricorda, ma Babbo Natale si rappresentava con i colori verde, azzurro, nero e giallo. La riscoperta di Santa Claus fu di Houddon Sundblom di origine svedese, che per diversi anni fu disegnatore della multinazionale, anche se non apprezzava la bibita. Allo svedese venne in mente di rappresentare il personaggio come un vecchio gioviale e simpatico, ma con qualcosa di speciale: i colori del marchio Coca-Cola.

La sua strategia di vendita e l’enorme pubblicità usata sono alcuni dei motivi che rendono più facile incontrare una Coca nel più sperduto e povero villaggio del mondo, che un pò d’acqua. Nella storia, questa è l’azienda che ha speso maggiormente in pubblicità.

Grazie a questo investimento pubblicitario ha ottenuto che l’immaginario collettivo associ la Coca Cola a tutta una serie di valori positivi: amicizia, amore, solidarietà, cooperazione.

Inoltre, secondo quanto dicono i suoi annunci, questa bibita è la migliore che placa la sete e costituisce un elemento essenziale per la pratica sportiva. Gli annunci spettacolari diventano più aggressivi e insultanti. La Coca non toglie solo le incrostazioni e l’ossido dai metalli e bulloni, ma ti toglie anche la bruttezza. Tra le leggende di questi grandi annunci: “Non essere brutto, hai personalità. Prendi il bello, Coca-Cola”.

Perciò, davanti alla quantità di cose che possono accadere nel prendere una lattina di bibita, che importa la formula segreta di questa bevanda? Il mito della composizione chimica della Coca non si considera, dato che il potere di questo marchio è giustamente in tutto ciò che le viene associato e non fisicamente nel prodotto.

Indifferenza

D’altronde, la multinazionale è stata oggetto di indagini da parte di diverse organizzazioni e movimenti sociali di vari paesi che si sono soffermate soprattutto su alcuni impatti: la contaminazione, la distruzione delle falde acquifere e i maltrattamenti dei dipendenti.

Come hanno accertato diverse organizzazioni, la multinazionale vanta una lunga storia di repressione contro sindacalisti in Turchia, Pakistan, Guatemala, Nicaragua, Russia e Colombia. Esattamente il caso delle violazioni dei diritti umani della Coca in Colombia è stato giudicato in sede di tribunale permanente dei popoli. In questa udienza sono stati presentati abbondanti dati e documenti che mettono in relazione la multinazionale statunitense con molestie e intimidazioni ai suoi dipendenti, così come con l’assassinio di nove sindacalisti”. (Pietro Ramiro, La Coca è così, http://www.omal.info/www/artiche.php3?id_artiche=222&var_recherche=coca+cola)

Le accuse alla multinazionale per danni alle falde acquifere di diverse comunità provengono principalmente dall’India.

Attualmente si calcola che la Coca-Cola possegga 1.145 stabilimenti d’imbottigliamento in tutto il mondo.

Il marchio chiede abbondante quantità d’acqua per le sue attività, per cui ha bisogno di controllare le sorgenti. La conseguenza è che sta prosciugando alcune comunità e contaminando i sistemi acquiferi e i campi coltivabili con la creazione di residui tossici.

Ogni fabbrica di Coca consuma 1-2 milioni di litri d’acqua al giorno, questa quantità coprirebbe il fabbisogno di acqua potabile di milioni di persone. La Coca ha bisogno di quasi 4 litri d’acqua pulita per produrre un litro del suo prodotto, perciò la multinazionale trasforma il 75 % dell’acqua pura che usa in acqua di rifiuto, la quale a sua volta contamina la scarsa acqua che resta nel sottosuolo e nella terra. Tutto il ciclo produttivo della Coca dal prelievo dell’acqua fino alla commercializzazione dei suoi prodotti, contaminato dai pesticidi, è pieno di problemi.

In Messico, le fabbriche della multinazionale non pagano l’acqua che consumano, grazie a concessioni governative.

La Coca-Cola ha immesso nel mercato britannico la marca d’acqua imbottigliata “da sani”.

Nel 2004, l’azienda statunitense “riconobbe che ciò che questo marchio vende è in realtà acqua comune e corrente da rubinetto(…)”. L’acqua del suo marchio Desani esce dal sistema d’acqua potabile nazionale di Londra “arriva di fatto alla fabbrica di Coca a Sidcup per mezzo dei tubi del Thames Water (Acqua del Tamigi)” che è la compagnia britannica del servizio dell’acqua potabile.

Non basta, si evidenziò che l’acqua imbottigliata aveva livelli di bromato maggiori di quelli legali in Gran Bretagna. Anche se la Coca-Cola promise una maggiore purezza dell’acqua Dasani, alla fine dovette ritirare quella sua marchio dal mercato.

Tutte queste attività hanno provocato l’attivazione di diverse campagne contro l’impresa multinazionale. Un chiaro esempio di ciò è che il Foro Sociale Mondiale di Porto Alegre definì il 22 di luglio come il Giorno Internazionale contro la Coca-Cola. Inoltre esistono diversi processi di boicottaggio contro la multinazionale in molti paesi del mondo. Ma l’azienda non può sopportare che si danneggi la sua principale attività, e perciò ha messo in moto tutta una strategia di contro-pubblicità, contrapposta al moltiplicarsi di campagne che criticano la sua pubblicità e la confrontano con la realtà degli impatti dell’azienda, creando una pagina web ( www.killercoke.com) dove spiega tutti i suoi effetti positivi.

Attenzione!

Il fiume è per gli indigeni ciò che l’acqua è per la Coca-Cola…

Se si mettesse tutta la Coca-Cola finora prodotta in bottiglie normali e le si mettesse una dietro l’altra, si otterrebbe 1045 volte il percorso di andata e ritorno fino alla luna, cioè un viaggio quotidiano per più di due anni.

Ogni giorno, inconsapevolmente, e per l’atteggiamento del consumatore, si orientano le scelte della commercializzazione verso le multinazionali, tuttavia, la possibilità che queste azioni si trasformino in scelte dipende alla quantità e dalla qualità dell’informazione che circola su questo prodotto. Ma si deve consumare criticamente essendo questo un gesto politico quotidiano.

Se si ha il diritto di scegliere ciò che consumiamo, perché lasciare che questo multimiliardario monopolio decida sulla salute e sulla dignità della vita, senza che nessuno gli abbia mai esplicitamente conferito questo potere?

Carla Davico Laureanda in Biodiversità – UNL –FHUC

Fonte: www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=58193
28.10.07

Note:
[1] Ingegnere chimico del governo statunitense.
[2] Dirigente di chimica del dipartimento dell’agricoltura.
[3] Associazione Messicana di Studi per la Difesa del Consumatore.
[4] Organizzazione Mondiale della Salute.

Traduzione per www.comedonchisciotte.org di GIAN PAOLO MARCIALIS

LA LITE TRA CHAVEZ E JUAN CARLOS: L'APPOGGIO DELLA SPAGNA AL GOLPE DEL 2002

gatosan 30/12/2007 @ 09:29

DI PABLO OUZIEL
Online Journal

Lo scontro tra la monarchia spagnola e il socialismo

Il 1 agosto 1969 la rivista Time citò la seguente frase del Generalissimo Francisco Franco: "Consapevole della mia responsabilità di fronte a Dio e alla storia e prendendo in considerazione le qualità che si trovano nella persona del principe Juan Carlos di Borbone, che è stato perfettamente istruito per intraprendere l'alta missione a cui potrebbe essere chiamato, ho deciso di proporre egli alla nazione come mio successore". Con questa affermazione iniziò la relazione formale tra l'attuale re di Spagna e il dittatore fascista del paese.

Nel novembre 2007 al summit Ibero-Americano a Santiago del Cile, il re di Spagna, Juan Carlos, ha puntato il dito contro il presidente venezuelano Hugo Chávez e gli ha chiesto, "perché non ti stai zitto?", dopo che Chávez aveva definito l'ex primo ministro spagnolo José María Aznar un fascista, e dopo che José Luis Rodríguez Zapatero, l'attuale primo ministro spagnolo, aveva cercato di difendere Aznar.

Questa scena del summit Ibero-Americano ha ormai attraversato il globo tramite ogni mezzo di informazione mainstream, ma è stata usata ancora una volta come un'opportunità per attaccare Hugo Chavez per la sua maleducazione e la sua dichiarazione sopra le righe, quando di fatto la sua, non solo è stata un'affermazione piuttosto accurata, ma dovrebbe anche essere usata dagli analisti politici di tutto il mondo come occasione per mostrare quanto le fazioni fasciste siano ancora assai vive nella realtà politica spagnola.

È importante notare che questo incidente al summit Ibero-Americano non è isolato. Già all'inizio di quest'anno Chavez definì Aznar "un fascista che ha appoggiato il colpo di Stato [dell'aprile 2002] e che è dello stesso genere di Adolf Hitler, una persona spregevole e disgustosa di cui ci si rammarica, un autentico servo di George W. Bush". Questa affermazione fu fatta subito dopo che Aznar fece "un appello agli Stati Uniti, all'Europa e alle democrazie latino americane perché serrino i ranghi e sconfiggano il socialismo del ventunesimo secolo di Hugo Chávez".

Persino il ministro spagnolo per gli affari esteri e la cooperazione Miguel Ángel Moratinos, nel novembre 2004, durante un'intervista per il programma '59 Segundos' della TVE, riconobbe l'appoggio di Aznar al colpo di Stato contro Hugo Chavez nel 2002: "Durante il precedente governo avvenne qualcosa che non ha precedenti nella diplomazia spagnola, l'ambasciatore spagnolo ricevette istruzioni di appoggiare il colpo di Stato, questo è qualcosa che non si ripeterà nel futuro. Ciò non verrà ripetuto perché noi rispettiamo i desideri della gente".


[Accanto al titolo e qui sopra: immagini dell'episodio avvenuto al Summit Ibero-Americano]

Il fatto rimane che Chavez durante il summit Ibero-Americano stava attaccando verbalmente un uomo che aveva appoggiato un colpo di stato contro di lui, un fatto che sarebbe dovuto essere esposto chiaramente durante la copertura dell'incidente da parte dei media mainstream. Invece si è chiaramente fatto in modo di ignorare ciò nel riferire dell'incidente tra il re spagnolo e Hugo Chavez, così come si sono ignorati i fatti storici che hanno fatto reagire con tanta rabbia il re di Spagna al sentire la parola 'fascista'. Per mettere nella giusta prospettiva l'intero incidente è anche importante capire, come prima cosa, il passato di Aznar come sostenitore del fascismo e come seconda cosa il fatto che il re porta la sua corona solo grazie al padre del fascismo spagnolo, Francisco Franco.

Per quanto riguarda Aznar è importante sottolineare la sua appartenenza al Frente de Estudiantes Sindicalistas (FES), in un ramo studentesco della Falange Española Independiente (FEI), e parte del partito ufficialmente incaricato di sviluppare l'ideologia per il regime di Franco una volta finita la guerra civile. E' anche importante evidenziare il fatto che, in tutta la sua carriera, Aznar non ha mai denunciato il regime di Franco e quando la democrazia è stata reintrodotta in Spagna nel 1978 egli si oppose alla nuova Costituzione. La lealtà di Aznar a Franco è stata resa ancora più chiara dalla sua denuncia del governo municipale di Guernika--nota come la scena di uno dei primi bombardamenti aerei della Luftwaffe della Germania nazista--che voleva cambiare il nome della propria strada principale da "Avenida del General Franco" a "Avenida de la Libertad."

Per quanto riguarda il re di Spagna è importante notare che suo nonno, il re Alfonso dodicesimo, lasciò la Spagna il 14 aprile 1931 quando la dittatura dell'aristocratico e ufficiale dell'esercito Miguel Primo de Rivera y Orbaneja, che egli aveva appoggiato, ebbe fine, e fu proclamata la Seconda Repubblica Spagnola. Poi nel 1936 scoppiò la guerra civile, e solo molti anni dopo, dopo che milioni di spagnoli avevano sofferto per la guerra e la brutale dittatura, nel 1969 il generale Franco designò ufficialmente un erede e diede il titolo di principe di Spagna a Juan Carlos, l'attuale re di Spagna. Introducendo così la monarchia attraverso un giovane principe che egli aveva personalmente cresciuto e che, durante la sua investitura presso le Cortes, inginocchiato alla sinistra di Franco giurò la sua lealtà a "Sua Eccellenza il Capo dello Stato e la fedeltà ai principi del Movimento Nazionale e alle leggi fondamentali del regno".

Secondo un articolo della rivista Time, intitolato "Una corona per Juan Carlos?", datato 23 agosto 1971, era chiaro per Franco che l'unico modo per riportare la monarchia era che fosse lui stesso a riportarla; "Franco, da sempre monarchico, sa che in Spagna non c'è un grande attaccamento alla corona... Se non sarà Franco rimettere un re sul trono non sarà nessun altro farlo". Così appena prima della sua morte il 30 ottobre 1975, egli diede pieno controllo a Juan Carlos, e il 22 novembre, dopo la morte di Franco, le Cortes Generales proclamarono Juan Carlos re di Spagna. Solo pochi giorni dopo la morte di Franco, Juan Carlos disse del brutale dittatore: "è entrata nella storia una figura eccezionale... Ricordare Franco sarà per me una ingiunzione al buon comportamento e alla lealtà".

Perciò, sebbene sotto la leadership del re Juan Carlos la Spagna abbia formalmente completato la sua transizione dalla dittatura alla democrazia con la Costituzione Spagnola del 1978, che lascia al suo posto una monarchia costituzionale, sarebbe difficile credere che qualcuno che abbia giurato lealtà a un brutale fascista non abbia a cuore tali ideali. Per questa ragione, come spagnolo, è fastidioso per me vedere come la gente nel mondo riceve quanto detto dai media su un duro scambio tra un re e un presidente, senza che venga garantita la possibilità di capire gli eventi storici che hanno portato ad una tale situazione. Sia Aznar che il re di Spagna hanno abbracciato il fascismo ad un certo punto delle loro vite e hanno costruito il loro potere sulle sue fondamenta, sebbene sia difficile oggi dimostrare apertamente l'affermazione che siano attualmente fascisti, si può comunque dire di loro che lo sono certamente stati in un periodo delle loro vite.

Per questa ragione ho scelto di fare due cose, la prima è di correggere l'affermazione da parte del giornale spagnolo El Mundo, " il re ha sistemato Chavez in nome di tutti gli spagnoli", dicendo che non lo ha certamente fatto a mio nome, e come seconda cosa, desidero rivolgermi a tutti quei moralisti che discutono delle maniere di Chavez, chiedendo loro se pensano che sia stata buona educazione da parte di Aznar appoggiare un colpo di Stato contro Hugo Chavez, e se pensano che sia stata buona educazione e dimostrazione di amore verso il popolo spagnolo il giuramento di lealtà da parte del re al brutale dittatore che ha ucciso così tanti dei nostri parenti.

Pablo Ouziel è un attivista e scrittore spagnolo. I suoi lavori sono apparsi in molti media progressisti, tra cui Online Journal, Znet, Palestine Chronicle, Thomas Paine's Corner e Atlantic Free Press.

Titolo originale: "The Spanish monarchy's clash with socialism"

Fonte: http://onlinejournal.com
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16.11.2007

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

La vera storia di don Pierino “Quattro anni passati in carcere” Don Pierino Gelmini

gatosan 26/12/2007 @ 12:54

La vera storia di don Pierino
“Quattro anni passati in carcere”

Francesco Grignetti su La Stampa ricostruisce il passato del prete in lotta contro la droga che in giardino aveva una Jaguar: per due volte finì dietro le sbarre con accuse di truffa e bancarotta fraudolenta

Don piero gelmini Milano, 5 agosto 2007 - C’è stato un altro don Pierino prima di don Pierino. Un prete che ha sempre sfidato le convenzioni, ma che di guai con la giustizia ne ha avuti tanti, ed è pure finito in carcere un paio di volte. A un certo punto è stato anche sospeso «a divinis», salvo poi essere perdonato da Santa Romana Chiesa.
E’ il don Gelmini che non figura nelle biografie ufficiali. I fatti accadono tra il 1969 e il 1977, quando don Pierino era ancora considerato un «fratello di». Una figura minore che viveva di luce riflessa rispetto al più esuberante padre Eligio, confessore di calciatori, amico di Gianni Rivera, frequentatore di feste, fondatore delle comunità antidroga «Mondo X» e del Telefono Amico.
Anni che furono in salita per don Pierino e che non vengono mai citati nelle pubblicazioni di Comunità Incontro. Per forza. Era il 13 novembre 1969 quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta, nella sua villa all’Infernetto, zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E già all’epoca fece scalpore che questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino.
Lui, don Pierino, nella sua autobiografia scrive che lì, nella villa dell’Infernetto, dopo un primissimo incontro-choc con un drogato, tale Alfredo, nel 1963, cominciò a interessarsi agli eroinomani. In tanti bussavano alla sua porta. «Ed è là che, ospitando, ancora senza tempi o criteri precisi, ragazzi che si rivolgono a lui, curando la loro assistenza legale e visitandoli in carcere, mette progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituiranno l’ossatura della Comunità Incontro».
All’epoca, Gelmini aveva un certo ruolo nella Curia. Segretario di un cardinale, Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires. Ma aveva scoperto la nuova vocazione. «Rinunciai alla carriera per salire su una corriera di balordi», la sua battuta preferita.
I freddi resoconti di giustizia dicono in verità che fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E restò impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe costruire palazzine all’Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura.
Don Pierino, che amava farsi chiamare «monsignore», e per questo motivo si era beccato anche una diffida della Curia, sparì dalla circolazione. Si saprà poi che era finito nel cattolicissimo Vietnam del Sud dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hué. Ma la storia finì di nuovo male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: «Chi è il monsignore che raggirò la vedova di Presidente vietnamita».
Dovette rientrare in Italia. Però l’aspettavano al varco. Si legge su un ingiallito ritaglio del Messaggero: «Gli danno quattro anni di carcere, nel luglio del ‘71. Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi». Cattiverie.
Fatto sta che le biografie ufficiali sorvolano su questi episodi. Non così i giornali dell’epoca. Anche perché nel 1976, quando queste vicende sembravano ormai morte e sepolte, e don Pierino aveva scontato la sua condanna, nonché trascorso un periodo di purgatorio ecclesiale in Maremma, lo arrestarono di nuovo.
Questa volta finì in carcere assieme al fratello, ad Alessandria, per un giro di presunte bustarelle legate all’importazione clandestina di latte e di burro destinati all’Africa. Si vide poi che era un’accusa infondata. Ma nel frattempo, nessuna testata aveva rinunciato a raccontare le spericolate vite parallele dei due Gelmini. Ci fu anche chi esagerò. Sul conto di padre Eligio, si scrisse che non aveva rinunciato al lusso neppure in cella.
Passata quest’ennesima bufera, comunque, don Pierino tornò all’Infernetto. Sulla Stampa la descrivevano così: «Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera».
Tre anni dopo, nel 1979, sbarcava con un pugno di seguaci, e alcuni tossicodipendenti che stravedevano per lui, ad Amelia, nel cuore di un’Umbria che nel frattempo si è spopolata. Adocchiò un rudere in una valletta che lì chiamavano delle Streghe, e lo ottenne dal Comune in concessione quarantennale. Era un casale diroccato. Diventerà il Mulino Silla, casa-madre di un movimento impetuoso di comunità.
Gli riesce insomma quello che non era riuscito al fratello, che aveva anche lui ottenuto in concessione (dal proprietario, il conte Ludovico Gallarati Scotti, nel 1974) un rudere, il castello di Cozzo Lomellina, e l’aveva trasformato, grazie al lavoro duro di tanti volontari e tossicodipendenti, in uno splendido maniero. Ma ormai la parabola di padre Eligio era discendente. Don Pierino, invece, stava diventando don Pierino.

vedi anche

Don Gelmini: “Chiedo scusa agli ebrei”

Mastella: “Nessuna interferenza”

tratto da:  http://qn.quotidiano.net/2007/08/05/29205-vera_storia_pierino.shtml

testimonianza di un ex-marine di ritorno dall'Iraq

gatosan 26/12/2007 @ 11:47

DI ROSA MIRIAM ELIZALDE
Cubadebate

Testimonianza di Jimmy Massey, un ex Marine statunitense di ritorno dall’Iraq

Per più di dodici anni il sergente Jimmy Massey è stato un Marine dai nervi d’acciaio e il cuore di pietra. È stato inviato in Iraq dove ha partecipato a varie atrocità prima di aprire gli occhi e lottare contro la politica bellicista del suo paese. Oggi anima l’associazione dei veterani dell’Iraq contro la guerra. Al salone del libro di Caracas, dove ha presentato la sua testimonianza Cowboys del infierno, ha risposto alle domande della giornalista cubana Rosa Miriam Elizalde, del Cubadebate.

“Ho 32 anni e sono un assassino psicopatico ben addestrato. Tutto quello che so fare è vendere ai giovani l’idea di arruolarsi nei Marine e uccidere. Non riesco a tenermi un lavoro. Per me i civili sono persone da disprezzare, ritardati mentali, deboli, un gregge di pecore. Ed io sono il cane da pastore. Il predatore. Nell’esercito mi chiamavano 'Jimmy lo squalo'."

Questo è il secondo paragrafo del libro che Jimmy Massey ha scritto tre anni fa con l’aiuto della giornalista Natasha Saulnier. Kill ! Kill ! Kill ! ["Uccidi! Uccidi! Uccidi!", ndt] è stato presentato al Salone del libro di Caracas. E' la testimonianza più violenta che sia stata mai scritta da un ex membro del corpo dei Marine arrivato in Iraq nel 2003 con le truppe d’invasione. Ha deciso di raccontare tante volte quante ce ne sarà bisogno come ha potuto essere per dodici anni un Marine spietato e perché questa guerra lo ha cambiato.

Jimmy ha partecipato al dibattito più importante del Salone del libro il cui titolo era a dir poco polemico: “È possibile una rivoluzione negli Stati Uniti?” e la sua testimonianza è sicuramente quella che più ha colpito il pubblico. Ha i capelli corti (taglio militare), occhiali scuri, un passo marziale e le braccia coperte di tatuaggi. Sembra proprio ciò che era: un Marine. Ma quando parla si trasforma: è profondamente segnato da un’esperienza allucinante che vorrebbe risparmiare ad altri ragazzi ingenui. Come scrive nel suo libro, non è il solo ad avere ucciso in Iraq, era un esercizio quotidiano anche per i suoi commilitoni. Quattro anni dopo aver lasciato il teatro delle operazioni, gli incubi lo perseguitano ancora.

Rosa Miriam Elizalde: Cosa significano questi tatuaggi?

Jimmy Massey: Ne ho molti. Me li sono fatti fare quando ero nell’esercito. Sulla mano (mostra la zona compresa tra il pollice e l’anulare) il simbolo di Blackwater, un esercito mercenario formatosi in Carolina del Nord, dove sono nato. Me lo sono fatto per spirito di contestazione perché i Marine non possono avere tatuaggi sui polsi e sulle mani. Un giorno, io e gli altri membri del mio plotone ci siamo ubriacati e ci siamo fatti fare lo stesso tatuaggio: un cow boy con gli occhi iniettati di sangue sopra alcuni assi, l’immagine della morte. Si, significa proprio quello che pensi: “hai ucciso una persona”. Sul braccio destro il simbolo dei Marine, la bandiera degli Stati Uniti e quella del Texas, dove mi sono arruolato. Sul petto, a sinistra, c’è un drago cinese che squarcia la pelle. Sta a significare che il dolore è la debolezza che abbandona il corpo. Ciò che non ci uccide ci rende più forti.


[Copertina del libro Cowboys del infierno in edizione spagnola, presentata al Salone del libro di Caracas alla presanza di Jimmy Massey. Si può acquistare il libro rivolgendosi direttamente alla casa editrice Timeli (mail@timeli.ch). L’edizione francese è apparsa con il titolo Kill ! Kill ! Kill !. La versione originale in inglese non è stata ancora pubblicata perché nessun editore vuole assumersi questo rischio]

Rosa Miriam Elizalde: Perché ha affermato di aver incontrato tra i Marine i peggiori individui che ha mai conosciuto?

Jimmy Massey: Gli Stati Uniti utilizzano i Marine in due modi: nelle missioni umanitarie e per ammazzare. Io ho passato dodici anni nel Corpo dei Marine degli Stati Uniti e non sono mai partito per missioni umanitarie.

Rosa Miriam Elizalde: Prima di partire per l’Iraq lei ha arruolato dei giovani? Cosa vuol dire essere reclutatore negli Stati Uniti?

Jimmy Massey: Per reclutare bisogna mentire. L’amministrazione Bush ha costretto i giovani statunitensi ad arruolarsi nell’esercito. Come? Usando lo stesso metodo che ho usato io: offerte economiche. In tre anni ne ho arruolati settantaquattro, nessuno mi ha detto che voleva entrare nell’esercito per difendere il proprio paese, nessuno aveva motivazioni patriottiche. Avevano bisogno di denaro per l’Università o per un’assicurazione medica. Cominciavo elencando tutti i vantaggi e solo alla fine aggiungevo che avrebbero servito la causa della patria. Non ho mai reclutato figli di persone abbienti. Quando si fa il reclutatore e si vuole continuare a lavorare, non bisogna farsi scrupoli.

Rosa Miriam Elizalde: Il Pentagono ha ridotto le condizioni richieste per entrare nell’esercito. Che significa tutto ciò?

Jimmy Massey: Gli standard di reclutamento si sono ridotti di molto perché quasi nessuno vuole arruolarsi. Avere problemi con la giustizia o di salute mentale non costituisce più un ostacolo. Persone che hanno commesso atti costati più di un anno di prigione, delitti seri, possono entrare nell’esercito, lo stesso vale per i giovani che non hanno terminato gli studi secondari. Se passano il test psicologico sono ammessi.

Rosa Miriam Elizalde: Lei è cambiato dopo la guerra, ma prima quali erano i suoi sentimenti?

Jimmy Massey: Prima ero un soldato semplice, credevo a tutto quello che mi dicevano. Ma quando sono diventato reclutatore ho cominciato ad avvertire un senso di malessere: dovevo sempre mentire.

Rosa Miriam Elizalde: Ciò nonostante era convinto che il suo paese si stesse impegnando in una guerra giusta contro l’Iraq.

Jimmy Massey: Si, i rapporti che ricevevamo ripetevano che Saddam aveva armi di distruzione di massa. Solo più tardi abbiamo capito che era una menzogna.

Rosa Miriam Elizalde: Quando l’ha capito?

Jimmy Massey: In Iraq, dove sono arrivato nel marzo del 2003. Il mio plotone era stato inviato sui luoghi occupati precedentemente dall’esercito iracheno. Lì abbiamo travato migliaia e migliaia di munizioni in casse etichettate negli Stati Uniti. Si trovavano lì da quando gli Stati Uniti avevano deciso di aiutare il governo di Saddam nella lotta contro l’Iraq. Ho visto casse e addirittura carri armati con la bandiera statunitense. I miei marine –ero sergente di categoria E6, superiore di un grado al semplice sergente, e comandavo 45 Marine-, i miei uomini mi domandarono perché ci fossero munizioni statunitensi in Iraq. Non capivano. I rapporti della CIA ci avevano convinti che Salmon Pac era un campo di terroristi e che vi avremmo trovato armi chimiche e biologiche. Ma non abbiamo trovato nulla di tutto questo. E' stato in quel momento che ho cominciato a sospettare che ci avessero mandati lì per il petrolio.

Rosa Miriam Elizalde: I brani più terribili del suo libro sono quelli in cui riconosce che in quel periodo era un assassino psicopatico. Mi può spiegare perché lo è diventato?

Jimmy Massey: Sono diventato un assassino psicopatico perché ero addestrato per uccidere. Non sono nato così. È l’esercito che ha fatto di me un gangster al servizio delle grandi multinazionali statunitensi, un ignobile delinquente. Ero stato addestrato per eseguire ciecamente gli ordini del presidente degli Stati Uniti e portare al paese ciò che lui aveva richiesto senza una qualsiasi considerazione morale. Ero uno psicopatico perché ho imparato prima a sparare e poi a domandare, come un malato e non come un soldato professionista che deve affrontare solo un altro soldato. Se bisognava ammazzare donne e bambini, noi lo facevamo. Quindi non eravamo più soldati ma mercenari.

Rosa Miriam Elizalde: Come è giunto a questa conclusione?

Jimmy Massey: Dopo parecchie esperienze. Il nostro lavoro consisteva nell’entrare nei quartieri urbani che ci avevano indicato e occuparci della sicurezza delle strade. C’è stato un incidente, uno dei molti, che mi ha fatto arrivare al limite: una macchina che trasportava civili iracheni. Tutti i rapporti dei servizi segreti che ci arrivavano dicevano che le automobili erano cariche di bombe ed esplosivo. Non avevamo altre informazioni. Le automobili arrivavano e noi sparavamo qualche colpo a salve come avvertimento; se non rallentavano e non andavano alla velocità che noi indicavamo, sparavamo senza esitare.

Rosa Miriam Elizalde: Con i mitra?

Jimmy Massey: Si e aspettavamo le esplosioni visto che le auto erano crivellate di colpi. Ma non c’è mai stata una sola esplosione. Poi guardavamo nella macchina e cosa trovavamo? Morti e feriti, ma mai un’arma, nessuna propaganda di Al Qaeda, niente. Erano civili capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Rosa Miriam Elizalde: Racconta anche che il suo plotone ha sparato su una manifestazione pacifica. Com’è successo?

Jimmy Massey: Era nei dintorni del complesso militare di Rasheeed, a sud di Bagdad, vicino al Tigri. C’erano dei manifestanti alla punta della strada. Erano giovani e non avevano armi. Eravamo avanzati e avevamo visto un carro fermo su un lato della strada. Il conducente del carro ci disse che si trattava di manifestazioni pacifiche. Se gli Iracheni avessero voluto fare qualcosa, avrebbero potuto far saltare il carro, ma non l’hanno fatto. Eravamo tranquilli, pensavamo “se avessero voluto sparare l’avrebbero già fatto”. Erano circa a duecento metri di distanza...

Rosa Miriam Elizalde: E chi ha dato l’ordine di sparare sui manifestanti?

Jimmy Massey: L’alto comando ci disse di non perdere di vista i civili, perchè parecchi feddayin della Guardia repubblicana si toglievano l’uniforme e si mascheravano da civili per organizzare attacchi terroristici contro i soldati statunitensi. I rapporti erano noti a tutti i membri della catena di comando. Tutti i Marine avevano un’idea chiara della struttura della catena di comando organizzata in Iraq. Credo che l’ordine di sparare fosse partito dagli alti funzionari dell’Amministrazione, sia dai centri di informazione militare che del governo.

Rosa Miriam Elizalde: Cosa avete fatto?

Jimmy Massey: Ho raggiunto il mio veicolo, un humvee (una jeep attrezzatissima) e ho sentito passare una pallottola sulla testa. I Marine avevano cominciato a sparare, ed io ho fatto lo stesso. Non ci fu risposta da parte dei manifestanti. Avevo sparato dodici volte, e nemmeno una risposta... Volli assicurarmi che avevamo ucciso secondo le norme di combattimento della Convenzione di Ginevra e i processi regolamentari delle operazioni. Cercai di dimenticare quei visi e mi misi a cercare le armi, ma non ce n’erano.

Rosa Miriam Elizalde: Come hanno reagito i suoi superiori?

Jimmy Massey: M’hanno detto “ Capita di sbagliare “

Rosa Miriam Elizalde: Come hanno reagito i suoi commilitoni quando hanno capito che erano stati tratti in inganno?

Jimmy Massey: Ero comandante in seconda. I miei Marine mi chiesero perché uccidessimo tanti civili. “Non puoi parlarne al luogotenente?” mi dissero. “ Fai notare che abbiamo bisogno di un’attrezzatura adeguata”. La risposta è stata “No!”. Quando i Marine si sono resi conto che si trattava di una grande bugia, persero la pazienza.

La nostra prima missione in Iraq non era finalizzata a portare degli aiuti alimentari, come invece ripetevano i media, ma ad assicurare il controllo dello sfruttamento del petrolio di Bassora. A Karbala abbiamo usato l’artiglieria per ventiquattro ore di seguito. È stata la prima città che abbiamo attaccato. Io invece credevo che dovessimo portare cibo e medicine alla popolazione. No. Abbiamo continuato fino alle zone di sfruttamento del petrolio. Prima dell’Iraq eravamo in Kuwait.

Siamo arrivati nel gennaio 2003. I veicoli erano pieni di cibo e medicine. Ho domandato al luogotenente cosa dovessimo fare, perché con tutte quelle provviste a bordo non c’era quasi più spazio per noi. Mi rispose che il capitano gli aveva ordinato di lasciare tutto in Kuwait. Poco dopo abbiamo avuto l’ordine di bruciare tutto, tutti i viveri e le medicine.

Rosa Miriam Elizalde: Ha anche denunciato l’uso di uranio impoverito...

Jimmy Massey: Ho 35 anni e la mia capacità polmonare si è ridotta del 20%. Secondo i medici soffro di una malattia degenerativa della colonna vertebrale che comporta stanchezza cronica e dolori ai tendini. Una volta mi piaceva correre tutti i giorni per dieci chilometri, ed ora riesco a stento a camminare per cinque o sei chilometri. Ho anche paura di avere dei figli. Ho infiammazioni al viso. Guardi questa foto (mi mostra quella che c’è sul suo cartellino del Salone del libro), me l’hanno scattata subito dopo il mio ritorno dall’Iraq. Sembro una creatura di Frankestein e questo è dovuto all’uranio impoverito. Immagini ciò che gli iracheni hanno dovuto patire...

Rosa Miriam Elizalde: Cosa è successo al suo ritorno negli Stati Uniti?

Jimmy Massey: Mi prendevano per pazzo, pensavano fossi un vile, un traditore.

Rosa Miriam Elizalde: I suoi superiori dicono che lei racconta menzogne.

Jimmy Massey: Ma le prove contro di loro sono schiaccianti. L’esercito statunitense è sfinito. Più durerà questa guerra, più la mia verità potrà venire a galla.

Rosa Miriam Elizalde: Il libro che ha presentato in Venezuela è stato pubblicato in spagnolo e francese. Perché non è uscito negli Stati Uniti?

Jimmy Massey: Gli editori hanno preteso che i nomi delle persone implicate fossero cancellati e che la guerra in Iraq fosse presentata in maniera più nebulosa, meno cruda. Ma non sono disposto a farlo. Un editore come New Press, apparentemente di sinistra, ha rifiutato di pubblicare il libro per paura di azioni giudiziarie, visto che le persone citate li avrebbero querelati.


[L’associazione di Jimmy Massey, IVAW “Veterani dell’Iraq contro la guerra” -Iraq Veterans Against the War, IVAW- organizza negli Stati Uniti una manifestazione per denunciare quest’invasione illegale]

Rosa Miriam Elizalde: Perché dei media come il New York Times e il Washington Post non danno voce alla sua testimonianza?

Jimmy Massey: Non ripeterò la versione ufficiale, secondo cui le truppe erano in Iraq per aiutare la popolazione, e non dico neppure che i civili muoiono accidentalmente. Mi rifiuto di dirlo. Non ho mai visto uno sparo accidentale contro gli iracheni e mi rifiuto di mentire.

Rosa Miriam Elizalde: Hanno cambiato atteggiamento?

Jimmy Massey: No, hanno aperto le pagine all’obiezione di coscienza: le opinioni e i libri di persone che sono contro la guerra ma che non hanno vissuto questo genere d’esperienza. Non vogliono mai guardare in faccia la realtà.

Rosa Miriam Elizalde: Ha delle foto o altri documenti che provino ciò che dice?

Jimmy Massey: No, tutto ciò che avevo mi è stato requisito quando ho avuto l’ordine di rientrare negli Stati Uniti. Sono tornato dall’Iraq con due armi: la mia testa e un coltello.

Rosa Miriam Elizalde: Secondo lei c’è un modo per fermare la guerra a breve?

Jimmy Massey: No, da quello che vedo, visto che repubblicani e democratici sono d’accordo su questa politica. La guerra è un affare enorme per i due partiti che dipendono dai complessi industriali e militari. Avremmo bisogno di un terzo partito.

Rosa Miriam Elizalde: Quale?

Jimmy Massey: Quello del socialismo.

Rosa Miriam Elizalde: Ha partecipato al dibattito che s’intitolava “È possibile una rivoluzione negli Stati Uniti?”. Ci crede davvero?

Jimmy Massey: E' già cominciata nel Sud, dove sono nato.

Rosa Miriam Elizalde: Ma il Sud è tradizionalmente la parte più conservatrice del paese.

Jimmy Massey: Dopo l’uragano Katrina le cose sono cambiate. New Orleans assomiglia a Bagdad. La gente del Sud s’indigna e si domanda tutti i giorni come è possibile che si investino delle fortune in una guerra inutile a Bagdad e allo stesso tempo non si trovi un soldo per New Orleans. Ricorda che nel Sud è cominciata la più grande ribellione della nazione?

Rosa Miriam Elizalde: Andrà a Cuba?

Jimmy Massey: Ammiro molto Fidel Castro e il popolo di Cuba. Se mi invitassero ci andrei molto volentieri. Non m’interessa quello che dice il mio governo. Nessuno può decidere dove posso o non posso andare.

Rosa Miriam Elizalde: Sa che il simbolo del disprezzo imperiale verso la nostra nazione è una fotografia di alcuni Marine che urinano sulla statua di José Martin, l’eroe della nostra indipendenza?

Jimmy Massey: Certamente. Quando ero nel corpo dei Marine ci parlavano di Cuba come se si trattasse di una colonia degli Stati Uniti e ci insegnavano un po’ di storia. Un Marine deve sempre sapere qualcosa del paese che sta per invadere, come dice la canzone...

Rosa Miriam Elizalde: La canzone dei Marine?

Jimmy Massey: (Canta) “From the halls of Montezuma, to the shores of Tripoli” [Dalle sale di Montezuma, fino alle spiagge di Tripoli… ndt]

Rosa Miriam Elizalde: Vale a dire il mondo intero...

Jimmy Massey: Effettivamente il sogno è quello di dominare il mondo... anche se per realizzarlo dobbiamo diventare tutti degli assassini.

Titolo originale: "Jimmy Massey: «He sido un asesino psicópata» "

Fonte:http://www.cubadebate.cu/
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15.11.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di NUNZIA VINCENZA DE PALMA

LA STRAGE DEL MOBY PRINCE. 140 MORTI, L'ENNESIMA VERGOGNA ITALIANA

gatosan 26/12/2007 @ 11:38

DI SOLANGE MANFREDI
paolofranceschetti.blogspot

I giornali di questi giorni riportano la notizia dell’aggressione a un consulente tecnico che si occupa della vicenda del Moby Prince. Aggredito da 4 persone con il passamontagna è stato immobilizzato, stordito con una sostanza spray e scaraventato nell’auto a cui poi hanno dato fuoco. Fortunatamente è riuscito a salvarsi. Anche l’avvocato Carlo Palermo, legale delle vittime del Moby Prince, da quando ha ripreso in mano il caso, ha già ricevuto numerose intimidazioni e minacce. Perché?

Era la sera del 10 aprile 1991 quando 140 persone morirono bruciate sul Moby Prince davanti al porto di Livorno. Se domandi a qualcuno cosa causò la tragedia ancora oggi ti senti rispondere: c’era una fitta nebbia, l’equipaggio era davanti alla televisione a vedere una partita di calcio e, a causa di una manovra incauta, è entrato in collisione con la Petroliera Agip Abruzzi. In soldoni la causa della tragedia è da attribuirsi a nebbia e negligenza. Questo d’altronde è quanto affermato, nelle loro conclusioni, dalle Commissioni di Inchiesta della Capitaneria di Porto di Livorno e del Ministero della Marina Mercantile. Ma se è così perché chi si occupa del caso è vittima di intimidazioni, minacce o tentati omicidi? La risposta è semplice: quello che è stato detto è falso e la verità non deve venire fuori.

Con Ustica successe la stessa cosa. Ricordate? Anche in quel caso la Commissione di inchiesta stabilì che l’aereo Itavia era caduto per un cedimento strutturale. Non a caso la strage del Moby Prince viene chiamata l’Ustica del mare. Certe “vergogne” devono restare nascoste e quando qualcuno lotta per far emergere la verità ecco che il collaudato meccanismo si rimette in moto: isolamento, calunnie, intimidazioni, minacce e, se queste non bastano a far desistere, ecco le immancabili morti mascherate da suicidio od incidente. Ma la domanda che sorge spontanea a questo punto è: chi è che uccide con queste modalità? La mafia? La ‘ndrangheta? La camorra? Il terrorista? Un inesperto rapinatore? Indovinate un po’? La risposta non è difficile ma prima di rispondere poniamoci un’altra domanda: cosa successe la sera della strage del Moby Prince al porto di Livorno e quali sono i soggetti coinvolti?

Per sapere la verità sulla tragedia del Moby Prince non si deve fare chissà quali ipotesi fantasiose, non si deve aderire a strampalate ipotesi degli amanti dei complotti o altro, basta leggere gli atti, i documenti, le testimonianze (lavoro che la maggior parte dei giornalisti hanno dimenticato da tempo, trasformatisi, ormai, in megafono dei poteri forti ) ed ecco che allora si scopre che:

- quella sera la visibilità era perfetta, nessuna nebbia né prima, né durante né subito dopo la collisione (come dimostrano foto, e video amatoriali, uno dei quali trasmesso anche dal TG1);

- nessuno dell’equipaggio stava guardando la partita (nella cabina di comando non vi erano televisori);

- l’impatto non è stato improvviso. Tutti i passeggeri erano nel salone De Lux (stanza provvista di porte tagliafuoco) con bagagli e giubbotti di salvataggio.
Questo significa che erano stati richiamati dalle cabine presso cui si trovavano, alcuni stavano mettendo a letto i bambini, invitati a rifare i bagagli, indossare i giubbotti e radunarsi nel salone, là dove sono stati trovati. Nessuno dei corpi presentava traumi. Difficile conciliare tutto ciò con un impatto improvviso causato dalla negligenza dal personale che guardava la partita;

- Nel corso della lunga procedura, che ha portato tutti i passeggeri con bagagli e giubbotti salvagente nel salone, nell’impossibilità di manovrare la nave, impossibilità di comunicare, come se un cono d’ombra avesse fatto impazzire tutte le strumentazioni di bordo;

- Le persone a bordo del Moby Prince non sono morte in pochi minuti, ma dopo ore come dimostrano le autopsie;

- I soccorsi, partiti immediatamente si sono diretti tutti sulla Agip Abruzzi. Nessuno verso la Moby Prince che, abbandonata, viene lasciata andare alla deriva in fiamme… con il suo carico di passeggeri che, diligentemente, aspettano di essere salvati. Moriranno dopo ore di paura e disperazione. Eppure la Moby era visibile come dimostra la vicenda di due semplici ormeggiatori che, con la loro piccola imbarcazione priva di strumentazione, accorrono spontaneamente a prestare i soccorsi e salvano l’unico sopravvissuto: il mozzo Barnard. E sono ancora loro che, venuti a sapere che ci sono altri passeggeri, comunicano via radio alla capitaneria di porto la loro posizione e che ci sono persone da salvare. Niente, la Capitaneria di Porto rimane silente. I vertici della capitaneria, che dovrebbero coordinare le operazioni di salvataggio, tacciono per più di 5 ore. Mentre i soccorritori aspettano istruzioni sulla Moby si muore.

- Soccorsi impossibili? Assolutamente no. I responsabili sosterranno che, data la temperatura delle lamiere, era impossibile salire sul Moby Prince. Falso perché quella maledetta notte alle ore 3.30 un semplice marinaio, Giovanni Veneruso, senza alcun tipo di indumento ignifugo, con il suo rimorchiatore privato decide di avvicinarsi al traghetto ed agganciarlo, mentre le motovedette della Capitaneria osservano immobili a distanza. Tocca le lamiere con le mani, nessun problema, sale, ma ha appena il tempo di guardarsi intorno quando arriva l’ordine di ritornare immediatamente sul rimorchiatore. Nessuno si deve avvicinare, nessuno deve salire sul Moby Prince. Perché?

Come nella migliore tradizione italiana anche in questo caso troviamo:

- testimoni non ascoltati;
- responsabili di quella notte non interrogati;
- tracciati radar non acquisiti, negati, distrutti;
- posizioni delle navi in rada non accertate;
- fascicoli scomparsi dalla Procura;
- relazioni sparite;
- scatole nere distrutte;
- giornali di bordo dimenticati;
- manomissioni e sabotaggi operati sul relitto del Moby Prince;
- tracce di esplosivo militare a bordo del Moby mai considerati;
- nastri registrati scomparsi;
- cassette VHS manomesse;
- elicottero militare che sorvolava la zona al momento della collisione dimenticato;
- navi “fantasma “ che si allontanano dal luogo dell’impatto velocemente;
- presenza di pescherecci italo-somali i cui nomi ritroveremo tristemente nell’omicidio di Ilaria Alpi;
- ufficiali che quella sera vedono, e relazionano, su movimentazioni di materiale bellico tra navi nel porto di Livorno ma i cui rapporti scompaiono;
- alcuni importanti documenti che confermano che nella rada di Livorno era in corso una operazione destinata a rimanere “coperta” e che coinvolgeva un numero imprecisato di imbarcazioni;
- 5 navi militari americane cariche di armi provenienti dal Golfo Persico dove si era appena conclusa l’operazione Desert Storm;
- Il relitto della Moby Prince fatto demolire in fretta, lontano dall’Italia, in Turchia, ad Allaga, località tristemente nota, come più volte denunciato da Greenpeace, perché specializzata in far sparire di navi pericolose;
- ecc..ecc.., ecc...

Ancora un dato. Come già detto quella sera nel porto di Livorno vi erano 5 navi americane militarizzate cariche di armi, una operazione che doveva restare coperta e movimentazioni di materiale bellico tra navi nel porto. Tutto questo porta a ritenere che, quella sera, la zona del porto di Livorno dovesse essere tra le più sorvegliate d’Italia da tutti, servizi segreti compresi. Ora la risposta dovrebbe essere facile, facile: chi è che vuole insabbiare l’inchiesta? Per chi desidera saperne di più, e nell’attesa di conoscere le nuove prove depositate dall’avv. Carlo Palermo, consigliamo di leggere il libro di Enrico Fedrighini: "Moby Prince. Un caso ancora aperto".

Fonte: http://paolofranceschetti.blogspot.com
Link
20.11.2007

Consultate "Associazione 10 Aprile - Familiari delle vittime del Moby Prince" - Sito ufficiale per aggiornamenti sull'inchiesta!

VACCINAZIONI FORZATE IN UN TRIBUNALE DEL MARYLAND

gatosan 26/12/2007 @ 11:29

DI MIKE ADAMS
newstarget

Facendo seguito alle minacce rivolte dallo Stato del Maryland contro i genitori che rifiutano di fare vaccinare i propri figli, diversi bambini sono stati radunati in un tribunale di Prince George, sorvegliati da personale armato e provvisto di cani da attacco. All’interno, i bambini sono stati vaccinati con la forza, molti contro la loro volontà, per ordine del procuratore generale dello Stato del Maryland, di diversi giudici del luogo e del locale Direttore dell’Istituzione Scolastica; tutti costoro hanno cospirato illegalmente, minacciando di carcerazione i genitori dei bambini se non avessero sottoposto i loro figli alle vaccinazioni.

Lo Stato del Maryland è dunque ricorso a tattiche da Gestapo per imporre al popolo le proprie direttive sanitarie, privando i genitori del diritto di decidere come proteggere i propri figli dalle malattie infettive. Le autorità sanitarie hanno già annunciato il proposito di rapire, in sostanza, i genitori e buttarli in galera, separandoli dai bambini per un periodo che può durare fino a trenta giorni, se continueranno a rifiutarsi di sottoporre i figli a vaccinazione. Tutto questo verrà fatto sotto la minaccia delle armi, con personale armato e cani da attacco addestrati, assicurandosi che tutti restino in riga e sopprimendo ogni germoglio di pubblico dissenso contro questa politica di vaccinazione orwelliana.

La stessa campagna di stampa condotta contro questi genitori è palesemente illegale. Nessuna legge, nel Maryland, impone la vaccinazione dei bambini, dunque i genitori che la rifiutano non possono essere accusati di aver violato alcuna legge. Per questo la sanità del Maryland e le istituzioni scolastiche usano metodi da Gestapo, minacciando di incriminare i genitori per violazione degli obblighi parentali, criminalizzandoli per aver osato proteggere i propri figli dalle pericolose sostanze chimiche scoperte nei vaccini (tra le quali il thimerosal, un additivo chimico che contiene una sostanza neurotossica a base di mercurio).

La disperazione della medicina organizzata è sempre più evidente

Via via che un numero sempre maggiore di genitori viene informato dei pericoli delle vaccinazioni e del loro stretto legame con l’autismo, le autorità sanitarie di Stato vanno trasformandosi in “Medicina a Mano Armata” per costringere la gente ad assoggettarsi ai veleni della medicina tradizionale. I genitori che tentano di salvare i propri figli dalle chemioterapie assassine, vengono arrestati e si vedono portar via i bambini dai Servizi di Protezione per l’Infanzia (vedi QUI); e gli oncologi, un tempo armati soltanto di macchinari per le radiazioni e di siringhe di chemioterapici, ora si armano di agenti di pubblica sicurezza e di altre autorità di polizia locale che usano armi cariche per imporre “il volere dello Stato” ai genitori che fanno resistenza.

Perfino l’AAPS, l’Associazione Americana Medici e Chirurghi, ha annunciato la propria ferma condanna della campagna di “Medicina a Mano Armata” dello stato del Maryland. In un comunicato stampa del 16 novembre, l’AAPS afferma: “L’Associazione Americana Medici e Chirurghi ha condannato quest’oggi la “retata di vaccinazioni” eseguita questa settimana a Prince George, nel Maryland, e ha promesso di fare tutto il possibile per sostenere quei genitori che rifiutano di vaccinare i propri figli. “Questo sfoggio di potere distrugge il consenso fondato sull’informazione e i diritti dei genitori”, ha affermato Kathryn Serkes, direttrice delle politiche dell’AAPS, uno dei pochi gruppi sanitari nazionali che rifiutano le sovvenzioni delle compagnie farmaceutiche.

In uno scenario che ricorda i raduni di bestiame, il procuratore dello stato ha inviato mandati di comparizione a più di 1600 genitori che non hanno presentato il certificato di vaccinazione per i propri bambini. Solo che anziché impugnare un pungolo per il bestiame, il procuratore di stato ha deciso di agitare una siringa per tenere in riga la “mandria”.

QUI si può leggere il resto del comunicato stampa.

Medicina a Mano Armata: perché gli spacciatori di droga si affidano a tattiche da Gestapo

La medicina tradizionale (farmacologica) è l’unico sistema curativo del mondo così impopolare presso i consumatori informati che deve essere amministrata sotto la minaccia di una pistola. Non esiste nessun altro sistema curativo al mondo che debba ricorrere a simili metodi per reclutare i propri pazienti.

Mentre in Maryland si svolgevano i fatti del 17 novembre, gli attivisti Jim Moody e Kelly Ann Davis del sito SafeMinds (www.SafeMinds.org) sono riusciti a presentarsi di fronte alle telecamere dei notiziari e ad esprimere a gran voce la propria avversione per questa politica di vaccinazione coatta. Eppure, stranamente, molti genitori si sono messi in fila come bestie pronte ad essere marchiate, senza mettere in discussione la moralità o la legalità del sistema che stanno contribuendo a sostenere.

Anche un blog per la libertà della salute che si chiama Center for the Common Interest (www.CommonInterest.info) ha dato ampio risalto alla vicenda e riferisce che un attivista locale di nome Donovan Hubbard ha ripreso tutto l’accaduto e sta per mettere il video online (NewsTarget vorrebbe contattare Donovan e/o pubblicizzare il suo video. Se sapete come contattarlo, chiamateci per cortesia al (520) 232-9300).

Cosa farà adesso la Medicina a Mano Armata?

Mentre continua ad emergere la verità sugli estremi pericoli dei vaccini e dei prodotti farmaceutici, la Big Pharma è sempre più disperata, non sapendo più come costringere il pubblico a fidarsi dei suoi prodotti. Ora sta lavorando in stretta collaborazione con le autorità politiche (inclusi i governatori di diversi stati) per rendere coercitive le vaccinazioni sui bambini. Ciò contempla la criminalizzazione dei genitori che rifiutino di esporre i propri figli ai pericoli derivanti da queste sostanze chimiche.

In sostanza, la Big Pharma spera di trasformare in criminali i seguaci della medicina naturale.

La FDA ha già criminalizzato le compagnie produttrici di supplementi nutrizionali che osino dire la verità sui benefici alla salute derivanti dai loro prodotti (Leggete QUI la storia degli assalti a mano armata contro le compagnie produttrici di supplementi vitaminici). Inoltre, i genitori che rifiutano di iniettare ai propri figli i prodotti farmaceutici imposti da Big Pharma, verranno criminalizzati, radunati e incarcerati per “rifiuto di accondiscendere alle politiche sanitarie”. Tutto ciò viene perpetrato dallo Stato col pretesto di “proteggere i bambini” dai genitori che credono nella medicina naturale (è folle, vero, pensare che proteggere i propri figli da sostanze chimiche tossiche è oggi un crimine negli Stati Uniti?).

Il fine ultimo di tutto questo è l’applicazione delle tattiche di Medicina a Mano Armata a tutti noi. Compresi gli adulti e gli anziani. Chiunque soffra, per esempio, di colesterolo alto e non si assoggetti ai farmaci statinici della Big Pharma, potrà essere arrestato, legato a un tavolo e curato contro la sua volontà. Chi è affetto da cancro, potrà essere arrestato per aver scelto di curarlo con medicine botaniche sicure ed efficaci, anziché con farmaci brevettati e fonti di alti profitti per la Big Pharma. Se pensate che già oggi le prigioni siano strapiene a causa degli arresti per possesso di marijuana e per altri crimini di nessun rilievo, aspettate che lo Stato inizi ad arrestare tutte le mamme e i papà del paese che rifiutano di partecipare al pazzesco e dannosissimo sistema farmacologico che domina oggi la sanità americana.

Lo Stato è molto esplicito riguardo alla medicina: se volete restare liberi cittadini, dovete assoggettarvi alle droghe sintetiche fabbricate dalle stesse corporazioni che controllano i regolamenti sanitari del governo. Qualsiasi persona che faccia resistenza a queste “cure”, verrà additata come minaccia alla salute pubblica, una definizione che agli occhi di molti burocrati di governo viene subito dopo quella di “terrorista”. Essi credono dunque che non debba esservi limite al livello di forza da utilizzare per costringere la gente a sottoporsi ai trattamenti farmaceutici della Big Pharma. Oggi usano guardie armate e cani da attacco. Domani potrebbero utilizzare il “water boarding” o altri metodi di tortura. Pensate sia impossibile? Ripensateci: solo cinque anni fa, nessuna persona sana di mente avrebbe mai creduto che dei genitori che non volevano vaccinare i propri figli potessero finire in prigione, che i loro bambini potessero essere rapiti dalle autorità di Stato e costretti a sottoporsi a pericolose iniezioni di prodotti chimici sotto la minaccia delle armi. Invece questo è proprio ciò che accade oggi nello Stato del Maryland. E’ accaduto sabato scorso, per la precisione.

Dov’è lo sdegno?

La cosa più interessante in questa storia di utilizzare la minaccia del carcere per costringere i bambini a vaccinarsi, non sta in chi si ribella a tutto questo, ma in chi sceglie di restare in silenzio.

La American Medical Association, ad esempio, non ha detto nulla contro questo tipo di politica. E neanche la Food and Drug Administration. E dov’è lo sdegno della Associazione Ospedaliera del Maryland? Nessuna di queste associazioni sembra aver qualcosa da obiettare alla Medicina a Mano Armata. Il fatto che dei genitori vengano ammassati in una stanza e i loro bambini costretti a subire iniezioni di prodotti chimici tossici, a queste organizzazioni non sembra interessare. E perché dovrebbe interessargli? Tutte queste organizzazioni sono strettamente connesse alla Big Pharma. A quanto pare sono tutte a favore delle vaccinazioni universali e non ho dubbi che alcuni loro membri (soprattutto nella AMA) siano decisamente favorevoli alla politica di vaccinazioni forzate della Medicina a Mano Armata che viene messa in pratica nel Maryland proprio in questo momento.

La medicina organizzata è convinta che la gente sia troppo stupida per poter prendere da sola le decisioni riguardanti la propria salute. Burocrati e medici, questo ci viene detto, sono i soli ad aver diritto di prendere delle decisioni e chiunque non le condivida verrà etichettato come criminale, arrestato e processato. Non si tratta di un’esagerazione. Si tratta, in effetti, di una descrizione spaventosamente accurata dell’attuale politica di profilassi dello Stato del Maryland.

Non molto tempo fa, gli americani si sarebbero sollevati in massa e avrebbero protestato contro questa specie di tirannia sanitaria. I notiziari avrebbero denunciato la politica di vaccinazioni del Maryland con un linguaggio forte e con accuse durissime. La gente avrebbe sfilato per le strade, chiedendo la libertà di decidere della propria salute. Ma oggi l’America è diversa. La gente è drogata di farmaci e inebetita dal fluoruro. E’ troppo intossicata per ragionare, è indotta a sottomettersi da un governo fondato sulla paura che invoca la tirannia interna per avere ogni opportunità di controllare le persone, manipolarle e spingerle a fare ciò che esso desidera.

L’America “libera” che conoscevamo è morta da molto tempo ed è stata rimpiazzata dagli Stati Uniti dell’America Corporativa, dove metodi polizieschi vengono utilizzati per sostenere politiche sanitarie devastanti e chi governa lo Stato non pensa più che ci sia qualcosa di sbagliato nel radunare la popolazione con la forza ed eseguire esperimenti medici su larga scala sui suoi figli. In fondo è questo che sono i vaccini: un enorme esperimento medico, i cui effetti saranno conosciuti solo dopo che una generazione sottoposta all’avvelenamento di massa sarà venuta e passata.

Versione originale:

Mike Adams
Fonte: www.newstarget.com
Link: http://www.newstarget.com/022280.html
21.11.07

Versione italiana:

Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/
22.11.07

Traduzione a cura di GIANLUCA FREDA

Mele (UDC) va a puttane: parla la squillo

gatosan 26/12/2007 @ 10:47

La ragazza squillo che ha avuto il malore: la mia vita è rovinata
"Del mio lavoro la famiglia non sapeva nulla, ho un fratello poliziotto"

"Vi racconto quella notte
ma la coca non l'ho portata io"

di VALERIA ABATE e MASSIMO LUGLI


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Il deputato Cosimo Mele

ROMA - "Sono distrutta, la mia vita è finita dopo questa storia con il politico, mia madre e mio fratello, che fa il poliziotto, hanno scoperto come vivo e cosa faccio ma io ho la coscienza a posto, non ho commesso reati, non ho neanche bisogno di un avvocato".
Voce incrinata di stanchezza e di rabbia, uno sfogo come un fiume in piena quello di F. Z., la ragazza squillo finita all'ospedale dopo una notte di sesso e cocaina all'Hotel Flora assieme al parlamentare dell'Udc Cosimo Mele.

"Ho letto le sue dichiarazioni ai giornali e la verità è stata completamente stravolta. Io non l'ho denunciato e lui non solo non mi ha neanche telefonato per ringraziarmi ma, anzi, mi fa apparire in questo modo".

Era la prima volta che lo incontrava?
"Si, la prima. Me l'ha presentato una persona".

L'onorevole Mele ha detto: "Non sapevo che fosse una squillo". E' vero?
"Certo, come no? Ma se la prima cosa che ha fatto è stata quella di darmi i soldi, ma andiamo...".

Quanto le ha dato?
"Senta, io non ho voglia di parlare di queste cose. Sono rovinata, i miei clienti hanno capito che sono io e nessuno mi chiama più. Io ho un mutuo da pagare, i Rid, come faccio se non lavoro più? Io uso il mio nome, quello vero, perché sono una persona vera. E adesso mia madre e mio fratello hanno scoperto tutto e non mi parlano più, la persona con cui stavo, che sapeva benissimo tutto, mi ha lasciata dall'oggi al domani, non ho lavoro, non ho un compagno, non ho una famiglia, sono distrutta".

Torniamo a quella sera al Flora. L'onorevole Mele dice che, a un certo punto, si è addormentato.

"No, nessuno ha mai dormito quella notte. Siamo rimasti dalle 2 alle 5 del mattino, in tre in una stanza. E poi alla fine mi sono sentita male, ho visto delle cose che mi hanno fatto paura".

L'onorevole Mele ha chiamato l'ambulanza?
"Macché, ha cercato di strapparmi il cellulare di mano. Io ho telefonato al mio compagno e poi a mio fratello".

Lei ha portato la droga? Cosa ha preso? Pasticche? Coca?
"Io non ho portato assolutamente nulla. Mai. E le pasticche non le ho mai prese in vita mia, tra l'altro mi fanno paura. E poi ci sono le analisi che parlano chiaro"

Overdose di cocaina quindi. Chi l'ha portata?
"Ascolti, come sono andate le cose lo so io e lo sa la polizia. Mi hanno torchiata dalle 8 del mattino alle 6 di sera, sono venuti a prendermi in ospedale. Ero sporca, sudata, semisvestita. E' stato un vero tormento, non mi sono mai sentita così umiliata in vita mia. Sa quanti mi hanno chiamata dicendo: lo so che sei tu. Nel nostro ambiente mettersi troppo in vista, finire sui giornali non va bene. Io sono una persona comune, voglio vivere una vita anonima".

(31 luglio 2007)

dal sito di la Repubblica 

cosa rischi andando negli USA

gatosan 26/12/2007 @ 01:05

La storia di Erla Ósk Arnardóttir


Fonti:

LOST - Blog by Erla Ósk Arnardóttir Lillendahl

A young blonde Icelandic woman's recent experience visiting the US - Sott.net

Attenzione a quando si viaggia negli USA: la polizia non dimentica - Travelblog

Durante le ultime ventiquattro ore ho probabilmente subito la più grande umiliazione a cui sia stata mai sottoposta. Nel corso di queste ultime ventiquattro ore, sono stata ammanettata e incatenata, mi è stata negata la possibilità di dormire, sono rimasta senza cibo e bevande e sono stata confinata in un luogo senza che nessuno sapesse dove mi trovavo, imprigionata. Adesso sto cominciando a cercare di capire tutto questo, riposandomi e rivedendo il susseguirsi degli eventi che hanno avuto inizio nel modo più innocente possibile.

Domenica scorsa io e poche altre ragazze cominciavamo il nostro viaggio per New York. Andavamo a fare shopping e ha goderci lo spirito del Natale. Avevamo scelto la comodità della prima classe, bevevamo vino bianco e ci aspettavamo di fare shopping, mangiare del buon cibo e goderci la vita. Quando siamo atterrate al JFK ebbe inizio il tradizionale processo di disembargo.

Ci vagliarono e procedemmo per il controllo passaporti. Mentre stavo aspettando che si concludesse l'esaminazione del mio passaporto, sentii un funzionario dire che c'era qualcosa che doveva essere esaminato più da vicino e mi indirizzò alla stazione di lavoro della Homeland Security. Lì mi fu detto che, in base alla loro registrazione, nel 1995 avevo allugato il periodo consentito dal visto di oltre 3 settimane. Per questo motivo io non potevo essere ammessa nel paese e sarei stata rispedita a casa sul prossimo volo. A quel punto ho guardato il funzionario con incredulità e gli ho detto che avevo visitato New York dopo il viaggio del 1995 senza incontrare alcuna difficoltà. Seguì un dettagliato interrogatorio.

Sono stato fotografata e mi hanno preso le impronte digitali. Mi sono state fatte domande che non avevano nulla a che vedere con la questione a portata di mano. Mi è stato vietato di contattare chiunque per informare sulla mia condizione e anche se mi invitarono fin dall'inizio a contattare il console islandese o l'ambasciata, quell'invito fu successivamente revocato. Non ne so il perché.

Mi hanno fatto quindi attendere mentre cercavano ulteriori informazioni, e mi fecero sedere su una sedia di fronte alle autorità per 5 ore. [Nel mentre] ho visto i funzionari di questa sezione gestire altri casi ed era chiaro che questi uomini erano ansiosi di dimostrare il loro potere. Piccoli re affetti da megalomania. Ho fatto attenzione a rimanere completamente cooperativa, visto che non ero ancora convinta che avevano previsto di deportarmi a causa del mio "crimine".

Quando furono passate le 5 ore ero rimasta sveglia per 24 ore, mi è stato detto che erano in attesa degli ufficiali che mi condussero poi in una sorta di sala d'attesa. Qui mi avrebbero dato un letto su cui riposare e del cibo, e sarei stata perquisita. Cosa pensavano mai di poter trovare questo posso immaginarlo. Infine apparvero delle guardie che mi trasportarono al nuovo posto. Vidi il letto, come in un miraggio, ero assolutamente sfinita.

Ma quello che venne fuori era un'altra cosa. Mi portarono in un altro ufficio identico a quello in cui ero stato prima e ancora una volta un lungo attendere. In tutto, altre 5 ore. In questo ufficio mi presero tutti gli oggetti personali. Sono riuscita a inviare un solo sms ai preoccupati parenti e amici, quando mi è stato concesso un pausa al bagno. Dopo di che mi venne sottratto anche il cellulare. Dopo esser stata seduta per 5 ore mi è stato detto che erano in attesa delle guardie che mi avrebbero portato in un luogo dove avrei potuto riposare e mangiare. Poi mi hanno collocato in un cubicolo che somigliava ad una sala operatoria. Attaccati alle pareti c'erano 4 piastre d'acciaio, probabilmente destinate a servire da letto e bagno.

Ero sfinita, stanca ed affamata. Non capivo la condotta dei funzionari, visto che mi stavano trattando come un criminale molto pericoloso. Subito dopo sono stata rimossa dal cubicolo e due guardie armate mi misero contro al muro. Una catena è stata fissata intorno alla mia vita e poi sono stata ammanettata alla catena stessa. Poi anche alle mie gambe erano state messe in catene. Ho chiesto il permesso di fare una telefonata, ma fu rifiutato. Icatenata a quel modo, sono stato portata al terminale dell'aeroporto, in piena vista di tutti i presenti. Raramente mi sono sentita tanto male, così umiliata perché mi ero presa una vacanza non consentita dalla legge.

Non volevano dirmi dove mi stavano portando. Il tragitto durò quasi un'ora e anche se non ho potuto vedere chiaramente al di fuori del veicolo sapevo che avevamo attraversato il New Jersey. Siamo finiti di fronte ad una prigione. Non credevo che quello che stava accadendo. Ero sul punto di essere imprigionata? Sono stata portata dentro in catene e seguire mi sottoposero ancora ad un altro interrogatorio. Ancora una volta impronte digitali e fotografie. Mi hanno sottoposto ad un controllo medico, mi hanno perquisita e poi sono stata collocata in una cella della prigione. Mi sono state fatte domande assurde come: Quando hai avuto il tuo ultimo periodo? I cosa credi? Hai mai provato a commettere suicidio?

Ero completamente esausta, stanca e infreddolita. Quattordici ore dopo lo sbarco ho avuto qualcosa da mangiare e da bere, per la prima volta. Mi è stato dato del porridge e del pane. Ma non aiutano molto. Avevo paura e l'atteggiamento di tutti quelli che mi esaminavano era stato abissale, per usare un eufemismo. Loro non mi parlavano se non con tono brusco. Ancora una volta ho chiesto di fare una telefonata e questa volta la risposta è stata positiva. Mi sentii risollevata, ma il sollievo fu di breve durata. Il telefono era impostato solo per ricevere le chiamate e non era possibile effettuare chiamate all'estero. La guardia carceraria si era tenuta il mio cellulare in mano. Gli spiegai che non avevo potuto effettuare una chiamata dal telefono del carcere e chiesi di poter fare una telefonata dal mio cellulare. Era fuori questione. Trascorsi le successive 9 ore in una piccola cella sporca. L'unica cosa presente era una stretta sbarra d'acciaio che si estendeva dal muro, un lavandino e un bagno. Spero di non dover provare mai più nel corso della mia vita la sensazione di confinamento e impotenza che ho vissuto lì dentro.

Mi è stato di grande sollievo quando, finalmente, mi è stato detto che sarei stata portata all'aeroporto, vale a dire non prima di essere stata di nuovo ammanettata e incatenata. A quel punto non ne potevo più e mi sono messa a piangere. Li implorai di lasciare almeno le gambe libere dalle catene, ma la mia richiesta fu ignorata. Quando siamo arrivati all'aeroporto, un altro carceriere ha pietà di me e rimuove le catene dalle gambe. Anche così mi portarono nel bel mezzo del terminale dell'aeroporto ammanettata e scortata da uomini armati. Provavo una grande vergogna. Vedendo questo, la gente deve pensare che si tratti di un criminale molto pericoloso. In questa condizione mi hanno portato fino alla sala d'attesa di Icelandair, e le manette sono state mantenute fino a quando non ho preso il corridoio d'imbarco. Ero completamente sfinita da tutto questo sia nel corpo e che nello spirito. Fortunatamente ho potuto contare su persone buone, sia Einar (il capitano) che il personale di bordo hanno fatto tutto il possibile per cercare di aiutarmi. Auður, un mio amico, è stato in stretto contatto con mia sorella, e il console dell'ambasciata era stato contattato. Tuttavia, aveva ricevuto tutte informazioni fuorvianti e a tutti era stato detto che ero stata detenuta presso il terminale aeroportuale, e che non ero stata messa in prigione. Ora il Ministero degli Esteri sta studiando la questione e spero di ricevere qualche spiegazione sul perchè mi abbiano trattato in questo modo.

IL CASO DI ILARIA ALPI E IL MOBY PRINCE: UNA CURIOSA COINCIDENZA

gatosan 26/12/2007 @ 00:31

DI SOLANGE MANFREDI
paolofranceschetti.blogspot

Pubblicato l’articolo sul Moby Prince in molti mi hanno scritto chiedendo chiarimenti circa l’accenno fatto, all’interno dell’articolo, ad Ilaria Alpi. Ecco dunque la risposta.

L’accenno è stato fatto perché queste morti (quelle del Moby Prince e di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin) hanno molto in comune: Il traffico internazionale di armi e la flotta di pescherecci Shifco.

Il 20 marzo 1994 a Mogadiscio vengono uccisi la giornalista Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin. Ad 800 metri di distanza dal luogo dell’agguato ci sono due navi militari italiane, la San Giorgio e la Garibaldi. Su una di esse è in corso una gara di pesca. I nostri soldati stanno aspettando di finire le procedure di imbarco per tornare a casa. Vengono avvisati dell’agguato teso ai nostri connazionali, ma nessuno si muove, nemmeno per andare a recuperare i corpi.

Rientrate le salme in Italia la Procura di Roma non viene neanche avvisata. Sarà il responsabile del cimitero ad accorgersi che, sulla persona da tumulare morta per colpo da arma da fuoco (Ilaria Alpi), non è stata fatta alcuna autopsia. Su cosa stavano lavorando Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia? Stavano indagando sul traffico di armi e rifiuti tossici che dall’Italia giungono nel paese africano.

La loro attenzione si era incentrata sulla flotta Shifco, una flotta di pescherecci donata dalla Coooperazione italiana alla Somalia e che invece di trasportare pesce, da diverse testimonianze, pare trasporti armi. Una informativa della Digos di Udine del 1994 riferisce quanto segue: che al porto di Livorno ha fatto scalo “per lunghi periodi un peschereccio battente bandiera somala di colore bianco con scritta nera chiamato 'Shifco' [...] che sarebbe in realtà stato utilizzato per traffico internazionale di armi”.


[Ilaria Alpi e Miran Hrovatin]

Veniamo allora al Moby Prince.

La sera del 10 aprile 1991 al porto di Livorno è presente il peschereccio “21 Oktobar II”, la nave numero uno della flotta di pescherecci Shifco. Ufficialmente si trova lì per riparazioni (dovrebbe quindi trovarsi a secco in officina) eppure - la notte della strage del Moby Prince - chiede di essere rifornita di carburante e si mette in navigazione. Tornerà al porto di Livorno il giorno dopo.

Perché una imbarcazione ricoverata in banchina per lunghi interventi di riparazione effettua un pieno di carburante? Doveva effettuare delle manovre portuali? E quali? Perché non vi è traccia dei suoi movimenti? Eppure la nave non è piccola, è lunga 70 metri. La notte del rogo del Moby Prince alcuni ufficiali della Marina testimoniano che, nel Porto di Livorno, è in corso movimentazione di materiale bellico. Dove venivano caricate queste armi? Sulla “21 Oktobar II”?

Il timoniere somalo della 21 Oktobar II parla apertamente d traffici d’armi svolti dal peschereccio. Era questo che aveva scoperto Ilaria Alpi? Non si sa. Quello che però è certo è che anche nella morte di Ilaria Alpi ritroviamo attivati tutti i meccanismi, operati con successo per il Moby Prince, quei meccanismi che non permettono di giungere alla verità. Vediamoli:

- testimoni non ascoltati;

- fascicoli spariti;

- block notes e videocassette di Ilaria Alpi scomparse;

- macchina fotografica di Ilaria Alpi scomparsa;

- l’elenco degli effetti personali della giornalista compilato sulla nave "Garibaldi" scomparsa

- il riscontro esterno dei corpi e le foto scattate sulla nave "Garibaldi" scomparsi;

- il "Body Anatomy Sketching Report" redatto da signor Victor Baiza della compagnia mortuaria privata americana Brown-Root di Houston, scomparso;

- informazioni false date per depistare le indagini;

- registri di bordo incompleti;

- informative trasmesse e mai arrivate;

- inchiesta sottratta (avocata immotivatamente come accerterà l’ispettore ministeriale) al PM Pititto due giorni prima di ascoltare due testimoni oculari dell’esecuzione. Il dott. Pititto ha dichiarato in una intervista: “…perché accertare le vere ragioni per cui l'inchiesta mi è stata sottratta è, secondo me, un passaggio fondamentale per accertare la verità…Se la ragione per cui l'inchiesta mi è stata sottratta non è il contrasto tra me e De Gasperis, allora dev'essere un'altra: una ragione occulta. E ciò che è segreto, e incide su un'inchiesta giudiziaria per un duplice omicidio pregiudicando l'accertamento delle responsabilità, non può che allarmare... Coiro mi affida l'inchiesta il 22 marzo 1996. Pochi mesi dopo, nell'estate '96, viene destituito senza alcuna valida ragione. Arriva Salvatore Vecchione che, a due mesi e undici giorni dal suo insediamento, me la sottrae con una motivazione falsa, su cui le istituzioni paiono determinate a mantenere il silenzio. Neppure l'appello dei coniugi Alpi al capo dello Stato ha sortito il minimo effetto. Per converso, da quando l'inchiesta mi è stata tolta, contro di me è iniziata un'opera di persecuzione senza limiti, né legali, né morali, né di decenza”;

- morti sospette: maresciallo Li Causi, un ufficiale del servizio segreto Sismi, capo struttura Gladio di Trapani, in contatto con Ilaria Alpi, ucciso quattro mesi prima di Ilaria e di Miran;

- di monsignor Colombo, vescovo di Mogadiscio, assassinato perché nelle omelie denunciava chi avvelenava con i rifiuti tossici donne e bambini, ecc. tutti morti attribuiti a piccoli banditi di strada. Facile in un paese straniero. Troppo facile!

- I sostituti procuratori che confermano, dinanzi alla commissione bicamerale di inchiesta, che i servizi segreti stagliano la loro ombra su alcuni traffici della Cooperazione italiana in Somalia, in particolare sull’attività della navi della Shifco e su alcuni atti inerenti l’omicidio Alpi-Hrovatin: ”… mi viene riferita la notizia che la Camera di commercio Italo-somala, e in particolare Bettino Craxi e Paolo Pillitteri, facessero scambio di armi come contropartita della forniture di opere, servizi e costruzioni o quant’altro ancora in quel territorio [Somalia, ndr]. Dette persone riferivano altresì che si trattava di un fatto generalmente noto e che nei mercatini di Mogadiscio bastava sollevare il leggero tessutino che copriva la bancarella per trovare [pistole] Beretta di fabbricazione italiana[1]”.

Sono state numerose le Procure che hanno indagato sul traffico internazionale di armi, rifiuti tossici e radioattivi in partenza ed in transito dall'Italia, ma nessuna delle indagini risulta essere mai arrivata a dibattimento. Perché? Forse perché il traffico internazionale di rifiuti è uno snodo di più attività illecite: ripulitura di denaro sporco, metodo di pagamento per forniture di materiale bellico e forma illegale di realizzazione di ingenti guadagni per ulteriori investimenti leciti ed illeciti?

E il terribile gioco continua con la Commissione bicamerale che nella relazione finale scriverà che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, in vacanza in Somalia, sono stati vittime di banditi da strada alla ricerca di un magro bottino e la procura di Roma che, sul duplice omicidio, chiede l’archiviazione.

E la mancata autopsia su Ilaria Alpi? Una distrazione.

Il mancato intervento? Un'altra fatalità.

Il fatto che Ilaria Alpi stesse indagando su traffici di quella portata? Una coincidenza.

E il peschereccio che la Digos segnala come nave per il traffico di armi, presente in entrambe le tragedie? Un'altra coincidenza.

[1] Audizione del 13 giugno 1995 del sostituto procuratore di Milano Gemma Gualdi dinnanzi alla Commissione bicamerale di inchiesta sulla Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo (Legge 46, del 17 gennaio 1994).

Fonte: http://paolofranceschetti.blogspot.com
Link

Sei gay? La chiesa cattolica fa i corsi clandestini di riabilitazione

gatosan 25/12/2007 @ 23:56

Dall'inchiesta di Davide Varì del quotidiano "Liberazione":

L'appuntamento è con Don Giacomo nella sede delle edizioni Paoline poco lontano dalla Garbatella, ex quartiere popolare di Roma. Un incontro per definire tempi e modi del mio ingresso in un gruppo terapeutico per guarire dall'omosessualità. Un appuntamento sudato: i sedicenti guaritori di gay, almeno in Italia, non vogliono troppa pubblicità. Per rintracciare quello italiano ho dovuto chiamare un gruppo omologo svizzero che mi ha girato la sede milanese di "Obiettivo Chaire", un'associazione ultracattolica che organizza, sì, incontri terapeutici, ma soltanto a Milano. Alla fine mi indicano Don Giacomo qui a Roma, un giovane prelato che, dicono loro, può aiutarmi. E ora, dopo quel lungo peregrinare, ci sono: finalmente sono di fronte allo studio di Don Giacomo. La prima tappa del mio percorso di "guarigione". Un percorso durato circa sei mesi nei quali mi sono ritrovato immerso in un mondo parallelo fatto di reticenze, mezze verità, ambiguità e strane alleanze tra ambienti del Vaticano e alcuni gruppi di psicologi guidati dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all'Università Gregoriana.
Ma prima c'è don Giacomo, il primo livello di valutazione della "gravità del paziente" spetta infatti a lui, a un rappresentante della Chiesa cattolica. Don Giacomo è gentile. Dopo vari colloqui telefonici nei quali, con molta discrezione e molto tatto, mi chiede i motivi che mi spingono verso questa terapia, arriva il momento dell'incontro. Dopo una breve presentazione, inizia il colloquio vero e proprio.

Le domande fondamentali sono due o tre: quanti rapporti omosessuali ho consumato, con quale frequenza e le sensazioni che ho provato. Gli racconto quasi tutta la verità, tutta tranne il fatto che sono un giornalista e che non sono omosessuale. Gli dico che sono sposato, che ho un bambina e butto lì un paio di esperienze omosessuali legate alla mia adolescenza e la preoccupazione che quelle esperienze possano tornare a galla e rovinare il mio matrimonio. Don Giacomo ascolta con partecipazione. Poi inizia il lavoro d'indagine per capire le ragioni della mia omosessualità. Mi chiede dei miei genitori, del rapporto con mia madre - rispetto alla quale tiro fuori un bel conflitto. Fa sempre bene, penso: ai preti e agli psicologi piace - gli racconto del ruolo marginale di mio padre, dei rapporti sessuali con mia moglie, le relazioni interpersonali e così via. Una scannerizzazione superficiale ma completa del mio vissuto.
Poi la domanda: «Quando è stata la prima volta, Davide», mi chiede Don Giacomo. Gli racconto di un mio compagno di liceo, di tale Luca, col quale ero molto amico e di come quell'amicizia, col tempo e in modo del tutto inaspettato, si fosse trasformata in relazione sessuale. Don Giacomo ascolta con attenzione e partecipazione. Mi vede provato e cambia discorso: «Credi in Dio?» mi chiede. Io rispondo che provengo da una famiglia molto religiosa ma che no, non ho mai praticato. Ma ultimamente, aggiungo, sento rinascere in me qualcosa di diverso. È il momento più delicato, il momento in cui bisogna scegliere se andare fino in fondo passando sopra le sincere convinzioni religiose di Don Giacomo, oppure finirla lì e andarsene. 
E' come se mi prendessi gioco della sua fede, e forse nessuno mi da il diritto di arrivare fino a quel punto. Poi mi convinco che nella realtà quotidiana questi "guaritori di omosessuali" fanno solo danni: prendono una persona, nella gran parte dei casi spinta dalla famiglia, gli raccontano che la propria omosessualità è una deviazione dalla norma e la invitano a intraprendere, con loro, un percorso di guarigione, anzi, di "riparazione". Ed allora decido di andare avanti e raccolgo l'appello di Don Giacomo: «Preghiamo».

Mi forzo, e da ateo convinto prego con lui. Finito il momento di raccoglimento Don Giacomo, con la stessa delicatezza, mi invita a continuare il mio racconto. «La tua relazione con Luca - mi dice - è stata passiva o solo attiva?». Don Giacomo vuol sapere se ho «subito» oppure no una penetrazione. Deve essere solo quello il discrimine fondamentale per capire se davanti a sé c'è un vero omosessuale. «Attivo e passivo», dico di botto. «E mi è anche piaciuto», rispondo quasi in senso di sfida, di fronte a quella domanda così volgare. Volgare non per la cosa in sé, quanto, piuttosto perchè per la prima volta inizio a intravedere, o almeno così mi sembra, i veri pensieri di quel prete così giovane e cordiale. Uno squarcio che smaschera il giudizio che ha di me, anzi, di "quelli come me".

Don Giacomo annuisce in modo austero e poi mi chiede di parlargli degli altri rapporti. A quel punto tiro fuori una relazione fugace con un altro ragazzo "consumata" dopo il matrimonio. Don Giacomo mi invita a raccontare le sensazioni che avevo provato. Io mi invento un «senso di sporcizia morale» che vivo e mi porto dentro tuttora. Il giovane prete è silenzioso. Mi benedice e mi tranquillizza. «La tua omosessualità - dice - è molto superficiale. Io credo che tu sia pronto per iniziare il percorso di guarigione».

A quel punto sono io che faccio qualche domanda e chiedo lumi su quello che lui chiama "percorso". Don Giacomo, grosso modo, mi spiega che quasi tutti gli omosessuali hanno subito un trauma o qualcosa del genere che ha interrotto la "naturale" costruzione della vera identità sessuale. «Per questo - dice - servono terapie riparative. Per riprendere in mano quel vissuto, trovare la frattura e ridefinire la propria identità di genere. Tu sei in uno stato di confusione sessuale, devi farti aiutare per ridefinire la tua sessualità in modo corretto». Perfetto, sono pronto per iniziare il "percorso". Don Giacomo prende un pezzo di carta e scrive telefono e indirizzo del Professor Tonino Cantelmi, «chiamalo tra una settimana, digli che ti mando io, lui saprà già tutto». Mi benedice e mi congeda.

***

Il primo incontro con il professor Cantelmi

Lo studio del professor Tonino Cantelmi - Presidente dell'Istituto di Terapia Cognitivo interpersonale, c'è scritto nella targhetta - è un porto di mare nel quale transitano e approdano le preoccupazioni e le angosce di varia umanità: ragazzini, adolescenti, mamme, nonne. C'è di tutto in quello studio. Io mi accomodo e attendo di essere chiamato. Lui, il professore, ogni tanto esce e saluta il paziente di turno. Con tutti ha un rapporto molto confidenziale, tutti lo chiamano Tonino. Finalmente arriva il mio momento. Raccolgo le idee per evitare di contraddirmi rispetto alla storia che ho raccontato a Don Giacomo qualche settimana prima. Ripasso lo schema, i nomi inventati dei miei falsi amanti e mi infilo nello studio del Professore. Lui mi squadra, mi sorride e mi fa accomodare. «Sono Davide, gli dico, mi manda Don Giacomo». Lui annuisce - «con quel nome mi ha inserito nella categoria omosessuale pentito», penso tra me - e mi invita a raccontare la mia storia. A quel punto riparto con la vicenda del Liceo, della mia relazione col mio compagno di banco e dei timori rispetto al mio matrimonio dopo un'altra relazione avuta con un ragazzo un paio d'anni fa.

«Che tipo di rapporti hai avuto?», mi chiede Cantelmi.

Io faccio finta di non capire.

«Voglio dire - continua il Professore - hai avuto rapporti completi?».

Annuisco, ma aspetto che il professore esca dalla sua tana e mi ponga la domanda, la domanda con la D maiuscola, in modo diretto. E lui non mi delude: «Insomma Davide - mi dice schietto - sei stato anche passivo nei tuoi rapporti?».

Ci risiamo, penso tra me. «Sì», rispondo. Decido di fare la parte del laconico. Da un lato perchè ho paura di contraddirmi, dall'altro perchè voglio vedere le abilità del professore in azione. Son curioso di capire in che modo si muove. Come lavora. Ma lui mi sorprende e dopo quell'unica risposta, pronto a sbarazzarsi di me, prende carta e penna e scrive il nome di una collega: «Lei è la dottoressa Cacace - mi dice mentre mi porge il bigliettino - è una mia assistente, contattala a mio nome. Lei saprà già tutto». Mi sembra di rivedere un film già visto. Comunque io non voglio perdere l'occasione di ritrovarmi di fronte al "guru" italiano dei guaritori di gay e allora rilancio prima che lui mi liquidi. «Senta dottore - gli dico con il massimo di gentilezza - io vorrei capire di preciso cosa mi aspetta». «Nulla di particolare - fa lui - la dottoressa ti farà un test..»

«Un test?», faccio eco io

«Sì, un test»

«Un test per misurare il mio grado di omosessualità?», incalzo.

«Beh! In un certo senso sì», fa lui.

«Scusi - gli chiedo - ma cos'è di preciso l'omosessualità?»

A quel punto Cantelmi si accomoda, allunga le braccia sul tavolo e comincia: «Io - esordisce - parlerei della tua omosessualità, non di omosessualità in genere. Diciamo che noi siamo un gruppo di psicologi che cercano di aiutare persone in difficoltà. La nostra è una terapia riparativa»

***

La terapia riparativa: l'omosessualità come il comunismo

Si sentiva parlare da tempo di questi taumaturghi del sesso deviato. Una moda che spopola nel Nord America grazie al lavoro di molti gruppi legati alla Chiesa, e che segue l'insegnamento e la pratica di Joseph Nicolosi, presidente della Narth, National Association for Research and Therapy of Homosexuality. Uno psicologo clinico, questo Joseph Nicolosi, un "santone" che vanta ben 500 casi di «gay trattati» e curati - proprio così, «gay trattati» - e che ha tirato fuori dal cilindro della propria stregoneria psichiatrica la cosiddetta "terapia riparativa" il cui scopo dichiarato è quello di «ricondurre all'orientamento eterosessuale le persone omosessuali». Un messaggio che in Italia è stato ripreso e rilanciato dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell'Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all'Università Gregoriana. Insomma, il guru italiano della terapia riparativa, una persona legata a doppio nodo al Vaticano e intorno al quale è nato un gruppo di lavoro formato da cinque, sei giovani psicologi che seguono le terapie individuali dei futuri e "riparati" eterosessuali.

Questa della terapia riparativa è storia antica. Già nel 2005, la rivista Gay Pride pubblicò un lungo articolo nel quale ne metteva in dubbio ogni validità e attendibilità scientifica. Franco Grillini, presidente onorario dell'Arcigay, presentò anche un'interrogazione parlamentare per bloccare, tramite gli ordini professionali, la terapia riparativa. Anche per questo uno come J.M. van den Aardweg, lo psicoterapeuta americano che ha scritto "Omosessualità & speranza", parla di lobby gay all'assalto della scientificità. Tanto per capire cosa si muove dietro questa presunta terapia riparativa, lo stesso van den Aardweg sostiene - lo ha fatto in una recente intervista per "Acquaviva2000, cultura cattolica in rete" - che molti omosessuali «presentano seri disturbi mentali, o hanno sviluppato un comportamento omosessuale di proporzioni tali che non sarebbe tanto sbagliato chiamarli "malati"». Non solo, van den Aardweg è convinto che per colpa del movimento gay, «le masse non assimileranno mai completamente la concezione antinaturale che viene loro imposta. Andrà come con il comunismo. Molti, probabilmente i più, presteranno all'innaturale "religione" omosessuale un culto formale, dettatogli dalla paura, ma si finirà col crederci sempre di meno».

Questi sono gli illustri scienziati che sponsorizzano la terapia riparativa. Ancora più esplicite le parole d'ordine del già citato gruppo ultracattolico "Obiettivo Chaire": «Accompagnamento spirituale, psicologico e medico; attenzione rivolta a genitori, insegnanti ed educatori al fine di prevenire l'insorgere di tendenze omosessuali nei ragazzi, negli adolescenti e nei giovani; ricerca delle cause(spirituali, psicologiche, culturali, storiche) che contribuiscono alla diffusione di atteggiamenti contrari alla legge naturale, riconoscibile dalla ragione rettamente formata».

Poi l'immancabile Joseph Nicolosi, lo psicologo-clinico americano che ha inventato la terapia riparativa. A giorni sarà in Italia per aggiornare i suoi seguaci e illustrare loro, verosimilmente, le ultime novità della sua terapia. Queste le idee di fondo: primo, alla luce delle scienze sociali la forma di famiglia ideale per favorire un sano sviluppo del bambino è il modello tradizionale di matrimonio eterosessuale; secondo, l'identità sessuale si forma in un'età precoce sulla base di " fattori biologici, psicologici e sociali"; terzo, esistono numerosi esempi di persone che sono riuscite a cambiare il loro comportamento, identità, stimoli o fantasie sessuali.

A sostegno di queste tesi sono nati i movimenti "ex-gay", persone "riparate" e spesso convertite al cattolicesimo che hanno lo scopo dichiarato di dimostrare che dall'omosessualità è possibile "guarire". Il bello della faccenda è che sempre più gruppi di "ex gay" vengono sciolti per il fatto che molti associati hanno ri-trovato un partner dello stesso sesso proprio in quell'organizzazione.

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La terapia riparativa di Cantelmi

Cantelmi cerca di adattare su di me, sul mio caso, le ragioni di quella terapia. Parla di traumi infantili che generano confusione in un mondo già pieno di contraddizioni e di liquidità nei rapporti interpersonali. Il tutto per spiegare che in un certo senso i comportamenti della persona omosessualità sono indotti da questa schizofrenia esterna. Non solo omosessuali però. Il professor Cantelmi è infatti convinto, e me lo spiega, che la nostra epoca è caratterizzata da una grossa compulsività sessuale: una dipendenza che colpisce migliaia di persone e tra questi tanti, tantissimi giovani. Mi parla di «relazioni malate con il sesso», di «perdita di controllo» e così via.

«E in tutto questo, l'omosessualità?», chiedo io.

«Beh, il mio studio è pieno. Abbiamo la fila. Ci sono centinaia di ragazzi che chiedono aiuto».

«Vede - dico cercando di stanarlo - io non so bene se sono omosessuale. Non capisco se sono vittima di una sorta di disagio psichico o se devo assecondare queste mie pulsioni».

«Non preoccuparti Davide - mi dice sereno e sorridente - dal tuo profilo mi sembra di poter parlare di una ansia generalizzata e di una leggera nevrosi che in qualche modo condiziona e devia le tue scelte sessuali. Ora faremo il test e avremo più elementi per poter scegliere la terapia migliore».

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Il Test ed i discepoli del professore e la cura

La dottoressa Cristina Cacace dell'Istituto di terapia cognitivo interpersonale diretto da Cantelmi mi accoglie sorridente nel suo studio. Mi osserva, anzi mi scruta con insistenza. «Ora mi becca - penso io - scopre che sono un infiltrato e mi caccia». E invece no. Evidentemente la diagnosi del Professor Cantelmi deve avermi suggestionato. Un po' nevrotico, perseguitato, mi ci sento davvero. Fatto sta che lei mi invita con gentilezza nel suo studio targato Ikea, mi fa accomodare e mi interroga: nome, cognome, età, indirizzo, telefono e stato civile. Io rispondo senza esitare e attendo, anche qui, "la" domanda . Ma la dottoressa Cacace già sa e non c'è bisogno di alcuna premessa.

Saltiamo direttamente ai particolari più intimi: quante volte, e fino a che punto. «Fino a che punto in che senso?», chiedo io. Lei sorride. Mi chiedo se lei, giovane psicologa, crede davvero alle follie e alla violenza di questa benedetta "terapia riparativa" oppure se è li, in quel piccolo studio solo perchè non trova nulla di meglio. Ma i miei pensieri vengono interrotti dalla domanda della dottoressa:

«Davide, i tuoi rapporti omosessuali sono stati solo attivi o anche passivi»? Sento un forte disagio di fronte a quella domanda ricorrente, ossessiva. Mi viene in mente il lato pruriginoso e voyeuristico di chi la pone. Alla fine rispondo come ho già risposto a Don Giacomo e al professor Cantelmi: «Sì, attivo e passivo». Poi racconto anche a lei del mio rapporto conflittuale con mia madre, delle assenze di mio padre e aggiungo che ogni tanto, da piccolo,venivo scambiato per bambina. La giovane assistente di Cantelmi annuisce gravemente e mi fissa l'appuntamento per il test di personalità. «Dopo il test - mi dice prima di accompagnarmi alla porta - sapremo meglio come trattare la tua situazione».

Pochi giorni dopo sono di nuovo lì e scopro che il Test dura circa quattro ore ed è nient'altro che il cosiddetto "Test Minnesota" quello che utilizzano le forze armate di mezzo mondo per selezionare il proprio personale. Seicento domande circa che dovrebbero dare risposte su eventuali deviazioni del candidato: ipocondria, depressione, isteria, deviazione psicopatica, mascolinità o femminilità, paranoia, psicastenia, schizofrenia, ipomania e introversione sociale. Un pout-pourri che, tra le altre cose, dovrebbe mettere in luce le mie tendenze omosessuali. Comunque la dottoressa mi dà i fogli, un penna e mi piazza in corridoio. Inizio a scorrere le domande: «Hai avuto esperienze molto strane?»; oppure, «Ti piacerebbe essere un fioraio?». A quest'ultima rispondo di sì spinto dalla banalità della considerazione; Forse chi sceglie di fare il fioraio, secondo loro, ha una predisposizione ha diventare un po'checca.

D'un tratto vengo colpito e distratto dalla presenza silenziosa di una signora e di un giovane adolescente. Sono madre e figlio. Lui mi sembra particolarmente timido, a disagio. Non posso saperlo, ma potrebbe benissimo trattarsi di un ragazzino forzato dalla madre per arginare, almeno finché è in tempo, la «propria devianza omosessuale». Di nuovo penso a quanto sia angusta questa pratica e a quanta violenza abbia in sé. Penso alla pressione che può subire un ragazzino di 15-16 anni che sta scoprendo la propria sessualità. La preoccupazione, spesso in buona fede, dei genitori e la scelta di far qualcosa per fermare quella "scoperta" piuttosto che accoglierla e sostenerla. Poi la signora e il ragazzino si infilano in una delle tante stanze dello studio degli allievi di Cantelmi e io torno al mio test infinito: «Hai mai compiuto pratiche sessuali insolite?»; «Ti piaceva giocare con le bambole?»; «Qualcuno controlla la tua mente?»; «Hai spesso il desiderio di essere di sesso opposto al tuo?»; «L'uomo dovrebbe essere il capo famiglia?»...

Finite le domande, torno in stanza dalla dottoressa.

Lei ripone le mie scartoffie che già contengono il risultato del mio "grado di omosessualità" e tira fuori una decina di cartoncini colorati da figure bizzarre. Sono le macchie del test di Rorschach. Spruzzi indefiniti di colore, che agiscono in modo inconscio attivando reazioni proiettive. Insomma, di fronte a quelle macchie sono invitato a rintracciare e comunicare figure sensate. Io mi lancio sforzandomi di vedere peni, vagine, ani e così via. Individuo anche un paio di feti appesi per il cordone ombelicale. Dò il peggio di me, cercando di convincere la dottoressa Cacace che la mia sessualità è particolarmente deviata, talmente corrotta e omosessuale da meritare le sue cure. Ma lei, di fronte al mio sproloquio genitale non fa una piega: sfila uno dopo l'altro i cartoncini del test e prende diligentemente appunti.

Nel frattempo si accosta a me ed io non trattengo un'occhiata fugace alla scollatura. Lei, sorpresa, si ritrae, si copre e mi guarda con imbarazzo. Insomma, dopo tutto quel parlare della mia omosessualità probabilmente sono caduto nella banalità di voler riaffermare la mia "mascolinità" di fronte a una donna. Per la prima volta, in un certo senso, vivo sulla mia pelle la forza e la violenza del condizionamento sociale e culturale che vivono i gay. Poi, riprendo con le mie figure...

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I risultati del test, quanto sono omosessuale?

«Non molto, la tua omosessualità è davvero sfumata», mi dice la dottoressa Cacace mostrandomi una ventina di pagine che contengono la mia "diagnosi". «Omosessualità sfumata», proprio così. A quel punto chiedo maggiori spiegazioni. «Allora, io direi che siamo di fronte ad una nevrosi che ha indotto una deviazione sessuale - continua lei - sarà il professor Cantelmi a spiegarti meglio.

Dopo qualche giorno sono di nuovo nella sala d'attesa del professore. La sensazione è la stessa: un porto di mare aperto a tutti i "casi umani". Cantelmi, cortese e accogliente come sempre, sfoglia i risultati del mio test e mi parla di "leggera nevrosi e depressione" che avrebbe indotto la mia deviazione sessuale, l'uscita dai binari di una sessualità sana e consapevole. «Tu non sei propriamente un omosessuale», mi dice. «La tua mi sembra più una preoccupazione determinata da alcuni episodi legati all'infanzia». Poi attacca con il conflitto con mia madre e l'assenza di mio padre, da me del tutto inventata, che mi avrebbe privato di una figura maschile forte, una figura di riferimento su cui avrei dovuto modellare la mia sessualità e definire il mio genere. Dunque non sono del tutto omosessuale.

Forse la terapia è già iniziata. Negare la mia omosessualità è il primo passo verso la "guarigione". Probabilmente è una modalità per iniziare a smontare la convinzione del "paziente". Sentirsi dire, «non sei propriamente omosessuale», forse, significa iniziare a destrutturare la personalità dell'individuo, le sue convinzioni e metterlo di fronte al fatto - un fatto certificato da uno psicologo - che la sua omosessualità non è mai esistita. Anzi, che l'omosessualità in sé non esiste se non nei termini di una deviazione dalla norma, dall'unica norma reale: l'eterosessualità.

«A questo punto - continua poi il professore - si tratta di andare a ripescare quelle fratture e superarle attraverso una terapia adeguata».

«Che tipo di terapia?» chiedo io. «Una terapia